domenica 31 marzo 2019

BURATTINI RESUSCITA CIMITERIA!

di Francesco Manetti

Tutti conoscono Moreno Burattini come sceneggiatore e curatore di "Zagor", lo Spirito con la Scure di nolittiana memoria. Ma Burattini ha creato mille altre avventure nel mondo del fumetto, a partire dal suo Battista il Collezionista, che esordì nel 1985 sulla fanzine "Collezionare", passando attraverso le storie horror per le testate di Francesco Comiglio, i testi per Cattivik e Lupo Alberto di Silver, e via dicendo.


Nestore Del Boccio ha ritratto se stesso e Moreno Burattini con Quasimodo e Cimiteria


Nel 2018 un curioso parto della fantasia dell'instancabile Moreno è stato L'ultimo desiderio, episodio inedito della classica eroina porno Cimiteria, affidato ai disegni di Nestore del Boccio, straordinario autore dell'epoca dello Squalo. Creata da Renzo Barbieri nel 1977 la donna fu protagonista dell'omonima collana che andò avanti fino al 1984. Si trattava di una splendida ragazza, di nobili origini, morta e sepolta, che veniva resuscitata con l'elettricità; questo grazie alla scienza di John Finimore ma soprattutto all'interessamento del gobbo Quasimodo, ricalcato sull'originale di Hugo, che sarebbe diventato suo servo e amante. Come fastidiosi effetti collaterali del ritorno in vita Cimiteria si ritrovava però immemore e con la vagina mortale: chiunque la penetrava rendeva l'anima per una letale scossa elettrica ad alto voltaggio! Com'era possibile tutto ciò in un fumetto porno, sbarrare cioè il passo più importante, vi chiederete? Beh, vi risponderete da soli, immagino... perché gli atti sessuali avvenivano sfruttando gli altri ingressi della disinibita fanciulla - e scorrendo la pericolosa corrente solo oltre la barriera delle labbra intime, pure un sano cunnilingus era permesso, senza dover per questo rischiare la pelle.

Nestore Del Boccio voglia perdonarci il minimo di "censura elettronica" sul suo straordinario lavoro artistico... Notare il "grottesco realistico" del tratto durante la resa del Lord e l'umorismo sempre presente nel testo.

Burattini colloca la sua avventura in un momento intermedio della saga di Cimiteria, quando la ragazza ha recuperato la memoria (scoprendo di essere stata Mary Wolf) ma non ha ancora perso l'amperaggio pelvico. E in questo episodio fa anche del bene (non è abituata a farlo, come lei stessa ammette in chiusura), accompagnando per un lauto compenso verso una felice morte sessuale il ricco ma sfortunato Lord Summerscale che paga per aggirare in allegra compagnia un'imminente destino tumorale. Dialoghi fulminanti, giustamente essenziali, sequenze di sesso raccontate alla velocità del lampo, ma non lasciando nulla all'immaginazione, soggetto saettante, ma completo. Una storia brevissima, dove l'intreccio si scioglie fluido nel climax finale senza sbavature (che non siano quelle degli amanti). Il tutto raccontato con un umorismo sempre presente, seppur carsico, che talvolta si avverte in superficie, talaltra scorre sottotraccia.
I disegni di Del Boccio sono, lasciatemelo dire, profondamente coinvolgenti, raffinati, estremamente curati. Un Maestro, senz'ombra di dubbio. Il registro è quello ossimorico del grottesco realistico per cui i due personaggi maschili (il gobbo e il Lord) sono sempre resi sull'orlo del caricaturale; naturali le anatomie di Cimiteria. Gli amplessi, anche se Moreno Burattini aveva lasciato "libertà grafica" all'artista su come rappresentarli (se più o meno espliciti), sono inequivocabilmente hard.



Qui e sopra: Del Boccio al lavoro sulla Cimiteria di Burattini

L'ottima copertina di Andrea Jula mima lo stile di quelle che furono le cover degli albi di Barbieri, sempre più realistiche dei disegni interni e sempre leggermente "sfasate" rispetto alla narrazione; la Falciatrice, che non appare nella storia, è qui chiaramente metaforica, in quanto Cimiteria è sempre accompagnata dalla Morte nelle sue peripezie erotiche.
Il progetto al quale Burattini ha partecipato con L'ultimo desiderio, progetto denominato Vintagerotica, è frutto dell'invenzione di Luca Laca Montagliani - editore di Annexia, sceneggiatore e disegnatore - che ha coinvolto numerosi professionisti del fumetto alla riscoperta di alcune delle maggiori testate dello Squalo, con la realizzazione di "corti" inediti autoconclusivi stampati a tiratura limitata (500 copie). Non si tratta però di una mera "operazione recupero", perché oltre al fumetto - che occupa solo la metà delle pagine - ci sono puntuali introduzioni, matite, sketch di prova - il tutto impreziosito dalla pubblicazione della sceneggiatura integrale, cosicché il lettore possa rendersi conto di come lavorano in coppia lo scrittore e il disegnatore, e della cronologia storica completa della testata originale.

Disegno di Jula


Cimiteria
L'ULTIMO DESIDERIO
Annexia, giugno 2018
Testi: Moreno Burattini
Disegni e quarta di copertina: Nestore Del Boccio
Copertina: Andrea Jula
Redazionali: Luca Laca Montagliani & Moreno Burattini
Pagg. 44 - s.i.p.


Francesco Manetti

N.B. trovate i link alle altre novità bonelliane su Interviste & News!

sabato 30 marzo 2019

SECRET ORIGINS: TEX CLASSIC 55

di Saverio Ceri

Come sempre approfittiamo dell'uscita di Tex Classic per fare un viaggio a ritroso nel tempo alla riscoperta delle rare immagini, utilizzate come copertine della serie.
Con questo numero inizia la ristampa della nona serie, la serie gialla, della collana del Tex, pubblicata a partire del 2 gennaio 1955. I sei albetti a striscia contenuti in questo Classic erano stati già ristampati, tra l'altro, negli Albi d'Oro terza serie 19 e 20 del dicembre del 1956; ed è proprio dal numero 19 che la redazione ha pescato la copertina per il volume di cui parliamo in questa puntata. I grafici di redazione hanno leggermente ampliato e ricolorato l'immagine rispettando i cromatismi dell'epoca. Qui sotto vedete sia la versione odierna che quella di 63 anni or sono. In questa cover già penalizzata dall'assenza del protagonista, annotiamo quello che sembra un errore di prospettiva sulla destra dell'immagine con l'insegna della posada che è stata ampliata seguendo l'accenno originale del disegno di Galep. Si poteva fare di meglio.




Un breve accenno anche alla copertina "scartata" in quest'occasione, quella del ventesimo Albo d'Oro: qui il protagonista c'è, anche se di spalle. Tex da terra spara e disarma un'avversario grazie alla sua proverbiale mira.


La copertina non è stata utilizzata, probabilmente perché già nel 1957 aveva avuto il suo momento di gloria, allorché venne scelta per diventare, dopo un ritocco redazionale, la cover del numero 15 della prima serie gigante del ranger. I colori sono quasi completamente cambiati.


Se sfogliamo le pagine della storia scopriamo però che quello in copertina è un impostore! Il magnifico pistolero protagonista della cover avrebbe dovuto essere il giovane Kit Willer, come si scopre nell'undicesima striscia del sesto albetto ristampato in questo Classic 55. 



Prima di chiudere vi segnaliamo anche un'altra cover "figlia" di questo Classic, la cui genesi parte da questa vignetta tratta dal primo numero della nona stagione della Collana del Tex:

Claudio Villa la sceglie, spostando l'inquadratura più in alto, come fosse munito di un moderno drone, per farne la cover del sedicesimo numero della Tex Edição Histórica della brasiliana Globo, pubblicato nel febbraio 1996.


I lettori italiani dovranno aspettare oltre un anno per vedere la versione nostrana, colorata redazionalmente, allegata al numero 14 di Tex Nuova Ristampa.

Appuntamento alla prossima puntata.


Saverio Ceri



N.B. Trovate i link alle altre Secret Origins in Cronologie & Index!

giovedì 28 marzo 2019

DIME WEB INTERVISTA GIORGIO SOMMACAL! (LE INTERVISTE LXVII)

a cura di Filippo Pieri

Il nostro amico e collaboratore Filippo Pieri ha realizzato questa intervista a Lucca Collezionando, domenica 24 marzo 2019, presso lo stand di Sbam! Comics; come tutti sappiamo anche Filippo, come Sommacal, è autore per Sbam!, con Viviane l'Infermiera (insieme a Cryx) e altro ancora. Buona lettura! (s.c. & f.m.)



Dime Web - Ciao Giorgio, è un piacere per noi di Dime Web incontrarti! Ci puoi raccontare da cosa nasce la tua passione per disegno?

Giorgio Sommacal - Intanto grazie a tutti per l’intervista! È semplice: la mia passione nasce nell’infanzia. Credo di avere imparato a guardare le immagini prima di avere imparato a leggere, perché avevo sempre in mano un fumetto - che fosse "Geppo", "Trottolino", "Tiramolla" e poi dopo in seguito "Il Giornalino"… insomma son nato con questa passione, ce l'ho fin da piccolo!


DW - Sei un autore molto versatile, che riesce a passare con facilità dal fumetto umoristico a quello realistico…

GS - Ti ringrazio, ma non sono così convinto di essere estremamente versatile. Penso di avere nelle corde più il fumetto umoristico grottesco; poi, per ovvie necessità lavorative e di natura estremamente alimentare, mi sono piegato a fare anche lavori di tipo più realistico... anche se già avevo cominciato a fare una sorta di realistico con le cose fatte su "Il Giornalino" come "Zia Agatha" e la serie "Contatti" che feci negli anni ’90. Tutte le altre cose che sto facendo adesso con la Bonelli, a cominciare dalla collaborazione con Piccatto su "Dylan Dog" e "Demian", poi un albo di "Adam Wild" con Manfredi e adesso, dopo il Cico della miniserie "A spasso nel tempo", sto facendo un lavoro su "Zagor". Però sul realistico fatico molto, io sono un autodidatta non arrivo da scuole, dall’Accademia, dall’Artistico, per cui è una faticaccia! Però, se mi dici che c’è questa versatilità… diciamo che non capisco, ma mi adeguo! (ride - n.d.r.)


Qui e sopra: Adam Wild, Dylan Dog e Cico del bonelliano Sommacal


DW - Un tuo lavoro che ci ha colpito moltissimo è "Bestiacce!"... Ci puoi raccontare com’è nato questo progetto?

GS - C’è un’altra parte della mia attività lavorativa che riguarda un po’ i libri per ragazzi. Con questa casa editrice di Torino, che si chiama Giralangolo, ed è la parte dedicata ai libri per ragazzi della casa editrice EDT, famosa per le guide "Lonely Planet" e "Il Giornale della Musica", ho prodotto alcuni titoli con un amico scrittore, Pino Pace: siamo entrambi autori di questi libri. Il primo si intitola Bestiacce! mentre il secondo Univerzoo. Sono bestiari fantastici, alla maniera dei bestiari medioevali, dove ci sono animali assolutamente improbabili con alieni anche loro assolutamente improbabili, che questi due esploratori, in una sorta di viaggio alla Darwin, hanno scoperto in giro per il mondo! E allora, per esempio, c’è l’Orsomaro, la Cammellula, il Pignocco, il Rinocerocchio… Il primo libro è uscito nel 2010, il secondo nel 2011 e continua ad avere ristampe e successo, soprattutto tra i bambini, perché è molto divertente. È una rivisitazione di una vecchia idea - che fece anche Jacovitti, che fece Paul Campani nella pubblicità - di fare questi bestiari con giochi di parole, unendo insieme due animali diversi. Il bello di questo libro è che è nato come gioco con Pino Pace; siamo autori entrambi per la prima volta perché anche nel mondo dell’editoria per ragazzi lo scrittore ha una sua dignità e l’illustratore in genere non è l’autore ed è pagato a forfait, mentre io ho preteso di essere riconosciuto come di fatto sono, l’autore di questo libro. Aggiungo che di questa serie lo studio Bozzetto, che fu di Bruno e adesso c’è il figlio Andrea, ha un progetto di una serie a cartoni animati che sta andando, spero, in porto.




Qui e sopra: l'incredibile Univerzoo di Bestiacce!



DW - Sei bravissimo come disegnatore/illustratore, ma a realizzare una storia a fumetti anche come soggettista/sceneggiatore ci hai mai pensato?

GS - Ho iniziato, ahimè, 30 anni fa. La prima pubblicazione da professionista è stata la prima delle tre uniche storie per "Lupo Alberto" che ho scritto nel 1989, quindi nel 2019 sono 30 anni di carriera. A quei tempi, oltre a queste tre storie, mi sono scritto anche storie per "Cattivik"; poi ho preferito fare il disegnatore e dare agli sceneggiatori il loro ruolo perché comunque è un altro tipo di lavoro che mi impegna tantissimo e molto di più. Poi magari mi può venire l’idea del soggetto, però ho perso semplicemente la mano perché come per un disegnatore, anche per lo sceneggiatore il lavoro quotidiano è importantissimo per raggiungere una certa qualità. Però… c’è un progetto mio e mia moglie, Laura Stroppi, che è pure autrice di testi, potrebbe sicuramente occuparsi lei di questa parte.


Il Cattivik di Sommacal



DW - Progetti per il futuro?

GS - Tanti! Nonostante l’età ho sempre molto entusiasmo e progetti non solo di fumetti ma anche di libri per ragazzi. Per scaramanzia non dico nulla, però!


Qui e sopra: "Rapa Nui" con dedica a Filippo Pieri


DW - C’è una domanda che non ti abbiamo fatto e alla quale avresti invece voluto rispondere?

GS - Non lo so... credo che abbiam parlato dell’essenziale. Della vita privata… magari un’altra volta!


DW - Grazie Giorgio, alla prossima!

GS - Grazie mille a voi!


a cura di Filippo Pieri

N.B. trovate i link agli altri colloqui con gli autori su Interviste & News! 

martedì 26 marzo 2019

DETECTIVE COMICS: 80 YEARS OF BATMAN

di Pierangelo Serafin


Copertina del volume

Quarta di copertina del volume


Nel 2018, in casa D.C., i festeggiamenti per gli ottanta anni di Superman coincisero con il millesimo numero di "Action Comics"; arrivati al 2019 gli ottanta anni di Batman coincidono con il numero 1000 di "Detective Comics", la più antica testata della casa editrice statunitense, la cui prima uscita risale al marzo 1937
Nel 2018 venne approntato un volume celebrativo dell'evento dedicato all'Uomo d'Acciaio; nel 2019 un volume gemello è stato prodotto per il Cavaliere Oscuro, un cartonato con sovraccoperta di oltre quattrocento pagine stampate su carta patinata, messo in vendita a $ 29,99.
Se Superman compare fin dal primo numero di "Action Comics", Batman, creato proprio in seguito al gradimento dell'Azzurrone, sale a bordo di "Detective Comics" a partire dal numero 27, prendendone quasi fin da subito il controllo grazie a un immediato successo che lo porterà a monopolizzare pure le copertine degli albi dal numero 35 in avanti. 
La chiave della fortuna dei due personaggi, che ancora prosegue, sta sicuramente nella loro archetipicità; come l'Uomo d'Acciaio rappresenta il pressoché onnipotente essere sovrumano che arriva dal Cielo venendo in soccorso di una afflitta Umanità, così il Difensore di Gotham incarna la figura del cavaliere senza macchia che giunge a sostegno del debole e dell'oppresso.

Detective Comics 1000!


Delle ventisette - guarda caso! - storie che compongono questa raccolta, diciotto sono quelle di Batman, una è tutta di Bat-Mito e ben otto sono quelle di alcuni dei tanti comprimari che il character ha avuto nel corso di queste otto decadi sulle pagine della gloriosa testata (in ordine di apparizione: Crimson Avenger, Slam Bradley, Air Wave, The Boy Commandos, Pow-Wow Smith, Roy Raymond, John Jones Manhunter from Mars e il Manhunter di Goodwin / Simonson); ed è così perché in "Detective Comics", che ha mantenuto a lungo la sua vocazione di testata-contenitore, Batman è quasi sempre stato affiancato da altri personaggi. Alcuni di questi hanno avuto lunghe run, come Elongated Man; altri vi sono stati ospitati quando hanno avuto i loro momenti di appannamento, come accadde a Green Arrow intorno agli inizi degli anni Ottanta. 
Il volume ripropone tantissimi classici del mito batmaniano ristampati in più occasioni, come la prima apparizione del nostro eroe, The Case of the Chemical Syndicate, della quale nel tempo sono state realizzate altre tre versioni - l'ultima delle quali realizzata nel 2014 (la seconda è del 1969 e la terza di vent'anni più tardi) è anch'essa presente in questa raccolta. 


Qui e sopra: dal volume, copertine chiave batmaniane di Detective Comics (1939 - 2019) 

Ci sono poi le prime apparizioni di Robin, di Batwoman e della nuova Batgirl (cioè Barbara Gordon), nonché quelle di villain fondamentali per la leggenda di Batman, come Two-Face, Riddler e il secondo Clayface (Matt Hagen); e poi ancora Man-Bat e la storia che diede origine al New Look, Mystery of the Menacing Masks, opera di John Broome e Carmine Infantino, nella quale, per un errore di comunicazione tra la redazione e gli artisti, Batman si ritrovò di nuovo con in mano una pistola - a venticinque anni esatti dal suo esordio fumettistico!
Sicuramente interessanti sono la dozzina di redazionali appassionati e ben curati firmati da vari autori che sviscerano le caratteristiche del personaggio e analizzano le varie sfaccettature di questo moderno mito popolare. Grazie anche a questo valore aggiunto abbiamo un volume molto ben fatto e ben curato, esattamente come lo fu quello di Superman del 2018, consigliabile tanto ai fan del Pipistrellone quanto agli appassionati di comic in generale.


Pierangelo Serafin

N.B. trovate i link alle altre novità su Interviste & News!

domenica 24 marzo 2019

DIME WEB A LUCCA COLLEZIONANDO 2019 - CON MAX BUNKER CHE FESTEGGIA 60 ANNI DI CARRIERA!

a cura della Redazione

Partendo da Prato la redazione di Dime Web si è recata a Lucca Collezionando 2019, incontrando fra gli stand numerosi amici del passato e del presente fumettistico. Tra questi il grande Max Bunker, alias Luciano Secchi, che festeggia 60 anni di carriera (raccontata da Moreno Burattini con il libro "Una vita da Numero Uno"), 50 anni di Alan Ford e 30 anni dal primo incontro con i ragazzi di "Collezionare". Ecco alcuni momenti clou della giornata! (s.c. & f.m.)

Da sx a dx: Saverio Ceri, Moreno Burattini, Luciano Costarelli, Francesco Manetti e Filippo Pieri - uniti, a vario titolo, dai tempi di "Collezionare" fino ai giorni di "Dime Web"

Da sx verso dx: Saverio Ceri, Francesco Manetti ed Elio Marracci - che ha realizzato tante straordinarie interviste per "Dime Web".

Max Bunker & Francesco Manetti


Qui e sopra: prima dell'incontro sui 25 anni di Alan Ford e sul libro di Burattini, Moreno e Luciano Secchi discutono con lo staff dell'organizzazione i particolari dell'evento





Qui e sopra: momenti dell'incontro con Max Bunker. Notare nella prima foto la diapositiva in quel momento proiettata: il primo contatto fra la redazione di "Collezionare" (Burattini,  Manetti, Monti e Monti) e Max Bunker, a Milano, nel 1989 (che subito sotto vi proponiamo a grandezza originale)!
Anche questa foto è stata proiettata durante la conferenza. Siamo a Prato nel 1994. Nei locali del CEPAC, un centro espositivo in Piazza del Collegio, i ragazzi di "Dime Press" allestirono una mostra su Alan Ford (per il 25ennale della pubblicazione) con la ricostruzione della sede del Gruppo TNT. Nella foto vediamo Max Bunker e Paolo Piffarerio (di spalle) con Francesco Manetti. Sempre di spalle, in primo piano, Riccardo Secchi (forse).





Qui e sopra: Max Bunker lascia le impronte delle mani per la Hall of Fame fumettistica di Lucca

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P.S. DIME WEB RAGGIUNGE 900.000 CONTATTI: PROSSIMO STEP IL MILIONE!

giovedì 21 marzo 2019

VITA E OPERE DI HOWARD PHILLIPS LOVECRAFT - QUARTA PARTE (1921)

di Sergio Climinti

HPL ritratto da Bela Manson, 2011


1921

EX OBLIVIONE
(EX OBLIVIONE, 1920-1921)

Arrivato ai miei ultimi giorni, e spinto verso la follia dalle atroci banalità dell’esistenza che scavano come gocce d’acqua distillate dai torturatori sul corpo della vittima, cercai la salvezza nel meraviglioso rifugio del sonno. Nei sogni trovai un poco della bellezza che avevo invano cercato nella vita e m’immersi in antichi giardini e boschi incantati.”


Copertina per un audiolibro (2013)

Il sognatore di questo racconto tocca molte terre sconosciute nei suoi sogni, navigando mari dalle costellazioni ignote e fiumi sotterranei. In una occasione, si trova a percorrere una valle dorata che lo conduce a una serie di piccoli boschi ombrosi e a mucchi di rovine, fino a quando non gli si para di fronte un muro possente ricoperto di rampicanti con un piccolo cancello di bronzo. Molte altre volte torna in questa valle, dove continua a recarsi davanti al cancello.
“La meta delle mie fantasie era sempre la stessa: la muraglia di rampicanti in cui si apriva il piccolo cancello di bronzo. Poco a poco i momenti di veglia si fecero più rari e insopportabili, soffocati nel grigiore di un’immobilità stagnante; sempre più spesso mi abbandonavo alla pace drogata che sola poteva ricondurmi alla valle degli alberi d’ombra, chiedendomi come avrei fatto a non lasciarla più: non volevo essere costretto a strisciare di nuovo nel mondo spento, privo d’interesse e di nuovi colori. E guardando il cancello nel muro coperto di verde sentivo che al di là si stendeva una terra dei sogni da cui, una volta entrati, non ci sarebbe stato ritorno. Per questo, nel sonno, lottavo per trovare il lucchetto del cancello, ma il sistema di apertura mi era tenuto nascosto con grande abilità. Sapevo, tuttavia, che il paese al di là del muro sarebbe stato più autentico, più dolce e luminoso.”

Ex Oblivione by Jason Eckhardt (1982)

Fino a quando una notte non giunge alla città di sogno di Zakarion, dove trova un papiro ingiallito scritto dai Saggi Onirici - antichi abitanti del luogo - che contiene molte informazioni sui luoghi della terra dei sogni, tra cui la Valle d’Oro. I saggi però erano divisi su ciò che si trovava al di là della porta; un gruppo optava per un luogo di prodigi straordinari, un altro invece accennava a cose orribili.
“Naturalmente non sapevo a chi prestar fede, ma il desiderio di penetrare nel regno sconosciuto era fortissimo. Del resto incertezza e mistero sono per noi le più grandi lusinghe, e mi dicevo che non poteva esistere orrore più grande della quotidiana tortura nel mondo grigio e banale della veglia.”
Venuto a conoscenza di una droga in grado di fargli superare il cancello, il sognatore non esita a farne uso. La misteriosa droga fa effetto e il cancello di bronzo stavolta gli si presenta socchiuso.

FINALE: “Dall’altra parte pioveva un fascio di luce che rischiarava di bagliori magici i grandi alberi contorti e la sommità dei templi sepolti. Mi sono fatto avanti col cuore gonfio di canzoni, ansioso di imbattermi negli splendori della terra da cui non sarei più tornato. Ma non appena il cancello si è aperto del tutto e l’incantesimo della droga e del sogno mi ha trasportato dall’altra parte, ho capito che visioni e splendori erano arrivati, ormai, alla fine: in questo nuovo universo non c’è né terra né mare, ma solo il vuoto luminoso dello spazio disabitato, illimitato. Più felice di quanto avrei mai creduto di poter essere, mi sono dissolto ancora una volta nell’oblio infinito, trasparente, da cui il demone della vita mi aveva chiamato per una breve e sconsolata ora.”

Ex Oblivione di Isabel Fernandez, artista 3D (2016)

Un nuovo prose poem e ancora un sognatore come protagonista. Soggetti ricorrenti in questo periodo per lo scrittore di Providence, che subisce ancora il fascino della prosa di Lord Dunsany. Il racconto tratta anche temi affini alla personalità dell’autore, poiché anche qui il protagonista trova nel regno di Morfeo l’unico scopo della sua vita, lì dove la vita reale diventa poco più di una distrazione (i momenti di veglia si fecero più rari e insopportabili, soffocati nel grigiore di un’immobilità stagnante), talvolta perfino un ostacolo verso obiettivi ritenuti più alti.

Ex Oblivione by Curtis Agnew (2016)

Appare qui anche la figura simbolica della soglia, del passaggio, rappresentato dal cancello bronzeo. Scrive Giuseppe Lippi nella sua introduzione al racconto in Tutti i racconti 1897-1922 (Mondadori, 1989): “La necessità di superare la soglia è un motivo chiave: lo abbiamo trovato nella Tomba, nel Tempio, in L’illustrazione nella casa. Ritornerà nella Chiave d’argento e in altri testi del Lovecraft maturo, senza tuttavia essere appesantito da considerazioni simboliche esplicite, ma rimanendo allo stadio di immagine onirica. E per Lovecraft dev’essere stato proprio così: vedere in sogno una porta socchiusa, provarne il fascino e descriverla sono azioni che, con tutta probabilità, si succedevano automaticamente nella sua psiche.”

Luoghi: città di Zakarion.


IL CAOS STRISCIANTE
(THE CRAWLING CHAOS, 1920-1921)
in collaborazione con Winifred V. Jackson (r.p.)

Sui piaceri dell’oppio si è scritto parecchio. Le estasi e gli orrori di De Quincey e i paradis artificiels di Baudelaire sono presentati con un’arte che li rende immortali e il mondo conosce perfettamente la bellezza, il terrore e il mistero degli oscuri regni nei quali viene proiettato il fervido sognatore. Ma per quanto si sia detto, nessuno ha osato definire la natura dei fantasmi così rivelati alla mente, o alludere alla direzione delle strade inaudite lungo il cui ornato ed esotico percorso chi ha preso la droga viene attratto in modo irresistibile. De Quincey veniva trasportato in Asia, terra brulicante d’ombre la cui antichità è così impressionante che la vasta età della razza e della stirpe schiaccia nell’individuo ogni senso di giovinezza, ma non osava spingersi oltre. Quelli che l’hanno fatto raramente sono tornati, e anche allora hanno taciuto o sono impazziti. Io ho preso l’oppio una volta sola, nell’anno dell’epidemia, quando i medici cercavano di soffocare i tormenti che non riuscivano a curare. Me ne fu somministrata una dose eccessiva (il mio medico era logorato dagli orrori e dallo sfibramento) e di conseguenza mi spinsi molto lontano. È vero, sono tornato e sono vivo, ma le mie notti fremono di ricordi allucinanti e non ho mai più permesso a nessuno di darmi dell’oppio.”

Thomas de Quincey (1785-1859) ritratto da James Archer

L’eccessiva somministrazione di oppio fa provare all’io narrante la sensazione di precipitare “anche se non aveva niente a che fare con i concetti di gravità e direzione”, fino a quando la sua caduta non si arresta, “dando luogo a una sensazione di riposo disagevole e temporaneo.”
A questo punto apre gli occhi e si ritrova in una stanza illuminata, con molte finestre, arredata con “tappeti multicolori e tendaggi, tavoli elaborati, sedie, ottomane, divani, vasi delicati e ornamenti che davano un’idea di esotismo senza essermi veramente estranei.” Poi, senza una ragione apparente, comincia a provare la sensazione che un grave pericolo lo minacci, un pericolo che giunge dall’esterno, ma nonostante i suoi timori decide di vedere cosa c’è fuori.
“Avvicinatomi alla finestra vidi un turbinio caotico di acque in distanza e guardai su ogni lato, sconvolto dalla scena meravigliosa che mi si presentava. Non avevo mai visto un panorama del genere e credo che non sia mai capitato a nessun uomo, salvo nei deliri della febbre o nell’inferno dell’oppio. L’edificio in cui mi trovavo sorgeva su una stretta punta – o ciò che adesso era una stretta punta – che si elevava di buoni cento metri su un vortice di acque impazzite. Su un lato e l’altro della casa vedevo precipizi di terra rossa che dovevano essersi formati nelle ultime ore, mentre davanti a me le onde spaventose si alzavano ancora in tutta la loro furia, divorando il terreno con paurosa monotonia e determinazione. A circa un chilometro e mezzo dalla costa si alzavano cavalloni alti quindici metri e all’orizzonte si accumulavano orrende nubi nere dai contorni grotteschi che sembravano in attesa come avvoltoi. Le onde erano scure e violette, quasi nere, e si aggrappavano al fango rosso e cedevole della terraferma come mani avide e rozze. Non potei fare a meno di pensare che un’orribile entità marina avesse dichiarato guerra alla terra, aiutata forse dal cielo furioso.”

Charles Baudelaire (1821-1867)

Il protagonista, per evitare di essere inghiottito dall’inevitabile cedimento del terreno, corre sul lato opposto della casa ed esce da una porta chiudendola con una strana chiave, che conserva.
“La casa da cui ero appena uscito era molto piccola – poco più che una capanna – pur essendo fatta di marmo e avendo un’architettura mista e fantastica, ricavata da una fusione di elementi occidentali e orientali. Sugli angoli c’erano colonne corinzie, ma il tetto di tegole rosse era quello di una pagoda cinese. Dalla porta che dava sulla terraferma partiva un sentiero di sabbia misteriosamente bianca, largo circa un metro e mezzo e fiancheggiato da palme imponenti, vegetazione opulenta e fiori che non sapevo identificare. Il sentiero si snodava dalla parte dove il mare era azzurro e la sponda quasi bianca. Mi sentii spinto a percorrerlo di corsa, come se m’inseguisse uno spirito maligno dell’oceano che rombava.”
Lasciata la casa dietro di lui, l’uomo abbandona il sentiero e comincia a inoltrarsi in una valle completamente tappezzata da un’erba lussureggiante e tropicale talmente alta da coprirlo, poi viene attratto da una palma gigantesca. La sua mente rievoca una classica storia di tigri scritta da Kipling, desiderandone il volume che la conteneva.
“Il furioso ondeggiare dell’erba mi torturava come il pulsare dei cavalloni, ancora udibile nonostante la distanza. Spesso mi fermavo a coprirmi le orecchie con le mani per avere sollievo, ma non riuscivo a escludere l’eco terribile. Mi sembrò che passassero anni prima che riuscissi a trascinarmi sotto la palma invitante e a riposare sotto l’ombra protettiva dei suoi rami.”
Improvvisamente, dall’alto dei rami cala un bimbo bellissimo ricoperto di polvere e stracci che, munito di una curiosa aureola, gli sorride e gli tende la mano; ma prima che l’uomo possa fare alcunché, uno strano canto comincia a diffondersi nell’aria e il Sole scende all’orizzonte. Poi il bimbo comincia a parlare.

Rudyard Kipling (1865-1936) in una foto del 1920

- È la fine, sono calati sui raggi delle stelle e ormai non possiamo più niente. Ci ritireremo in pace a Teloe, oltre i fiumi di Arinuria. Mentre il bambino parlava, notai che tra le foglie di palma si diffondeva un debole chiarore, e salendo illuminò una coppia che sapevo essere quella dei due principali cantori. Dovevano essere un dio e una dea, perché una bellezza come la loro non appartiene al regno dei mortali; prendendomi per mano dissero: - Vieni, figlio, hai udito le voci ed è così per il meglio. A Teloe, oltre la Via Lattea e i fiumi di Arinuria, ci sono città d’ambra e calcedonio dove le immagini di strane e meravigliose stelle brillano sulle cupole sfaccettate. Sotto i ponti d’avorio di Teloe scorrono fiumi d’oro liquido che trasportano i battelli del piacere verso la fiorita Cytharion dei Sette Soli. A Teloe e Cytharion vivono solo la giovinezza, la bellezza e il piacere e non si sentono altri suoni che quelli del riso, del canto e dei flauti. Solo gli dei vivono a Teloe dei fiumi d’oro, ma tu sarai fra loro.”
Mentre ascolta incantato le parole della coppia, l’uomo non si accorge di alzarsi in volo verso l’alto. Con lui, oltre alle misteriose creature, una “folla crescente di ragazzi e ragazze luminosi e inghirlandati di foglie che avevano un’espressione gioiosa e i capelli al vento.” Mentre si eleva, il bambino gli sussurra di non volgersi mai verso la terra che stanno abbandonando, bensì di guardare sempre in su, ma il forte rumore dell’oceano proveniente dall’abisso spinge l’uomo a dirigere lo sguardo verso il basso. La Terra è sconquassata da terribili cataclismi, le città degli uomini completamente distrutte, il Polo Nord invaso da vapori mefitici. “Poi un mostruoso fragore devastò la notte e il deserto dei deserti fu spaccato da una fossa fumante. L’oceano nero ribolliva ancora e divorava il deserto ai lati, mentre al centro la spaccatura si allargava sempre più.”
L’uomo, continuando a salire verso il cielo, assiste impotente alle devastazioni che si susseguono sulla superficie terrestre.

Foto di Winifred V. Jackson in un articolo del Boston Sunday Post (Gennaio 1921)


FINALE: “Poi emersero guglie e monoliti coperti d’alghe ma nient’affatto familiari, terribili monumenti di terre che gli uomini non avevano mai conosciuto come terre. Non sentivo più alcun pulsare, ma solo il boato ultraterreno dell’oceano che precipitava sibilando nella spaccatura; i fumi che ne salivano si erano trasformati in vapore e man mano che diventavano più densi nascondevano il mondo; mi scottarono la faccia e le mani, e quando mi voltai per vedere se avessero fatto del male ai miei compagni vidi che erano scomparsi. Ben presto fu tutto finito e non seppi altro fino a quando mi svegliai nel mio letto di convalescente. Quando la nube di vapori che si alzava dall’abissale spaccatura ebbe nascosto la superficie, tutto il firmamento urlò per la sofferenza provocata dal boato, come un’eco che scuotesse lo spazio. Ci fu un lampo, un’esplosione, un olocausto accecante e assordante di fuoco, fumo e tuono che cancellò la luna nel suo corso. Quando il fumo sparì e io cercai di individuare la terra, sullo sfondo di stelle fredde e beffarde non vidi che il sole moribondo e i pallidi, sconsolati pianeti che cercavano la loro sorella.”

La poetessa Winifred V. Jackson in un articolo del Boston Herald (Dicembre1921)


Lovecraft torna a collaborare con Winifred V. Jackson un anno dopo aver scritto con lei Il prato verde, che era nato da un sogno fatto da entrambi. Anche in questo caso il racconto – firmato dai due con i loro pseudonimi: Lewis Theobald ed Elizabeth Neville Berkeley – nasce da un sogno, anche se stavolta della sola Jackson. L’apparizione del bimbo con l’aureola e la successiva ascensione in cielo ha poco a che fare con le fantasie del Sognatore di Providence ed è probabilmente un’invenzione della scrittrice. Eppure Lovecraft confessa di trovarsi a suo agio con l’immaginazione della donna, con la quale condivide quelle visioni colme di scenari naturali affascinanti destinati a epiloghi quasi sempre apocalittici.
All’inizio del racconto vengono citati gli scrittori e saggisti Thomas de Quincey, autore de Le confessioni di un mangiatore d’oppio (1821) e Charles P. Baudelaire, entrambi legati dall’esperienza oppiacea. Viene menzionato anche lo scrittore inglese Rudyard Kipling, ancora in vita all’epoca del racconto.
Da non confondere il titolo del racconto con l’appellativo attribuito a Nyarlathotep, definito appunto “il Caos Strisciante”.

Luoghi: Teloe, la città dove vivono gli dei, situata oltre la Via Lattea; Cytharion, detta “la città dei Sette Soli”; i fiumi di Arinuria.

Prima pubblicazione de Il Caos Strisciante (Aprile 1921)

Dall’inizio di questo anno Lovecraft comincia a far circolare i suoi racconti sia negli Stati Uniti, sia in Canada e Inghilterra attraverso il Transatlantic Circulator, un gruppo di letterati e giornalisti amatoriali di questi tre Paesi che si scambia i propri lavori (racconti, poesie, saggi) su fogli manoscritti e poi ne discute. In questa sede difende il suo racconto Dagon dalle critiche che gli sono mosse da molti lettori.
Effettivamente, la pubblicazione di Dagon suscita qualche polemica nel mondo amatoriale. La maggior parte dei lettori non lo capisce, lo giudica inconsistente e incomprensibile. Lovecraft risponde a ognuna delle loro lettere e in seguito raccoglie tutte le critiche che gli sono state fatte in un documento, intitolato In Defense of Dagon, nel quale rivendica la superiore dignità letteraria della narrativa fantastica sulle vicende banali affrontate dalla stampa popolare dell’epoca.


LA CITTÀ SENZA NOME
(THE NAMELESS CITY, gennaio)

Quando mi avvicinai alla città senza nome capii che era maledetta. Viaggiavo, sotto la luna, per una valle terribile e riarsa, e la vidi affiorare sinistramente dalle sabbie, come i pezzi di un cadavere potrebbero affiorare da un sepolcro inadeguato. Le pietre corrose di quella veneranda superstite del diluvio, di quella bisnonna della più vecchia piramide, parlavano di paura, e un’aura invisibile mi respinse, mi ordinò di ritirarmi da quel luogo di segreti che nessun uomo dovrebbe vedere, e nessuno infatti aveva visto.


La città senza nome by Alexander Joseba (2017)


Remota nel deserto d’Arabia giace la città senza nome, rovinosa e caotica, le basse mura quasi sepolte dalle sabbie di età infinite. Dev’essere stata già così prima che l’uomo ponesse le prime pietre di Menfi, già prima che venissero cotti i mattoni di Babilonia. Nessuna leggenda è così antica da risalire fino ad essa per darle un nome, o per ricordare che fu mai viva un giorno; ma se ne parla in sussurri attorno ai fuochi di campo, e le vecchie ne mormorano nelle tende degli sceicchi, così che tutte le tribù la evitano senza sapere perché. Di questo luogo sognò il poeta pazzo Abdul Alhazred la notte prima di cantare il distico inesplicabile:

Non è morto ciò che giace in eterno ad aspettare
E dopo interminabili ere anche la morte può morire.

Avrei dovuto sapere che gli arabi avevano buone ragioni per evitare la città senza nome, la città di cui si parla in strani racconti ma che nessun uomo vivo ha mai veduto, eppure non ne tenni conto e proseguii col mio cammello per quella distesa inviolata. Solo io l’ho vista, e questa è la ragione per cui nessun volto reca i segni orribili della paura che porta il mio, e nessun altro uomo trema come me quando il vento notturno batte sui vetri delle finestre. Quando la trovai, nella spettrale immobilità del suo sonno infinito, essa mi guardò, fredda sotto i raggi della luna in mezzo al calore del deserto. E quando le restituii lo sguardo dimenticai il trionfo della scoperta e fermai il mio cammello, deciso a non proseguire prima dell’alba.”

La città senza nome by Alexander Joseba (2017)

All’arrivo del primo chiarore dell’aurora il viaggiatore entra nella città.
Vagai dentro e fuori le fondamenta informi di case e edifici, ma non trovai un solo rilievo, una sola iscrizione che parlasse degli uomini (se di uomini si trattava) che avevano costruito la città e ci avevano vissuto in un tempo così remoto. L’antichità del luogo era malsana, e io mi augurai d’incontrare un segno o uno strumento che rivelassero l’umanità dei costruttori; ma c’erano proporzioni e dimensioni, in quelle rovine, che non mi piacevano. Avevo con me attrezzi d’ogni genere, e con essi scavai nei muri degli edifici dimenticati, ma i progressi erano lenti e non scoprii nulla di significativo. Quando venne la notte e tornò la luna si levò una brezza fredda che mi riempì di paura, sicché non osai rimanere nella città. E quando mi lasciai alle spalle le antiche mura per andare a dormire, un piccolo vortice di sabbia si levò gemendo dietro di me, soffiando sulle pietre grigie, sebbene la luna fosse limpida e il resto del deserto immobile.”
Allo spuntare del Sole, l’uomo si reca di nuovo nella città alla ricerca di un segno dei suoi misteriosi costruttori. Nel pomeriggio passa la maggior parte delle ore a disegnare una mappa delle mura, delle strade e degli edifici semidistrutti dal tempo.
“Mi resi conto che la città era stata grande e mi chiesi quale fosse l’origine della sua grandezza. Mi figurai allora gli splendori di un’età così remota che la Caldea non poteva serbarne memoria, e ripensai a Sarnath colpita da una funesta sorte, la città che sorgeva nella terra di Mnar quando l’umanità era giovane, e a Ib, ricavata dalla pietra grigia prima che l’uomo comparisse sulla terra.”

Sarnath immaginata da Nikolai Litvinenko (2015)

Girovagando tra le rovine della città, il protagonista giunge nei pressi di una scarpata, sulla cui superficie nota una serie di aperture nella roccia. Decide così di infilarsi in uno di questi numerosi cunicoli.
Quando fui dentro vidi che la caverna era effettivamente un tempio, e conservava chiari segni della razza che era vissuta e aveva pregato in quei luoghi prima che il deserto diventasse tale. Non erano assenti altari primitivi, colonne e nicchie, tutti curiosamente bassi, e sebbene non vedessi traccia di sculture o affreschi c’erano tuttavia delle pietre singolari cui con mezzi artificiali si era data una chiara forma simbolica. La bassezza della stanza ricavata nella pietra era veramente fuori dal comune, perché a stento riuscivo a stare in ginocchio, ma la spaziosità era tale che la mia torcia poteva rivelarne solo una parte alla volta. Spintomi negli angoli più remoti fui preso dai brividi, perché certi altari e certe pietre suggerivano riti dimenticati di natura terribile, rivoltante o inesplicabile; mi chiedevo che specie di uomini avessero eretto e frequentato un tempio del genere, e quando ebbi visto tutto ciò che il luogo conteneva strisciai all’esterno, avido di scoprire i segreti che gli altri templi avrebbero voluto rivelarmi.”
Assetato di conoscenza e spinto dalla voglia di svelare il segreto della Città senza Nome, il curioso viaggiatore comincia a perlustrare altri templi. Nemmeno la notte è più in grado di frenare la sua brama di sapere; solo il suo cammello sembra spaventato da una misteriosa corrente di aria fredda che crea vortici di sabbia. L’esploratore scopre che non è il vento a provocarli, bensì una misteriosa corrente che proviene da qualche regione sotterranea. In una di queste perlustrazioni all’interno di un tempio, nota che la sua torcia si muove a causa del flusso d’aria; decide quindi di dirigersi verso il luogo dalla quale proviene quest’ultima. Poco dopo trova una piccola porta ricavata dalla roccia.

La città senza nome by Alexander Joseba (2017)

Spinsi la torcia dentro l’apertura e mi trovai all’imbocco di una buia galleria, il cui basso soffitto ad arco copriva, dando un senso di oppressione, una fuga di piccoli, ripidi gradini in discesa. Li rivedrò sempre nei miei sogni, perché presto ne avrei scoperto il segreto, ma allora non sapevo nemmeno se definirli scalini o semplici appigli nella discesa precipitosa. La mia menta turbinava di folli pensieri, e le parole e i moniti dei profeti arabi sembravano volare sul deserto, spingendosi dalle terre che gli uomini conoscono alla città senza nome, che mai oseranno guardare. Tuttavia ebbi solo un attimo di esitazione prima di proseguire oltre il portale e cominciare la cauta discesa, prima un piede e poi l’altro, come si fa sulle scale di corda.”
Per il ricercatore comincia una lunga e interminabile discesa nell’abisso durante la quale perde la percezione del tempo; i suoi piedi toccano superfici diverse ed è costretto a cambiare direzione più volte; in alcune circostanze è obbligato perfino a strisciare a causa della volta troppo bassa, per poi riprendere a scendere, fino a quando la sua torcia non si spegne. Nonostante ciò, “procedevo come invasato dal mio istinto per tutto ciò ch’è strano e ignoto e che ha fatto di me un vagabondo, un cacciatore di luoghi remoti, antichi e proibiti.”
Fino a quando non giunge in un ambiente in cui è costretto a inginocchiarsi per riuscire a procedere. “Presto compresi di trovarmi in uno stretto corridoio lungo le cui pareti stavano allineate delle casse di legno dal coperchio di vetro. Tremai al pensiero di ciò che la presenza di legno e cristallo potevano significare in un luogo di così remota antichità. I contenitori sembravano allineati a intervalli regolari dall’una all’altra parte, erano oblunghi e disposti orizzontalmente, e la forma e le dimensioni erano quelle di una bara. Quando cercai di rimuoverne due o tre per esaminarli più da vicino mi resi conto che erano saldamente assicurati.”

La città senza nome by Alexander Joseba (2017)

Gradualmente, l’esploratore riesce a distinguere le dimensioni dell’ambiente intorno a lui grazie a una curiosa luminescenza.
La cripta in cui mi trovavo non era una spoglia reliquia come i templi di superficie, ma un monumento d’arte esotica e squisita. Motivi ornamentali e pitture vivide, incredibilmente fantasiose, formavano un affresco continuo dai colori indescrivibili. I contenitori erano di uno strano legno dorato, e i coperchi di cristallo purissimo proteggevano le forme mummificate di creature così grottesche da andare oltre i più folli sogni dell’uomo. Tentare di descrivere in qualunque modo quelle mostruosità è impossibile. Appartenevano all’ordine dei rettili e le forme del corpo facevano pensare ora al coccodrillo, ora all’otaria, ma più spesso a cose che né il naturalista né il paleontologo hanno mai conosciuto. La taglia era quella di un uomo piuttosto piccolo, e gli arti anteriori terminavano in due piccole ma vistose zampette che somigliavano curiosamente alle mani dell’uomo e avevano dita simili alle nostre. Ma la cosa più strana era la testa, i cui contorni violavano tutti i princìpi conosciuti della biologia. A nulla posso paragonarle: nello stesso istante pensai a un gatto, un bulldog, a un satiro della mitologia e all’uomo stesso. Nemmeno Giove poté vantare una fronte così vasta e sporgente, e tuttavia le corna, la mancanza di naso e la mascella da alligatore ponevano quegli esseri al di là di tutte le categorie conosciute. Fui perfino tentato di mettere in dubbio la realtà delle mummie, sospettando che si trattasse di idoli artificiali, ma poi decisi che appartenevano invece a una specie antichissima che aveva vissuto quando la città senza nome era stata viva. Per completare l’effetto grottesco, la maggior parte delle creature era vestita dei tessuti più raffinati e profusamente ornata di ori, gioielli e altri metalli sconosciuti.”

Copertina di un Ebook del 2017

Queste creature striscianti dovevano aver occupato un posto importante nel loro mondo, perché erano sempre in primo piano negli affreschi e nei folli arabeschi che adornavano pareti e soffitto. Con grandissima abilità l’artista le aveva ritratte nel mondo che era loro appartenuto, dove sorgevano le loro città e fiorivano giardini proporzionati alle loro dimensioni; e non potei fare a meno di pensare che la storia dipinta sui muri fosse allegorica, e che in realtà mostrasse il progresso della razza che aveva adorato le creature. Le quali, mi dissi, erano state per gli uomini della città senza nome ciò che la lupa fu per Roma, o quello che un animale-totem è per le tribù indiane.”
Il viaggiatore, osservando attentamente gli affreschi, ricostruisce la storia della città, le sue guerre e i suoi trionfi, la sua lotta contro il deserto che avanza implacabile minacciando la sua fertile valle e la decisione finale dei suoi abitanti di vivere nel sottosuolo, scavando grazie alle loro tecniche straordinarie.
C’erano cose strane che non riuscivo a capire: quella civiltà, che possedeva perfino un proprio alfabeto, si era elevata a quanto pareva su un gradino più alto delle sue lontanissime discendenti di Egitto e della Caldea, eppure sotto un certo aspetto sembrava manchevole. Non potei, per esempio, trovare alcun dipinto di soggetto funerario o che riguardasse la morte; l’unica eccezione era costituita da quelli in cui erano compendiate guerre, violenze e pestilenze. Quella sorta di reticenza nei confronti della morte naturale mi lasciò perplesso. Era come se gli abitanti della città avessero voluto coltivare un illusorio ideale d’immortalità.”
Man mano che prosegue nello studio degli affreschi, l’uomo nota un cambiamento nella tecnica pittorica, una decadenza che condivide con le vicende dei misteriosi abitanti della città. “Sacerdoti-rettile emaciati, vestiti di tuniche preziose, maledicevano dai loro dipinti l’aria del mondo esterno e tutti coloro che la respiravano. E una terribile scena finale mostrava un uomo dall’aspetto primitivo (forse avventuratosi fin là dall’antica Irem, la Città delle Colonne) fatto a pezzi dai membri della razza mostruosa. Ricordai allora come gli arabi temessero la città senza nome, e fui contento che al di là di questa galleria le grigie mura e il soffitto fossero del tutto disadorni.”

Copertina della rivista amatoriale "The Wolverine" dove apparve per la prima volta La Città Senza Nome (novembre 1921)

Seguendo la storia raccontata dagli affreschi, il protagonista si trova di fronte a una porta di bronzo dalla quale si riversa la strana fosforescenza che rischiara l’ambiente, ma non riesce a distinguere nulla attraverso questa specie di nebbia illuminata, se non l’inizio di un’altra scala scavata nella roccia, fatta di piccoli gradini, che continua a scendere nell’abisso senza fondo.
Che un mondo fantastico e del mistero giacesse in fondo a quel volo di scalini non potevo dubitare, e sperai di trovare laggiù le tracce di presenza umana che gli affreschi nella galleria mi avevano negato. Poiché avevo già visto, nei dipinti, le immagini eccitanti di incredibili città e vallate che popolavano quel regno sotterraneo, la mia fantasia si appuntava sulle rovine splendide e colossali che mi aspettavano. I miei timori, invece, concernevano il passato più che il futuro. Nemmeno l’orrore fisico della mia posizione in quel corridoio nano, fiancheggiato da rettili morti e affreschi antidiluviani, miglia e miglia al di sotto del mondo che conoscevo, dinanzi a un universo alieno di luce e nebbia soprannaturali, poteva reggere il paragone col terrore mortale che provavo pensando all’abissale antichità della scena e della sua natura. Un’antichità così vasta che ogni misura diventa ridicola sembrava guardarmi dalle pietre primordiali e dai templi scavati nella roccia della città senza nome, mentre perfino le mappe più recenti raffigurate negli affreschi ritraevano oceani e continenti che l’uomo ha dimenticato, e che solo qua e là mostravano un contorno vagamente familiare. Che cosa sia accaduto nelle ere geologiche trascorse dal momento in cui i dipinti cessarono e la razza che aveva in odio la morte dovette soccombere suo malgrado alla decomposizione, nessun uomo può dirlo. Una volta queste caverne e il regno di luce che si stendeva al di sotto avevano pulsato di vita, ma ora ero solo fra quelle vivide reliquie, e tremavo al pensiero delle ere innumerevoli durante le quali esse avevano silenziosamente vigilato.”
Improvvisamente, si ode un suono basso e profondo, seguito da un vento freddo e impetuoso, tanto da costringere l’uomo ad aggrapparsi alla porta per non precipitare nell’abisso fosforescente.

Copertina di Weird Tales, di A. R. Tilburne, dove venne ristampato il racconto di HPL (novembre 1938)


FINALE: “Solo i cupi dèi del deserto sanno ciò che avvenne poi, grazie a quali sforzi, trascinandomi nel buio, io sopravvissi, o quale angelo dell’abisso mi riportò al mondo dei vivi, dove sempre tremerò al vento della sera, finché l’oblio – o qualcosa di peggio – vorrà riprendermi. Mostruoso, innaturale, colossale fu l’evento… troppo al di là di qualunque umana concezione per poter essere accettato, se non nelle ore piccole del mattino, quando non si riesce a dormire. Ho detto che la furia del vento era stata infernale, demoniaca, e che la sua voce aveva risuonato orribilmente di una malvagità repressa da secoli. Ma a un tratto mi sembrò che, se la voce davanti a me era tuttora caotica e confusa, alle mie spalle prendesse forma articolata; e infatti, in quella tomba che racchiudeva il segreto di età infinitamente morte, chilometri e chilometri sotto il mondo degli uomini illuminato dalla luce dell’aurora, udii l’orrendo ringhio e le maledizioni di demoni dalle gole inconcepibili. Mi girai e, profilata contro l’eterea luminosità dell’abisso, vidi ciò che era stato invisibile nelle tenebre del corridoio: una teoria d’incubo di diavoli in corsa, stravolti dall’odio, grottescamente armati, mezzo trasparenti, e appartenenti a una razza che non lasciava dubbi: i rettili striscianti della città senza nome. E quando il vento si placò mi ritrovai immerso nelle tenebrose viscere della terra popolate di mostri; perché dietro l’ultima creatura la grande porta di bronzo sbatté con un clangore metallico assordante, che certo giunse al mondo di superficie come un inno in onore del sole nascente, simile a quello che Memnone gli rivolge dalle sponde del Nilo.”

Disegno di A. R. Tilburne (1887-1965) del novembre 1938

In una lettera datata 26 giugno 1921 inviata al suo amico Frank Belknap Long, Lovecraft allega anche questo racconto presentandolo così: “Sono lieto che Nyarlathotep ti piaccia, e a rischio d’annoiarti accludo il mio ultimo racconto, appena finito e battuto a macchina, The Nameless City. La storia è basata su un sogno che a sua volta, probabilmente, è stato provocato dalla particolare suggestione di una frase contenuta nel Libro delle meraviglie di Lord Dunsany: le tenebre dell’abisso che non mandano riflesso’. Il personaggio di Abdul Alhazred è uno pseudonimo che adottai quando avevo cinque anni e andavo pazzo per Le Mille e una notte. Non so bene cosa pensare del racconto, tu sei il primo a vederlo, ma è certo che ci ho lavorato parecchio. Ho strappato due diversi inizi e credo di aver ottenuto la giusta atmosfera solo al terzo tentativo. Io miro a una successione cumulativa di orrori… brivido su brivido e ognuno peggiore!”
Questo racconto è considerato dalla maggior parte dei critici la prima storia del “Ciclo di Arkham”, per vari motivi. Innanzitutto, viene citato per la prima volta il poeta pazzo Abdul Alhazred e il suo celebre distico, alludendo anche alla sua opera più famosa - senza ancora nominarla - ovvero il Necronomicon. Compaiono per la prima volta anche le geometrie non euclidee e l’idea che sia esistita, in un remotissimo passato, una razza che ha vissuto sulla Terra molto prima dell’essere umano.
Vero è che prima c’erano stati i racconti Dagon e Nyarlathotep, ma entrambi saranno utilizzati solo successivamente come divinità del pantheon degli dèi alieni. Non è un caso che il primo sia l’unica “divinità” non inventata dallo scrittore, mentre il secondo nasce come prose poem.

Disegno di Eliezer Mayor (2018)

Semmai, un legame c’è con la novella La rovina di Sarnath (1919), perché l’autore cita proprio tale antica città nel racconto, in un passo riportato anche in questo riassunto: “Mi figurai allora gli splendori di un’età così remota che la Caldea non poteva serbarne memoria, e ripensai a Sarnath colpita da una funesta sorte, la città che sorgeva nella terra di Mnar quando l’umanità era giovane, e a Ib, ricavata dalla pietra grigia prima che l’uomo comparisse sulla terra.” Per Caldea si intende la terra di Babilonia, dove sorse una fra le più antiche civiltà umane, quella sumera. Forse sia la città di Ib sia quella di Sarnath sono state antichissime comunità costruite sullo stesso territorio che un giorno sarà occupato dai Sag-Gi, ovvero le Teste Nere, come si definivano i Sumeri nelle loro iscrizioni cuneiformi. Ricordiamo che la prima, Ib, era stata edificata da esseri non umani (prima che l’uomo comparisse sulla terra) e simili ai rettili, vista la descrizione che ne dà Lovecraft: di colore verde, con occhi sporgenti, labbra grosse e flaccide, orecchie strane e senza voce, che adoravano Bokrug, la grande lucertola acquatica. Dalla descrizione somigliano molto ai rettili de La città senza nome, ma anche se così non fosse, almeno una certa parentela con loro l’avranno avuta. Mentre Sarnath venne costruita vicino a Ib dai rappresentanti di una nuova razza, quella umana, e durò mille anni prima che l’oblio del tempo non la cancellasse dalla memoria delle generazioni future.

Abdul Alhazred visto da Eric Gould

In un passo del racconto vengono nominati diversi personaggi. Afrasiab, un leggendario sovrano di Turan, eroe dell’epica persiana, che navigò insieme a un’orda di demoni lungo il fiume Oxus (attualmente noto col nome di Amu Darya), il corso d’acqua più lungo dell’Asia centrale. Personaggio citato anche da E. A. Poe nella conclusione del suo racconto Le esequie premature (“La lugubre regione dei sepolcrali terrori non può essere ritenuta del tutto fantastica; ma al pari dei Demoni in compagnia dei quali Afrasiab compì il suo viaggio lungo l’Oxus, essi debbono dormire, altrimenti ci divoreranno; bisogna costringerli al silenzio, altrimenti periremo.”).
Damascio, filosofo bizantino vissuto tra la seconda metà del V secolo e la prima del VI d. C. fu a capo dell’accademia di Atene intorno al 520 d. C. e fu uno degli ultimi esponenti del neoplatonismo. Lasciò l’Impero Romano d’Oriente, ormai completamente cristianizzato e ostile ai pagani, per andare in Persia, alla corte del re filosofo Cosroe I.
Gauthier de Metz, ecclesiastico e poeta del XIII secolo, è invece l’autore dell’Image du Monde (1245), un’opera enciclopedica sulla Terra, la creazione e l’universo in cui realtà e fantasia si mescolano. Scritta in latino, in versi ottosillabici, è diviso in tre parti e in 45 capitoli.

La città senza nome by Angela Sprecher (2011)

Di Thomas Moore (1779-1852), poeta irlandese, Lovecraft usa alcuni versi presi dall’Alciphron, a Poem (1840).
L’autore cita anche Irem, la Città delle Colonne, mutuata da Iram delle Colonne (o dei Pilastri), un paese leggendario menzionato sia nel Corano sia nelle Mille e una notte. Era un centro molto ricco, grazie ai traffici commerciali carovanieri, sorto in prossimità di un’oasi, che fu abitato dal 3000 a. C. al 500 d. C. Soltanto nel 1992, grazie ad alcuni rilevamenti satellitari, i resti di questa città sono stati riportati alla luce.

Luoghi: la Città senza nome, nel deserto d’Arabia. Vengono citate: Irem, la città delle colonne, Sarnath e Ib.

Personaggi: l’io narrante e l’arabo pazzo Abdul Alhazred, quest’ultimo soltanto citato.

Afrasiab (in piedi) nello Shahnameh (il libro dei re), scritto dal poeta epico Ferdowsi (ca. 940- 1020)

22 febbraio. Si reca a un congresso di giornalisti dilettanti a Boston e passa la prima notte fuori di casa dal 1901. In questa occasione legge in pubblico un suo manoscritto.
Entusiasmato dall’esperienza, ne dà un puntiglioso resoconto a sua madre in una lettera scritta due giorni dopo l’evento. Qui di seguito alcuni estratti, che rivelano al contempo eccitazione e insicurezza.

La Terra sferica in una copia de L'image du Monde, di Gauthier de Metz, pubblicato nel 1246

Carissima mamma, mi ha fatto molto piacere ricevere la tua lettera e ti ringrazio delle primule che ancora adornano la casa, della “Weekly Review” e di quel bellissimo ritratto felino che avrà un posto d’onore sulla parete. Il convegno dei giornalisti dilettanti che si è svolto il 22 febbraio è stato un ottimo successo sotto ogni punto di vista e mi ha dato l’occasione di trascorrere la giornata più piacevole che ricordi dalla fine dell’infanzia. Il vestito nuovo, che portavo per la prima volta, era un capolavoro e mi faceva sembrare rispettabile quanto la mia faccia permette: ma persino la faccia faceva del suo meglio. In breve, la perfezione dell’abbigliamento mi ha consentito di non preoccuparmi più del mio aspetto, anzi, di dimenticare di essere visibile: è questo il segreto per stare veramente bene in società. […] Finalmente è venuto il momento dei discorsi. Avevo preparato un intervento scritto sul mio argomento, “Il miglior poeta”… ma alla fine non l’ho letto, perché tutti i precedenti oratori avevano parlato a braccio. Ho aspettato fino all’ultimo per decidermi e sono stato contento: perché, con mio stupore, mi sono reso conto di poter fare un discorso estemporaneo (costruito sulla falsariga del testo scritto, ma arricchito da allusioni immediate) che ha suscitato un boato di applausi. Altra sorpresa i complimenti che sono venuti poi: non meno di cinque persone, compreso il maestro di cerimonie, mi hanno detto che il mio discorso era stato il migliore della serata. Houtain mi ha consigliato di non leggere più testi scritti, perché sono un oratore nato! Tutto questo è stupefacente, dal momento che sono un eremita e non mi era mai capitato prima di parlare ai partecipanti a un banchetto. […]”

Thomas Moore (1779-1852) in un ritratto eseguito da Thomas Lawrence




LA RICERCA DI IRANON

(THE QUEST OF IRANON, 28 febbraio)
A Teloth, città di granito, girava un giovane dai capelli gialli e lucenti di mirra che egli ornava con una semplice corona di foglie; addosso portava una tunica rossa e lacera, così ridotta dalle more spinose del monte Sidrak che svetta oltre il ponte di pietra. Gli uomini di Teloth sono bruni, severi e vivono in case quadrate, per cui chiesero al giovane con impazienza chi fosse e di dove venisse. Il ragazzo rispose: - Mi chiamo Iranon e vengo da Aira, una lontana città di cui ho un vago ricordo e che voglio ritrovare. Canto le canzoni che ho imparato laggiù, la mia missione è creare la bellezza con le cose che ricordo dell’infanzia. La mia sola ricchezza sono i sogni, i ricordi e le speranze di cui canto nei giardini, quando la luna è dolce e il vento di occidente fa stormire i boccioli di loto. A sentire questa risposta gli uomini di Teloth bisbigliarono fra loro perché, se nella città di granito non c’è posto per risate e canzoni, in primavera i severi abitanti ammirano le colline di Karthia e pensano ai liuti della lontana Oonai di cui parlano i viaggiatori. Così dicendosi chiesero allo straniero di restare e di cantare nella piazza davanti alla Torre di Mlin, anche se non gradivano il colore della tunica lacerata e nemmeno la mirra nei capelli, la corona di foglie e la giovinezza della sua voce. Quella sera Iranon cantò e durante la canzone un vecchio si mise a pregare e un cieco disse di vedere un’aureola sulla testa del cantore. Ma la maggior parte degli abitanti sbadigliarono, qualcuno rise e qualcuno se ne andò a letto. Perché Iranon non cantava di cose utili ma solo di ricordi, sogni e speranze.”


Copertina del numero di Weird Tales con all'interno La ricerca di Iranon (Marzo 1939)


Il giorno dopo un notabile della città invita il giovane a recarsi nella bottega del calzolaio, per diventare suo apprendista. Questo perché la legge prevede che tutti, a Teloth, facciano un mestiere. Al che Iranon risponde: “Perché lavorate? Non potreste limitarvi a vivere ed essere contenti? E se vi affaticate solo per potervi affaticare di più, quando troverete la felicità? Voi dite di lavorare per vivere, ma la vita non è fatta di bellezza e canzoni? E se non sopportate fra di voi un cantore, dove vanno i frutti di tanto lavoro? Lavorare senza divertirsi è come fare un viaggio interminabile senza meta. Non sarebbe meglio morire?”
Il notaio non riesce a comprendere il significato delle parole di Iranon e lo rimprovera. “Sei un giovanotto strano e non mi piacciono né la tua faccia né la tua voce. Le parole che hai detto sono blasfeme perché i nostri dei hanno predicato le virtù del lavoro. Gli dei ci hanno promesso, dopo la morte, un paradiso di luce dove riposeremo in eterno e una fredda quiete di cristallo in cui nessuno dovrà arrovellarsi la mente con il pensiero o sciuparsi gli occhi a rimirare la bellezza. Dunque vai da Athok il ciabattino o preparati a lasciare la città al tramonto.”
Iranon decide di abbandonare la città e si incammina sulla strada principale; arrivato nei pressi di una banchina di pietra lungo il fiume Zuro, nota un ragazzo con uno sguardo triste fisso sulla corrente del fiume. Romnod, questo il suo nome, decide di seguire Iranon nelle sue peregrinazioni, perché si è sempre sentito diverso dalla sua gente. Il poeta accetta di buon grado, ma lo avverte che la loro ricerca sarà lunga e difficile.


Illustrazione di Virgil Finlay (Marzo 1939)


I due passano molti anni insieme, fino a quando il bambino sembra diventare più vecchio di Iranon che invece è rimasto lo stesso di tanti anni prima. Durante il loro lungo viaggio, i due giungono infine alla città di Oonai, dove il piacere per la gioia di vivere è condiviso. Vengono accolti con felicità e apprezzati per le loro canzoni; così i due decidono di fermarsi. Il re fa togliere a Iranon la sua logora tunica rossa e lo veste di seta e oro, ricoprendolo di attenzioni.
Non si sa quanto tempo durasse questa permanenza, ma un giorno il re portò a palazzo un gruppo di sfrenati ballerini dal deserto di Lirania e una banda di suonatori di flauto da Drinen, in oriente (e infatti avevano la pelle scura); da allora in poi la popolazione smise di gettare fiori a Iranon e li diede ai ballerini e ai suonatori di flauto. E giorno per giorno Romnod, che a Teloth era solo un ragazzino, si fece grosso e rozzo, sempre più rosso di vino e meno disposto a sognare, finché il suo interesse per le canzoni di Iranon scemò. Per quanto triste, il cantore non smise di cantare e di sera raccontava ancora i suoi ricordi di Aira, la città di marmo e berillio. Ma una notte il rosso e panciuto Romnod cominciò ad ansimare faticosamente sul divano di seta dove banchettava e morì tra i piaceri, mentre il pallido ed emaciato Iranon cantava per lui in un angolo. Dopo aver pianto sulla tomba di Romnod e averla coperta dei rametti verdi che l’amico amava, il cantore mise da parte la veste di seta e gli ornamenti e, dimenticato da tutti, abbandonò Oonai, la città dei liuti e delle danze; indossava di nuovo la tunica rossa e lacera con cui era arrivato, e in testa portava una ghirlanda di semplici foglie di montagna.”


Indice di Weird Tales (Marzo 1939)

FINALE: Iranon riprende così la sua lunga ricerca; tocca molte altre terre, incontra altre città e altri popoli... mai però la sua amata Aira. Una sera giunge nei pressi di una palude dove si trova la capanna di un vecchio pastore e, come ha già fatto molte altre volte, gli domanda se è in grado di aiutarlo a trovare la splendida Aira.
Il pastore, sentendolo, gli diede un’occhiata lunga e strana, come se ricordasse qualcosa di molto lontano nel tempo; scrutò attentamente i lineamenti dello straniero, i capelli biondi e la corona di foglie che portava sul capo, ma era vecchio e quando rispose scosse la testa: - O straniero, ho sentito sì il nome di Aira dai fiumi che hai citato, ma sono passati troppi anni. Me ne parlava, da giovane, un compagno di giochi, un ragazzo che faceva il mendicante e sognava cose stranissime. Inventava racconti sulla luna, i fiori e il vento d’occidente, e noi ridevamo perché lo conoscevamo dalla nascita mentre lui immaginava di essere figlio di un re. Era bello proprio come te, ma strambo e misterioso; scappò che era ancora un ragazzino per trovare gente disposta a farsi incantare dai suoi sogni e dalle sue canzoni. Quante volte mi cantava di terre che non esistono e cose che non possono esistere! Di Aira parlava in continuazione, e anche del fiume Nithra e delle cascate del minuscolo Kra. Diceva che una volta ci aveva abitato ed era stato un principe, anche se noi lo conoscevamo da quando era nato. Non c’è mai stata una città di marmo di nome Aira, non sono mai esistiti gli uomini che godevano delle sue bizzarre canzoni… mai, tranne che nei sogni del mio vecchio amico Iranon. E ormai se n’è andato da tanto tempo.
Al crepuscolo, mentre le stelle spuntavano una ad una e la luna proiettava sulla palude un chiarore simile a quello che un bambino vede sul pavimento della stanza in cui lo cullano, un uomo vecchissimo e coperto di stracci rossi si immerse volontariamente nelle sabbie mobili della palude. In testa portava una corona di foglie e teneva lo sguardo fisso davanti a sé, come se avesse intravisto le cupole d’oro della città stupenda dove i sogni vengono compresi. Quella sera, un po’ di gioventù e bellezza sparirono per sempre dal vecchio mondo.”


Illustrazione di Sayu Suzuki (2018)

Una delle più famose frasi attribuite a Lovecraft è la seguente: “Non ho possibilità d’inventiva se non nel regno dell’ignoto. La vita non mi ha mai interessato quanto l’evasione lontano dalla vita.”
La conferma a questa asserzione la si trova nel racconto di Iranon, malinconico e poetico, sicuramente uno tra i più belli di quelli d’ispirazione “dunsaniana”, dove l’arte, oltre che fantasia e bellezza, porta con sé anche follia. L’infinita ricerca di una destinazione utopistica da parte del suo protagonista, un bizzarro poeta-messia, ci dice molto sull’arte come la intendeva Lovecraft: capace di concedere l’eterna giovinezza a colui che la ama sopra ogni cosa, ma pagando con la follia il completo distacco dalla realtà.
Qui il sognatore di turno non è combattuto fra l’appartenere al mondo reale e al sogno (come Kuranes nel racconto Celephaïs, il quale alla fine opta per il secondo, regnando sulla materia dei suoi sogni), perché, preso dalle sue illusioni, non riesce a fare una distinzione tra i due e per questo resta vittima del suo stesso sognare.



Prima pagina del dattiloscritto del racconto (28 febbraio 1921)

Ultima pagina del dattiloscritto


La ricerca di Iranon è uno dei racconti più amati dall’autore, come testimonia l’introduzione di Giuseppe Lippi al racconto, apparsa nella raccolta da lui curata per Mondadori alla fine degli anni ’80, che riporto fedelmente.
The Quest of Iranon è uno dei racconti che Lovecraft preferiva. Scrivendone a Rheinhart Kleiner il 23 aprile 1921, ecco come si esprime: ‘Negli ultimi tempi ho sviluppato uno stile nuovo, attento al pathos oltre che all’orrore. La cosa migliore che ho fatto in questo senso è The Quest of Iranon, il cui inglese è stato definito da Loveman il più scorrevole e musicale che io sia riuscito a ottenere finora. La trista vicenda ha fatto piangere un celebre poeta…no, non per le sue eventuali imperfezioni ma proprio per l’amarezza.’ In racconti come Iranon e Ex Oblivione Lovecraft tenta di ricavare il massimo da alcune idee volutamente tristi, che non possono fare a meno di colpire: in particolare, che la vita è sogno ma porta inevitabilmente alla delusione, e che la culla definitiva del fantasticare sia la morte (con tutto il corredo di idee “liberatorie” sulla mancanza di corpo, mancanza di sensi, ecc.). L’affezione di Lovecraft per la morte durò una vita e si manifestò sia sotto queste spoglie romantiche, “poetiche”, che noi a volte troviamo desuete, sia nel più vigoroso filone necrofilo.”


Illustrazione di Jacen Burrows per la serie a fumetti Providence

La storia appartiene al cosiddetto “Ciclo dei sogni”, costituito da quelle opere dalla connotazione onirica e fantastica che sono ambientate nel regno di Morfeo. A essere rigorosi però, il suddetto ciclo si potrebbe dividere a sua volta in due sottogruppi: il primo situato unicamente nel mondo del sogno, il secondo invece ambientato in un’epoca così lontana nel tempo da essere ormai considerata mitica, dunque parente stretta del sogno, ma legata alla storia dimenticata della Terra. Potrebbe essere definito “Ciclo del tempo remoto” o qualcosa del genere. A quest’ultimo gruppo apparterrebbero i seguenti racconti: La Stella Polare (1918), La rovina di Sarnath (1919) e I gatti di Ulthar (1920). Ciò sembra essere avvalorato anche da alcuni riferimenti alle città di Ib e Sarnath che si trovano ne La città senza nome (1920), avventura ambientata nella realtà, non nel sogno.
Seguendo questo ragionamento, anche La ricerca di Iranon dovrebbe inserirsi in questo secondo gruppo, poiché fra le tappe toccate dal folle poeta ci sono la palude dove un tempo sorgeva Sarnath, seguita da Ilarnek, Kadatheron, Thara e Olathoe, tutte città presenti nei racconti sopra menzionati.


The Galleon Vol. 1 n. 5, (Lug.-Ago. 1935) dove apparve per la prima volta il racconto La ricerca di Iranon

Luoghi: Aira, la città di marmo e berillio, nei pressi del fiume Nithra e le cascate del minuscolo Kra; Teloth, la città di granito, con la sua Torre di Mlin e il suo fiume Zuro; Oonai, città dei liuti e delle danze; le colline di Karthia; Cydathria, altra città; la Valle di Narthos, vicino al fiume Xari, luogo dove Iranon ha abitato da piccolo; Sinara e Jaren dalle mura d’onice, altre due città bagnate dal fiume Xari; Stethelos, sotto la grande cataratta; la palude dove sorgeva Sarnath; Thara e Ilarnek, altre città visitate da Iranon; Kadatheron, sul tortuoso fiume Ai; Olathoe, nella terra di Lomar; il deserto di Lirania, dal quale giungono gli sfrenati ballerini chiamati dal re di Oonai; Drinen, città d’oriente da dove provengono gli scuri suonatori di flauto, anch’essi chiamati per allietare gli abitanti di Oonai; deserto di Bnazi;

Personaggi: Iranon, il poeta cantastorie; Romnod, il ragazzo di Teloth che decide di seguire Iranon; Athok, ciabattino di Teloth; un vecchio pastore.


Copertina di un disco ispirato ad alcuni racconti di Lovecraft (2017), di Vormithadreth



LA PALUDE DELLA LUNA
(THE MOON-BOG, marzo)

Denys Barry è scomparso, non so in quale spaventosa e lontanissima dimensione. Ero con lui l’ultima notte che trascorse fra gli uomini e l’ho sentito urlare quando la cosa è avvenuta, ma né i contadini né la polizia della contea di Meath sono riusciti a trovarlo. Non c’è riuscito nessuno, per quanto si sia cercato. Adesso tremo quando sento le rane che gracidano nelle paludi o quando vedo la luna in luoghi isolati. Avevo conosciuto Barry in America, dove aveva fatto fortuna; quando aveva deciso di ricomprare il castello sulla palude, nella sonnolenta Kilderry, mi ero congratulato con lui. Suo padre era partito da quelle terre e Barry voleva godersi le sue fortune in un paesaggio che gli apparteneva. Un tempo la sua famiglia aveva dominato Kilderry e costruito il castello per farne la propria residenza, ma quei giorni erano lontani e da parecchie generazioni il monumento era disabitato e all’abbandono.”


Copertina di un'edizione per Kindle

Una volta arrivato in Irlanda, Denys Barry scrive puntualmente al suo amico, tenendolo aggiornato sul procedere della situazione. Inizialmente il suo arrivo è accolto con favore dalla gente del posto, ma dopo la ristrutturazione del castello l’uomo decide anche di bonificare la palude, e questo fa irritare i contadini del posto: se all’inizio lo avevano benedetto, ora hanno cominciato a maledirlo. L’amico si fa convincere a raggiungerlo e, la sera del suo arrivo, Barry gli spiega la ragione del loro atteggiamento. Tutto è legato ad antiche leggende e superstizioni riguardanti la palude, le quali finiscono con l’indurre i locali ad abbandonare il lavoro, costringendo Barry a ingaggiare una squadra di operai del nord. A questo punto l’amico è curioso di sapere di quale superstizione si tratti, scoprendo che non è tanto la palude la causa delle leggende quanto il rudere che sorge sull’isolotto al suo centro, che si dice abitato da uno spirito malefico.
“Si parlava di luci che danzavano nelle notti illuni e di venti gelidi che s’alzavano all’improvviso anche nelle sere più calde, di figure ammantate di bianco che fluttuavano sull’acqua e di un’immaginaria città di pietra che si sarebbe trovata in fondo all’acquitrino. Ma tra tante fantasie il fatto su cui tutti concordavano era che una terribile maledizione attendeva colui che avesse osato toccare o prosciugare la vasta palude limacciosa. C’erano segreti, a detta dei contadini, che non andavano scoperti: segreti che erano rimasti tali da quando la pestilenza aveva decimato i figli di Partholan, in un’epoca favolosa che precede la storia. Nel Libro degli invasori si racconta che quei discendenti dei greci fossero tutti sepolti a Tallaght, ma a Kilderry sostenevano che una delle loro città fosse sopravvissuta grazie alla protezione della luna, e che il terriccio delle colline l’avesse sepolta solo quando dalla Scizia erano arrivati i nemediani sulle trenta navi.”



Castello di Trim (Contea di Meath, Irlanda)

Durante la notte, forse suggestionato dalle parole di Denys, l’amico sente alcuni suoni in lontananza e una volta addormentato sogna un’antica città greca, con strade di marmo, statue, templi e ville. Al mattino scopre che anche gli operai – i quali appaiono infiacchiti - hanno fatto strani sogni che non ricordano, e che li hanno messi a disagio. Rammentano però una strana musica.
Quella notte i miei sogni di flauti e peristili di marmo culminarono in un improvviso e inquietante finale, perché sulla città nella valle vidi abbattersi una grave pestilenza e una valanga di alberi e terriccio seppellì cadaveri ed edifici, lasciando allo scoperto solo il tempio di Artemide sul picco più alto. Cleis, l’anziana sacerdotessa della luna, giaceva immobile e fredda con una corona d’avorio sulla testa bianca.”
Risvegliatosi all’improvviso, l’ospite continua a sentire la musica dei flauti e, incuriosito, si affaccia alla finestra che dà sulla palude.


Illustrazione di Stephen Fabian

Alla luce della luna che inondava la pianura si presentava uno spettacolo che nessun mortale avrebbe potuto dimenticare. Al suono dei flauti di canna che risuonava dall’acquitrino, una fantasmagoria di figure danzanti procedeva silenziosa; era una folla mista e festosa e celebrava un baccanale degno dell’antica Sicilia, quando si ballava presso il Ciane, sotto la luna d’estate, in onore di Demetra. L’ampia pianura, la luna d’oro, le ombre che danzavano e soprattutto i monotoni flauti produssero un effetto che quasi mi paralizzò, ma nonostante la paura notai che metà degl’instancabili meccanici ballerini erano gli operai che avevo creduto addormentati, mentre l’altra metà erano strane ed eteree creature in bianco, piuttosto vaghe nell’insieme ma che facevano pensare a pallide e malinconiche naiadi delle fontane magiche sotto la palude. Non so per quanto tempo osservai la scena dalla torre solitaria prima di precipitare in un sonno senza sogni, ma mi svegliai al sole alto del mattino.”

Copertina di Weird Tales (Giu. 1926) dove è apparsa per la prima volta La palude della luna

L’ospite, turbato dal sogno, è tentato di abbandonare il castello in cui si trova, trovando una scusa per giustificarsi con l’amico Denys. Poi però la sua parte razionale lo convince a rimanere; ma quella stessa notte il sogno si ripete. Solo che stavolta le naiadi, con il loro influsso incantatore, si fanno seguire dagli operai - ma pure dai nuovi domestici e dal cuoco, ormai privi di volontà - nelle acque della palude.

FINALE: “Mi rendevo conto di aver assistito alla morte di un intero villaggio e sapevo di essere solo nel castello con Denys Barry, la cui hùbris aveva provocato la catastrofe. Pensavo a questo quando fui assalito da un fremito di terrore: caddi sul pavimento, non svenuto ma fisicamente provato. Dalla finestra a oriente, dov’era sorta la luna, venne una sferzata di vento gelido e nel castello cominciarono a echeggiare le urla. Presto arrivarono a un’acutezza e un’intensità che non si possono descrivere, e che ancora mi danno i brividi. Tutto ciò che posso dire è che venivano da qualcuno che avevo conosciuto come mio amico. A un certo punto il vento freddo e le urla devono avermi scosso dal torpore, perché ricordo di aver corso come un folle per stanze e corridoi bui come l’inchiostro, in cortile e nell’orribile notte. Mi trovarono all’alba che vagavo istupidito nei dintorni di Ballylough, ma quel che mi aveva fatto perdere il ben dell’intelletto non erano gli orrori cui avevo assistito. Ciò che borbottavo fra me, mentre uscivo dal buio della semi-incoscienza, era il vago ricordo di due assurdi incidenti capitati durante la mia fuga. Cose di nessuna importanza, e che pure mi perseguitano ancor oggi quando mi trovo nei pressi di una palude o al chiaro di luna.


Disegno di Abigail Larson (2014)

Mentre fuggivo dal castello maledetto e costeggiavo il bordo della palude avevo sentito un suono diverso: un suono comune, eppure dissimile da quelli che avevo udito a Kilderry. L’acqua della palude, stagnante e pressoché priva di vita animale, brulicava adesso si enormi e viscidi rospi che gracidavano senza posa e in toni acuti che contrastavano con la loro mole. Luccicavano verdi e gonfi ai raggi di luna e sembravano fissare l’astro notturno. Seguii lo sguardo di un esemplare particolarmente grosso e repellente e vidi la seconda cosa che mi fece perdere la lucidità. Dai ruderi dell’isolotto bagnato dalla luna si sprigionava un debole chiarore che non si rifletteva nell’acqua della palude. Verso l’alto, lungo la tenue radiazione, credetti di vedere un’ombra sottile che si contorceva lentamente; un profilo vago, elusivo, che lottava contro l’attrazione di demoni invisibili. Fuori di me com’ero, mi parve di riconoscere in quell’ombra spaventosa una terribile rassomiglianza, un’incredibile e sconvolgente caricatura, un’effige blasfema di colui che era stato Denys Barry.”


Una delle dieci copertine variant del n. 11 della miniserie Providence, di Raulo Caceres (2016)

Non è uno dei migliori racconti del Maestro di Providence, ma bisogna tenere conto delle ragioni che lo hanno spinto a realizzarlo. Si tratta infatti di un lavoro eseguito in breve tempo, per di più su commissione, richiestogli da un’associazione di autori dilettanti per l’occasione di un incontro a Boston che si tiene il 17 marzo, giorno di San Patrizio, patrono d’Irlanda. Proprio la scelta di questa data fa venire in mente agli organizzatori il tema da sottoporre ai propri membri partecipanti: un racconto o una lirica d’argomento irlandese.


La Rocca di Cashel, conosciuta anche come Rocca di San Patrizio, nel Tipperary (Irlanda)

Lovecraft è stato a Boston appena un mese prima, ma decide di presenziare anche a questo incontro, pernottando così fuori casa per la seconda volta. Anche in questa occasione legge il suo scritto davanti all’uditorio che, a quanto pare, sembra apprezzarlo.

Per imbastire la trama della sua storia si affida al classico castello con maledizione annessa tanto caro al genere gotico, aggiungendovi però il suo amore per la Storia e il folklore. Lovecraft prende spunto dalle antiche leggende irlandesi, le quali affermano che la loro isola è stata colonizzata più volte in tempi diversi. Nella Historia Brittonum, risalente al IX secolo, vi è scritto che l’Irlanda è stata occupata tre volte. Partholan, nominato nel racconto, fu il leader del secondo gruppo, formato da circa un migliaio di individui, i quali raggiunsero il numero di quattromila prima di morire tutti di peste nel giro di una settimana (“segreti che erano rimasti tali da quando la pestilenza aveva decimato i figli di Partholan, in un’epoca favolosa che precede la storia”). Da notare che il nome del condottiero talvolta si presenta con grafie diverse: Partholon, Parthalan o Parthalon (oltre a Partholan, come appare nell'opera di HPL).


Partholan (o Parthalon) in una illustrazione tratta dal sito bardmythologies.com

Nel Lebor Gabála Érenn (Libro delle invasioni dell’Irlanda), dell’XI secolo, il numero delle colonizzazioni aumenta a sei e vi si afferma che Partholan era partito dalla Grecia, passando per la Sicilia e l’Iberia, arrivando sull’isola trecento anni dopo il Diluvio biblico. Viene confermato che morirono tutti di peste nel luogo dell’odierna Tallaght (Nel Libro degli invasori si racconta che quei discendenti dei greci fossero tutti sepolti a Tallaght, …).
Sempre secondo la mitologia locale, a capo del terzo gruppo che arrivò sulle coste irlandesi fu Nemed, giunto dalla lontana Scizia, trenta anni dopo l’ultimo sopravvissuto del gruppo di Partholan. Anche costoro, nove anni dopo, morirono tutti di peste, lasciando l’Irlanda di nuovo vuota per circa duecento anni (“… ma a Kilderry sostenevano che una delle loro città fosse sopravvissuta grazie alla protezione della luna, e che il terriccio delle colline l’avesse sepolta solo quando dalla Scizia erano arrivati i nemediani sulle trenta navi”).


Nemed in una illustrazione tratta dal sito bardmythologies.com

Lovecraft cita anche la Sicilia e il fiume Ciane, che prende il nome dalla naiade (le naiadi sono le ninfe delle acque dolci) che tentò di fermare Ade dal tentativo di rapire Persefone (figlia di Demetra) e che per questo venne trasformata dal dio degli inferi in una sorgente (“Al suono dei flauti di canna che risuonava dall’acquitrino, una fantasmagoria di figure danzanti procedeva silenziosa; era una folla mista e festosa e celebrava un baccanale degno dell’antica Sicilia, quando si ballava presso il Ciane, sotto la luna d’estate, in onore di Demetra”).
Una curiosità: il pretesto che dà l’avvio al racconto verrà ripreso dall’autore due anni dopo per scrivere una delle sue storie più riuscite: I ratti nei muri.

Luoghi: villaggio di Kilderry, nella contea di Meath (Irlanda); Ballylough, altro villaggio; Tallaght, centro abitato.

Personaggi: l’io narrante e Denys Barry, americano di origine irlandese.


Ciane tenta di fermare Ade che rapisce Persefone (dipinto di Nicolas Mingard, XVII sec.)


L’ESTRANEO
(THE OUTSIDER)

Infelice colui che ha tristi ricordi d’infanzia. Infelice chi guarda indietro e non vede che ore solitarie trascorse in stanze buie, tra opprimenti tendaggi e file assillanti di vecchi volumi, o in desolata veglia nei boschi, al riparo di alberi grotteschi e coperti di malerbe che agitano rami silenziosi a un’altezza irraggiungibile. A me gli dei hanno assegnato una sorte del genere: a me deluso e stupefatto, amareggiato e senza speranza. Eppure sono contento, mi aggrappo a quei tristi ricordi tutte le volte che la memoria minaccia di spingersi pericolosamente oltre. Non so dove sono nato, ma il castello era infinitamente vecchio e orribile. Gremito di corridoi neri, culminava in soffitti così alti che l’occhio doveva fermarsi alle ombre e alle ragnatele. Le pietre dei camminamenti in rovina erano sempre umide e su tutto gravava un odore disgustoso, come di cadaveri ammucchiati da molte generazioni. Non c’era mai luce, al punto che avevo l’abitudine di accendere candele per avere sollievo; fuori non c’era sole perché i tremendi alberi erano più alti delle torri accessibili. Una sola torre, nera, superava il fogliame e si affacciava al cielo sconosciuto, ma era in rovina e non vi si poteva accedere se non arrischiando una scalata quasi impossibile sulla parete, pietra dopo pietra.


Immagine usata per una lettura di Otis Jiry su youtube

Devo aver vissuto per anni in un luogo simile, ma non ne sono sicuro. Qualcuno deve aver badato alle mie necessità, ma non ricordo esseri umani tranne me stesso, e niente di vivo a parte topi, ragni e pipistrelli. Credo che chi mi ha svezzato dovesse essere vecchissimo, perché la mia prima concezione dell’”altro” è quella di una grottesca caricatura di me stesso, ma contorta e disfatta come il castello. Quanto alle ossa e agli scheletri che affollavano una parte delle cripte, nei sotterranei, non ci trovavo niente di anormale: associavo quegli oggetti, nella fantasia, agli eventi di ogni giorno e li ritenevo più familiari delle illustrazioni a colori che avevo trovato nei libri, e che raffiguravano esseri viventi.
Dai libri ho imparato tutto quello che so: nessun insegnante mi ha spronato o guidato, e in tutti quegli anni non ricordo di aver mai sentito una voce umana, nemmeno la mia: pur avendo appreso l’esistenza del linguaggio non avevo mai cercato di parlare ad alta voce. Il mio aspetto era un’incognita, perché al castello non c’erano specchi, e per istinto mi consideravo simile alle giovani figure che vedevo disegnate o dipinte nei libri. Ritenermi giovane era facile, visto che i miei ricordi erano tanto scarsi.


Weird Tales dell'aprile 1926, dove apparve per la prima volta il racconto The Outsider

Fuori, al di là del muschio putrido e sotto i neri alberi muti, mi sdraiavo spesso a fantasticare su ciò che avevo letto nei libri e rimanevo per ore a immaginarmi in mezzo a una folla multicolore, nel mondo di sole che si stendeva oltre l’interminabile foresta. Una volta cercai di scappare dalla foresta, ma più mi allontanavo dal castello più il buio diventava fitto e terrorizzante, sicché tornai a casa per non smarrirmi in un labirinto di silenzi notturni.”
Dopo aver trascorso interminabili giorni, il desiderio di luce provato dallo sconosciuto protagonista si fa così forte da spingerlo a decidere di raggiungere l’unica torre che si erge sulla fitta foresta, anche se ciò comporta il serio rischio di precipitare, ma meglio vedere il cielo e morire che vivere senza aver conosciuto la luce del giorno. Così, una volta salita una scala di pietra interrotta, comincia a inerpicarsi per un altissimo precipizio aggrappandosi ai pochi appigli che lo strapiombo gli concede. La sua scalata è lenta e difficoltosa, ma infine arriva a una specie di tetto munito di una pesante lastra di pietra, la quale si rivela essere una sorta di botola che lo conduce sul pavimento di una vasta sala munita di nicchie di marmo nelle quali erano sistemate lunghe casse esagonali dalle inquietanti dimensioni.


Copertina di un audiolibro (2018)

Convinto di aver raggiunto una considerevole altezza, l’io narrante alza la testa e rimane deluso nello scoprire che sopra di lui non ci sono né stelle né luce del giorno. La grande sala non ha finestre, ma avanzando nel buio più totale trova un portale ornato di misteriosi fregi. Riesce ad aprirlo tirandolo a sé, rivelandogli un lungo corridoio al termine del quale, incorniciata da una grata di ferro, risplende la luna piena.
Immaginando di aver raggiunto il punto più alto del castello, salii i pochi gradini che si trovavano al di là del portale; la luna si velò all’improvviso e inciampai, per cui dovetti avanzare nel buio e con più cautela. Era ancora molto scuro quando arrivai alla grata, che tentai di spingere con prudenza trovandola aperta, ma che non spinsi per paura di cadere dall’altezza vertiginosa cui ero arrivato. Poi la luna apparve di nuovo. Lo shock più tremendo è quello che combina l’effetto dell’imprevisto con quello dell’incredibile. Niente di ciò che avevo patito fino ad allora poteva reggere il confronto col terrore che si impossessò di me in quel momento, con lo spettacolo che si offrì ai miei occhi e le assurde conseguenze di ciò che implicava. La scena in sé stessa era semplice quanto stupefacente, perché si riduceva a questo: invece delle cime degli alberi viste da un’altezza vertiginosa, attraverso la grata apparve il suolo al mio stesso livello. Si trattava di uno spiazzo disseminato di colonne e lastre di marmo; sullo sfondo, un’antica chiesa di granito col campanile in rovina scintillava al chiaro di luna.”


Prima pubblicazione della Arkham House e prima raccolta di racconti di HPL (1939)


Lasciatasi la chiesa alle spalle, il protagonista avanza tra boschi, ruderi, strade, campagne, torrenti, ponti, fino ad arrivare a un vecchio castello coperto d’edera in un parco fitto d’alberi.
Alcune voci provenienti dalle finestre aperte attirano la sua attenzione. All’interno delle sale, una compagnia vestita in modo bizzarro si divertiva e scambiava battute a profusione. Ero convinto di non aver mai sentito prima il suono della voce umana e riuscivo a stento a capire quello che veniva detto. L’espressione di alcune facce risvegliava in me lontanissimi ricordi, altre erano del tutto sconosciute.



Illustrazione di Wyldraven (2010)

FINALE: Attratto da questa allegria il protagonista scavalca la bassa finestra ed entra. Poco dopo, gli astanti vengono presi dal panico: scappano, urlano, rovesciano oggetti, si coprono il volto atterriti o travolgono alcuni compagni caduti, alla ricerca di una via di fuga.
A una prima occhiata la stanza sembrava deserta, ma dirigendomi verso una nicchia mi sembrò di scorgere una presenza, un movimento furtivo dietro l’arco dai fregi d’oro che immetteva in una stanza simile alla prima. Mi avvicinai e l’essere si manifestò con più chiarezza: allora emisi il primo e ultimo suono della mia vita, un verso tremendo che stava tra l’urlo e l’ululato di una bestia, e che mi atterrì quanto atterriva la ripugnante apparizione.”
Lo sconosciuto prova a descrivere l’orrore che gli si para davanti, ma non riesce a trovare le parole. “Dio sa che non apparteneva a questo mondo, o meglio, non vi apparteneva più; ma con orrore constatai che i lineamenti smangiati e da cui occhieggiavano le ossa contenevano una disgustosa caricatura delle sembianze umane, e nell’insieme del corpo corrotto e sul punto di disintegrarsi c’era qualcosa d’inspiegabile, che mi atterriva in modo supremo.”
Seppur paralizzato dal terrore, il narratore prova a tentare una fuga muovendo qualche passo incerto.


The Outsider by Lucas Culshaw (2018)

Cercai di alzare una mano per escludere del tutto l’orribile vista, ma i miei nervi erano così scossi che il braccio non obbedì. Il tentativo, comunque, bastò a farmi perdere l’equilibrio e dovetti fare qualche passo avanti per non cadere. Nel far questo mi resi conto della terribile vicinanza dell’essere-carogna, di cui mi sembrava di poter sentire l’alito pestifero. Quasi impazzito, riuscii ad allungare una mano per tenere a bada la creatura che si era fatta tanto vicina, e per un’infernale circostanza, in un attimo di terrore supremo, le mie dita toccarono quelle del mostro sotto l’arco d’oro. Non urlai, ma tutti i demoni della notte che cavalcavano i venti della follia urlarono per me: e in quell’attimo mi piombarono addosso i ricordi, non più confusi ma anzi così vividi da schiantare l’anima. In un attimo seppi ciò che ero, o ero stato; ricordai cose avvenute prima del mio trasferimento nel castello pauroso, sotto gli alberi, e riconobbi l’abominio che ghignava davanti a me, mentre allontanavo le dita dalle sue.”
Lo sconosciuto fugge dal castello e prova a rifugiarsi nei sotterranei che l’hanno protetto fino a quel momento, ma purtroppo la botola, inamovibile, gliene preclude l’accesso. Ma non ne è dispiaciuto, perché ora vive un’altra vita, correndo nel vento della notte in compagnia di beffardi ghoul e trastullandosi fra antiche catacombe egizie, ma in questa nuova libertà da ogni freno accetto quasi con gioia l’amarezza dell’alienazione.
Perché, sebbene l’oblio abbia lenito le mie ferite, so che rimarrò sempre un estraneo, un intruso in questo secolo fra coloro che sono ancora uomini. L’ho capito nel momento in cui ho allungato le dita verso l’abominio nella cornice dorata: ho allungato le dita e ho sfiorato la fredda e dura superficie di uno specchio.”


Festa settecentesca a Palazzo San Teodoro (Napoli)

In questo racconto vi è un’evidente tentativo di rifarsi alla prosa di E. A. Poe, come conferma anche una sua lettera del giugno 1931 (dieci anni dopo la stesura del racconto) inviata a J. Vernon Shea (1912-1981), tardo corrispondente dello scrittore (dal 1931 al 1937, anno della morte di HPL) e in seguito autore anch’egli del fantastico.
“Poe mi ha probabilmente influenzato più di ogni altra persona. Se mai mi è capitato di avvicinarmi al suo genere di brivido letterario è stato soltanto perché lui stesso ha aperto la via, creando un metodo e un’atmosfera che altri – minori di lui – possono ancora seguire con relativa facilità. Non pretendo certo di essere un autore gotico di prima fila - posizione che compete a Poe fra gli scomparsi e ad Arthur Machen, Algernon Blackwood, Walter de la Mare, Lord Dunsany e Montague Rhodes James fra i viventi. Mi basta fare buona figura fra gli autori di secondo piano, quelli pubblicati dalle riviste popolari… Quanto a ‘The Outsider’, so che a molti, compreso Farnsworth Wright [direttore della rivista Weird Tales dal novembre 1924 al marzo 1940, anno della sua morte], il racconto è piaciuto, ma non posso dire di condividere il giudizio. È troppo meccanico nei suoi effetti, e quasi comico nella gonfia pomposità del linguaggio… Rappresenta al massimo grado la mia imitazione letterale, ancorché inconscia, di Poe.”
Nonostante la critica che Lovecraft si rivolge qualche anno dopo - niente affatto campata in aria e probabilmente motivata sia da un certo distacco dovuto al tempo trascorso sia dall’evoluzione della sua scrittura - il racconto mantiene ancora oggi la sua efficacia, oltre a presentare alcuni interessanti elementi autobiografici, come conferma anche lo psicologo Dirk Mosig nel suo lungo articolo The Four Faces of the Outsider (1976), seppure quest’ultimo sia più interessato all’aspetto psicanalitico del racconto. “The Outsider è senza dubbio uno dei più bei racconti usciti dalla penna di Lovecraft. Si presta facilmente a un’interpretazione psicanalitica, ma appare non meno denso di significati quando venga visto attraverso una griglia di riferimenti ‘metafisici’. Molti si sono soffermati sul suo aspetto autobiografico, ma è anche possibile tradurlo in termini di Weltanschauung lovecraftiana.”


The Outsider by Michel Mandurino (2012)

Effettivamente la storia sembra una vera e propria confessione dell’autore. Anche lui, come il protagonista, si sente un outsider: “so che rimarrò sempre un estraneo, un intruso in questo secolo fra coloro che sono ancora uomini.” Il castello in cui l’io narrante ha abitato fino a quel momento potrebbe essere una metafora di ciò che lo ho tenuto prigioniero, ma anche protetto, e questo sarebbe un chiaro riferimento alla casa di famiglia di Lovecraft, oltre che e ai suoi parenti più stretti. Però l’outsider, rispetto a Lovecraft, riesce ad affrancarsi dal luogo natio e a trovare una nuova vita altrove, cosa che lo scrittore invece non riuscirà mai a fare.
Scrive Giuseppe Lippi (in H.P. Lovecraft, Tutti i racconti 1897-1922, Mondadori, 1989) nella sua introduzione al racconto:
“L’Outsider è forse il più cosciente tentativo di imitazione di Poe, l’idolo letterario di Lovecraft per quanto riguarda i racconti dell’orrore, ma la sua originalità è riscattata da due fattori: a) che finisce per essere una delle confessioni più sincere uscite dalla penna di un mistificatore professionista e b) che il forte motivo necrofilo sfocia in una sorta di meraviglioso ‘rovesciato’ tipico di HPL, in cui festini di morti e orge sataniche, demoni che volano sui venti della notte e tombe scoperchiate sostituiscono i tappeti volanti e le anfore col genio. The Outsider è un racconto chiave per capire quali fossero le radici profonde di tutta una serie di atteggiamenti lovecraftiani, a cominciare da quel complesso d’estraneità al suo tempo e al suo mondo (nel senso di mondo dei vivi) che tanto spesso ricorre nella narrativa e nell’epistolario, ma che si riflette nella globalità dei suoi rapporti con il reale. Uno dei grandi motivi di fascino, per una fetta del suo pubblico, è che Lovecraft si presenta come un pervert letterario il quale descrive e teorizza tutta una serie di trasgressioni immaginarie che fanno capo a un concetto rovesciato del rapporto morte-vita: la morte è vita per il personaggio demoniaco lovecraftiano. Certo quella contenuta nell’Estraneo è la più potente delle confessioni letterarie che HPL potesse farci, e le sue implicazioni si ripercuoteranno in tutta l’opera del sognatore di Providence.”


Da sinistra, J. Vernon Shea, Donald Burleson, Dirk Mosig e S.T. Joshi alla 36a Convention Mondiale della Fantascienza (1978)

Ci sarebbe da fare anche un’altra considerazione. L’Outsider non sembra essere tanto un mostro, quanto piuttosto ciò che rimane di quello che un tempo è stato un uomo. Lo possiamo capire da alcune frasi: non ricordo esseri umani tranne me stesso” oppure “L’espressione di alcune facce risvegliava in me lontanissimi ricordi” e anche “i lineamenti smangiati e da cui occhieggiavano le ossa contenevano una disgustosa caricatura delle sembianze umane”. Ce lo confermerebbe anche una frase presente verso la fine del racconto (“In un attimo seppi ciò che ero, o ero stato; ricordai cose avvenute prima del mio trasferimento nel castello pauroso, sotto gli alberi…”), che pare un chiaro riferimento alla sepoltura. Così, il lento risalire dalle profondità della terra al mondo in superficie non è per l’Outsider solo un percorso fisico in cui attraversa diversi luoghi, diventa anche un tentativo di viaggio all’indietro nel tempo, un viaggio impossibile, dalla morte alla vita. Quello che lo aspetta dunque non è - non può essere - ciò che da tempo fantasticava, ossia una vita serena all’interno del consorzio umano, bensì solo un brusco risveglio che gli rivela la sua corrotta condizione fisica, la conferma che di quel mondo non potrà mai fare parte.
Una curiosità: viene citata Nicotris (…so che non mi è concesso altro divertimento all’infuori dei festini esecrandi di Nicotris sotto la Grande Piramide…), una presunta regina appartenente alla VI dinastia (2350-2190 a.C.), la quale tornerà in un racconto futuro dell’autore, scritto per il famoso illusionista Harry Houdini, Sotto le piramidi (1924).
Luoghi: le catacombe di Nephren-Ka; la valle di Hadoth, presso il Nilo; le tombe di Neb.


Il titolo del racconto di Lovecraft nell'ultima fatica del Re del Terrore (2018)

24 maggio. La madre di Lovecraft, in cura da due anni in un ospedale psichiatrico, muore in seguito a un’operazione alla cistifellea. Lo scrittore lascia una testimonianza del luttuoso evento in una lettera a una sua corrispondente, Anne Tillery Renshaw, datata 1° giugno 1921. Anche la Renshaw, come HPL, appartiene al circolo dei giornalisti dilettanti dell’UAPA. Insegnante di lettere, sia al liceo che all’università, e attivista politica (era un’esponente del National Woman’s Party), diventa anche una cliente dello scrittore, al quale chiede di revisionarle alcuni testi, soprattutto per manuali didattici.
“Cara signora Renshaw, in questi ultimi giorni riesco a rispondere per tempo alle missive perché sono del tutto privo della volontà e dell’energia necessarie a fare qualsiasi altra cosa. La morte di mia madre, il 24 maggio, mi ha provocato uno shock nervoso notevole, e mi risulta pressoché impossibile concentrarmi o compiere qualsiasi sforzo. Io non sono, assolutamente, un emotivo; e non sono solito piangere o indulgere in nessuna delle espressioni di cordoglio del volgo, ma l’effetto psicologico di un disastro così vasto e inaspettato è, in ogni modo, considerevole, e non riesco a dormire né a lavorare con gusto o in maniera proficua. […] Mia madre, forse con la sola eccezione di Alfred Galpin, era l’unica persona che mi capisse perfettamente. Era una persona di una forza di carattere e di un fascino rari e inusuali, esperta di letteratura come di belle arti; una studiosa di formazione francese, una musicista e una pittrice a olio. Con tutta probabilità, non incontrerò mai più una mente altrettanto ammirabile sotto ogni punto di vista.” (Lovecraft. L’età adulta è un inferno. Lettere di un orribile romantico, a cura di Marco Peano, L’orma editore, 2018)


Sarah Susan Phillips (1857-1921)

Anne Tillery Renshaw in una foto del 1910

Giugno. HPL si reca ad Haverhill (Massachusetts) per incontrare Charles W. Smith (1852-1948), un altro dei suoi numerosi amici di penna, fondatore della rivista amatoriale “Tryout” (pubblicata dal 1914 al 1946), sulla quale vengono pubblicati alcuni racconti dello scrittore: I gatti di Ulthar (1920), Il terribile vecchio (1921), L’albero (1921) e Nella cripta (1925).

4 Luglio. Lovecraft va ancora una volta a Boston, in occasione di un congresso dell’UAPA, dove rivede molti dei suoi amici e corrispondenti, e dove conosce Sonia Haft Greene (1883-1972). La donna è una vedova ebrea di origine ucraina che vive a New York, di sette anni più anziana di lui e con una figlia diciannovenne avuta dal precedente matrimonio. Con Sonia HPL intreccia dapprima una relazione intellettuale (riscriverà anche alcuni racconti da lei ideati) e in seguito sentimentale.



Lovecraft con Charles W. Heins e Paul Cook (Boston, 5 luglio 1921)
Lovecraft con William J. Dowdell davanti all'hotel Brunswick (Boston, 5 luglio 1921)

L’autore ne parla a Rheinhart Kleiner in alcune lettere. “Ho sentito Mrs Greene qualche tempo fa, e sta per iscriversi alla United, come tutte le persone d’ingegno dovrebbero fare. (A proposito, hai già pagato la tua quota?) Ha ammesso di aver letto Nyarlathotep e Polaris, ma di averli trovati incomprensibili: il misticismo teutone è troppo sottile per gli slavi.” (30 luglio 1921)
Poi, dopo aver saputo di una sua cospicua donazione alla United: “E anche senza il cinquantone, Madame Greene rappresenterebbe comunque un notevole acquisto per la United. Sotto quelle false apparenze romantiche e quelle stravaganze retoriche è dotata di un’intelligenza singolarmente vasta e vivace, e la sua cultura europea le garantisce una preparazione eccezionale.” (11 agosto 1921)


Sonia Greene (1883-1972)


GLI ALTRI DEI
(THE OTHER GODS, 14 agosto)

Gli dei della terra vivono sulle montagne più alte e non sopportano di essere guardati dall’uomo. Una volta abitavano le vette minori, ma gli uomini hanno scalato le pareti di roccia e di neve e hanno spinto gli dei sempre più lontano, finché non sono rimasti che i rifugi inaccessibili. Nell’abbandonare le vecchie dimore gli dei hanno cancellato tutti i segni della loro esistenza; solo una volta un’immagine scolpita è rimasta sul monte Ngranek, o così si racconta.
Ora si sono trasferiti sullo sconosciuto Kadath, che sorge in una terra gelida dove gli uomini non osano spingersi, e sono diventati più severi, non essendo rimasta alcuna vetta su cui rifugiarsi di fronte all'avanzata dell'uomo. Si sono fatti intransigenti, e se una volta tolleravano che gli esseri umani li costringessero a trasferirsi ora proibiscono a chiunque di avvicinarsi, o in ogni caso di tornare vivo. È meglio che gli uomini ignorino dove sorge Kadath, altrimenti cercherebbero di scalarlo.”
A volte gli dei, presi da nostalgia, tornano in velieri di nuvola alle montagne dove abitavano un tempo, danzando al chiaro di luna, ma è bene che gli uomini si tengano lontani da loro, perché non sono più pazienti come una volta.


Sedicesimo volume di una serie di libri illustrati dei racconti di HPL (2017)

A Ulthar, la città oltre il fiume Skai, viveva una volta un vecchio che voleva vedere a tutti i costi gli dei della terra; costui conosceva profondamente i sette libri criptici di Hsan e aveva familiarità con i Manoscritti Pnakotici della lontanissima e gelida Lomar. Si chiamava Barzai il Saggio e gli abitanti del borgo raccontano che la sera della strana eclisse salisse sul picco di una montagna. Barzai era così versato nella conoscenza degli dei che era in grado di predire i loro spostamenti, e aveva una così profonda intuizione dei loro segreti che si riteneva un semidio. Fu lui a consigliare ai notabili di Ulthar quando promulgarono la celebre legge che vieta di uccidere i gatti; fu lui a rivelare ad Atal, un giovane sacerdote, dove vanno i gatti neri alla mezzanotte della vigilia di San Giovanni. Barzai era eruditissimo nelle cose degli dei e provava il desiderio di guardarli in faccia. Credeva che la sua grande e segreta conoscenza fosse in grado di proteggerlo dalla loro collera e decise di partire per la vetta dell’Hatheg-Kla, monte altissimo e roccioso, una notte in cui sapeva che ve li avrebbe trovati.”
Gli abitanti di Hatheg sconsigliano chiunque dallo scalare la cima del monte, ma Barzai non se ne cura e, accompagnato dal giovane Atal, decide di affrontare la salita. I due cominciano a scalare il monte, avanzando faticosamente tra ripide pareti, massi, precipizi, ghiaccio e neve. La notte del quinto giorno, man mano che i due si avvicinano alla meta, Barzai si lascia alle spalle un sempre più riluttante Atal, precedendolo di misura.


Numero del The Fantasy Fan (nov. 1933) dove venne pubblicato per la prima volta Gli Altri Dei


Probabilmente il posto del raduno degli dei era vicino, e quindi la vetta libera dai vapori. Mentre si avviava verso la parete sporgente e il cielo illuminato dalla luna, Atal provò una paura che non aveva mai conosciuto. Poi sentì la voce di Barzai dalle nebbie, assolutamente compiaciuta. - Ho sentito gli dei! Ho sentito gli dei della terra cantare le loro canzoni sull’Hatheg-Kla! Barzai il Profeta conosce le voci degli dei! Le nebbie sono tenui e la luna è chiara: vedrò gli dei danzare sul monte come facevano in gioventù! La sapienza di Barzai lo ha reso più grande degli dei della terra, e contro la sua volontà i loro incantesimi e barriere non sono niente; Barzai vedrà gli dei orgogliosi e furtivi, gli dei della terra che sfuggono lo sguardo dell’uomo!”
Atal non sente le voci di cui parla il vecchio Barzai, poi la luna viene oscurata da un’eclissi imprevista.

FINALE: “Intanto Atal, che in preda alle vertigini avanzava su pareti ripidissime, sentì nel buio una risata spaventosa mescolata a tali urla che nessuno ne ha udito di uguali al di qua del Flegetonte o degl’incubi più spaventosi; urla che riflettevano l’orrore e l’angoscia di una vita ossessiva riassunta in un unico e atroce momento: - Gli altri dei, gli altri dei! Gli dei degli inferi esterni che governano le deboli divinità della terra! Non guardare, vai via, non guardare…! La vendetta degli abissi infiniti… Quel baratro maledetto, senza fondo… Misericordiosi gli dei della terra, sto precipitando nel cielo!


Manoscritti Pnakotici by Maxence Dunand (2017)

Atal chiuse gli occhi, si tappò le orecchie e cercò di sottrarsi alla tremenda attrazione delle altitudini sconosciute, balzando verso il basso; poi sull’Hatheg-Kla scoppiò un terribile tuono e i buoni contadini delle pianure si svegliarono insieme con gli abitanti di Hatheg, Nir e Ulthar: guardarono verso il cielo e videro la strana eclissi di luna che gli almanacchi non prevedevano. Quando la luna ricomparve Atal era salvo sulle pendici più basse del monte, senza aver visto né gli dei della terra né gli altri.
Gli antichissimi Manoscritti Pnakotici raccontano che quando Sansu scalò l’Hatheg-Kla, nei primi giorni del mondo, non trovò altro che sassi e ghiaccio. Ma quando gli uomini di Ulthar, Nir e Hatheg vinsero le loro paure e in pieno giorno scalarono la montagna infestata in cerca di Barzai il Saggio, trovarono impresso nella pietra della vetta un simbolo misterioso, ciclopico, del diametro di trenta metri: pareva che lo scalpello di un gigante avesse scolpito la montagna. Il simbolo era uguale a quello che gli eruditi hanno visto nei capitoli più spaventosi dei Manoscritti Pnakotici, quelli troppo antichi per essere letti.
Questo scoprirono, ma di Barzai il Saggio non venne trovata traccia e il sacerdote Atal non si lasciò convincere a pregare per la sua anima. Ancora oggi le popolazioni di Ulthar, Nir e Hatheg temono le eclissi, e nelle notti in cui la luna e la cima della montagna vengono nascoste dai vapori si raccolgono in preghiera. Sulle nebbie dell’Hatheg-Kla gli dei della terra vanno ancora a danzare e a rivivere i vecchi tempi: ora sanno di essere al sicuro e tornano volentieri allo sconosciuto Kadath sui velieri di nuvola. Giocano alla maniera antica, come facevano quando il mondo era giovane e gli uomini non osavano avventurarsi nei luoghi inaccessibili.”


Salita all'Hatheg-Kla in una illustrazione di Ger Manuelsön (2018)

L’idea che dietro agli dèi terrestri se ne celino altri misteriosi e inaccessibili agli uomini si manifesta proprio con questo racconto. Già se ne intuiva qualcosa ne La città senza nome ma qui si materializza, e in seguito si svilupperà meglio in storie successive appartenenti al “Ciclo di Arkham”, nelle quali prenderà forma il pantheon di divinità di stampo siderale per il quale è famoso Lovecraft.
Tornano, anche se talvolta solo citati, luoghi che abbiamo incontrato in alcune storie precedenti. Le città di Hatheg, Nir e Ulthar; in quest’ultima vivono il saggio Barzai e il giovane Atal. I “Manoscritti Pnakotici”, già incontrati in La Stella Polare, originari della gelida Lomar e risalenti a un tempo antichissimo del nostro pianeta. Sono invece nominati per la prima volta i sette libri criptici di Hsan, altri misteriosi testi consultati da Barzai.
Anche questo racconto andrebbe a inserirsi nel sottogruppo del “Ciclo dei Sogni” dedicato alla storia dimenticata del nostro pianeta, comprendente i racconti La Stella Polare (1918), La rovina di Sarnath (1919), I gatti di Ulthar (1920), La ricerca di Iranon (1921) e, appunto, Gli altri Dei (1921).


Gli Altri Dei by MrZarono (2014)


Luoghi: i monti Ngranek, Lerion e il bianco Thurai, alcune delle vecchie dimore degli antichi dèi; Kadath, alta vetta dove hanno trovato rifugio gli dèi e dove gli uomini non osano arrivare; Ulthar, la città oltre il fiume Skai; Hatheg-Kla, cima elevata nel deserto di pietra dove un tempo vivevano gli dei; Hatheg, città che ha dato il nome alla famosa vetta; Nir, altra città.

Personaggi: Barzai, un vecchio saggio di Ulthar; Atal, giovane sacerdote; Sansu, di lui si parla con terrore nei Manoscritti Pnakotici, secondo le leggende fu l’unico uomo a scalare l’Hatheg-Kla.


Tavola da un adattamento a fumetti a opera di Tim Carpenter (2012)

Il 4 e 5 settembre Sonia Greene si reca a Providence per fare una visita a Lovecraft, dove conosce anche le sue zie, Anne e Lillian, con le quali lo scrittore vive dopo la morte della madre. Di questo incontro ne accenna in una lettera ad Anne T. Renshaw datata 3 ottobre:
“… quella riserva aurea dell’umanità di Mrs Sonia H. Greene, figlia dell’Ucraina, della Moscova e di Brooklyn, ha soggiornato a Providence il 4 e il 5 settembre, e ha mostrato un esplosivo interesse per la United. Fatte salve le stravaganze emotive dovute al temperamento slavonico, Mrs. G. è una persona estremamente raffinata e di rara intelligenza, e mia zia ne ha tessuto le lodi con grande lirismo. Con tutta probabilità hai visto la pubblicazione di Mrs. G., ‘The Rainbow’: perciò… Mrs. G. è agnostica e anticlericale, come si può dedurre da ‘The Rainbow’; ma è troppo russa ed emotiva per poter condividere il mordace cinismo mio e di Galpin. Tra i dilettanti si dimostrerà una valida combattente in favore della vera letteratura contro il pallido woodbeeismo di certe riviste. Sta pianificando di convocare una sorta di conferenza di artisti, pagani e filosofi a New York per l’ultima settimana di dicembre e la prima di gennaio; ha invitato a presenziare Galpin, Loveman e il sottoscritto. La vista di Galpin è uno spettacolo da non perdere, e se quel bambinone vi parteciperà davvero farò in modo di esserci anch’io, dovessi arrivarci a piedi e tornarne in ambulanza! Diversamente, bisogna vedere se la mia tradizionale ritrosia prevarrà sulla mia più recente tendenza a compiere brevi esplorazioni del mondo circostante. Mia zia, comunque, mi spinge ad andare.” (Lovecraft. L’età adulta è un inferno. Lettere di un orribile romantico, a cura di Marco Peano, L’orma editore, 2018)


Rheinhart Kleiner, Sonia Greene e Lovecraft (Boston, 5 luglio 1921)
Lovecraft e Sonia Greene (Boston, 5 luglio 1921)

Marco Peano fa notare, nell’introduzione alla lettera, sia l’intraprendenza di Sonia (di presentarsi a Providence e poi di invitare l’autore a New York), sia il fatto che Lovecraft - anche solo per prendere un treno - ha bisogno dell’approvazione di una persona di fiducia, in questo caso della zia.
The Rainbow, citata nella lettera, è una rivista amatoriale pubblicata da Sonia.


LA MUSICA DI ERICH ZANN
(THE MUSIC OF ERICH ZANN, dicembre)

Ho esaminato le carte della città con la massima cura, ma non ho ritrovato la Rue d’Auseil. Aggiungerò che non mi sono limitato ai documenti moderni perché è un fatto che i nomi delle strade cambiano; anzi, mi sono tuffato nelle antichità topografiche della zona e credo d’aver esplorato personalmente tutte le vie, a prescindere dal nome, che avrebbero potuto corrispondere a quella che cercavo. Ma nonostante i miei sforzi, rimane l’umiliante realtà che non sono riuscito a individuare né la casa né il quartiere dove, durante gli ultimi mesi della mia povera vita di studente universitario in metafisica, ho ascoltato la musica di Erich Zann.”
Pur trovandosi ad appena mezz’ora a piedi dall’università, la via sembra scomparsa nel nulla, sebbene avesse delle caratteristiche peculiari che il protagonista ricorda molto bene.


Illustrazione di Andrew Brosnatch per la ristampa del racconto su  Weird Tales (Maggio 1925)

Si trovava al di là di un fiume scuro, fiancheggiato da magazzini di mattoni con piccole finestre cieche e attraversato da un vistoso ponte di pietra nera. Lungo il fiume c’era sempre ombra, come se il fiume delle vicine fabbriche cancellasse il sole per sempre. Dal fiume usciva un miscuglio di odori sgradevoli che non ho mai sentito altrove e che un giorno potrebbe aiutarmi a identificarlo, perché lo riconoscerei senz’altro. Oltre il ponte c’erano una serie di stradine con l’acciottolato in porfido e piccoli parapetti: poi cominciava la salita, prima graduale ma incredibilmente ripida quando si arrivava alla Rue d’Auseil. Non ho mai visto una strada stretta e ripida come quella; quasi un’erta, chiusa a tutti i veicoli, consisteva di una serie di gradinate che si succedevano a breve intervallo e terminava con un alto muro coperto d'edera. La pavimentazione era irregolare, a volte lastre di pietra, a volte cubetti di porfido e in certi tratti pura e semplice terra su cui stentava una vegetazione verde-grigiastra. Le case erano alte, con i tetti a spiovente, vecchissime; alcune pendevano indietro, altre avanti o di lato, e a volte due dirimpettaie che avevano la stessa inclinazione si incontravano sulla strada formando un arco. Di sicuro toglievano luce al quartiere e alcune erano unite da ponticelli che sovrastavano la strada.”
L’ex studente rammenta anche lo strano vicinato della strada, per il suo silenzio e la singolare reticenza, ma soprattutto perché costituito da persone molto vecchie. Nella palazzina quasi vuota dove alloggiava - di proprietà del paralitico Blandot – occupava il quinto piano, mentre un misterioso musicista si trovava al piano sopra di lui, l’ultimo, e ogni notte suonava la sua viola. Si chiamava Erich Zann, era un vecchio tedesco muto che di sera lavorava in un’orchestrina teatrale.


Rue d'Auseil vista da Mihail Bila (2015)

Dopo aver finito il lavoro gli piaceva suonare qualcosa alla notte, ed era questa la ragione per cui aveva scelto l’alta e solitaria mansarda, la cui finestra d’abbaino era il solo punto del quartiere che guardasse oltre il muro d’edera e da cui si vedesse il panorama che si stendeva oltre. Da allora sentii ogni sera le sonate di Zann, e sebbene mi tenessero sveglio ero ossessionato dalla loro singolarità. Conoscevo ben poco la sua arte, ma ero certo che gli accordi che creava non avessero il minimo rapporto con la musica normale. Ne conclusi che era un compositore di genio: più lo ascoltavo più ne ero affascinato, finché, dopo una settimana, decisi di fare la sua conoscenza.
Una notte, tornava dal lavoro, intercettai il vecchio in corridoio e gli dissi che mi sarebbe piaciuto frequentarlo ed essere con lui quando suonava. Era un individuo piccolo, magro, curvo, vestito poveramente e con due occhi azzurri che brillavano in una faccia grottesca da satiro; aveva una testa quasi calva e alle mie parole reagì con irritazione e un po’ di spavento.”
Dopo un’iniziale diffidenza da parte del musicista, quest’ultimo acconsente al giovane di entrare nella sua mansarda per ascoltarlo suonare.


Rue d'Auseil by Adam Kaňovský (2017)

Era una stanza grande e lo sembrava di più per la sua eccezionale nudità e trascuratezza: l’arredamento si limitava a un piccolo letto di ferro, un lavabo sgangherato, un tavolino, una libreria di una certa ampiezza, un leggio per musica e tre vecchie sedie. Sul pavimento erano disseminati spartiti. Le pareti erano di assi nude e probabilmente non avevano mai conosciuto l’intonaco, mentre l’abbondanza di polvere e ragnatele lo faceva sembrare un luogo abbandonato più che abitato. Era evidente che il mondo dell’armonia, per Erich Zann, risiedeva in un lontano universo dell’immaginazione.”
Il musicista fa accomodare il suo ammiratore su una delle sedie e comincia a suonare; però il giovane non riscontra in quella musica la stessa che lo aveva affascinato nelle notti precedenti, così, quando Zann posa l’arco della sua viola, gli chiede di eseguire quegli accordi così originali.


Richard Corben, 2008

La faccia rugosa, da satiro, perse l’espressione di noia e tranquillità che aveva avuto durante il concerto e tornò a esprimere il miscuglio di rabbia e di paura che avevo notato al momento dell’approccio. Pensai che sarei riuscito a convincerlo, vincendo le resistenze senili, e per risvegliare la sua vena fantastica accennai a uno dei motivi che avevo sentito la notte prima; seguii questa tattica per pochi secondi, perché quando il muto riconobbe l’aria che fischiavo la sua faccia subì un’alterazione incomprensibile e la mano destra, fredda e ossuta, balzò verso la mia bocca per bloccare la cruda imitazione. Questo strano atteggiamento fu accompagnato da un’occhiata di terrore verso la solitaria finestra nascosta dalle tende, come se Zann temesse l’ingresso di un estraneo. La cosa era doppiamente assurda perché la mansarda dominava dall’alto i tetti circostanti ed era irraggiungibile: come aveva detto l’affittacamere, la finestra era l’unico punto di tutta la strada da cui si vedesse oltre il muro d’edera.”
La curiosità del giovane lo spinge ad avvicinarsi verso la finestra perché quello è l’unico punto di tutta Rue d’Auseil dal quale si può ammirare il panorama della città. Mentre si avvicina però, viene bloccato dall’anziano, che poi prova a spingere lo studente in direzione della porta. L’indignazione e lo stupore del giovane, insieme alla promessa che se ne sarebbe andato, calmano il musicista, il quale si tranquillizza e lascia la presa.


La musica di Erich Zann by Cyril Van der Haegen (2014)

Mi strinse il braccio, stavolta cordialmente, e mi fece sedere; poi, con aria triste, si mise dall’altra parte del tavolo e cominciò a scrivere un lungo messaggio a matita, nel francese stentato di uno straniero. Il biglietto che alla fine mi consegnò era un appello alla tolleranza e un’offerta di scuse. Zann diceva di essere vecchio, solo e afflitto da strane paure, disordini che avevano a che fare con la sua musica e altre cose. Gli aveva fatto piacere avermi come ascoltatore e sperava che sarei tornato, a prescindere dalle sue eccentricità. Doveva mettere in chiaro, però, che non poteva suonare ad altri le sue creazioni fantastiche e non sopportava di sentirle ripetere. Non tollerava, inoltre, che si toccassero gli oggetti della sua stanza. Fino al nostro incontro non aveva immaginato che io potessi sentire la sua musica e ora mi chiedeva di accordarmi con Blandot perché mi desse un’altra camera, magari a un piano inferiore. In questo modo avrei avuto notti più tranquille e lui avrebbe pagato l’eventuale differenza di prezzo. Mentre decifravo quel francese orribile, cominciai a sentirmi più tollerante nei confronti del vecchio. Era vittima di sofferenze fisiche e nervose simile alle mie, e gli studi metafisici mi avevano insegnato la comprensione. Nel silenzio echeggiò un piccolo rumore che veniva dalla finestra: le imposte dovevano aver sbattuto al vento della notte, ma per qualche motivo sussultai con la stessa violenza di Erich Zann. Quando ebbi finito di leggere strinsi la mano al mio ospite e me ne andai da amico.”


La musica di Erich Zann by Rüdiger Neick (2017)

Dopo questo episodio però, il vecchio musicista si guarda bene dall’invitare di nuovo il giovane nel suo appartamento. Così quest’ultimo continua ad ascoltare la sua musica anche dopo il cambio di camera, dapprima avvicinandosi al quinto piano, poi salendo le scale che portano alla mansarda e infine ad accostarsi silenziosamente alla sua porta.
Nel corridoio stretto, davanti alla porta chiusa e con il buco della serratura mascherato, udivo cose che a volte mi riempivano di terrore: un terrore vago e indefinibile, quello che va con il meraviglioso e il senso del mistero. Non perché la musica fosse terribile, tutt’altro, ma perché le vibrazioni non facevano pensare a cose di questa terra. In certi momenti avevano una risonanza sinfonica che stentavo a credere prodotta da un unico suonatore: Erich Zann era un genio dal talento sfrenato.”
Una sera, mentre origlia, dopo una babele di suoni incontrollati prodotti dalla viola di Zann, sente un urlo spaventoso, inarticolato, come solo un muto può emettere nei momenti di paura e angoscia terribile. Il giovane comincia a battere contro la porta per farsi sentire e pronuncia il suo nome. Al che l’anziano musicista gli apre e lo accoglie con sollievo. Dopo qualche momento di silenzio in cui il musicista sembra voler ascoltare con timore qualcosa proveniente dalla finestra, d’improvviso comincia frettolosamente a scrivere in tedesco su alcuni foglietti che porge al giovane. Si tratta della rivelazione di ciò che lo terrorizza. Dopo un’ora in cui i fogli si sono ammucchiati sul tavolo, si sente una nota musicale bassa, che sembra provenire da lontano, dietro le tende. Zann lascia subito la matita con la quale sta scrivendo e prende frettolosamente la sua viola, ricominciando a suonare forsennatamente.


Copertina del numero di Weird Tales dove venne ristampata  La musica di Erich Zann (Maggio 1925)

Sarebbe inutile descrivere la musica di Erich Zann in quell’orribile notte. Fu la cosa più spaventosa che avessi mai sentito, perché adesso lo vedevo in faccia e sapevo che la sua ispirazione era la paura. Cercava di far rumore: di tenere a bada, o di soffocare, qualcosa che stava fuori… che cosa non riuscivo a immaginare, ma doveva essere mostruoso. Il concerto diventò fantastico, delirante, isterico, ma conservò fino in fondo le qualità geniali che lo strano vecchio possedeva. Riconobbi il motivo: era una svelta danza ungherese molto popolare nei teatri, e riflettei che per la prima volta Zann eseguiva la musica di un altro. Sempre più forte, sempre più febbrile suonava l’arco sulla viola disperata. Il musicista era inzuppato di sudore e si contorceva come un animale, senza perdere d’occhio la finestra nascosta. Quegli ultimi passaggi mi suggerirono l’immagine di satiri e baccanti che ballavano impazziti su abissi di nuvole, fumo e fulmini. Poi credetti di sentire una nota più acuta e più decisa che non veniva dalla viola: una nota calma, implacabile, piena di significato, che si beffava di tutto e proveniva lontana da occidente.”
FINALE: A questo punto le imposte cominciano a sbattere con violenza, la finestra si rompe e il vento invade l’appartamento. “Diedi un’occhiata al vecchio e mi accorsi che aveva superato la soglia della coscienza. Gli occhi azzurri erano vitrei, sporgenti e ciechi; la folle esecuzione era diventata un’orgia di suoni meccanici e irriconoscibili che nessuna penna potrebbe descrivere.” Il vento gelido spazza via tutti i fogli dal tavolo. Il giovane cerca di afferrarli prima che volino fuori ma senza riuscirci.


Disegno di Alex Scibilia (2010)

All’improvviso ricordai il mio vecchio desiderio di guardare dalla finestra, la sola in Rue d’Auseil da cui si vedesse il fianco della collina e la distesa della città sottostante. Era molto buio, ma le luci di una metropoli sono sempre accese e mi aspettavo di vederle anche attraverso la pioggia e il vento. Invece quando guardai da quell’altissima finestra d’abbaino, con la luce delle candele alle spalle e la viola impazzita che faceva a gara con l’ululato del vento, non vidi nessuna città. Non c’erano luci amichevoli né strade familiari, ma solo la tenebra dello spazio illimitato, spazio inaudito vivo di musica e movimento, senza alcuna affinità con ciò che è terrestre. E mentre il buio m’inchiodava, il vento spense le candele nella vecchia mansarda, lasciandomi nel buio fantastico e impenetrabile.”
Lo studente, spaventato, indietreggia di qualche passo; ha intenzione di arrivare a Erich Zann e scappare via con lui. Viene sfiorato da una cosa fredda che lo fa urlare, ma il suo grido non riesce a superare il suono della viola. “Poi l’arco impazzito mi colpì nel buio e capii di essere arrivato accanto al musicista. Tastai il buio, toccai lo schienale della sedia di Zann e gli diedi uno strattone alla spalla per cercare di riportarlo in sé.
Non reagì e la viola continuò a suonare senza posa. Spostai la mano verso la sua testa e riuscii a fermare i cenni meccanici che faceva nel buio; gli gridai all’orecchio che dovevamo fuggire dalla minaccia sconosciuta della notte. Non mi badò e continuò a suonare con una frenesia impossibile, mentre misteriose correnti d’aria sembravano danzare nel buio e nel pandemonio. Quando gli sfiorai un orecchio con la mano rabbrividii, senza sapere perché; poi gli tastai la faccia fredda e immobile, la faccia rigida e senza respiro i cui occhi sporgevano inutilmente nel vuoto. Allora capii, per miracolo trovai la porta e liberai il lucchetto di legno. Mi precipitai fuori, lontano dal cadavere con gli occhi spalancati e dalla macabra sonata della viola, la cui furia aumentava mentre fuggivo.


Un'altra illustrazione di Adam Kaňovský (2017)

Corsi, volai per le scale buie, mi gettai a precipizio nell’antica stradina fiancheggiata dalle case pericolanti; scesi i gradini di pietra e divorai l’acciottolato che portava alle strade più basse e al fiume putrescente, incassato fra gli argini. Poi, senza fiato, attraversai il ponte di pietra e sfociai nei più larghi e salutari boulevard che tutti conosciamo. Sono gli ultimi ricordi che ho dell’avventura; notai che non c’era vento, che splendeva la luna e le luci della città brillavano come al solito. Nonostante le ricerche e le indagini più scrupolose, non sono mai riuscito a rintracciare la Rue d’Auseil. Non mi dispiace troppo, come non mi dispiace che sia andata persa in abissi inimmaginabili la confessione che, sola, avrebbe potuto spiegare la musica di Erich Zann.”

Si tratta senza dubbio di uno dei racconti più riusciti del Sognatore di Providence. Il mistero insoluto e insondabile della folle musica di Erich Zann, capace di aprire finestre su altri mondi e dimensioni, ha un fascino e un pathos del tutto particolari. E questo grazie soprattutto alla capacità dell’autore di suggerire, più che mostrare, riuscendo a tenerci in sospeso da un invisibile mai svelato.
In una lettera di Lovecraft, datata 8 febbraio 1922 e indirizzata a Frank Belknap Long, l’autore acclude due racconti, Randolph Carter ed Erich Zann, commentandoli in questo modo:
“Secondo l’opinione quasi unanime dei nostri colleghi dilettanti, Randolph Carter è il mio miglior racconto. Certo si basa su una suspense terrificante e un progredire dell’orrore superiori a quelli di qualunque altra storia che abbia scritto. Erich Zann è una cosa recente. L’orrore non manca – intendo orrore del tipo grottesco e visionario – ma non ‘prende’ come Randolph Carter. Non si può dire che il racconto come tale sia tratto da un sogno, ma a volte ho sognato stradine ripide che ricordano la Rue d’Auseil.”


L'Erich Zann di Matthew Thomas, artista digitale (2014)

Nell’introduzione al racconto dell’antologia da lui curata, Giuseppe Lippi scrive a tal proposito:
“Una volta tanto, il giudizio dell’autore non è equanime: per Lovecraft l’opera più riuscita è quella che meglio corrisponde alla sua estetica progettuale, vale a dire un crescendo di suspense che genera un accumulo di orrori ‘sempre più nefandi’. Questo culto del climax e della costruzione elaborata della tensione, in realtà, sono l’aspetto stilisticamente meno moderno della prosa di HPL. La musica di Erich Zann, un piccolo capolavoro, è in anticipo sui tempi ed evita accuratamente tali espedienti. Il suo fascino è quello del mistero, un mistero assoluto e insondabile, e c’è qualcosa di elegante, di grafico addirittura nella descrizione della catastrofe finale. Due immagini ricorrenti nei sogni di Lovecraft vengono qui sfruttate con la giusta dose di ambiguità: il muro coperto d’edera che guarda sull’altrove e il vuoto dello spazio in cui non è più riconoscibile alcuna forma della vita terrena. Il tema della musica infernale, già avanzato in La palude della luna, riceve qui il suo trattamento più maturo: Lovecraft si considerava negato per ogni forma di espressione musicale e Alfred Galpin affermava che per quanta buona volontà ci mettesse, alla fine era sempre sconcertato dall’ascolto di dischi e incisioni.”
Sappiamo, da alcune lettere di qualche anno dopo, che Lovecraft rivalutò, giustamente, questo suo riuscito racconto. In una di queste, datata 1931, ritiene La musica di Erich Zann il suo secondo racconto preferito fra quelli scritti fino a quel momento. Per la cronaca, il primo era Il colore venuto dallo spazio (1927).


Erich Zann visto da Dino Battaglia (1974)

Ma perché il Sognatore di Providence ha ambientato questa vicenda in Francia e non nel suo amato New England?
C’è un aneddoto raccontato da Jacques Bergier (1912-1978), il quale afferma che un giorno, trovandosi a passare nel quartiere del mercato delle pelli di Parigi, gli parve di ricordare di aver già vissuto una situazione analoga, caratterizzata da quel forte odore di pelle conciata e con quelle strade così strette da far passare a stento la luce. Rimase talmente sorpreso dal fatto che lo scrittore americano Lovecraft ne avesse parlato così dettagliatamente in un suo racconto che decise di inviargli una lettera, nel 1932, nella quale gli chiedeva se era mai stato a Parigi. La risposta lo lasciò di stucco: “Certo che l’ho visitata. Con Poe, in sogno.”
Per quanto la testimonianza del saggista francese riservi qualche dubbio, non si può certo negare che non sia suggestiva. Le perplessità derivano dal fatto che il suo vantato carteggio decennale con lo scrittore (ma qualcuno afferma che possano essere stati non più di cinque gli anni della corrispondenza tra i due) finora non è stato visionato da nessuno studioso. Si può immaginare che queste lettere siano finite agli eredi, ma molti pensano che si tratti di una pura invenzione di Bergier. Noi possiamo solo contare su un paio di lettere pubblicate alla fine degli anni ‘30 su Weird Tales.
Jacques Bergier fu ingegnere chimico, fisico, membro della resistenza francese durante la Seconda Guerra Mondiale – fu anche internato nel campo di concentramento di Mauthausen - spia, giornalista, scrittore, appassionato di occultismo e di alchimia. Noto soprattutto per essere stato il coautore, insieme a Louis Pauwels (1920-1997), del famoso testo Il Mattino dei Maghi (1960), considerato il manifesto del “realismo magico”, o “razionalismo fantastico”, un pensiero che intende il fantastico non al di fuori della realtà, bensì compenetrante la realtà stessa.


Jacques Bergier (1912-1978)
Jacques Bergier, amico di Hergé, appare anche in un episodio di Tintin, Volo 714 destinazione Sidney del 1968, sotto le mentite spoglie di Mik Ezdanitoff.

Scrive Pauwels nell’introduzione del libro:
“È per difetto di fantasia che letterati e artisti cercano il fantastico fuori della realtà, nelle nuvole. Non ne ricavano che un sottoprodotto. Il fantastico, come le altre materie preziose, deve essere estratto dalle viscere della terra, dal reale. E la fantasia autentica è ben altra cosa che una fuga verso l'irreale. ‘Nessuna facoltà dello spirito si immerge e scava più della fantasia: essa è il grande palombaro.’ Generalmente il fantastico viene definito come una violazione delle leggi naturali, come l'apparizione dell'impossibile. Per noi non è affatto questo. Il fantastico è come una manifestazione delle leggi naturali, un effetto del contatto con la realtà quando essa viene percepita direttamente e non filtrata attraverso il velo del sonno intellettuale, attraverso le abitudini, i pregiudizi, i conformismi. La scienza moderna ci insegna che dietro il visibile semplice c'è dell'invisibile complicato.”
Per la cronaca, fu Bergier a definire lo scrittore di Providence il Poe cosmico.
Un altro collegamento con Parigi si trova nell’interessante saggio a firma di Renzo Giorgetti dal titolo “La musica di Erik S. Ovvero… Chi fu il vero ispiratore di The Music of Erich Zann?” apparso su “Studi Lovecraftiani 12” (Dagon Press, Estate 2010).
Qui si ipotizza che la fonte d’ispirazione per il vecchio musicista possa essere stata la figura di Erik Satie (1866-1925), celebre compositore e pianista francese contemporaneo di Lovecraft, famoso per i suoi brani dal carattere così onirico da dare l’illusione di essere trasportati in mondi fantastici. Non a caso fu il primo a ideare e coniare il termine di musique d’ameublement, ovvero quella musica d’ambiente (ambient music) di cui noi consideriamo padre il geniale Brian Eno, a tutti gli effetti continuatore del pensiero di Satie.


Louis Pauwels (1920-1997)

Si tratta di un tipo di musica che, al contrario di tutti gli altri generi musicali, compresa la musica classica (i quali si basano su melodie ripetitive o ritornelli) libera i pensieri e le emozioni, e può essere ascoltata con attenzione come ignorata con una certa facilità, a seconda della scelta dell’ascoltatore.
Satie un giorno, seduto a un caffè con un amico, espresse con queste parole la sua idea: Bisognerebbe creare della musica d'arredamento, cioè una musica che facesse parte dei rumori dell'ambiente in cui viene diffusa, che ne tenesse conto. Dovrebbe essere melodiosa, in modo da coprire il suono metallico dei coltelli e delle forchette senza però cancellarlo completamente, senza imporsi troppo. Riempirebbe i silenzi, a volte imbarazzanti, dei commensali. Risparmierebbe il solito scambio di banalità. Inoltre, neutralizzerebbe i rumori della strada che penetrano indiscretamente dall'esterno.” (Il silenzio non esiste, di Kyle Gann, 2010).


Il Mattino dei Maghi nell'edizione italiana del 1974

Il saggio di Giorgetti evidenzia le somiglianze tra Erich Zann ed Erik Satie partendo dalle curiosità legate alla vita di quest’ultimo, il quale era un appassionato di occultismo, tanto da essere soprannominato Esotérik Satie. Per fare un esempio, una delle sue più famose composizioni si intitola Gnossiennes, dalla parola "gnosi". A un certo punto della sua vita si trasferisce in un appartamento in cui non fa entrare nessuno. Solo dopo la sua morte gli amici possono accedere ai suoi locali, trovandovi un gran disordine, ragnatele dappertutto e “quattromila biglietti, elegantemente calligrafati, con descrizioni di contrade e continenti favolosi, paesaggi immaginari, insegne di diaboliche botteghe, nomenclature riferite a ordini religiosi inesistenti, pubblicità di strumenti ultrasonici, disegni filiformi di castelli, cattedrali e bozzetti di armature e tonache monacali.”
Da notare che questa sua fantasia nel creare mondi immaginari è un tratto in comune con lo stesso Lovecraft, col quale condivide anche la passione per la forma epistolare, viste le numerose lettere che spediva ai suoi numerosi corrispondenti.


Brian Eno

Anche il suo aspetto fisico ricorda quello immaginato da Lovecraft per Erich Zann: Era un individuo piccolo, magro, curvo, vestito poveramente e con due occhi azzurri che brillavano in una faccia grottesca da satiro; aveva una testa quasi calva…”
In ultimo, due curiosità: il nome della via immaginata dallo scrittore (Rue d’Auseil) si rifà alle parole in francese au seuil, che significano “alla soglia”, mentre spesso Zann viene rappresentato il più delle volte con un violino, quando lo strumento che suona è una viola da gamba, o al più un violoncello.

Luoghi: Francia, in una città senza nome, probabilmente Parigi: Rue d’Auseil.
Personaggi: Erich Zann, un vecchio musicista suonatore di viola; Blandot, proprietario dell’immobile dove alloggia lo studente.


Éric Alfred Leslie Satie (1866-1925)

(fine 4a parte)

Sergio Climinti

N.B. Trovate i link a tutte le puntate della bibliografia lovecraftiana in Cronologie & Index; trovate tutti i link letterari nella Biblioteca di Altrove.