sabato 31 agosto 2019

JOHN HENRY SELMAN, UN UOMO ENIGMATICO! UN FEROCE FUORILEGGE: L’UOMO CHE UCCISE JOHN WESLEY HARDIN! - LA STORIA DEL WEST by WILSON VIEIRA (LXX PARTE)

di Wilson Vieira

Seguiteci nelle vicende di John Selman, fra revolver, polvere da sparo, furti di bestiame, saloon, bordelli e sangue a fiumi! Avvincente settantesima parte della Storia del West che Vieira scrive per noi e sceglie personalmente anche le illustrazioni non bonelliane! Buona lettura! (s.c. & f.m.)





Sebbene, e di gran lunga, non sia il più noto tra i famigerati personaggi del Vecchio West, la vita di John Henry Selman fu certamente una delle più famose. A volte indicato come “Vecchio Giovanni” o “Zio Giovanni”, operò in vari ruoli, tra cui soldato, avvocato, vigilante e terribile fuorilegge. Nacque nella contea di Madison, nell’Arkansas, il 16 novembre 1839; la famiglia si trasferì successivamente nella Contea di Grayson, in Texas, nel 1858.



Alcuni anni dopo, il 16 dicembre 1861, il padre di Selman morì e il giovane si unì al 22° Cavalleggeri del Texas, combattendo come soldato semplice nella Guerra Civile. Tuttavia, solo 15 mesi dopo, nell’aprile 1863, abbandonò Fort Washita, nell’Oklahoma. Si trasferì quindi nella Contea di Stephens, dove nel 1864 si arruolò nella Milizia di Stato del Texas. Deve aver fatto un lavoro migliore in questo reggimento, poiché l’anno successivo, nell’aprile 1865, fu promosso al grado di tenente. Pochi mesi dopo, il 17 agosto, sposò Edna Degrafenreid, che sarebbe presto rimasta incinta del suo primo figlio. Nel corso degli anni la coppia avrebbe avuto quattro figli. Selman si trasferì con la sua famiglia nella contea di Colfax, nel New Mexico, per un breve periodo, prima di tornare in Texas e stabilirsi a Fort Griffin.




Ben presto iniziò a lavorare come vice dello sceriffo della Contea di Shackelford, John M. Larn. Fort Griffin in quei giorni era un posto senza legge, pieno di numerosi personaggi famosi con cui Selman, senza dubbio, venne in contatto. A Griffin, che pr la sua perversione fu soprannominato “Babylon on the Brazos”, c’erano personaggi del calibro di Doc Holliday (1851 – 1887), Wyatt Earp (1848 – 1929), Big Nose Kate (1849 – 1940), Dave Rudabaugh (1854 – 1886), Lottie Deno (1844 – 1934), Pat Garrett (1850 – 1908) e John Wesley Hardin (1853 – 1895).












Lo sceriffo John Larn, tuttavia, non era quello che sembrava essere. Poco dopo aver assunto il suo ruolo , Larn aveva stipulato un contratto privato con il presidio territoriale locale per consegnare tre capi di bestiame al giorno. Tuttavia, Larn non aveva intenzione di onorare legalmente questi contratti. Quando Selman salì a bordo, la coppia si mise a soffiare il bestiame ai vicini allevatori. In poco tempo, Larn e Selman, invece di controllare il crimine dell'area, controllavano i vigilantes, rubando ancora più bestiame e terrorizzando la contea. Tuttavia, i sospetti divennero presto certezze quando un certo numero di allevatori notò che mentre le loro mandrie si stavano lentamente riducendo, quella di Larn rimaneva inalterata. Larn si dimise dalla carica sceriffo il 7 marzo 1877 e fu sostituito da William Cruger. Lui e Selman si dedicarono unicamente al furto di bestiame. Una serie di atti violenti furono perpetuati dalla coppia mentre di davano da fare con le mandrie: sparavano ai cavalli e contro le case dei cittadini terrorizzati. Alla fine fu emesso un mandato per l’arresto di Larn nel giugno 1878 e William Cruger fu incaricato di arrestare il suo ex capo. Il 22 giugno Larn fu portato nella prigione di Fort Griffin, dove Cruger ha fece legare Larn al fabbro locale sul pavimento della cella per impedire che i suoi complici lo facessero fuggire. La notte successiva la “Tin Hat Brigade” prese d’assalto la prigione con l’intenzione di impiccare Larn. Quando scoprirono di non poter linciare l’uomo perché era incatenato in terra, gli spararono.


Tex n. 370, agosto 1991. Disegno di Galep


Selman, saggiamente, scomparve. Si rifece vivo nella Contea di Lincoln, nel New Mexico, da fuorilegge. Lì formò una banda di criminali chiamati “Selman’s Scouts”. Per due mesi, tra settembre e ottobre 1878, questi "scout" rubarono cavalli e bestiame, uccisero uomini e ragazzi innocenti e saccheggiarono fattorie e case. Alla fine furono fermati quando il governatore Lew Wallace emise un proclama che minacciava la legge marziale. Selman tornò in Texas e sua moglie morì nel 1879. L’anno seguente fu catturato dai Texas Rangers e portato nella Contea di Shackelford per essere processato per i suoi crimini. Tuttavia, riuscì a fuggire e si diresse verso Chihuahua, in Messico, dove visse fino al 1888, quando nel Texas le caddero le accuse contro di lui. Si trasferì quindi a El Paso dove si risposò e si guadagnò da vivere principalmente come giocatore d’azzardo e talvolta come poliziotto cittadino. Il 5 aprile 1894, John Selman incontrò il Texas Ranger Bass (Baz) Outlaw.




Outlaw, che era ubriaco, si diresse verso il bordello di Tillie Howard e Selman lo seguì. Mentre Selman sedeva nel salotto, Outlaw si fece strada verso la parte posteriore. Poco dopo gli cadde la sua pistola, che sparò accidentalmente. Si scatenò l’inferno. Selman, così come il Texas Ranger Joe McKidrict che era di ronda nel quartiere, corse a vedere a cosa fosse dovuta la confusione. Mentre entrambi cercavano di calmare l'ubriaco, Outlaw puntò la pistola contro McKidrict e gli sparò alla testa e alla schiena, uccidendolo all’istante; quindi sparò a Selman, quasi colpendolo in faccia e causandogli profonde ustioni da polvere da sparo. Selman rispose al fuoco, colpendo Outlaw appena sopra il cuore. Mentre Bass barcollava all’indietro, sparò altri due colpi, colpendo Selman sopra il ginocchio destro e nella coscia. Bass quindi barcollò nella strada dove si arrese al Texas Ranger Frank McMahon. Morì quattro ore dopo. John Selman fu processato per aver ucciso Outlaw, ma il giudice ordinò alla giuria di dichiararlo non colpevole. L’anno seguente, il 19 agosto 1895, Selman arrestò la fidanzata prostituta di John Wesley Hardin.


Deadwood Dick n. 3, settembre 2018. Disegno di Mastantuono






Sconvolto, Hardin affrontò presto e i due litigarono. Hardin andò quindi nel saloon Acme, dove iniziò a giocare a dadi. Poco dopo Selman lo seguì nel saloon e senza preavviso gli sparò tre volte da dietro, uccidendolo.




Mentre era in prigione, incontrò il vice Marshall George Scarborough (1859 – 1900), che era stato amico intimo di un altro uomo che Selman aveva ucciso. In pochissimo tempo, i loro discorsi si trasformarono in una disputa, quindi in una sparatoria. Scarborough colpì Selman quattro volte. Selman morì il 6 aprile 1896 e Scarborough fu assolto per omicidio. Fu appurato che Selman aveva ucciso tra i 12 e i 30 uomini durante la sua vita.  Selman fu sepolto nel cimitero della Concordia di El Paso, nella parte cattolica, ma la sua tomba non era contrassegnata e tutti i tentativi di localizzarla non hanno avuto successo.  Scarborough stesso fu ferito a morte in uno scontro a fuoco con due ladri e morì il 5 aprile 1900, esattamente quattro anni dopo aver sparato a John Selman...


Wilson Vieira

N.B. Trovate i link alle altre puntate della Storia del West in Cronologie & Index!

DIABOLIK... INDAGATORE DELL'INCUBO?

di Filippo Pieri

Sulla Settimana Enigmistica n. 4280 del 3 Aprile 2014, a pagina 20, all'interno della rubrica "Chi fu detto?", si chiede: ...indagatore dell'incubo? (Diabolik - Dylan Dog - Martin Mystère).


N.B. Trovate i link alle altre novità bonelliane su Interviste & News!

venerdì 30 agosto 2019

SECRET ORIGINS: TEX CLASSIC 66

di Saverio Ceri

Bentornati a Secret Origins, la rubrica quattordicinale che, con l'occasione dell'uscita di ogni nuovo numero di Tex Classic, ripercorre la storia editoriale del Ranger attraverso le copertine  legate all'albo in edicola.
Il 66° albo della più recente collana bonelliana di ristampe di Tex contiene le strisce originali dalla numero 4 alla numero 9 della serie Topazio, la dodicesima serie in quello storico formato, uscite tra l'aprile e il maggio del 1956. Le stesse avventure furono poi riproposte montate su tre strisce negli albi 17 e 18 della quarta serie degli Albi d'Oro, entrambi datati novembre 1957.
Come spesso accade sono proprio le due cover degli Albi d'Oro a contendersi il ballottaggio per l'immagine di copertina del Classic e come spesso accade a vincerlo è l'illustrazione meno vista delle due: quella che vedete qui sotto, la cover del Tex Quindicinale IV serie - n.17


Rispetto all'originale del 1957, la copertina odierna, che potete ammirare qui sotto, si segnala, oltre che per qualche aggiunta sui bordi dell'immagine per renderla più vicina al formato "orizzontale" necessario per questa collana, per la curiosa scomparsa della freccia che trafigge il soldato al centro... sembra quasi che il malcapitato assuma quella plastica posa perché colpito alle spalle dalla punta del fucile del collega.  


Uno dei tre titoli della cover del 1957, sicuramente è familiare alla stragrande maggioranza dei lettori di Tex ed è inevitabilmente legato alla cover che vedete qui sotto, quella che ha perso il ballottaggio di cui parlavamo sopra.


Non c'è dubbio che la vignetta che ha fatto da modello per Galleppini nel realizzare la cover dell'Albo d'Oro, è quella che vedete qui sotto: il cavallo è praticamente il solito, ma il cavaliere è armato di un moderno fucile anziché di rudimentale ascia; e anche il cavallo abbattuto del soldato si trova nella stessa posizione. Curiosamente questa illustrazione non appariva in quell'Albo d'Oro, ne tantomeno appare su questo classic, ma la vedremo solo nel successivo; infatti è tratta dalla ventesima striscia  del decimo numero della collana Topazio.

Ma torniamo alla cover del 18° Albo d'Oro e alla sua vicenda editoriale: il cavallo rampante col suo cavaliere indiano sono stati utilizzati successivamente nell'autunno del 1962, per la celebre copertina del numero 27 della serie attuale di Tex. Per l'occasione, la figura in primo piano viene leggermente ruotata in senso orario, mentre, per mano di Franco Bignotti, viene cambiato completamente il contesto per dare un senso al titolo. Lo stesso ingombrante titolo è farina del sacco di Bignotti.


Nella versione di Tutto Tex la cover viene leggermente ritoccata da Galep, che infoltisce il piumaggio del capo del protagonista, ridisegna la punta dell'ascia e aggiunge un pezzo di forte.
La versione della nuova ristampa. ascia a parte, si rifà invece alla cover "originale" del 1962.



La peculiarità di questa cover è che per almeno quarant'anni è stata l'unica della serie regolare di Tex... senza Tex. 
Stavolta ci salutiamo con un quiz: Chi si ricorda qual'è stato il secondo albo della serie mensile di Tex senza il titolare della testata?

Saverio Ceri


N.B. Trovate i link alle altre Secret Origins in Cronologie & Index!

martedì 27 agosto 2019

DIME WEB INTERVISTA LEONARDO GORI! (LE INTERVISTE LXIX)

a cura di Elio Marracci

Non poteva stavolta mancare un "cappello" della Redazione a questa nuova, eccellente intervista condotta dal nostro Elio Marracci. Come potete leggere un po' dappertutto qui su "Dime Web", e soprattutto nelle pagine "Da Collezionare a Dime Press" e "Chi diavolo siamo?", i legame fra noi e Leonardo Gori è pluridecennale e sotto l'egida della vera amicizia. Insieme abbiamo concluso l'avvincente storia di "Collezionare" (che alla fine era pubblicata dal Club del Collezionista in "combutta" con il GAF) e di "Exploit Comics" (che del GAF era emanazione); insieme abbiamo fondato la nuova "If"; insieme abbiamo collaborato in Immagine, per il Salone di Lucca e la romana Expocartoon; insieme abbiamo scritto per le riviste e i libri della Comic Art; insieme abbiamo spartito una buona fetta dei miglior anni della nostra vita. È un piacere e un onore averlo nostro ospite. Buona lettura! (s.c. & f.m)

Leonardo nella sua Firenze, sfondo delle imprese di Arcieri


Quando la storia diventa letteratura di genere: due chiacchiere con Leonardo Gori

Leonardo Gori è nato a Firenze il 1 gennaio 1957. È laureato in Farmacia. Ha pubblicato nel 2000 il suo romanzo d’esordio nel campo del “giallo storico”, Nero di Maggio, ambientato a Firenze nel 1938 all’epoca della visita di Hitler e di Mussolini alla città. In seguito ha dato alle stampe I delitti del mondo nuovo, Il passaggio, La finale, Lo specchio nero e Il fiore d’oro, scritti con Franco Cardini, L’angelo del fango, con cui nel 2005 ha vinto il prestigioso Premio Scerbanenco nell’ambito del Noir in Festival di Courmayeur, e numerosi altri libri - prima per Hobby & Work e poi per TEA. Prima di dedicarsi ai romanzi gialli, o per meglio dire "di tensione", però, si è occupato per quasi trent’anni di narrativa grafica e forme espressive correlate - illustrazione, cinema, disegno animato. Ha sempre coniugato l’attività di ricerca e studio del fumetto con quella di collezionista, con particolare attenzione al periodo di produzione fra la fine dell’Ottocento e il 1950. Ha collaborato con le maggiori riviste di storia e critica del medium, come “Il Fumetto”, “Exploit Comics”, “Comic Art”, “Fumo di China”, “Fumetti d’Italia”, “Dime Press”, “Nostalgia”, “Les cahiers de la Bande Dessinée”, alle pagine culturali dei quotidiani “La Nazione”, “Il Resto del Carlino” e a “Il Giornale della Toscana” e ha fatto sporadiche incursioni in prestigiose testate, quali “Capital”, le collane Disney americane, “Zio Paperone”.


Leonardo Gori (al centro) con Andrea Sani, Luca Boschi e Alberto Becattini (accovacciato) ai tempi della presentazione della monografia su Disney per "Paralleli" (foto di Moreno Burattini)

Negli anni Ottanta ha stretto un sodalizio con alcuni suoi conterranei, Luca Boschi, Alberto Becattini, Franco Bellacci e Andrea Sani, partecipando alla scrittura di alcuni fondamentali testi di storia e critica del Fumetto: Romano Scarpa, I Disney italiani, Jacovitti – Il cartoonist e il mito in cinquant’anni di fumetto italiano, il numero speciale di “Paralleli” dedicato a Walt Disney, parte del catalogo della mostra Topolino – 60 anni insieme e Romano Scarpa – Sognando la CalidorniaCon Francesco Stajano e Alberto Becattini ha scritto Don Rosa e il rinascimento disneyano, e col solo Stajano Il grande Floyd Gottfredson; con Boschi, Giulio C. Cuccolini e altri Sebastiano Craveri – figurinaio e animalista; con Gianni Bono Dick Fulmine – l’avventura e le avventure di un eroe italiano e Tex – un eroe per amico. Ha collaborato assai attivamente con l’Epierre di Gianni Bono, per varie produzioni, fra le quali è comunque preminente la rivista di critica “IF, Immagini & Fumetti”, di cui è stato direttore editoriale, ri-fondata insieme al gruppo di "Collezionare" e "Dime Press". È stato membro di “Immagine”, ha fatto parte dello staff di Expocartoon e ha collaborato anche a Lucca Comics. Non dimentichiamo infine il suo lunghissimo impegno da dirigente nel GAF Firenze, con le fondamentali testate "Exploit Comics" e "Notiziario GAF". In occasione dell'uscita del suo ultimo romanzo La nave dei vinti ha voluto rispondere ad alcune domande che gli ho posto. Quindi senza indugiare oltre lascio a lui la parola!


DIME WEB - Ti puoi presentare? In due parole chi è Leonardo Gori?

LEONARDO GORI - Sono soprattutto un appassionato di fumetti e di letteratura, uno spettatore cinematografico e televisivo che un giorno di tanti anni fa ha provato a saltare la barricata e a passare “dall’altra parte”. Dopo aver descritto per una vita i meccanismi narrativi dei grandi autori, ho provato a mettere in pratica quel che pensavo di avere imparato.



Gori intervista Becattini, alla presentazione della ristampa riveduta, corretta e ampliata del saggio "Disney Italiani". Con loro Sani e Boschi.



DW - Come molti che, al giorno d’oggi, si occupano di narrativa la scrittura non rappresenta la tua occupazione principale. Riferendoti alla tua esperienza personale puoi raccontare come riesci a conciliare questi due lavori?

LG - Vivo anche facendo tutt’altro, ma ormai considero la scrittura la mia occupazione principale. Il che costituisce indubbiamente un problema: ma è tutto mio, penso che agli altri importi ben poco! Giustamente i lettori vogliono solo leggere dei bei libri. Se gli scrittori non ce la fanno a campare solo di scrittura è affar loro, non ti pare? Scrivo all’alba, due ore al giorno, tutti i giorni. Inspiration & perspiration, come dicono i maestri anglosassoni. Il segreto è tutto lì.


DW - Nella tua carriera di scrittore ti sei occupato di argomenti diversissimi come critica fumettistica, musica jazz e romanzi storici. Cosa ti ha spinto a cimentarti con ambiti così diversi?

LG - Mi piace mettere le mani in tutto quello che mi appassiona. Smontare i giocattoli, provare a fabbricarne di miei... per ora non ho mai scritto di musica, ma mi stai tentando...


DW - Sei nato e vivi a Firenze. Quanto la città e il tuo essere toscano, sempre che l'abbiano fatto, hanno influenzato la tua opera?

LG - Dato che ho paura a viaggiare, ovvero: mi piacerebbe assai, ma odio l’aereo, mi sento a disagio in treno e sulle navi, insomma sono un fifone, allora viaggio con l’immaginazione, come Salgari. Ma indubbiamente bisogna anche scrivere di ciò che si conosce davvero, e allora ecco Firenze e una fetta di Toscana, come la Versilia. Che non mi ama, non mi conosce nemmeno, ma io le voglio tanto bene lo stesso. Un amore asimmetrico.


Gori intervistato nel 2017 dal "Corriere Fiorentino"


DW - Hai scritto prevalentemente gialli storici. Questo perché consideri l'ambientazione storica una cornice insolita o c'è dell'altro?

LG - Per descrivere il proprio tempo, bisogna essere dei grandi letterati. Avere la capacità di comprendere qualcosa di profondo dell’oggi. I grandi autori lo fanno. Gli altri, come me, hanno bisogno di guardare la realtà in prospettiva storica. È come cercare di capire un quadro grandissimo, in un museo, stando col naso a dieci centimetri dalla tela. Pensi di poter assimilare qualcosa, dell’insieme? A me serve fare almeno dieci passi indietro. Ciò non vuol dire che non si possa trovare della verità, e metterla su pagina, in mille altri modi. Io amo la Storia e ci mescolo le mie storie. È un modo come un altro per raccontare se stessi, come sempre accade per tutti.


DW - Ne “I delitti del mondo nuovo” tratti la realtà toscana del 1700, nei romanzi dedicati al carabiniere Bruno Arcieri quella fascista, post-fascista e relativa al periodo a cavallo tra gli anni '60 e '70. Hai scritto libri che hanno per protagonista Niccolò Machiavelli e, con Marco Vichi e Divier Nelli, volumi che hanno per sfondo episodi legati alla nostra contemporaneità. Con quale periodo ti sei trovato più a tuo agio?

LG - Con Arcieri, senza dubbio, perché è un personaggio che negli anni è cambiato, mi ha raccontato tante cose di sé, è stata una scoperta continua. E inoltre mi ha permesso di narrare i ricordi dei miei genitori e nonni, quelli miei di bambino, quelli collettivi dei “miei” anni Trenta e della guerra... insomma, ci sguazzo. Però mi è tornata la voglia di scrivere un romanzo storico - storico... vedremo.



La prima edizione di Nero di Maggio



DW - Perché quando hai deciso di affrontare la scrittura di romanzi gialli hai scelto che a indagare fosse un ufficiale dei carabinieri e non il classico maresciallo?

LG - Perché c’era in TV, all’epoca, un maresciallo troppo famoso e nei libri un’infestazione di commissari, come del resto succede ora. Volevo fare qualcosa di originale. Inoltre nel mio primo romanzo, Nero di maggio, mi serviva un protagonista in grado di reggere dei dialoghi piuttosto impegnativi con un gerarca fascista coltissimo e spietato. Non pensavo di farne un eroe seriale, all’epoca. Certe cose nascono quasi per caso, comunque al di là del nostro controllo cosciente.


DW - Perché hai sentito l'esigenza di far si che le prime avventure del carabiniere Bruno Arcieri fossero ripubblicate?

LG - Ogni autore è affetto da un hybris devastante, da insicurezze incurabili... È naturale che volessi vedere di nuovo in giro i miei pargoletti, non trovi? Qualche titolo, dopo la chiusura di Hobby & Work, era introvabile, e i lettori me lo chiedevano... Ringrazio il direttore editoriale di TEA, che ha creduto in Arcieri e ha voluto fortemente mettere in catalogo tutte le sue avventure. Ne mancano ancora due, all’appello: La finale (Parigi, 1938) e Il passaggio (Firenze, 1944). La seconda uscirà tra poco, a ottobre/novembre.


DW - La tua ultima fatica, “La nave dei vinti”, è ambientato negli anni '30 e ha come sfondo un'Italia che somiglia per numerosi aspetti a quella odierna. Questo a voler ribadire che: chi non impara dai propri errori è costretto a ripeterli?

LG - Beh, questa è una grande verità. Non si impara mai. Il fatto è che la Storia non si ripete mai in modo esattamente uguale... La nave dei vinti ricorda in modo drammatico avvenimenti di stretta attualità, ma anche profondamente diversi per genesi e motivazioni.


L'ultimo romanzo del Gori

DW - L’opera, con un escamotage inizia con la fine de “L’ultima scelta”, libro ambientato trent’anni dopo le vicende narrate. Questo per mostrarci la contrapposizione tra il personaggio di Arcieri alla fine della sua vita e quello all'inizio della sua carriera?

LG - Più che una contrapposizione è un contrappunto: Arcieri anziano dialoga con se stesso giovane, e questo mi ha offerto la possibilità di creare una nuova e inedita profondità psicologica, di motivare nel profondo i grandi cambiamenti del personaggio. Tanto che sto continuando con questa falsariga anche nel nuovo romanzo: avrai notato nella Nave, che alla fine c’è un “gancio”... due romanzi in uno, cosa vuoi di più?


DW - Hai sempre avuto un rapporto privilegiato con lo scrittore Giulio Leoni al punto di omaggiarlo nel tuo ultimo libro. Puoi svelarci come?

LG - Siamo vecchi amici, colleghi dei tempi eroici di Hobby & Work, amanti della stessa letteratura popolare, dello stesso cinema di genere, degli stessi fumetti... In più, lui è un prestigiatore, e io ne avevo appunto bisogno, per La nave dei vinti...


Marco Vichi e Leonardo Gori


DW - Come consuetudine c'è anche un riferimento al commissario Bordelli, personaggio seriale di Marco Vichi. Siccome non è tanto facile trovarlo puoi darci qualche indizio?

LG - Eh, no! C’è un concorso, in atto, tra i nostri lettori... Dirò solo che l’incontro del 1939 sarà rievocato dai due vecchi amici nel prossimo romanzo di Bordelli, che Marco sta giusto ultimando ora. E nel mio, naturalmente.


DW - Quanto di te c'è nei tuoi personaggi, in particolar modo in Bruno Arcieri, quanto di storico e quanto d'inventato?

LG - C’è molto di tutto e anche di più. Ma è rimescolato, come un mosaico smontato e rimontato in altro modo: i personaggi sono piccoli Frankenstein composti da pezzetti di varia provenienza. In Bruno c’è un po’ di me, un po’ di mio padre, di vecchi amici, di personaggi letterari e cinematografici...


DW - Quali sono le fonti che usi per documentarti?

LG - Tutte quelle su cui riesco a mettere le mani. Soprattutto, per Arcieri, memoriali, saggi storici, carte topografiche, riviste, libri fotografici, un genere molto frequentato, negli anni Trenta, materiali sonori, film... Dei rotocalchi, di cui ho una buona collezione, privilegio le lettere al direttore, specchio incredibile dell’Italia vera e profonda di allora.

John Le Carré, fonte d'ispirazione per Leonardo Gori


DW - Oltre ai libri che sicuramente leggerai per documentarti quali altre letture fai?

LG - Sono sempre stato un lettore onnivoro ma disordinato, con gravi lacune. Leggo narrativa giallo-noir, ma guarda un po’, alcuni romanzi a fumetti, che mi rifiuto di chiamare graphic novel, saggi di archeologia e antropologia, storia della musica, specie jazz. Provo anche a colmare le mie più gravi lacune, riguardo ai grandi classici della letteratura, ma il tempo è avaro, con me.


DW - Quali sono gli scrittori che ti ispirano?

LG - Degli italiani contemporanei non parlo, sono quasi tutti amici. Fra gli stranieri, soprattutto John Le Carré, che tento inutilmente di emulare: sintesi unica di spy story e di romanzo psicologico. E insieme specchio del suo tempo. Poi Ken Follett, quando scriveva bei romanzi: Il codice Rebecca è imprescindibile. Poi alcuni novecenteschi italiani, soprattutto Giorgio Bassani, la mia Elena Contini è un omaggio alla Micol del Giardino, ovviamente Vasco Pratolini, ma anche il dimenticato Mario Tobino. E tanti altri.


DW - Sei un autore metodico che lavora a orari stabiliti, oppure sei uno di quelli che si alza di notte perché ti è venuta l’ispirazione?

LG - Ho già risposto prima: per esigenze di vita, familiari e di lavoro, scrivo regolarmente, con disciplina autoimposta, nelle primissime ore del mattino. Il cervello è fresco, il cuore ottimista, a volte, e c’è un meraviglioso silenzio, visto che ho la fortuna di vivere in mezzo al verde. Scrivo tutti i giorni, se posso un paio d’ore, ma almeno mezza pagina. Non lascio storia e personaggi per più di ventiquattro ore. Poi vado al lavoro “vero”, e la sera tardi, se ce la faccio, rivedo un po’ quanto ho buttato giù la mattina. Ciò non toglie che prenda continuamente appunti vocali sul telefono, anche per strada, mi spedisca email, Whatsapp o prenda appunti su carta.


L'angelo del fango, con rimandi al Bordelli di Vichi


DW - È nota tra gli appassionati un'assidua frequentazione tra il tuo Arcieri e il commissario Bordelli di Marco Vichi. In cosa consiste? Vuoi parlarcene?

LG - Abbiamo raccontato questa storia così tante volte, che quasi non ne posso più... Abbiamo cominciato con l’alluvione del ‘66, io ne L’Angelo del fango, Marco con Morte a Firenze, e non abbiamo più smesso. Ormai si può dire che condividiamo i personaggi. È stato un bell’incontro, una stimolante sperimentazione che dura tuttora. Nella letteratura di genere è finora un caso unico, ma ora sembra che altri ci vogliano imitare...


DW - Perché secondo te le trame gialle e misteriose sono tornate così in auge da colonizzare non solo romanzi ma anche altri media come fumetti cinema e televisione?

LG - Perché negli anni Sessanta la sperimentazione del romanzo senza trama è stata portata a limiti estremi. Ha fatto un gran bene al Romanzo, ma poi fatalmente il pendolo è andato nella direzione opposta. I lettori, io, quanto meno, amano storie corpose, anche complesse, piene di sorprese. Il “genere”, se usato saggiamente, offre la possibilità di raccontare un sacco di cose che non hanno necessariamente a che fare col “giallo” o coi suoi parenti.



La Firenze fascista farà ancora da sfondo al nuovo romanzo di Gori

DW - Da appassionato ti chiedo: perché secondo te la gente è portata a credere che la storia proceda per grandi complotti? Perché non riesce a essere percepita come una materia di per sé affascinante? Perché il grande pubblico fatica ad avvicinarsi a questa disciplina in maniera razionale?

LG - Non cadiamo nell’eccesso opposto! I complotti ci sono sempre stati. Anche peggiori di quelli che ci immaginiamo. Oggi si tende a svalutare selettivamente alcune cose, per moda od obbedendo a indicazioni esterne, a volte subliminali. A ogni modo, il complotto, la congiura, sono parti fondamentali di quel gran motore narrativo che è il Mistero. E tutti lo amiamo.


DW - Da professionista ormai affermato che consigli daresti a chi si volesse affacciare al mondo della scrittura?

LG - Non sono la persona più adatta a dare consigli di questo tipo. Vorrei riceverne: scoprire il segreto del best seller, per vivere di scrittura. Seriamente: bisogna scrivere solo se se ne ha l’esigenza imprescindibile, e la scrittura deve bastare a se stessa. Pubblicare, e pubblicare bene, è oggi molto difficile. Rifuggire dall’editoria a pagamento.


DW - Ci puoi svelare qualcosa sui tuoi progetti futuri?

LG - Sto scrivendo il nuovo Arcieri: Firenze, 1940. È già tanto, alla mia età, credimi!


a cura di Elio Marracci

N.B. Trovate i link agli altri colloqui con gli autori su Interviste & News!

RISATE BONELLIANE 25

di Filippo Pieri

Dopo il gradimento delle ultime puntate, la rubrica con vignette prese dalla "Settimana Enigmistica" fa venticinque! Ricordiamo che tali vignette non sono legate direttamente ai personaggi bonelliani, ma piuttosto al loro background: in questo caso l'horror di Dylan Dog. Le tre barzellette grafiche di questo numero sono tratte dalla "Settimana Enigmistica" n. 4013 del 21 Febbraio 2009 (pag. 42), dal n. 4014 del 28 Febbraio 2009 (pag. 8) e dal n. 4414 del 27 Ottobre 2016 (pag. 42). Buon divertimento!





N.B. Trovate i link alle altre Risate Bonelliane su Cronologie & Index!

mercoledì 21 agosto 2019

I SOGNI DEI BONELLIANI DI FERRETTI & PIERI SONO NUOVAMENTE SU DIME WEB!

a cura della Redazione

Nuovo appuntamento, dopo la precedente puntata, con la serie umoristica di Ferretti & Pieri, che racconta con ironia, leggerezza e spensieratezza di come i desideri di bambini -con l'evolversi del tempo - non si sono (quasi) mai realizzati. La raccolta dei primi venti anni la trovate su Amazon


N.B. Trovate i link agli altri Sogni dei Bonelliani su Cronologie & Index!