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venerdì 27 giugno 2025

CUORE DI TENEBRA

di Riccardo Rosati

Un altro straordinario intervento di Riccardo Rosati, grandissimo esperto di Joseph Conrad: una recensione di "Cuore di tenebra" pubblicato qualche tempo fa da Star Comics, in una collana presentata da Roberto Recchioni. Rosati interverrà come relatore alla 52esima conferenza annuale della britannica The Joseph Conrad Society che, in collaborazione con la The Joseph Conrad Society of Italy, si terrà presso l'Università di Roma la Sapienza, da mercoledì 2 luglio a venerdì 4 luglio 2025; l'intervento di Rosati (il 4 luglio) si intitola "From Darkness to War: Conrad and Coppola" ("Dalla tenebra alla guerra: Conrad e Coppola"). Buona lettura! (s.c. & f.m.)





In anni recenti, la Casa Editrice specializzata in fumetti Star Comics ha portato avanti una riproposizione di alcuni grandi classici della letteratura mondiale di genere. Il percorso è iniziato con la serie i Maestri dell’Orrore, per poi continuare con l’Avventura (“A”, rigorosamente maiuscola), riadattando per quelle che un tempo si solevano chiamare “nuvole parlanti”: Ventimila leghe sotto i mari (1870) di Jules Verne; L'isola del tesoro (1883) di Robert Louis Stevenson; Uno studio in rosso (1887) di Sir Arthur Conan Doyle; Cuore di tenebra (1902) di Joseph Conrad. Noi abbiamo avuto modo di leggere la versione disegnata dell’opera di Conrad (2016), e di cui andremo ora a parlare.

Una storia unica, imprescindibile

Caposaldo della Letteratura in lingua inglese, quello di Conrad è un romanzo che ha influenzato profondamente la cultura occidentale, sin dalla sua uscita nel 1902 (venne inizialmente serializzato in tre episodi nella rivista "Blackwood's Edinburgh Magazine" a partire dal febbraio del 1899), tanto da ispirare parecchi anni dopo lo stupendo film Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola, che permise al cineasta statunitense di elaborare una trasposizione del testo mirabile, contestualizzandolo alla epoca della Guerra del Vietnam.

La trama parla del viaggio di Charles Marlow lungo il maestoso Fiume Congo, durante il periodo dei commerci coloniali in Africa, alla ricerca di Kurtz: uno spietato e geniale mercante di avorio che da tempo non stava dando più notizie di sé e dei suoi importantissimi, per gli europei, traffici nel bel mezzo della giungla congolese. Kurtz è e, probabilmente, rimarrà un personaggio letterario leggendario, con il quale l’autore anglo-polacco creò una impareggiabile allegoria del decadimento morale e spirituale del Vecchio Continente di fine ‘800. Chiariamo tosto che le “profondità africane” descritte da Conrad non sono lo sfondo per una avventura – questione che ci sta particolarmente a cuore e che affronteremo a breve – bensì un contesto in cui il cosiddetto uomo civilizzato è prima sbigottito e, infine, annichilito davanti a quella potenza naturale che egli, dall’Illuminismo in poi, ha creduto di poter dominare. La crisi totale che si abbatte su Kurtz, costui incarnazione di quel limite sottile tanto caro allo scrittore tra follia e grandiosità, è una epitome della vacuità delle illusioni di supremazia dell’homo oeconomicus; oggettivato proprio da quella società industriale britannica, successivamente estremizzata in America, in cui Conrad, dopo le esperienze marinare, viveva e scriveva.


La iniziativa editoriale

Il fumetto si inserisce nelle collane intitolate “Roberto Recchioni presenta”, le quali si sono prefissate di far dialogare la letteratura col fumetto, francamente non sempre riuscendoci, ma comunque l’operazione resta lodevole. Possiamo considerare quelli della Star Comics come perlopiù dei buoni adattamenti; certo, decisamente pop, presumibilmente per avvicinare i giovani a dei classici della narrativa. Positivo è inoltre il fatto che questi fumetti abbiano una elegante copertina cartonata.

Si è in precedenza accennato come gli albi siano accomunati dalla volontà di allargare la conoscenza su quei maestri dell’Avventura che hanno formato legioni di adolescenti appassionati. Sulla bontà di ciò siamo ampiamente concordi. Molto meno, tuttavia, condividiamo l’inserimento di Conrad in tale categoria. Invero, non solo nel lettore “comune”, ma purtroppo addirittura nell’ambito della Anglistica, si semplifica una corretta esegesi di questo enorme artista, definendo le sue storie come avventurose e marinaresche. Una banalizzazione, questa, che si limita al contesto, non intraprendendo una indagine sul senso di un romanzo. Che Conrad sia uno degli autori moderni maggiormente incompresi dalla critica è tuttora argomento di dibattito tra chi si occupa della letteratura in lingua inglese. L’accostarlo, come avviene in questa collana, a Conan Doyle, Stevenson e Verne è solo la ennesima conferma di un giudizio approssimativo del suo opus, molto per colpa – è d’uopo ammetterlo – di specialisti che hanno interesse a declassarlo per via di quella che era la sua visione “cinica”, quindi poco apprezzabile dalle élite culturali che da qualche decennio dettano in modo surrettizio il nuovo canone di quell’Occidente di cui Conrad ha spesso parlato male, stigmatizzandone con ferocia le ipocrisie e storture.

Joseph Conrad



Nel caso precipuo di Cuore di tenebra, quello che potremmo sardonicamente chiamare l’“equivoco conradiano” si palesa con ulteriore clamore, visto che, per dirla in modo netto, la narrazione qui è lentissima, niente affatto avventurosa. Tutti, incluso Charles Marlow (tra gli studiosi si è soliti chiamarlo affettuosamente “Charlie”), sono in attesa, circondati da un alone di silenzio e morte. Persino il battello a vapore, capitanato da Marlow, è quasi trascinato verso la sua meta (l’accampamento di Kurtz nella foresta) da una forza invisibile e inarrestabile, la quale altro non è che lo stesso Fiume Congo. Del resto, Conrad è uno scrittore altamente allegorico e metaforico, e tali stilemi mal si sposano con l’avventura, che predilige una diegesi diretta e ritmata. Altro esempio su come il categorizzare nel genere l’autore anglo-polacco sia un malinteso che si può tranquillamente perdonare al lettore, ma non a un anglista.


Pregi e difetti della pubblicazione

Terminata questa digressione in chiave prettamente letteraria, che sentivamo comunque doverosa, passiamo ad affrontare il fumetto in questione. L’opera conradiana è stata riadattata degnamente nella solida sceneggiatura di Giovanni Masi, che nella Postfazione all’albo ha modo di spiegare i criteri da lui utilizzati nel riprendere i vari passaggi del romanzo e modificarli. In effetti, la sontuosa prosa di Conrad, potente ed evocativa, si presta difficilmente a cambiamenti di sorta; essa, ci spingiamo a sostenere, è una scrittura icastica, pressoché “monolitica”. Pertanto, John Milius, autore della sceneggiatura della sopracitata pellicola di Coppola, compì una autentica impresa nel riversare su carta atmosfere che sarebbero successivamente diventate immagini, senza mai tradire la fonte letteraria originaria.

Meno convincente è forse il lavoro della disegnatrice Francesca Ciregia, la quale sceglie di adottare la celeberrima “Gabbia Bonelliana” (nella storia della Nona Arte Italiana strettamente legata al fumetto di avventura). Ella gestisce proficuamente un contrasto chiaroscurale marcato, che diviene efficace però quasi esclusivamente nella resa ambientale, ancor più che nella caratterizzazione dei personaggi. Il tutto risulta in una grafica assai plumbea, con massicce campiture nere, sostanzialmente incisive per comunicare la percezione di un’acqua minacciosa e la inquietudine che pulsa dalla foresta che “abbraccia” il Fiume Congo attraversato da Marlow sul battello: espediente che Conrad usa per esprimere i tormenti che attanagliano il Capitano, nel suo essere un europeo che agogna quelle risposte salvifiche che l’autore si è costantemente rifiutato di fornire. Non vi è redenzione in Conrad, è necessario capirlo.

Francesca Ciriegia



In generale, il fumetto si contraddistingue per avere una qualità discontinua; la “cupezza” estetica dei disegni aiuta a veicolare la proverbiale Darkness Conradiana, penalizzando marginalmente la decifrabilità dei volti. Eppure, rimane intrigante il tratto della Ciregia, che si potrebbe ribattezzare: “sfumato conradiano”, e per determinati aspetti associabile, sebbene alla lontana, agli acquerelli di Joseph Mallord William Turner (1775 – 1851), con quei paesaggi indefiniti, atti ad amplificare la furia degli elementi pronta a scatenarsi in ogni momento. Tornando alla sceneggiatura di Masi, in modo da richiamare l’ambientazione del romanzo, si è tentato di riprendere quell’“esotismo” divenuto un rinomato attributo visivo con il Corto Maltese di Hugo Pratt, ma le vignette, mancando di dinamismo, non ottengono gli esiti auspicati.


More than a book

Quella di Conrad è una opera passata celermente nell’Olimpo della Letteratura. Talmente si è detto su di essa – talora anche a sproposito, segnatamente la sciocca accusa di essere il frutto di una prospettiva colonialista e razzista – che è impossibile, nello spazio di un articolo divulgativo, riuscire a proporre riflessioni ultime su questo immortale capolavoro. Di sicuro, il romanzo è una veemente denuncia nei riguardi dell’arrogante “potere dei bianchi” e, nel contempo, un vigoroso affresco di una Africa immensa, indomabile e con una alterità aliena. Il viaggio cadenzato della imbarcazione di Marlow verso il suo “cuore” non è, come si è sottolineato, una avventura. Al contrario, è un percorso dentro l’animo umano, in quei nostri “luoghi oscuri”, per dirla con James Ellroy.

Il fumetto della Star Comics, malgrado i numerosi estratti dal libro, non riesce totalmente a riproporre le peculiarità dello scritto conradiano. Ciononostante, lo si consiglia come “strumento didattico”, specialmente per le scuole di Secondo Grado. In aggiunta, la impostazione delle tavole, tipica del “fumetto storico” italiano, facilita una narrazione intelligibile e adeguata a una agile fruizione. Disgraziatamente, anche qui si commette l’errore di far parlare Kurtz: pecca ascrivibile pure alla mediocre versione per il piccolo schermo di Nicolas Roeg del 1993, per la Turner Network Television (TNT). Già, poiché è opportuno ricordare che l’enigmatico mercante di avorio proferisce nel romanzo solamente una frase: “L’orrore! L’orrore!” (“The horror! The horror!”), e tanto basta. Parimenti, tra le profonde oscurità di Cuore di tenebra vi è una singola verità, e su cui vale la pena riflettere: “Viviamo, come sogniamo, da soli” (“We live as we dream—alone”).


Riccardo Rosati

mercoledì 20 maggio 2020

DYLAN DOG: UNA STORIA DELL'ALTRO MONDO! SI, MA QUALE?

di Saverio Ceri


Leggendo il recente "Dylan Dog Color Fest" Delitti e castighi, scritto da Gigi Simeoni e dipinto da Davide Furnò, ci si imbatte in questa vignetta:


Si tratta di un biglietto di invito a una mostra fotografica, che all'interno della storia riveste un ruolo fondamentale; lo stesso biglietto lo si vede più volte nel giro di poche pagine. La cosa curiosa è la data: "sabato 11 maggio 2020"; calendario alla mano l'11 maggio era un lunedì. L'errore è facilmente spiegabile: la storia era stata pensata per essere pubblicata lo scorso anno, quando effettivamente l'11 maggio era di sabato, come ci conferma la pagina pubblicata in anteprima sul sito Bonelli dove casualmente si vede lo stesso biglietto con la data originariamente pensata. Qui sotto la bella tavola di Furnò con l'ingrandimento della vignetta in questione.


Chiaramente prima di andare in stampa in redazione hanno voluto in qualche modo attualizzare la storia trasformando il 2019 in 2020, ma non hanno pensato di aggiornare il giorno della settimana, che comunque doveva rimanere sabato, per esigenze di sceneggiatura... potevano trasformarlo in sabato 9 maggio 2020 per esempio, oppure, ancora meglio, semplicemente omettere l'anno, lasciare solamente sabato 11 maggio, di un anno imprecisato. Sì, perché contestualizzare la storia alla Londra del maggio 2020 significa ambientarla in pieno lockdown e l'avventura in questione si svolge in un ambiente tutt'altro che da pandemia. Evidentemente il Dylan Dog di quest'avventura vive in un mondo tutto suo, non solo per questo dettaglio, ma anche perché, sicuramente non si tratta dell'Old Boy, perché nella storia incontriamo Carpenter e Rania; non si tratta neppure del Dylan pre-apocalisse dato che in forza a Scotland Yard troviamo contemporaneamente anche Bloch. Dobbiamo escludere pure che si tratti del Dylan Dog 666, sia perché non è barbuto, sia perché ha come assistente Groucho. Allora chi è questo Indagatore dell'Incubo raccontato da Simeoni? 
Recchioni nell'introduzione si tutela col fatto che il "Color Fest" è una testata sperimentale, ma è innegabile che in fase di supervisione si sarebbero potute evitare molte incongruenze; sarebbe bastato cambiare alcuni dialoghi in cui è coinvolto Bloch per collocare la storia nel periodo pre-meteora, senza far perdere minimamente forza all'episodio... Peccato, perché per il resto si tratta di una storia ben scritta e superbamente illustrata, fin dalla copertina.


Saverio Ceri

martedì 15 gennaio 2019

UN GIORNO D'INVERNO... UN INDAGATORE, UN DETECTIVE E UN MULTIVERSO. "L'ABISSO DEL MALE" - DYLAN DOG & MARTIN MYSTÈRE 3

di Giampiero Belardinelli

Introduzione

Correva l’anno 1990. Il fumetto bonelliano era in grande fermento grazie al boom e al crescente progresso del Dylan Dog di Tiziano Scalvi. L’altra faccia del successo della Sergio Bonelli Editore era costituita dalla continua cavalcata di Tex, scritto in quel periodo da Claudio Nizzi. Va ricordato che il primo personaggio che ha anticipato nuovi formati editoriali e la tendenza alla multimedialità è stato Martin Mystère. Non è un caso che dalla penna di Castelli nasca l’idea per il soggetto, per i pennelli di Giovanni Freghieri, dell’albo in cui per la prima volta il Detective dell’Impossibile e l’Indagatore dell’Incubo incrociano la propria strada, Ultima fermata: l’incubo! 


Dylan Dog & Martin Mystère n. 1, ottobre 1990 - Disegno di Stano


Passano un paio di anni e arriviamo al 1992. Cavalcando l’onda della trionfante ascesa di Dylan Dog, l’anno precedente la Casa editrice aveva lanciato sul mercato una collana di fantascienza ideata dagli sceneggiatori Antonio Serra, Bepi Vigna e Michele Medda: "Nathan Never". Una serie crepuscolare, dal taglio narrativo e grafico molto dinamico. Nel giro di un solo anno la serie consolidò la sua popolarità e si ritagliò un nutrito seguito di appassionati. Dal canto suo, Tex mantenne la sua solida posizione nell’universo bonelliano, anche se il suo sceneggiatore principale cominciò a manifestare i segni di una crisi creativa. Infatti, di lì a poco, Canzio e Bonelli assoldarono nuovi autori, tra cui Mauro Boselli, destinato a fare grandi cose sia su Tex, sia su Zagor. A proposito dello Spirito con la Scure, nel 1991 Marcello Toninelli aveva lasciato l’incarico di scrivere i testi (anche se la sua firma apparirà sino al ‘93) e, in quell’anno, erano già apparse quelle del già citato Boselli e di Moreno Burattini. Dal 1993 al ’94 l’opera di transizione viene completata e, con L’esploratore scomparso (Zagor 345-348), si dà il via a una grande operazione di rilancio con grandi storie di viaggio e nuovi disegnatori. Pur in questo periodo di ribollire narrativo, quando la Casa editrice decide di aprirsi a contaminazioni multimediali, l’eroe di Darkwood viene regolarmente escluso, ritenuto probabilmente troppo classico. Infatti, nel secondo volume dell’incontro tra DD & MM, La fine del mondo (di Sclavi e Freghieri), tutto si svolge all’insegna della realtà dei due protagonisti di testata. In quel periodo storico i tempi non erano ancora del tutto maturi per inserire l’operazione in un contesto più ampio: quello che oggi definiamo il multiverso bonelliano. In queste ultime righe mi sono soffermato con particolare attenzione su Zagor perché, al di là della personale passione per l’eroe di Nolitta e Ferri, secondo me, e soprattutto per gli attuali responsabili della Casa editrice, il personaggio si presta benissimo a incroci multimediali di qualsivoglia genere. A Lucca Comics 2018, a tal proposito, è stato annunciato il “gemellaggio” tra la Sergio Bonelli Editore e la DC Comics e, non a caso, il primo frutto di questa collaborazione internazionale si concretizzerà nell’incrocio transoceanico tra Zagor e Flash.

Dylan Dog & Martin Mystère n. 2, ottobre 1992. Disegno di Stano



Hell is Here!
Entrando nello specifico del volume qui recensito, mi domando quale sia il personaggio dell’universo zagoriano che, ventisette anni dopo, trasforma in realtà gli incubi di Dylan Dog & Martin Mystère... La risposta immagino la conoscano quasi tutti, compresi coloro che non hanno letto il volume. In caso contrario, invito gli eventuali non lettori a procurarsi L’abisso del male, scritto da Carlo Recagno e disegnato ancora una volta da Giovanni Freghieri: ne vale davvero la pena!
Se scomponiamo il cognome di Garth Hellingen ci accorgiamo di come Guido Nolitta nell’ideare la figura di questo scienziato pazzo lo abbia caratterizzato a partire dalla sui identità anagrafica, in cui è chiaro il riferimento all’Inferno, in inglese Hell. Carlo Recagno ha tenuto a mente tutto il percorso della vita narrativa di Hellingen e, da esperto filologo, ha inserto i passaggi fondamentali della sua evoluzione malefica e inoltre ha creato una grande puzzle dimostrando come le aggiunte date da alcuni continuatori dell’opera di Nolitta siano in pratica del tutto coerenti tra di loro. Alla notevole ricostruzione hellingeniana ha dato un importante contributo lo sceneggiatore Moreno Burattini. Recagno, inoltre, si è avvalso della collaborazione di Alfredo Castelli e Roberto Recchioni: il primo con una quarantina di pagine di sceneggiatura (oltre per alcuni spunti per il soggetto), il secondo con una profonda consulenza dylaniata.

Il cosmo di Zagor irrompe nel XXI secolo di Martin & Dylan


La scelta di dare a Hellingen le caratteristiche del demiurgo universale è insita nella sua personalità e nella sua plasmabilità narrativa, capace di adattarsi alla fantascienza avventurosa (con Nolitta), al racconto metafisico o allegorico (con Sclavi), all’horror (con Boselli), per finire alla ricostruzione filologica, oscura e sociopatica (con Burattini). Nella ricomposizione della personalità di Hellingen ai fini di questo racconto, Recagno ha toccato alcuni passaggi fondamentali dell’epopea hellingeniana. A pagina 49 lo sceneggiatore cita un fulminante dialogo nolittiano tratto da Ora Zero! (Zagor 107-109). Mentre Dylan è avvolto da buio, una voce fuori campo recita: La violenza è l’unico argomento che riesca a imporsi costantemente a un mondo popolato da gente superficiale, distratta, irriconoscente… Solo gli individui superiori hanno il diritto di governare il futuro dell’umanità, anzi ne hanno il dovere! È facile riconoscere, per i lettori zagoriani, la visione della vita del Professor Hellingen anticipata da Nolitta e che Burattini porterà a compimento nella sua versione del personaggio (Zagor 603-605). Hellingen crede nelle teorie della superiorità della razza e nel suo mondo non c’è spazio per chi metta in dubbio questa sua idea di perfezione ariana. Con un’abile regia Recagno ha collegato le intuizioni di Scalvi e Boselli collegandosi alle conclusioni che, partendo dall’imprinting nolittiano, sono state in seguito elaborate da Burattini. In L’abisso del male Hellingen è un viaggiatore degli inferi e il suo Inferno, come un contrappasso dantesco, è trovarsi a vagare nel mondo attuale in cui – almeno nella società occidentale e democratica – il principio fondante è quello di conferire uguale dignità a ogni essere umano. Per lo scienziato pazzo tutto ciò è il suo incubo e la sua dannazione ma, come recita la chiusa dell’albo, l’uomo non sa che il vero Inferno di Hellingen è Hellingen stesso.


La follia di Hellingen!



Come sopra, come sotto…

Lo Spirito dell’uomo viene dalle Stelle, la sua Anima dai Pianeti, il suo Corpo dagli Elementi. Il medico, alchimista e astrologo Paracelso (1493-1541) riassume con questa frase il concetto alchemico di come sopra, come sotto, citato da Hellingen a pagina 133. Secondo questa filosofia esoterica ogni energia ed elemento chimico presenti nell’Universo si trovano anche nei nostri organismi. Nel racconto ogni elemento sembra infatti riflettersi nei vari mondi in cui la vicenda si snoda. Lo vediamo nei due intermezzi, disegnati rispettivamente da Giulio Camagni e Sergio Giardo, in cui Dylan e Martin si ritrovano altrove a riflettere sulle reciproche idiosincrasie, confrontandosi con i loro stessi alternativi. In questa sorta di dialogo interiore con se stessi, Dylan e Martin acquisiscono finalmente consapevolezza di essere – afferma il Detective dell’Impossibile – più simili di quanto ciascuno di noi voglia ammettere (p. 167). E la definitiva conclusione di questo specchio alchemico citato nel titolo del paragrafo è suggellata dalla perentoria frase dello Spirito con la Scure che, rivolgendosi ad Hellingen, dice: Se tu esisti, esisto anch’io! (p. 191).


Multiverso bonelliano
Questo terzo incontro tra Dylan e Martin riprende alcuni spunti presenti negli altri due (lo scatenarsi di forze oscure, la reciproca diffidenza) ma non si limita, come abbiamo visto, a essere una variazione sugli stessi temi. Lo sceneggiatore dell’albo Recagno, i supervisori Castelli e Recchioni, con l’avvallo della Casa editrice, hanno dato il via a un'operazione che riflette gli orientamenti del nuovo corso bonelliano. In questo periodo storico in cui l’interesse alla lettura dei Fumetti (e non solo) è scesa drasticamente, i responsabili della Sergio Bonelli Editore non si sono arroccati su un pericoloso immobilismo, ma per fortuna hanno allargato gli orizzonti e dato il via a una serie di iniziative editoriali volte a toccare un pubblico oggi non più legato per sempre agli stessi personaggi. Le realtà ci dice che là fuori ci sono lettori pronti ad accogliere nuove proposte, passando senza soluzione di continuità da un albo a fumetti, a una serie televisiva sui canali in streaming, all’acquisto o allo streaming della musica sulle varie piattaforme digitali. Non accettare questo cambiamento culturale, da parte del pubblico o dagli addetti ai lavori, significa essere dei dinosauri destinati all’estinzione. Questo albo, in conclusione, è un perfetto compendio della nuova filosofia bonelliana. Una Bonelli consapevole del proprio storico patrimonio culturale, da cui è fortunatamente ripartita verso nuovi orizzonti.

La variant cover di Dylan Dog & Martin Mystère n. 3



Freghieri style

L'artista è ormai un veterano della Casa editrice avendo reso graficamente Bella & Bronco (1985), Martin Mystère e infine Dylan Dog. Freghieri è il disegnatore che ha conferito una precisa personalità a tutte le storie da lui illustrate. A dispetto della lunga carriera l’autore non solo non ha perso il mordente dei primi anni, ma ha saputo trovare nuova energia e voglia di stupire. L’albo in questione mostra un Freghieri in grande forma, con il suo stile graffiante, ma sempre pulito e comunicativo. Il disegnatore ha realizzato tavole spettacolari facendo recitare un numero notevole di personaggi usciti dalle rispettive testate: un cast da kolossal postmoderno. Allo stesso tempo ha caratterizzato in maniera seducente le due fondamentali figure femminili, dall’esuberante Angie alla malinconica attrice hollywoodiana immortalata, tra le altre scene, mentre interpreta il tema di Twin Peaks Falling, di Angelo Badalamenti e David Lynch (p. 46). La sua interpretazione di Hellingen, infine, è poderosa e soprattutto molto espressiva. A mio parere una delle migliori caratterizzazioni dello scienziato pazzo. Una segnalazione speciale infine per Angelo Stano, autore di una copertina sontuosa. 


Dylan Dog & Martin Mystère n. 3, dicembre 2018. Disegno di Stano


Dylan Dog & Martin Mystère 3
L’ABISSO DEL MALE 
Dicembre 2018
pag. 198, € 6,90
Testi: Carlo Recagno,
con la collaborazione di Alfredo Castelli e la supervisione di Roberto Recchioni
Disegni: Giovanni Freghieri,
con la partecipazione di Giulio Camagni e Sergio Giardo e il contributo di Giancarlo Alessandrini, Luca Enoch, Lucio Filippucci, Nicola Genzianella, Giuseppe Matteoni, Giuseppe Palumbo
Copertina: Angelo Stano
Rubriche: Roberto Recchioni e Alfredo Castelli


Giampiero Belardinelli

N.B. Trovate i link alle altre recensioni bonelliane sul Giorno del Giudizio!

martedì 3 luglio 2018

MAXI DYLAN DOG: 100 AVVENTURE IN 20 ANNI


Diamo i Numeri 51

di Saverio Ceri

Curiosamente col 33° Maxi Dylan Dog appena giunto nelle edicole, la redazione dell’Indagatore dell’Incubo può festeggiare in contemporanea due avvenimenti: i 20 anni di permanenza in edicola della collana e le 100 avventure pubblicate sul balenottero dedicato all’Old Boy.

Il 33° Maxi Dylan Dog, con il quale si festeggiano le 100 avventure e i 20 anni dall'esordio. Cover di Andrea Accardi
La collana in questi quattro lustri ha cambiato periodicità, grafica, copertinisti e “destinazione d’uso”; ripercorriamo brevemente la sua storia editoriale: a fine giugno 1998 la redazione di Dylan decise di sfruttare il fatto che l’estate è (o era) il periodo in cui si vendono più fumetti e il fatto che il prolificissimo duo Montanari & Grassani è (o era) la coppia di illustratori più amata dai lettori dell’Indagatore dell’Incubo, per confezionare un albo “maxi”, sulla falsariga di quello già realizzato solo pochi mesi prima per Tex. L’ appellativo di Maxi per indicare un albo di lunghezza tripla rispetto al normale, contenente storie inedite, era stato infatti appena coniato… per il secondo “maxi” del ranger; il primo balenottero (così li indicano affettuosamente in redazione, fin dall’esordio) di Aquila della Notte era uscito ben 6 anni prima, ma fino ad allora era stato indicato solo come “Tex Oklahoma”. In quei mesi aveva esordito pure un altro “malloppone”, Agenzia Alfa, che però non è mai rientrato nella categoria dei Maxi, anche se per anni ne ha svolto le funzioni, prima che un vero e proprio Maxi Nathan Never esordisse in edicola. In generale, vale per tutti o quasi i personaggi, in questi balenotteri  vengono pubblicate le storie che, prodotte in abbondanza dai team creativi delle varie collane, non trovano spazio, per un motivo o per un altro, sugli albi mensili.

Il volume di esordio, datato Luglio 1998 - Cover di Angelo Stano
Torniamo a Dylan Dog: per anni la formula tripla dose di Montanari e Grassani da leggersi sotto l’ombrellone è stata la peculiarità del malloppone dedicato all’inquilino di Craven Road 7, e, tutto sommato, per quanto ne so, è stata un’alchimia vincente, tanto che nel 2011 si decise di raddoppiare le uscite del Maxi realizzandone una versione invernale, in edicola a febbraio, con una variante ai disegni: non l’abituale dinamico duo, ma, a rotazione tutti gli altri disegnatori, in albi mono-illustratore. Nei quattro anni di questo assetto editoriale della collana, abbiamo letto volumi disegnati completamente da Roi, Freghieri, Piccatto e Cossu, altre quattro colonne grafiche del personaggio, di cui i primi tre prolificissimi, tant’è che sono pure gli unici ad aver disegnato oltre 5000 tavole dell’anti-eroe di Sclavi.
Con l’avvento di Recchioni alla supervisione del personaggio, il maxi si trasforma, col numero 22, in un qualcosa di diverso; a livello di periodicità diviene quadrimestrale, inaugurando pure la versione autunnale in edicola sempre nei giorni in prossimità di Halloween; a livello grafico risente dell’intervento di Paolo Campana che si occupa in quel periodo del restyling di quasi tutte le collane dylaniate, differenziandosi da tutti gli altri maxi della casa editrice; cambia pure il copertinista con l’avvento di Gigi Cavenago al posto di Angelo Stano; ma soprattutto cambia la logica della testata. Nella serie regolare si era deciso di dare uno scossone improvviso alla vita del personaggio proiettandolo nel ventunesimo secolo e concedendo all’ispettore Bloch l’agognata pensione. Il cambio repentino inevitabilmente rese obsolete decine di storie già pronte di stampo “classico”; per pubblicarle  senza riscriverle o ridisegnarle profondamente, si è pensato bene di trasformare il balenottero che pubblica ben 9 avventure l’anno (quasi come un mensile parallelo), in una sorta di raccoglitore di avventure del Dylan del passato, quello che abbiamo sempre conosciuto e apprezzato, chiuso nel suo limbo tra gli anni ottanta e novanta, dove il tempo non scorre, e dove Bloch ancora lo aiuta benevolmente da dietro la sua scrivania di Scotland Yard; per legare ancora di più la collana a questa realtà è stato modificato il logo in “Maxi Dylan Dog Old Boy”, che richiama subito il passato, ma anche la presenza dell’amico ispettore, l’unico a chiamare “Old boy” l’Indagatore dell’Incubo.

Nuova grafica, nuovo copertinista, nuova periodicità, nuova filosofia a partire dal 22° Maxi - Cover di Gigi Cavenago
In questo nuovo format quadrimestrale, l’unico punto fermo rimane l’appuntamento estivo con un volume tutto disegnato da Montanari e Grassani, o quasi; in questi ultimi due anni, infatti, a dare una mano a Grassani per inchiostrare le matite di Montanari sono arrivati Valeri, Lopresti e Santoro. 
L’ultimo cambio si registra col numero 29, quando Accardi sostituisce alle copertine Cavanago, nel frattempo promosso titolare sulla serie mensile.

Ultimo cambio: arriva Andrea Accardi alle copertine e partire del numero 29.
Se la matematica non è un opinione, in trentatré albi da tre storie si dovrebbero contare novantanove avventure pubblicate, invece, come dicevamo in apertura siamo esattamente a quota cento. Questo grazie a due volumi che in quest’ultimo periodo, un po’ più anarchico per la collana, hanno presentato un menù diverso dal solito: il numero 28 con ben sei storie, di cui quattro brevi probabilmente destinate originariamente alla collana gigante, soppressa dalla programmazione annuale; e il numero 30 con una sola lunga avventura in tre atti. Praticamente sette storie in due albi, anziché sei: grazie a questa storia in più, si arriva esattamente a 100 storie in 33 albi.
Volete saper chi in questi 20 anni ha realizzato più storie sui Maxi Dylan Dog? Scopriamolo, a partire dagli sceneggiatori, nelle tabelle che seguono.


Sceneggiatori
tavole
storie
1°
Di Gregorio
1504
16
2°
Marzano
1222
13
2°
Mignacco
1222
11
4°
Ruju
1034
11
5°
Gualdoni
846
12
6°
Cavaletto
470
5
7°
Barbato
376
4
7°
Enna
376
4
9°
Chiaverotti
282
3
9°
De Nardo
282
3
9°
Faraci
282
3
12°
Accatino
188
2
12°
Manfredi
188
2
12°
Porretto/Mericone
188
2
15°
Artusi/Lombardo
94
1
15°
Bilotta
94
1
15°
Contu
94
1
15°
Gualtieri/Marsiglia/Monteleone
94
1
15°
Recchioni
94
1
15°
Santarelli
94
1
15°
Sclavi
94
1
15°
Simeoni
94
1
15°
Wood
94
1
Totali
9306
100




Giovanni Di Gregorio ha firmato 16 dei 100 episodi apparsi sul maxi, circa un sesto del totale, seguono Marzano e Mignacco, entrambi al secondo posto come numero di pagine, ma, mentre Marzano lo è anche per numero di storie, altrettanto non si può dire per Mignacco, scavalcato anche da Gualdoni; questo perché Mignacco è l’autore di “Oltre ai confini della realtà”, quella storia unica che ha occupato tutto un maxi, che è quindi anche la storia più lunga pubblicata sui balenotteri di Dylan, mentre Gualdoni, al contrario è l’autore di quelle quattro storie brevi apparse sull’altro maxi atipico che citavamo poco sopra, e con la storia “Cuore di mamma” di sole 22 tavole è dunque l’autore dell’avventura più corta pubblicata sulla collana.


Dopo i 27 sceneggiatori che si sono cimentati con l’Old Boy, passiamo ai 31 disegnatori: ovviamente Montanari e Grassani la fanno da padroni.



Disegnatori
tavole
storie
1°
Montanari
2937,5
30,42
2°
Grassani
2843,5
29,8
3°
Piccatto L.
415,17
4,42
4°
Cossu
376
4
4°
Roi
376
4
6°
Freghieri
282
3
7°
Dell'Uomo
188
2
7°
Pontrelli
188
2
7°
Torti Ric.
188
2
10°
Di Vincenzo
141
1,5
11°
Baggi
94
1
11°
Bigliardo
94
1
11°
Caretta
94
1
11°
Casertano
94
1
11°
Chella
94
1
11°
Coppola
94
1
11°
Pennacchioli G.
94
1
11°
Zamborlini
94
1
19°
Santaniello
86,17
0,92
20°
Massaglia
70,5
0,75
21°
Riccio R.
62,67
0,67
22°
Piccioni
47
0,5
22°
Corbetta
47
0,5
22°
Dall'Agnol
47
0,5
22°
Lopresti
47
0,17
22°
Santoro
47
0,5
22°
Valeri
47
0,17
28°
Martusciello
46
2
29°
Romeo
24
1
29°
Russo F.
24
1
29°
Piccatto F.
23,5
0,25
Totali
9306
100

Vedete molti numeri decimali, sia tra le tavole che tra le storie; ovviamente sono dovuti alle storie firmate a quattro, o più, mani. Passiamo ora ai tre copertinisti che si sono succeduti alle cover della collana, fino ad oggi.


Copertinisti
cover
1°
Stano
21
2°
Cavenago
7
3°
Accardi
5
Totale
33


C’è qualcuno che ha messo le mani su più tavole di tutti gli altri per quanto riguarda i Maxi Dylan Dog, è Diana Rocchi, autrice del lettering di ben 42 episodi sui 100 presi in esame, qui sotto la vediamo precedere, nell’apposita graduatoria, nove suoi colleghi. Notate come curiosamente in calce alla classifica troviamo un episodio letterato da “nessuno” ; si tratta infatti di un episodio particolare, senza parole, pubblicato nell’epoca recchioniana.

Letteristi
Tavole
Storie
1°
Rocchi
3948
42
2°
Colombo
1598
17
3°
Tuis O.
940
10
4°
Belletti
706
8,33
5°
Pejrano V.
658
6,33
6°
Corda
564
6
7°
Bozzi
470
5
8°
Riboldi R.
188
1,33
9°
Tuis R.
94
1
10°
Sanfelice
46
2

(nessuno)
94
1

9306
100


Chiudiamo con "Forse non tutti sanno che..." alcuni episodi realizzati per il Maxi hanno trovato spazio anche nelle ristampa Dylan Dog Superbook e nella collana I maestri della paura abbinata alla Gazzetta dello Sport nei primi mesi del 2017. Si tratta di solo dodici episodi sui cento in questione, tra questi uno in particolare è stato ristampato su entrambe le pubblicazioni citate, si tratta di Ho ucciso Jack lo Squartatore, l’unica avventura scritta da Tiziano Sclavi per questa testata, curiosamente.

Saverio Ceri

P.S. Curiosamente questo pezzo inizia e finisce con "curiosamente".

N.B. Trovate gli altri dati bonelliani nelle precedenti puntate della nostra rubrica Diamo i numeri.