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venerdì 10 maggio 2024

IL DESTINO DELLA MANO ROSSA

Parallelo (semiserio) tra le versioni del 1948 e del 2024 de La Mano Rossa

di Saverio Ceri

Mi sono divertito a leggere in parallelo i primissimi numeri di Tex a striscia scritti da Gianluigi Bonelli e la versione delle stesse vicende realizzata recentemente da Mauro Boselli all'interno della collana Tex Willer. E' interessante vedere vignetta dopo vignetta, striscia dopo striscia, scena dopo scena, il confronto tra il Maestro e l'allievo, scoprendo cosa c'è di bonelliano e cosa di boselliano nei tre albi di Tex Willer che hanno ospitato il remake de La Mano Rossa


Il primo parallelo, però non riguarda gli sceneggiatori, ma i disegnatori della copertina. Per presentare in edicola Tex Willer 64, Maurizio Dotti immortala uno dei momenti più spettacolari dell'albo, Tex che, per sfuggire ai soldati, sceglie volontariamente di gettarsi in un canyon insieme al fedele Dinamite. La stessa scena della copertina del numero 4 della prima serie a striscia della Collana del Tex, ma decisamente con un altro impatto. Il vertiginoso salto di cavallo e cavaliere, inquadrati di spalle da Dotti, ispiratosi a una vignetta interna di Marco Ghion, è molto più attraente del piccolo Tex che si getta da una rupe in lontananza.


Si potrebbe sostenere che l'illustrazione di Galep fosse penalizzata dall'ingombrante grafica che caratterizzava la neonata collana dedicata a Tex, con quell'enorme ritaglio rosso ad invadere quasi tutto lo spazio da dedicare all'illustrazione. In quel piccolo trapezio seghettato Galleppini scelse di mettere anche gli inseguitori del ranger, con la conseguenza che il protagonista divenne troppo piccolo all'orizzonte. La scusa della grafica è parzialmente vera, dato che si poteva anche pensare una soluzione come quella di Dotti per esempio. Come si vede dal fotomontaggio qui sotto, sarebbe stato fattibile, assecondando da direzione da sinistra a destra imposta dalla grafica.


Ad onor del vero, il motivo del limitato impegno nel trovare soluzioni grafiche alternative in quel lontano 1948, va ricercato nel fatto che semplicemente il tempo per farlo non c'era. Come narra la leggenda, infatti, Galleppini si dedicava a Tex quasi a tempo perso, la notte; di giorno gli sforzi di Aurelio in quel primissimo periodo di vita editoriale del ranger, erano dedicati a un altro eroe su cui la Casa Editrice Audace, contava molto, Occhio Cupo. Sappiamo tutti, poi, com'è andata a finire: il vero purosangue su cui puntare era il nostro Tex. E forse all'epoca neppure si pensava a curare bene la copertina come si fa al giorno d'oggi, quando, per fortuna, la redazione ha tutto il tempo per scegliere l'illustrazione che ritiene migliore. La copertina viene scelta da Boselli & C. tra le molte, in questo caso sette, idee proposte dal disegnatore (le potete vedere tutte qui). Tra le opzioni disegnate a matita da Dotti per questo primo capitolo dedicato alla Mano Rossa, ce n'era una che in qualche modo ricordava proprio la copertina di Galep; si intravedono addirittura i soldati inseguitori di Tex, giunti quasi a catturarlo.

Attenzione Spoiler! (non leggete oltre se ancora non avete letto l'avventura - se di spoiler si può parlare per  un'avventura uscita nel 1948)

Passiamo ad analizzare la storia firmata da Mauro Boselli come sceneggiatura, ma attribuita come soggetto a G.L. Bonelli. In effetti il plot è quello del creatore del personaggio, con alcune piccole eccezioni da attribuire a Boselli, che vedremo via via. Innanzitutto notiamo che il tempo e lo spazio, rispetto alla versione storica, oggi sono dilatati. La versione di G.L. Bonelli uscì in meno di un mese tra il 21 ottobre e il 18 novembre del 1948, mentre per leggere la stessa storia ai giorni nostri abbiamo dovuto attendere il doppio, dal 17 febbraio al 18 aprile del 2024, la realizzazione grafica credo sia stata ancor più spalmata nel tempo: se verosimilmente potremmo stabilire che Galep abbia illustrato le 157 strisce che compongono la storia originale nel giro di un mesetto, poco sappiamo del tempo impiegato da Ghion per disegnare le 186 tavole odierne, anche se presumendo un ritmo, plausibile, di una tavola al dì, gli sarebbero serviti circa otto mesi.
Per quanto riguarda lo "spazio", ovvero la quantità di pagine che sono occorse ai due autori per narrare la stessa vicenda, la stesura di oggi supera del 255% quella di allora: poco più di 52 tavole bonelliane per il Maestro, contro, appunto, le 186 dell'allievo. 

In questo grafico a sinistra, in azzurro, le tavole dedicare a ogni singola scena nel 1948; e a destra, in giallo, quelle dedicate alla stessa sequenza nel 2024. Decisamente il giallo è preponderante. 

Tra le scene più dilatate troviamo proprio quella iniziale dell'agguato a Joe Scott, se Bonelli padre ce lo racconta nelle prime cinque strisce, a Boselli necessitano ben 10 pagine, nelle quali scopriamo un Joe Scott pensieroso che riflette sulle tensioni tra i bianchi e i pellerossa della regione, prima di essere attaccato, rapinato e ucciso dai membri della Mano Rossa. Un personaggio un po' più tridimensionale rispetto a quello velocemente tratteggiato da G.L.Bonelli che fa proferire a Scott  una sola frase, prima dell'agguato; quella nella seconda vignetta della storia che vedete qui sotto.
Tra l'altro in questa prima striscia, troviamo ben tre errori, se prendiamo in esame la versione originale, riproposta anastaticamente da RCS di recente: la data degli avvenimenti, che non può essere 1898, ma almeno quarant'anni prima; il cognome della vittima designata, presentato come Scotte, ma poi sempre chiamato Scott nel corso della storia; e, forse, il nome del cavallo che Bonelli cita solo qui come Blackster, ma che Boselli fa chiamare da Scott con l'appellativo di Blackstar, ben quattro volte in poche pagine. 4 a 1 per Boselli: vince in nome  Blackstar! 
Da notare, grazie alla costruzione della prima tavola (vedi sotto), come Boselli riesce ad adattare la storia ai ritmi dei giorni nostri, con  due frasi efficaci e due vignette azzeccate, riassume la lunga didascalia che fa da incipit alla versione del 1948 (vedi sopra).


Colpito a morte il povero Joe Scott, i cinque temibili banditi fuggono per l'arrivo di un cavaliere sulla stessa pista: purtroppo, per loro, si tratta di Tex. E' il futuro ranger a raccogliere le ultime parole dell'esploratore del forte, ancora vivo nonostante due pallottole nella schiena, di cui una, nella versione boselliana, sparata da vicino per assicurarsi il trapasso di Scott, ma anche per avvalorare i dialoghi di Bonelli padre che nel 1948 parla di "due buchi nella schiena" nonostante ci sia stato un solo sparo in direzione della vittima. Il morituro, in un momento di estrema lucidità, si finge cadavere prima del tempo, e scopre, dai discorsi degli assassini, il nome di due componenti della banda e del loro informatore. La scoperta sarebbe stata inutile se prima di morire non avesse potuto condividerla con nessuno. Conscio della cosa, il povero Scott, almeno nella versione del 2024, prova a scrivere i nomi sulla sabbia; nomi destinati molto probabilmente a essere spazzati via dal vento, o cancellati dal calpestio di eventuali soccorritori in men che non si dica. Idea geniale, ma pressoché inutile. 

Immaginate quanto sarebbe durata la scritta al passare della pattuglia a cavallo...

Destino vuole, però, che arrivi Tex e che il morente Scott possa rivelare a lui quello che sa, nonostante il suo interlocutore sia conosciuto a sua volta come fuorilegge. "Destino" in questo caso è sinonimo di soggettista; lo stesso destino stabilisce, poi, che quella pista è trafficatissima in quella giornata, e che, poco dopo Tex, arrivi una pattuglia di soldati al galoppo, che, come nel più classico dei qui pro quo, stabilisce che il vile assassino dell'esploratore è quel manigoldo di Tex Willer, riconosciuto a distanza da uno dei soldati, per averlo visto in volto (Bonelli,1948) o per come cavalca (Boselli, 2024), a seconda dello sceneggiatore. Da qui parte la fuga che porterà Tex a gettarsi nel Blue River, incoscientemente nel 1948, secondo una calcolo ragionato nel 2024: "se non sbaglio l'altra notte c'è stato un temporale, sulla sierra", pensa mentre corre verso il dirupo. Per sua fortuna non sbagliava; o meglio il "destino" ha stabilito che non si stava sbagliando.  


Sfuggito ai soldati, Tex fugge verso l'Arizona, ma le taglie sulla sua testa lo precedono, e raddoppiano ora che gli viene accreditato anche l'omicidio di Scott. L'eroe non può tollerare un'accusa così infamante, inoltre conosce in parte i nomi dei veri assassini: è il momento di ribellarsi all'ineluttabile fato, rifiutare la vita da fuorilegge, e provare a scagionarsi.  
Grazie a una semplice barba finta, integrata da una pesante pelliccia nella versione di Boselli, Tex arriva a parlare col Colonnello Hogart, comandante del forte. Nella stesura odierna il giovane della Nuaces Valley insiste per un paio di pagine prima di riuscire a farsi ricevere: i soldati si rivelano meno ingenui rispetto all'edizione del '48, quando nel giro di una vignetta Tex è già nell'ufficio di Hogart. Dopo aver incassato la fiducia dell'ufficiale sulla propria innocenza, Willer stabilisce un accordo col graduato: lui tenterà di sgominare la banda della Mano Rossa, in cambio Hogart cercherà di riabilitarlo agli occhi della legge. Il primo della lista è Bannion, l'informatore della banda, nel frattempo divenuto vicedirettore della Overland Bank da cui erano partiti i soldi  rubati a Scott.
Spacciatosi per un cliente che vuole depositare dell'oro secondo Bonelli, o dei contanti per la vendita del ranch, secondo Boselli, il giovane Tex non ha difficoltà a farsi ricevere da Bannion nel primo caso (l'oro apre tutte le porte), e deve superare solo una timida resistenza, nel secondo: "...riceve solo su appuntamento", "Voi non avete un conto da noi vero?".
Una volta soli nell'ufficio del vicedirettore Tex scopre le carte e, colt alla mano, estorce facilmente i tre nomi mancanti: oltre a Stone e Burke rivelati dal morente Scott, il tremante Bannion fa i nomi di Velles, Topler e Randall, prima di tentare di sorprendere il nostro eroe sparandogli, e mancandolo, con la classica pistola nascosta nel cassetto. Ovviamente Tex risponde al fuoco seccando Bannion al primo colpo... almeno nella versione boselliana; nel 1948, evidentemente ancora insicuro dei propri mezzi, servirono ben tre spari al giovane personaggio per assicurarsi della dipartita dell'infido vicedirettore, prima di fuggire.

Se al giovane Tex del 1948 servivano tre colpi per eliminare un'avversario, oggi, dopo 76 anni di esperienza ne basta solo uno!

Le due visite di Tex, al forte e alla banca sono state arricchite di sfumature da Boselli tanto che le 4 tavole originali sono diventate 18, nella riscrittura boselliana. Lo scopo di Mauro è quello di integrare le agili sceneggiature di Bonelli padre con quei passaggi sottintesi all'epoca, ma che devono essere esplicitati ai lettori di oggi, sempre più attenti ai particolari. Scopriamo per esempio che Tex nella mossa successiva si reca al Paradise Saloon perché prima di morire è lo stesso Bannion a indicargli il locale dove trovare Stone, che lì ha un tavolo da poker. Del resto G.L.Bonelli doveva essere essenziale, il primo albetto da 32 strisce volgeva al termine e il creatore del personaggio voleva far vedere la nuova mossa del suo neonato personaggio in maniera da creare l'attesa per il numero successivo. E' così che, improvvisamente, nell'ultima vignetta, Tex è già in grado di minacciare l'intera banda riunita al Paradise. "Destino" vuole che i cinque siano tutti seduti a un tavolo di fronte a una finestra; infisso dal fragile vetro, che si può frantumane con la lama di un coltello lanciato chissà da dove. Il foglio, che una volta aperto non presenta i tagli del coltello usato per recapitarlo, reca la lista degli obiettivi di Tex: Bannion, già eliminato, Stone, Burke, Velles corretto in Welles, Topler e, un tale Randell, al posto di Randall, che a quel punto avrà tirato un sospiro di sollievo probabilmente.  

Questo passaggio della storia, che occupa l'ultima striscia del numero 4 e la prima del 5 della prima serie di Tex, è assente nella versione del 2024; la Mano Rossa ancora non sa di essere nel mirino del futuro ranger. 
Mauro invece ci racconta, ancora una volta, quanto dato per scontato da Bonelli padre: Tex grazie allo stesso travestimento usato per entrare nel forte, si reca al Paradise per farsi un idea dei suoi avversari, vederli in faccia e studiare un piano d'azione; solo dopo questo essenziale integrazione si ricollega al soggetto originale.  
La nuova mossa di Tex è quella di scagionarsi anche agli occhi dello sceriffo della città, ma per farlo deve entrare nella sua camera al Paradise, catturarlo, imbavagliarlo, raccontargli la sua versione, e farla confermare da una dei cinque banditi, nascondendo lo sceriffo in maniera che possa ascoltarla anche lui. Tex segue l'ordine della lista e fa chiamare nella camera dello sceriffo, Stone. Tenendolo sotto tiro con improbabile arco e frecce, nella versione originale, e con una più plausibile pistola, nella versione odierna, riesce a far confessare il manigoldo, in maniera che lo sceriffo senta tutto. Rispetto alla versione del 1948, nella stesura boselliana, Stone accusa Topler dell'assassinio di Scott e non genericamente "gli altri". In entrambe le versioni Stone, dopo aver "confessato", tenta disperatamente di liberarsi di Tex, che nel difendersi, inevitabilmente, lo uccide. Il nostro eroe prima di fuggire dal saloon, semina un po' di terrore sparando alle luci del locale, e, nella versione boselliana, solo in questo momento fa recapitare a Burke, l'unico altro elemento della banda presente al Paradise con Stone, il famoso biglietto con i nomi del gruppo di malviventi. Esattamente nell'ultima vignetta del primo albo come aveva fatto all'epoca G.L. Bonelli.

Le liste di Tex a confronto. Disegni di Galleppini (1948), e Ghion (2024) 

Stavolta la lista non contiene errori, e in più scopriamo che il nostro amato giustiziere è anche bravo a disegnare. Non è da tutti riuscire a concepire e disegnare una mano stilizzata; magari sarà anche rossa, ma essendo l'albo in bianco e nero non lo sapremo mai. L'idea in realtà non è di Ghion, ma è farina del sacco di Galleppini, dato che pure nella versione del 1948, poco più avanti nell'episodio, il nostro eroe userà lo stesso escamotage per far capire ai banditi che lui sa che sono la Mano Rossa.  
Proprio la famigerata lista vergata a mano dal futuro Aquila della Notte, appare in copertina e da il titolo al secondo albo di Tex Willer dedicato al remake de La Mano Rossa. Chissà perché, per Dotti, come per Galep, la lista della vendetta è in corsivo, mentre per Ghion è stampatello?


Morto Stone, gli altri quattro membri della banda, che secondo Bonelli padre erano tutti al Paradise, si ritirano nel loro rifugio segreto in una valle tra le alture fuori dal paese, per organizzare le prossime mosse, ed è qui che trovano una seconda lista affissa col coltello alla porta della loro capanna, con l'impronta della mano. 
L'unico che può stare relativamente più tranquillo è Randall; Tex non ha ancora imparato il suo nome: ora è Randel, con una sola "L".
Boselli rende plausibile per il lettore odierno questa e la successiva scena dell'episodio proprio con l'assenza del resto della banda al Paradise. E' infatti Burke, in fuga, a portare involontariamente Tex al covo della Mano Rossa. Il protagonista altrimenti non avrebbe potuto sapere dove cercarli, e far trovare loro, anticipandoli, il minaccioso elenco conficcato sulla porta. Nella versione boselliana, comunque la seconda lista non è necessaria; è Burke che porta con se la prima, dal Paradise, ai suoi complici, che lo accusano di non aver fatto nulla per salvare Stone. La piccola frattura nel gruppo, creata ad arte da Boselli per spiegare gli avvenimenti seguenti, porta lo stesso Burke a fuggire nottetempo, non prima però di aver recuperato la sua parte di malloppo. Nella stesura originale Tex si aspetta che proprio Burke, e non uno degli altri delinquenti, lasci la capanna di notte; non si capisce esattamente perché punti proprio su di lui, forse per rispettare l'ordine stabilito dalla lista della vendetta. Fatto sta che è proprio Burke a recarsi presso un tronco d'albero colpito da un fulmine, per recuperare il bottino in una cavità ben mimetizzata. E qui si vede la mano di Bonelli padre, che ci regala un'altra delle sue trovate, che caratterizzano molte delle prime avventure del suo personaggio più famoso. Ovviamente Tex lo segue e lo affronta; nel 1948, lo uccide, ancora una volta, con una freccia per non far rumore, crediamo; nel 2024 lo ferisce con la pistola, ma nel tentativo di fuga lo sfortunato bandito cade da un dirupo, passando, anche in questo caso, a miglior vita. Non poteva essere altrimenti; il suo destino era già scritto: dal '48. Tex in questo secondo caso è costretto anche a fare lo straordinario per recuperare il corpo di Burke, utile per portare avanti il suo piano di riscatto. 

Tex arciere: lo troviamo in azione con arco e frecce in molti frangenti dell'episodio del 1948 

Boselli non può far utilizzare l'arco e le frecce a Tex perché non li ha mai utilizzati prima d'ora, sia nei primi tre albetti a striscia, sia negli oltre sessanta albi della sua più recente collana, nella quale abbiamo letto, finora, le avventure vissute dal futuro ranger che vanno a inserirsi tra i numeri 3 e 4 della prima serie a striscia. Pur riservandogli il "destino" il ruolo di rispettato capo indiano, almeno nei primi tempi Tex non ha mai usato arco e frecce. Sarebbe sembrato poco credibile che iniziasse così, di punto in bianco a tirare frecciate a destra e a manca, e con ottimi risultati, tra l'altro.
All'alba Tex fa ritrovare il corpo di Burke e la sua parte di refurtiva davanti al forte. Il colonello Hogart interpreta bene il messaggio: Il giovane Tex è innocente e sta facendo la sua parte nello sgominare la Mano Rossa, e lui, d'accordo con lo sceriffo, farà in modo che sia l'esercito che gli altri sceriffi della regione lo lascino in pace.

Boselli prende due piccioni con una fava: quando Tex recapita il corpo di Burke al forte è presente anche lo sceriffo 

I tre superstiti della Mano Rossa hanno però capito chi li sta braccando. Nella stesura boselliana, i sopravvissuti ci arrivano da soli: l'unico ce può volerli morti o in prigione, è colui che è stato ingiustamente accusato della morte di Scott. Nel 1948, invece, si rese necessaria l'introduzione di un altro personaggio, amico dei banditi: l'indiano Alce Nero, che, ritrovando una freccia nei pressi di un bivacco di Tex, fa due più due e, ricollegandola alle frecce usate per le prime due vittime, avverte la banda: il loro nemico è Tex Willer! ... o Tex Killer?.... o Tex Miller? Il letterista di quei primissimi episodi ancora non aveva le idee chiare di come si dovesse chiamare il personaggio, e nel giro di poche vignette, sul finire del quinto albetto a striscia, lo chiama con tre differenti cognomi.
I tre nomi di Tex, tutti presi in esame prima della pubblicazione, ma poi non tutti corretti, evidentemente, al momento di mandare in stampa le strisce.

Il secondo albetto a striscia si chiude con le ombre minacciose delle tre "dita" rimaste, che stanno per sorprendere Tex dal barbiere, in questo caso cinese, di Calumet City, la città in cui si è svolta finora la vicenda. Nel remake odierno Boselli cambia location, e sposta lo scontro a Arenas, un paese al confine col Messico, senza sceriffo, nessuno può impedire ai tre la vendetta. Nessuno tranne Tex che in questa stesura sceglie di proposito il locale del barbiere, ispanico, perché munito di ampio specchio, allo scopo di farsi "sorprendere" dai nemici, in realtà attirandoli in trappola. E' Alce Nero, introdotto solo ora da Boselli, a tenere sott'occhio il barber shop e a confermarne la presenza di Tex all'interno, ai tre della Mano Rossa. Nello scontro a fuoco che si scatena è Randall ad avere la peggio; l'unico che poteva ancora salvarsi..., e che era pure l'ultimo della lista!..., ma sparando nel mucchio, Tex non poteva andare troppo per il sottile, ovvero proseguire in ordine. Si vede che era "destino".
Welles e Topler fuggono dalla città, qualunque essa fosse, e trovano rifugio in una miniera abbandonata, anche perché lo stesso Welles è rimasto ferito nello scontro dal barbiere, almeno nella variante boselliana. Tex già provetto cercatore di tracce, nonostante il vento le abbia spazzate via, intuisce dove si trovino i fuggitivi, ma appena li sorprende intorno al fuoco, viene a sua volta colto di sorpresa da Alce Nero che colpendolo alla testa col suo tomahawk lo mette fuori combattimento.
Tex colpito da Alce Nero nella versione di Galep e di Ghion

A questo punto invece che liberarsi del loro giustiziere, uccidendolo, i due lo gettano in un profondo pozzo all'interno della miniera, un pozzo da cui nessuno è mai tornato. Nella versione del 1948 è Welles a fermare Topler che stava per freddare Tex: "sarebbe una morte troppo comoda per un cane come Tex!". Noi lettori bonelliani ringraziamo per la scelta che il "destino" ha fatto fare a Welles, altrimenti ci saremmo persi 76 anni e quasi 120.000 tavole di avventure del futuro capo dei Navajos, per non parlare delle centinaia di migliaia di pagine degli altri eroi che sono potuti nascere e prosperare all'interno della casa editrice grazie al successo di Tex. Neppure Boselli riesce a concepire un motivo logico per gettare nel "buco del diavolo" il nostro eroe ancora vivo. Il Topler del 2024, nel momento in cui viene fermato, infatti domanda: "che può esserci di meglio che piantargli un proiettile nella zucca?", pur non ricevendo risposte convincenti, decidono di seppellirlo vivo, gettandolo nel pozzo e facendo saltare l'ingresso della miniera, secondo quanto previsto dal soggetto originale. 
Ancora un confronto tra le due versioni: anche i dialoghi in questo frangente sono molto simili  

Il risveglio in fondo al pozzo, il tentativo di risalita e la scoperta di un provvidenziale fiume sotterraneo che sfocia con una spettacolare cascata all'aperto, sono la parte della storia più simile come ritmo rispetto a quella del 1948. Quello che Bonelli padre racconta in 4 pagine, Boselli lo narra in 5. 
Nel racconto c'è a questo punto un salto temporale di alcune settimane, utilizzate dai due banditi sopravvissuti per tornare alla loro redditizia attività, reclutando brutti ceffi per la nuova Mano Rossa, e a Tex per rimettersi in sesto, recuperare un arma, e un cavallo, dato che Dinamite è stato preso dai malviventi fuggiti dalla miniera.
Boselli, al contrario delle scene precedenti qui dilata enormemente la parte dedicata alle imprese della rediviva Mano Rossa; a fronte delle 5 strisce dedicategli da G.L.Bonelli, l'attuale editor di Tex impiega ben 11 tavole per descrivere le malefatte e al ferocia della nuova banda.

Le malefatte della Nuova Mano Rossa si guadagnano anche la cover del settimo albetto a striscia

Dal fronte texiano in questo interludio Boselli si stacca nettamente dal soggetto originale, facendo percorrere a Tex un percorso alternativo rispetto a quello del '48.
Nella versione originale Tex viene soccorso e rimesso in sesto in un accampamento dei Texas Rangers, ma allo stesso tempo viene tenuto praticamente agli arresti visto che, per il momento, è ancora un fuorilegge. Non tutti i ranger concordano, però: nel west c'è bisogno di giustizieri alla Tex che, se serve, possono anche ignorare alcune regole per fermare i delinquenti. Il ranger Larry, per esempio, apprezza il lavoro fatto finora da Tex, lo libera e gli fornisce cavallo o pistola per completare l'opera.
Il Tex di Mauro Boselli invece non ha bisogno di "rubare" un cavallo. Senza più niente e sperduto nel Texas meridionale, il giovane viene accolto nel ranch dei Powell, dove si guadagna il cavallo, e l'arma, lavorando per gli anziani proprietari. Si reca poi nei pressi di St. Thomas, in New Mexico cittadina già  frequentata dal futuro ranger nel corso della seconda storia pubblicata sulla collana Tex Willer. Qui si ferma  presso la famiglia Sanderson, conosciuta in occasione di quella avventura del 2019. La nuova mano Rossa, secondo Tex, infatti, si nasconde non molto lontano da lì, visto che St. Thomas è il centro geografico dell'area in cui i banditi hanno effettuato le loro più recenti e sanguinose azioni. Nella versione del 1948 Tex approda a St.Thomas, apparentemente senza una logica, ed è qui che fortuitamente ritrova Dinamite, legato a una staccionata fuori da un saloon. Il ricongiungimento col fido destriero, rappresenta anche il punto in cui le due sceneggiature, momentaneamente parallele, si riuniscono.
 
La voce di Topler che sorprende Tex alle spalle mentre si sta riappropriando di Dinamite, è un'ottima chiusura per il secondo albo della versione 2024.
Il bandito sorpreso nel vedere ancora in vita Tex, esita quell'attimo di troppo, che gli sarà fatale nel rapido duello col giovane fuorilegge, che si consumerà subito dopo. Eliminato il penultimo ricercato della lista, Tex balza in groppa a Dinamite e si dilegua nella notte, e non di giorno come nel racconto originale. Di notte ci si dilegua decisamente meglio. Topler prima di tirare le cuoia fa in tempo a dire al resto della banda che ha visto un... fantasma. Dire di aver visto Tex era troppo difficile evidentemente... non ricordava se era Miller, Killer o Willer. Tex dal canto suo approfitta del nuovo status di fantasma, per spaventare l'unico sopravvissuto della Mano Rossa e la sua nuova banda: fa trovare sulla porta del rifugio una nuova lista, tramite una freccia scoccata con l'arco che utilizza, con una certa disinvoltura, fin dall'inizio della storia di Bonelli, o, se preferite, piantata con un coltello, esattamente come nella cover del numero precedente, nel rifacimento di Boselli. La cover di Tex Willer 65 sarebbe potuta benissimo essere quella del 66, dato che fa riferimento a questo passaggio dell'episodio. 

Nella terza e ultima lista (o seconda nel caso della ricostruzione boselliana), Tex inizia a scrivere in stampatello e ripropone l'elenco dei destinatari della sua vendetta nello stesso ordine iniziale, come se stesse scrivendo sempre sul solito foglio, andando a fare una croce sopra ai nominativi dei banditi eliminati. Da notare che Welles e scritto nuovamente male, ma che finalmente, al terzo tentativo, Randall è scritto bene; peccato che l'ultimo della lista non possa apprezzare il fatto che il suo avversario abbia finalmente capito come si chiama, perché ormai defunto da settimane. Nella versione disegnata da Ghion invece Tex riscrive la lista, elencando i nemici in base all'ordine di uccisione. 
Appena scoperta la lista, per rincarare la dose -altra trovata del grande G.L-, Tex simula l'apparizione di uno spettro tra gli alberi che circondano il covo della banda. Lo spavento, però, dura poco e Welles e compagni scaricano le colt crivellano di colpi il lenzuolo appeso a un albero. 

Due fantasmi a confronto: quello di Galep del 1948  e quello di Ghion del 2024

Tex sta per entrare in azione quando viene sorpreso ancora una volta alle spalle da Alce Nero, forse il più temibile dei nemici in quest'episodio, pur non apparendo mai su nessuna lista dei cattivi; lo stesso Willer, fa un pensiero simile, nella versione boselliana. Nella colluttazione il pellerossa rimane ucciso col suo stesso coltello. Il protagonista è costretto a cambiare programmi; prima di fuggire però scopre le prossime mosse della banda. Nella stesura originale Tex ritorna sui suoi passi e, origliando dalla finestra, scopre che l'obiettivo dei malviventi è l'oro della miniera, che sta per essere trasferito alla banca cittadina con la corriera. Nell'interpretazione boselliana, inevitabilmente più complessa, l'eroe desume dal sudore del cavallo di Alce Nero, che l'indiano, appena trapassato, doveva essere tornato da lontano, almeno da St.Thomas, e frugando nella bisaccia ne scopre il motivo: in un foglietto ripiegato l'informatore della Mano Rossa, spiega quando e come partirà l'oro. Tex lascia il biglietto dove l'aveva trovato per poter sorprendere gli avversari durante l'assalto alla diligenza, ovvero l'ultimo atto di quest'avventura, come recita il titolo del terzo albo della collana Tex Willer dedicato al remake.
   

Per portare a termine il suo piano Tex ha bisogno dell'aiuto dello sceriffo di St. Thomas e, svegliatolo in piena notte lo convince, tutto sommato facilmente, di essere dalla parte della giustizia, e della bontà del suo piano per sgominare, una volta per tutte, la Mano Rossa. Questo accadeva ovviamente nell'ingenuo, fumettisticamente parlando, 1948. In questo smaliziato 2024 invece, per giungere a parlare con lo sceriffo e farsi credere Tex ha bisogno dell'aiuto dei Sanderson e degli abitanti di St. Thomas, ancora in debito col giovane "fuorilegge", e in particolare di Murray proprietario dell'emporio che organizza per lui, nel retrobottega, un incontro informale col tutore dell'ordine del paese. Grazie al sostegno dei tre cittadini e avendo ricevuto un dispaccio che informava della crociata di Tex contro la banda che sta seminando il panico nella regione, lo sceriffo accetta di ascoltare i piani del giovane Willer. Il piano è ovviamente di far viaggiare l'oro su una diligenza diversa da quella prevista e far attaccare dalla Mano Rossa un convoglio, con a bordo Tex e lo sceriffo, pronti a sorprenderli. L'informatore però, un tecnico della miniera, scopre il piano e corre ad avvertire Welles e compagni. Tex pur avendolo scoperto lo lascia fare, per essere ancora una volta un passo avanti agli avversari. La vicenda boselliana è un po' più complessa di quella bonelliana, ma il risultato, seguendo il plot originale del 1948, è ovviamente lo stesso. La banda attacca la diligenza, ignara che Tex e lo sceriffo li stanno aspettando, e nella sparatoria finale non può che avere ragione il giovane Willer, che decreta, come lui stesso proclama nel momento in cui uccide Welles, la fine della Mano Rossa. 

L'ultima pallottola, che decreta la fine della Mano Rossa, nel 1948 (Galep), riassunta in una sola vignetta; e nel 2024 (Ghion), diluita su due riquadri. 

La vignetta in cui Tex conclude la sua vendetta uccidendo Welles ispirò la copertina del numero 8 della prima serie di Tex, che però porta già il titolo dell'avventura successiva: El Diablo, che prende il via  dalla terz'ultima pagina dell'albetto a striscia. El Diablo è anche il titolo del prossimo Tex Willer, albo che dunque proseguirà l'aggiornamento delle avventure di fine anni Quaranta di Tex. 


Personaggi e interpreti

Concludiamo con una carrellata sul cast di questo storico episodio, confrontando gli "attori" di ieri e di oggi. Disegnati, ovviamente, da Galep nella versione del 1948; e da Ghion in quella del 2024.

Scott
La vittima da cui scaturisce tutta la vicenda disegnata da Ghion è ispirata alle fattezze dello Scott originale, sembra un po' più vecchio, ma sicuramente cura meglio il pizzo, rispetto al se stesso del 1948.


Tex
Il soccorritore è invece il nostro Tex, che al contrario di Scott dimostra molti meno anni oggi che nel 1948. Forse perché essendo, bene o male, il fumetto uno specchio della realtà, rifletteva su carta i ventenni dell'epoca, appena usciti dalla guerra, che erano molto più maturi, anche esteriormente, rispetto ai giovani d'oggi. 


Il colonnello Hogart
Il primo a fidarsi di Tex è il colonello Hogart che, oggi come allora, parrebbe un uomo di esperienza. Anche in questo caso Ghion si appoggia al personaggio originale dipinto da Galep nel 1948.


Bannion
Ben vestito e con basette e baffi ben curati, il banchiere informatore della Mano Rossa, è il primo della lista della vendetta di Tex. Nella versione originale ha un taglio di capelli che ricorda l'epoca in cui si svolge l'avventura. 


Lo Sceriffo Wilson di Calumet City
Ghion comincia a distanziarsi graficamente dal cast originale. Il veterano sceriffo Wilson diventa un po' più giovane e decisamente più biondo nella stesura boselliana.


Stone
I cinque della Mano Rossa nella stesura originale non sono molto caratterizzati, tutti mori, con baffi o barba più o meno incolta; Ghion cerca di differenziarli, il più simile alla versione di Galep rimane Stone, anche se con i baffetti decisamente più curati.


Burke
Burke, il secondo dei cinque banditi, risulta un po' più corpulento del suo alter ego del 1948; si caratterizza oggi come allora per la camicia a quadretti.  


Randall
Il povero Randall, sconosciuto a Tex ma anche ai lettori, vince il premio di miglior attore assolutamente non protagonista. Si riconosceva all'epoca per avere la barba più folta degli altri; Ghion oggi ne aumenta la corpulenza e gli fornisce un bel gilet peloso.


Alce Nero
Il nemico più in gamba di questa avventura, ancor più del protagonista è specchio del tempo in cui è stato disegnato. Nell'immaginario collettivo del 1948, il pellerossa aveva pressoché i nostri tratti somatici, ma, per farsi riconoscere, non poteva rinunciare al suo copricapo piumato. Oggi inevitabilmente l'aspetto è quello di un vero nativo americano e le piume in testa sono solo lontano un ricordo.  


Topler
Il quarto elemento della banda a perdere la vita è completamente differente dal suo omonimo (secondo me non sono nemmeno parenti!) del 1948. All'epoca sembrava il gemello di Stone, oggi è un robusto biondo dai folti baffi.


Lo sceriffo Newton di St. Thomas
Un po' più vicino alla versione di Galep è il secondo sceriffo coinvolto nell'avventura, quello di St.Thomas. Nella versione di Ghion è un po' più paffuto rispetto al 1948. Probabilmente anche il fatto che i vari personaggi sono tutti un po' più robusti rispetto alla versione di 76 anni or sono, riflette inevitabilmente l'attuale società. 


Welles
Anche l'ultimo della lista non sembra neppure parente del personaggio disegnato da Galleppini. Il biondo, coi baffi affusolati e col pizzo alla Kit Carson, niente ha a che vedere, camicia a parte, col ceffo moro dalla barba incolta tratteggiato dal creatore del personaggio. 
 

Siamo giunti alla fine del nostro parallelo tra le due versioni de La mano Rossa; vi aspettiamo ai prossimi post legati a Tex o ai personaggi Bonelli, e forse, a un a pezzo simile a questo legato alla prossima avventura  del giovane Tex Willer.

Saverio Ceri

venerdì 31 marzo 2023

JOHN WILKES BOOTH: DA ATTORE AD ASSASSINO! JACK McCALL: IL CODARDO ASSASSINO! I NUMEROSI MISTERI DI ROBERT FORD, TRADITORE E PISTOLERO! – LA STORIA DEL WEST by WILSON VIEIRA – PARTE XCIII

di Wilson Vieira

Siamo giunti alla 93a parte della gloriosa epopea western di Vieira. Si tratta di una puntata particolarmente ricca di vicende che videro recitare sul palco della Storia del West assassini e vittime, eroi e codardi, pistoleri e uomini della Legge! Le numerose illustrazioni non bonelliane sono state scelte e collocate nel testo dallo stesso Wilson, nostro prezioso corrispondente dal Brasile. Buona lettura! (s.c. & f.m.)





Prima parte - John Wilkes Booth, l’assassino di Abraham Lincoln (14 aprile 1865)

Se oggi fai la domanda Chi è John Wilkes Booth? otterrai risposte come un uomo cattivo o un assassino, ma se avessi posto la stessa domanda prima di quel giorno nero del 14 aprile 1865 avresti ricevuto una risposta molto diversa. Booth era affascinante, un bello luciferino, rampollo di una famosa famiglia di attori e una delle stelle più brillanti del teatro americano.





Booth era il nono di dieci figli nati dal leggendario Junius Brutus Booth (1796 – 1852), che ironicamente prendeva il nome dal senatore romano Bruto, l’uomo che assassinò Giulio Cesare. E sua madre, Mary Ann Holmes Booth (1802 – 1885), era l’amante di Junius. John Wilkes Booth sarà sempre legato al nome del presidente che ha assassinato. Come attore, sapeva come muoversi a teatro, ma, quella notte, Booth salì sul palco per un motivo diverso. Nato il 10 maggio 1838 a Bel Air, nel Maryland, Booth eccelleva da bambino nell’atletica e nelle attività extracurriculari, ma era uno studente poco entusiasta. I suoi genitori erano entrambi immigrati dall’Inghilterra. Dopo aver frequentato la scuola a Bel Air, Sparks e Cantonsville, nel Maryland, Booth seguì le orme del padre ed entrò a far parte del teatro. Si esibì in spettacoli come Riccardo III nelle città lungo la costa orientale dal 1855 al 1865, quando fece la sua ultima apparizione sul palco come Duca Pescara in The Apostate, in programma al Ford’s Theatre di Washington DC il 18 marzo.




Come un altro bizzarro scherzo del destino, Edwin Booth (1833 – 1893) fratello de John, salvò la vita del figlio di Abraham Lincoln (1809 – 1865), Robert Todd Lincoln (1843 – 1926). L’incidente era avvenuto sulla banchina ferroviaria a Jersey City, nel New Jersey. La data esatta dell’incidente è incerta, ma si ritiene che abbia avuto luogo alla fine del 1864 o all’inizio del 1865. Robert Lincoln ricordò l’incidente in una lettera del 1909 a Richard Watson Gilder (1844 – 1909), allora editore allora della “The Century Magazine”:

L’incidente è avvenuto mentre un gruppo di passeggeri a tarda notte stava acquistando i biglietti per il vagone letto dal controllore che si trovava sulla banchina della stazione all’ingresso del vagone ferroviario. La piattaforma era all’incirca all’altezza del pavimento della carrozza e c’era uno spazio molto stretto tra la piattaforma stessa e la fiancata del treno. C’era un po' di affollamento, e mi è capitato di esserne schiacciato contro il vagone dell’auto mentre aspettavo il mio turno. In questa situazione il treno ha cominciato a muoversi, ho perso l'equilibrio ho iniziato a cadere nello spazio tra il vagone e la banchina. Ero del tutto impotente, quando il bavero del mio cappotto è stato afferrato con forza da qualcuno che mi ha rapidamente tirato in alto permettendomi di ritrovarmi al sicuro sulla banchina.

Robert Lincoln non solo fu contento di essere stato salvato da un treno in movimento, ma fu anche colpito dall’incontro, e in seguito scrisse:

Quando mi voltai per ringraziare il mio soccorritore, vidi che era Edwin Booth, la cui faccia mi era ovviamente nota, e gli ho espresso la mia gratitudine, chiamandolo per nome.

Booth non conobbe l’identità dell’uomo a cui aveva salvato la vita fino a qualche mese dopo, quando ricevette una lettera da un amico, il colonnello Adam Badeau (1831 – 1895), che era un ufficiale dello staff del generale Ulysses S. Grant. Badeau aveva sentito la storia da Robert Lincoln, che si era arruolato nell’esercito dell’Unione e prestava servizio agli ordini di Grant. Nella lettera, Badeau faceva i suoi complimenti a Booth per l’atto eroico. Si disse che il fatto di aver salvato la vita del figlio di Abraham Lincoln doveva essere stato di conforto per Edwin Booth dopo l’assassinio del Presidente da parte di suo fratello. Edwin fu un celebre attore Americano: di quattro fratelli tre divennero attori, ma soltanto lui raggiunse vette di altissima fama. Il suo peculiare temperamento, tragico e drammatico, lo portò a impersonare ottimamente figure di grande levatura; è sua infatti la migliore interpretazione americana di Amleto.




Non ebbe il vigore di Edwin Forrest (1806 – 1872), attore di spicco shakespeariano americano del 1800, ma possedette maggiore spiritualità. Provò anche ad assumere il ruolo di direttore nel Teatro Booth, da lui stesso fatto erigere a New York, ma la sua resistenza fisica non fu sufficiente a sopportare le fatiche di direttore e di primo attore insieme, e l’impresa fallì. Ma John Wilkes Booth non fu certo messo in ombra dalla sua famosa famiglia. Era un attore di serie A proveniente da una famiglia di serie A.




Il "New York Herald" lo definì un attore veramente sensazionale. I giornalisti lo consideravano l’ultimo Riccardo III, una "stella oscura" e un cattivo perfetto. Un critico di "The Spirit of the Times" lo definì un altro Lucifero e rimase intimorito dal suo ghigno mefistofelico, il suo sguardo demoniaco e la sua risata assassina di pietà, fanno quasi coagulare il sangue e ci perseguitano come gli spettri di un incubo. Lo stesso Booth era d'accordo, vantandosi con il "New York Herald di essere destinato a fare il cattivo. Purtroppo per la nazione americana, Booth non riuscì a mantenere il suo personaggio teatrale separato dal resto della sua vita. Forse spinto dalla noia provata nelle pause tra le esibizioni, Booth si unì ai Know-Nothings, un partito politico fermamente anticattolico, che si oppose con veemenza all’immigrazione. Era a favore della schiavitù e detestava gli abolizionisti. I Know-Nothings erano inclini alla violenza e alle rivolte, davano alle fiamme le chiese e ci fu persino il caso di un prete cattolico ricoperto di catrame e piume. Con lo scoppio della Guerra Civile la lealtà di Booth era rivolta saldamente al Sud, e si ritiene che abbia operato come agente dei servizi segreti confederati. Che fosse un agente o meno, Booth inizialmente aveva pianificato di rapire il Presidente, credendo di poter usare Lincoln come riscatto nei confronti del governo Federale per liberare le truppe del Sud prigioniere. Ma quando il tentativo di rapimento fallì, il caso avverso, e forse le macchinazioni di qualche forza malvagia, trasformarono la mente di Booth in quella di omicida.





Nel 1859, mentre provava per uno spettacolo a Richmond, Booth si unì a un’unità della milizia locale in modo da poter viaggiare con loro per assistere all’esecuzione di John Brown (1800 – 1859). Detestava il presidente Lincoln ed era noto per aver denunciato pubblicamente l’amministrazione Lincoln durante diversi eventi pubblici. Tutto giunse al culmine durante l’inverno del 1864-65, quando Booth e molti altri cospiratori si riunirono per pianificare il rapimento di Abraham Lincoln. Mentre il piano originale per rapire il presidente naufragò, Booth e molti dei suoi compagni cospiratori scelsero di passare all'assassinio. La mattina del Venerdì Santo, il 14 aprile 1865, Booth stava ritirando la posta al Ford’s Theatre e sentì che il presidente avrebbe dovuto assistere allo spettacolo di quella sera, My American Cousin, una commedia all'epoca popolare. Spinto dal suo contorto senso del dovere e dalla vana convinzione di essere uno strumento eroico di qualche potere divino, Booth e il suo gruppo di cospiratori lanciarono il loro piano per uccidere il Presidente e decapitare il Governo americano. Lewis Powell, un ex soldato Confederato, fu inviato ad assassinare il Segretario di Stato William H. Seward, mentre George Atzerodt fu incaricato dell’omicidio del vicepresidente Andrew Johnson.

Tex n. 449, marzo 1998. Disegno di Villa 



Il compito di uccidere The Great Emancipator, Booth lo tenne per sé. Sebbene Powell non riuscì a uccidere Seward e Atzerodt abbia perso il coraggio, passando la serata a bere invece di svolgere la sua parte nel complotto, Booth avrebbe invece avuto tragicamente successo. La notte del 14 aprile 1865 Booth entrò ancora una volta nel Ford’s Theatre dove il Presidente e la First Lady Mary Todd Lincoln (1818 – 1882) si stavano godendo lo spettacolo. John Wilkes Booth si nascondeva nell’ombra vicino al palco privato di Lincoln. La guardia del corpo del Presidente aveva lasciato il suo posto, e passò tutta la notte bevendo in un pub vicino, ma anche se fosse stato presente, probabilmente avrebbe permesso a Booth, un famoso attore, di entrare. Booth riuscì a entrare silenziosamente nel palco dove era seduto il Presidente. Scaricò la sua pistola nella parte posteriore della testa di Lincoln - un colpo alla nuca vicino all’orecchio sinistro - e pugnalò il maggiore Henry Reed Rathbone (1837 – 1901), prima di saltare giù dal palco palco e gridare Sic semper tyrannis, la stessa frase pronunciata da Bruto quando assassinò Giulio Cesare, che significa Così sempre ai tiranni.
Centotrentadue anni dopo la morte di Lincoln, alla storia di quella pistola fu aggiunta una nota bizzarra.




L'arma usata era stata prodotta dalla Derringer; era un calibro .44, era lunga circa 6 pollici con una canna da 2,5 pollici e pesava solo 8 once. Nel 1997 l’FBI fu chiamata per autenticare la pistola dopo che un criminale professionista aveva affermato che i membri della sua banda avevano rubato la Derringer alla fine degli anni ‘60 e l’avevano sostituita con un falso. Il proiettile di piombo rimosso dalla testa di Lincoln era ormai così gravemente corroso che confrontarlo con la pistola era fuori questione. Così l’Unità Fotografica Speciale dell’FBI sovrappose le foto storiche scattate alla Derringer negli anni ‘30 con la vera pistola del Ford’s Theatre, confrontando i motivi incisi nella grana di noce nera del calcio, i segni di sfregamento e una crepa sulla canna. La pistola era sicuramente quella di Booth.
Booth, si ritiene, si ruppe la gamba durante il salto. Si allontanò e fuggì dalla capitale. Si spostò a Sud, facendo diverse soste nelle case di simpatizzanti confederati, così come di cittadini ignari. Attraversò il Potomac entrando in Virginia il 23 aprile. La mattina del 26 aprile, i soldati del 16° Cavalleggeri di New York lo rintracciarono nella fattoria di Richard Garrett vicino a Port Royal. Il suo complice, David Herold (1842 – 1865), si arrese, ma Booth rimase nella stalla di Garrett che fu rapidamente incendiata dai militari a cavallo.





Un soldato, Boston Corbett (1832 – 1894), si avvicinò alla stalla e, come avrebbe affermato, vide Booth puntargli contro la pistola; quindi Corbett gli sparò un colpo con il suo revolver. Sono stato molto male negli ultimi sei anni, dichiarò lui nel 1882, implorando maggiori emolumenti di invalidità che pensava gli fossero dovuti per aver prestato servizio in uniforme:

Non credo di essere stato in grado di guadagnare nemmeno 20 dollari al mese fra il 1877 e il 1882 facendo lavori manuali.

A un certo punto Corbett decise di scavare la propria tomba e disse a un vicino che quando sarebbe morto, avrebbe dovuto essere sepolto in una coperta dell’esercito nuova di zecca. Nel 1886 un’organizzazione di veterani ebbe pietà di questo vecchio strambo e gli offrì il posto di assistente portiere presso il Parlamento del Kansas a Topeka. Il lavoro non durò a lungo. Un giorno, dopo un litigio (i resoconti della giornata variano notevolmente) Corbett brandì la sua pistola all’interno del Campidoglio.





Le autorità del Kansas lo rinchiusero in un manicomio criminale a Topeka. Ma quella non fu la fine di Boston Corbett. Il 26 maggio 1888, mentre i detenuti si stavano godendo l'ora d'aria, Corbett vide un ragazzo delle consegne che legava il suo cavallo davanti all'edificio. Si staccò dal gruppo, saltò sul cavallo e fuggì. Corbett andò a Neodesha, Kansas, a casa di un suo compagno di prigionia ad Andersonville: Richard Thatcher. Legò un biglietto al suo cavallo, con scritto "preso in prestito", spiegando chi fosse il suo legittimo proprietario, e lo liberò. Poi un parente di Thatcher lo portò alla stazione di Brooks, sulla ferrovia St. Louis-San Francisco. Corbett disse che sarebbe andato in Messico, ma nessun testimone ricordò che qualcuno corrispondesse alla sua descrizione fosse salito sul treno. Non se ne ebbe più notizia. Una delle voci diceva che Corbett fosse annegato nel fiume Kansas. Secondo un'altra teoria era stato preso di mira da reduci delle battaglie pre-Guerra Civile dette del Bloody Kansas. Secondo un altra voce si sarebbe trasferirito a Hinckley, nel Minnesota, per poi morire nel Grande Incendio del 1° settembre 1894: un uomo di Boston di nome Tom Corbett, molto bravo con il fucile, era stato infatti assunto nel 1890 per cacciare selvaggina per conto di un gruppo di boscaioli guidati da Gus Sexton. Secondo questa versione della sua scomparsa, il vero Corbett non fu in grado di tenere il passo con gli uomini più giovani che riuscirono a scampare alle fiamme fuggendo a piedi. All’inizio del 1900 l’ufficio pensionistico federale fu contattato da un certo Boston Corbett che sosteneva di essere vivo e vegeto e reclamava i suoi assegni pensionistici. Ma un’indagine fece sorgere qualche dubbio sulle sue affermazioni. Il vecchio, che fu soprannominato Old Trapper, fornì solo vaghi dettagli sull’uccisione di Booth, dichiarando di non riuscire a pensare in modo chiaro. Fu anche notato che il "nuovo Corbett" era alto sei piedi, ben otto pollici in più dell'originale. L’impostore, un ex venditore di medicinali di nome John Corbett, fu dunque incarcerato.





Questa fu l’ultima notizia a circolare sul misterioso Boston Corbett. Come scrisse il suo amico soldato Dalzell al "Cleveland Daily":

In Grecia e a Roma, e anche in Inghilterra e in Francia, i vendicatori della morte del loro sovrano erano riempiti di doni e onori pubblici.

Non fu così Corbett. Fu insultato come un pazzo e deriso come un fanatico religioso senza cervello. Ma in effetti un monumento alla memoria del vendicatore di Lincoln esiste davvero.




Si tratta di un piccolo appezzamento malamente recintato a circa 3 miglia e mezzo da Concordia, in Kansas. Nel 1958, una squadra di Boy Scout pose lì una targa di pietra per indicare il “Boston Corbett Dugout.” Sopra le parole incise furono incastonate le repliche di due revolver. Adesso rimane solo una traccia delle pistole, che furono rubate.
Il proiettile di Corbett recise il midollo spinale di Booth, paralizzandolo. John Wilkes Booth morì tre ore dopo. Le sue ultime parole furono da lui pronunciate guardandosi le mani: Inutile, inutile, inutile. Fu sepolto in una tomba anonima nel lotto di famiglia del cimitero di Green Mount a Baltimora.
Booth era fuggito dal Ford Theatre nella campagna del Maryland, dove i simpatizzanti confederati lo nascosero in una pineta ai margini di Zekiah Swamp. Era certo che sarebbe stato accolto come un eroe, ma nei cinque giorni successivi, mentre si rannicchiava nella palude leggendo i giornali, Booth fu tormentato dalle reali conseguenze di ciò che aveva fatto: la Confederazione non era risorta. Poteva essere ricordato come il più grande attore tragico del suo tempo, ma si sarebbe amche accontentato della duratura reputazione di grande vendicatore della Confederazione. Ma come si sarebbe invece sentito se avesse saputo che sarebbe stato ricordato come un’attrazione da baraccone, esibita al grande pubblico per 25 centesimi (e 5 centesimi per i bambini)? La mummia di Booth, chiamata “John” dai suoi proprietari, girò tutto il Paese negli anni ‘20 e ‘30, ignara dei libri di Storia.




Altre nove persone furono implicati nell’assassinio e furono processate da un tribunale militare a Washington D.C. Tutti furono giudicati colpevoli il 30 giugno 1865: Lewis Powell (1844 – 1865), George Atzerodt (1835 – 1865), Mary Elizabeth Jenkins Surratt (1823 – 1865) e David Herold (1842 – 1865) furono giustiziati il 7 luglio. Samuel Mudd (1833 – 1883), Samuel Arnold (1834 – 1906) e Michael O’Laughlen (1840 – 1867) furono condannati all’ergastolo. Mentre O’Laughlen morì di febbre gialla nel 1867, gli altri furono infine graziati dal presidente Andrew Johnson (1808 – 1875) nel 1869. John Surratt Jr. (1844 – 1916) era contumace.
Il 16 aprile, domenica di Pasqua, le campane delle chiese suonarono in tutta la Nazione; il Nord e il Sud si unirono in ricordo del presidente caduto. Fino a oggi il presidente Lincoln rimane nella storia come il Grande Emancipatore, forse il più grande presidente degli USA, un eroe mondiale.




John Wilkes Booth è invece ricordato solo come un assassino, un piccolo uomo e un piccolo attore, un accidente nella storia di Abraham Lincoln. Dopo essere stato ucciso il suo corpo fu avvolto in una coperta e trasportato con un carro agricolo a Belle Plain. Da lì il suo cadavere fu portato a bordo della corazzata U.S.S. Montauk e poi al Washington Navy Yard per l’identificazione e l’autopsia. Più di dieci persone identificarono i resti come quelli di Booth.



Il cadavere fu poi sepolto in un ripostiglio dell’Old Penitentiary e successivamente trasferito in un magazzino presso l’Arsenale di Washington il 1° ottobre 1867. Nel 1869 il corpo fu consegnato dal Ministero della Guerra alla famiglia Booth e sepolto nel lotto dei Booth nel cimitero di Greenmount a Baltimora. La salma fu identificata dai familiari e da un referto del dentista. Alcuni, tuttavia, credono che la storia di cui sopra sia falsa e che Booth riuscì a fuggire e sia vissuto fino al 1903.




Questa storia alternativa favolosamente incredibile proviene da un libro scritto da Finis L. Bates (1848 – 1923), nonno dell’attrice Kathy Bates, libro pubblicato nel 1907. Secondo Finis, Booth riuscì a scappare e si recò in Texas, dove visse sotto lo pseudonimo di John St. Helens. Quando questi si ammalò, pensò che si stesse avvicinando la fine. Il suo amico Bates ascoltò dal capezzale la confessione del moribondo:

Sto morendo. Mi chiamo John Wilkes Booth e sono l’assassino del presidente Lincoln.

St. Helens disse poi a Bates che il vicepresidente Johnson aveva ideato l’intero complotto dell’assassinio e che un uomo innocente ora giaceva nella tomba di Booth a Baltimora. Quindi John St. Helens si riprese dalla sua malattia. Nel giro di un anno St. Helens si trasferì in Oklahoma, dove prese il nome di David E. George.
I revisionisti, che non accettarono il fatto che Booth fosse morto ucciso da un soldato, fornirono due spiegazioni alternative su come l'assassino fosse riuscito a fuggire da quel fienile. Secondo la prima teoria Booth fu avvertito e fuggì diverse ore prima che il fienile fosse circondato; la seconda teoria sostiene che fosse scappato da una porta incustodita dopo che il fienile era stato dato alle fiamme. Per anni altri si sono fatti avanti con incredibili storie sulla fuga di Booth. Nell’aprile 1898, i giornali Americani riportarono notizie secondo le quali John Wilkes Booth era stato avvistato addirittura in Brasile. Questo rapporto portò alla luce due testimoni che avevano testimoniato che Booth era riuscito a fuggire, in quel nel 1865. La prima di questi testimoni era la signora J.M. Christ. Nel 1865, secondo la sua storia, lei e suo marito erano a bordo della nave “Mary Porter” all’Avana sei settimane dopo l’assassinio quando John Wilkes Booth salì a bordo e salpò con loro per Nassau. Dichiarò che, poiché Booth soffriva ancora per la gamba rotta, gli cedette la sua cabina, e alla fine del viaggio lui la ricompensò regalandole il suo anello con “J.W.B.” inciso all'interno. Dopo aver mantenuto il segreto per 33 anni la signora Christ si sentì autorizzata a parlare. Il giorno successivo, Wilson D. Kenzie rilasciò un’intervista allo stesso giornale. Disse che aveva conosciuto intimamente Booth a New Orleans ed era presente con Garrett in Virginia quando l’uomo che si supponeva fosse Booth è stato ucciso. Kenzie disse che l’uomo ucciso era un tipo con i capelli color sabbia che non aveva alcuna somiglianza con Booth. Poi, nel 1886, Finis L. Bates informò il Ministero della Guerra che sapeva dove avrebbero potuto mettere le mani sul vero John Wilkes Booth. Viveva in Texas sotto il nome di John St. Helen.




Bates aveva assistito St. Helen durante una lunga malattia e, come scrisse Alva Johnston nel 1938:

Su quello che apparentemente pensava fosse il suo letto di morte, St. Helen confessò di essere John Wilkes Booth.

Il Dipartimento della Guerra non espresse "alcun interesse" per la questione e Bates lasciò che la faccenda rimanesse in sospeso fino alla morte di St. Helen nel 1903. Un becchino di Enid ne imbalsamò il corpo in attesa che la famiglia Booth o il Ministero della Guerra lo reclamassero. Passarono gli anni senza che ciò avvenisse. Alla fine fu Bates a impossessarsi del corpo. Questo "passaggio di proprietà" fu sanzionato da un giudice dell’Oklahoma, apparentemente sulla base della teoria che avrebbe Bates concesso una degna sepoltura al suo ex cliente. Invece Bates deciso di commercializzare la sua acquisizione. Di tanto in tanto affittava il corpo del suo vecchio amico e scrisse un libro dal titolo The Escape and Suicide of John Wilkes Booth: Written for the Correction of History. John St. Helen, come si scoprì più tardi, era in realtà un vagabondo di nome David George: mummificato ed esposto al pubblico come John Wilkes Booth, dimostrato di non avere nulla del fascino al botteghino del suo omonimo. La carriera “post mortem” di questo John Wilkes Booth fu contrassegnata da continui fallimenti e disastri. Quasi tutti gli allestitori di spettacoli itineranti che esibirono John andarono in rovina. John ebbe un'esistenza stravagante. Fu comprato e venduto, affittato, tenuto in pegno, rapito e sequestrato per debiti; fu più volte cacciato fuori dalle città dalle autorità locali per mancanza di permessi o per violazione di altre ordinanze; fu minacciato di impiccagione da veterani nordisti indignati. Nel 1931 i medici esaminarono il corpo nella speranza di provare qualcosa di definitivo, ma così non fu. Fino al 1937 fu una consistente perdita di denaro.

Tex Willer n. 11, settembre 2019. Disegno di Dotti



Al “Waco Cotton Palace”, la mummia attirò l’attenzione di William Evans, il re dei luna park del Sud-Ovest, l'uomo che avviò John nella sua grande carriera. Evans aveva intenzione di usare John come maggiore richiamo per il suo luna park, ma la nuova attrazione fu una delusione fin dall’inizio. John non ripagò mai le spese sostenute per esibirlo. A Evans non portò altro che sfortuna. Gli affari del luna park subirono continue battute d'arresto, fino a quando alla fine Evans lasciò l'attività e si ritirò in una piccola fattoria a coltivare patate a Declo, nell’Idaho. Dopo altri due proprietari, “John” entrò a far parte del “Jay Gould Million-Dollar Show”, che girò il Minnesota e il South Dakota. Questa fu, come disse Johnston ai lettori del "Post", la stagione di maggior successo di John Wilkes Booth dal 1865. La mummia andò in tournée meno frequentemente nel corso degli anni e fu vista l’ultima volta in pubblico nel 1976, poco prima che diventasse proprietà di un collezionista .
Il vagabondo solitario David George potrebbe essere stato John Wilkes Booth? Anche se Booth fosse scampato alla morte in un fienile della Virginia, si sarebbe negato tutto il riconoscimento e la notorietà che avrebbe guadagnato rivelando la sua vera identità?

Qualcuno del Vecchio West disse:

Ai suoi tempi, John Wilkes Booth era stato un grande attore del palcoscenico. Alcuni dei suoi contemporanei lo consideravano più grande di suo padre, Junius Brutus Booth, o di suo fratello, Edwin Booth. John Wilkes Booth fu un morto quasi perfetto. La vanità fu il suo principale movente. L'assassinio di Lincoln fu un atto di pura vanità. Booth attraversò la Guerra Civile senza combattere; non poteva sopportare che gli eroi di guerra torreggiassero sopra di lui; uccise Lincoln nella speranza di rubare la scena ai veri combattenti. Il povero morto fece irruzione nella Storia, ma avrebbe potuto fare altrimenti, nel 1865, se avesse potuto guardare avanti fino al 1920 e vedere ciò che restava di lui competere senza successo con mucche dalla faccia da bulldog e pecore a sei zampe.








Negli anni ‘60, C.P. Fox del “Circus World Museum” del Wisconsin contattò Gould per vedere se poteva acquisire la mummia, ma a quel punto Gould non ce l’aveva più. Ora esistono solo voci che corrono sulla sua attuale ubicazione, sebbene si sappia che la mummia è stata vista l’ultima volta alla fine degli anni ‘70 e potrebbe essere adesso nelle mani di un collezionista privato.
Oggi, la maggior parte degli storici e il pubblico in generale concordano sul fatto che John Wilkes Booth, uno degli attori preferiti da Abraham Lincoln, abbia guidato la cospirazione per uccidere il presidente, i ministri e il vicepresidente Andrew Johnson (1808 – 1875). Durante i primi 149 anni dall’assassinio di Lincoln, alcuni americani e persino alcuni storici hanno trovato difficile credere che John Wilkes Booth, un semplice attore, potesse orchestrare un crimine così orribile. Che un individuo, agendo con una raffazzonata banda di complici, potesse effettivamente cambiare il corso della storia e diventare un eroe Nazionale al culmine della popolarità di Lincoln e in un momento di grande festa, sembra inverosimile a molti. Le emozioni aumentarono e la disinformazione dilagò nelle settimane e nei mesi successivi all’assassinio, come chiariscono i giornali che faranno parte della raccolta digitale “Remembering Lincoln" del Ford’s Theatre.



La mattina della morte di Lincoln, il "Nashville Union", un giornale della capitale del Tennessee che si opponeva alla secessione, intitolò la dell’assassinio The Rebel Fiends at Work, collegando implicitamente l’atto di Booth a qualcosa che andava oltre il piccolo gruppo di cospiratori. Nel frattempo, il 19 aprile 1865, per colpa di un falso rapporto da Demopolis (Alabama), il "New York Herald" non solo commemorava la morte di Lincoln, ma erroneamente (come fecero molti altri giornali) riportava che il Segretario di Stato William Henry Seward (1801 – 1872) era morto e, a differenza di altri giornali, che Robert Edward Lee (1807 – 1870) aveva sconfitto Ulysses Simpson Grant (1822 – 1885). La maggior parte degli altri giornali piangeva Lincoln e stampava qualsiasi informazione, vera o falsa, che riceveva. Questa grande emozione e disinformazione di quel momento immediato fornirono un terreno fertile per le teorie del complotto, sia allora che in futuro. I capri espiatori, oltre Booth e il suo piccolo gruppo, emersero nella mente di molti. Dato il contesto della sconfitta confederata, non sorprendeva che i sospetti ricadessero sul presidente confederato Jefferson Davis (1808 – 1889); e se non era stato Davis, allora era forse Judah Philip Benjamin (1811 – 1884), il Segretario di Stato confederato. Benjamin non solo era un vero e proprio ribelle, ma era anche ebreo e, presumibilmente, aveva legami con l’impero bancario dei Rothschild in Europa. I banchieri europei erano preoccupati per le politiche commerciali della Lincoln, presumibilmente, e Benjamin sarebbe stato ulteriormente motivato nel vendicarsi. Inoltre, molti credevano che questo è ciò che fanno gli ebrei. Va tenuto presente che nel Partito Repubblicano c'era una virulenta corrente anti-immigrati, ex membri del movimento Know-Nothings, con chiare sfumature antisemite e anticattoliche. Molti dei cospiratori condannati, inclusa Mary Surratt, erano ardenti cattolici.




Il fatto che John Harrison Surratt Jr. (1844 – 1916) si sia presentato in Vaticano dopo essere fuggito dagli Stati Uniti ha contribuito a far nascere false speculazioni sul coinvolgimento del Papa Pio IX (Giovanni Maria Mastai-Ferretti, 1792 – 1878) nell’assassinio di Lincoln. Al momento dell’assassinio, John era a Elmira, nello stato di New York, ed era appena tornato da un viaggio di corriere in Canada e da un incontro con il generale confederato Edwin G. Lee (1836 – 1870). Ricercato, si presentò a Montreal alcuni giorni dopo e gli agenti lo portarono a St. Liboire dove due preti cattolici locali lo ospitarono per alcuni mesi finché, travestito con occhiali scuri e capelli tinti, fu messo a bordo di una nave in Quebec diretto a Liverpool, in Inghilterra. Lì alloggiò nell’oratorio della Chiesa della Santa Croce dove soggiornavano spesso i cattolici in visita a Liverpool. Surratt ricevette denaro dal Canada e partì per Roma stabilendosi presso il Collegio Inglese, un istituto cattolico. Il Preside dell'istituto fece in modo che John ottenesse un lavoro e un nascondiglio arruolandosi negli Zuavi Pontifici che a quel tempo facevano parte dell’esercito Vaticano. Questa falsa identità ebbe vita breve: il Papa ne ordinò l’arresto e fu condotto al carcere militare di Roma in attesa dell’estradizione. Ancora in uniforme zuava, riuscì a scappare. Si presentò a Napoli, parte del Regno d’Italia, ostile allo Stato Pontificio, dicendo di essere un disertore degli Zuavi pontifici e quindi autorizzato a salire a bordo di una nave diretta in Egitto. All’arrivo ad Alessandria con indosso ancora la sua uniforme zuava ormai lacera, fu arrestato durante la quarantena e rinchiuso nella prigione dell’Antico Campidoglio. Su ordine del Segretario di Stato Seward, una nave militare fu inviata ad Alessandria per trasportare John Surratt a Washington per il processo. Surratt presentò 98 testimoni a suo favore, mentre l’accusa ne fece sfilare 108. I dodici membri della giuria, dopo 62 giorni, non riuscirono a raggiungere una decisione unanime e ne risultò un impasse giudiziario. Surratt fu rilasciato su cauzione in attesa di un nuovo processo che però non si tenne in quanto erano stati raggiunti i termini di prescrizione. Il governo abbandonò ulteriori azioni legali. Da uomo libero, iniziò a tenere conferenze in cui ammetteva il suo ruolo nel complotto per rapire il Presidente, ma negava di aver avuto qualsiasi parte nell’assassinio. Tuttavia, ulteriori incontri con il pubblico furono annullati a causa della presenza di cittadini ostili e infuriati. Surratt in seguito si assicurò un lavoro come insegnante presso la St. Joseph Catholic School di Emmitsburg, nel Maryland. Qualche tempo dopo fu assunto dalla Baltimore Steam Packet Company. Diventò revisore delle merci e poi tesoriere della compagnia. Sposò Mary Victorine Hunter, una parente di Francis Scott Key. La coppia visse a Baltimora ed ebbe sette figli. Morì di polmonite all’età di 72 anni e fu sepolto nel New Cathedral Cemetery di Baltimora.
Le vicende di Surratt in Vaticano diedero adito alla teoria che il Papa, o almeno alcuni cattolici romani di alto rango, avessero avuto un ruolo nell’assassinio di Lincoln. Gli immigrati irlandesi generalmente si opposero alla Guerra di Secessione e sostenevano il Partito Democratico. Nel 1863 una sanguinosa rivolta a New York e in altre città contro la leva obbligatoria voluta dai Repubblicani fu caratterizzata dalla violenza dei residenti irlandesi. La teoria ricevette ulteriore credito dal fatto che Lincoln una volta aveva difeso un prete contro il vescovo di Chicago.




Le teorie del complotto persistettero dopo i frenetici giorni successivi all’assassinio. Forse la più duratura di queste teorie fu la tesi di Eisenschiml. Otto Eisenschiml (1880 – 1963) non era uno storico: era un chimico di origine austriaca emigrato negli Stati Uniti nel 1901, che divenne dirigente di una compagnia petrolifera a Chicago. Dopo quasi un decennio di ricerche sull’assassinio di Lincoln, pubblicò Why Was Lincoln Murdered nel 1937, sostenendo che il Ministro della Guerra Edwin Stanton McMasters (1814 – 1869) aveva ideato l'omicidio. A sostegno della sua tesi Eisenschiml offrì diverse prove circostanziali. In primo luogo, Stanton aveva un movente: era preoccupato che le moderate proposte di Lincoln per la ricostruzione del Sud avrebbero deluso gli ex stati Confederati, che subirono una vera e propria carneficina. In secondo luogo, il generale dell’Unione Ulysses S. Grant aveva programmato di assistere allo spettacolo al Ford’s Theatre con il presidente la notte del 14 aprile, ma Eisenschiml affermò che Grant annullò questo appuntamento quando Stanton gli ordinò di lasciare Washington. Inoltre, Stanton avrebbe rifiutato la richiesta del presidente di mettere il maggiore Thomas Thompson Eckert (1825 – 1910) come guardia del corpo per tutta la serata. Dopo la drammatica fuga di Booth dal teatro, Stanton fece chiudere tutti i ponti dalla città, tranne uno, il Navy Yard Bridge, proprio quello che Booth imboccò per scappare. Stanton avrebbe anche ordinato ai soldati dell’Unione di uccidere Booth piuttosto che arrestarlo. E, infine, gli investigatori notarono 15 pagine strappate dal diario di Booth - deliberatamente strappate da Stanton, sostenne Eisenschiml.
Queste accuse erano così potenti che il libro di Eisenschiml apparve nella maggior parte degli elenchi di letture dei seminari universitari sulla Guerra Civile negli anni ‘70. Ma non uno straccio di prova concreta corroborò la tesi di Eisenschiml negli otto decenni successivi all'uscita del volume.
Siamo ben lontani dalla fine delle teorie del complotto di Lincoln, specialmente nell’era di Internet, ma, a differenza dell’assassinio di Kennedy, la maggioranza degli Americani è d’accordo con il consenso degli storici professionisti secondo cui John Wilkes Booth uccise Abraham Lincoln e guidò la cospirazione per assassinare altri membri dell’amministrazione senza alcuna influenza esterna. Tutto è certamente possibile, però...forse non sapremo mai la verità!




Il capitano Jacob Washington “Jake” Haas (1833 – 1914) fu ripetutamente confuso con John Wilkes Booth nei giorni successivi all’assassinio di Lincoln. Haas era originario di Pottsville, in Pennsylvania, e fu tra i primi soldati volontari del nord a raggiungere Washington dopo l’inizio della Guerra Civile; per tutta la guerra prestò servizio nel 96° Fanteria della Pennsylvania. Sopravvisse ad alcune delle battaglie più cruente della guerra, tra cui Gaines’s Mill, Crampton’s Gap (dove il 96° subì una terribile perdita), Antietam, Chancellorsville, Gettysburg e Spotsylvania; al momento del congedo nell’ottobre 1864 era salito al grado di Capitano, comandante della Compagnia G. Lasciato l’esercito, Haas tornò a Pottsville, ma all’inizio di aprile del 1865, insieme al colonnello William H. Lessig (1831 – 1914), anche lui del 96°, si recò nella Pennsylvania occidentale sperando di arricchirsi con i giacimenti petroliferi. Haas e Lessig si trovavano in un hotel a Lewisburg, quando la notizia della morte di Lincoln si diffuse in tutto il paese. Qualcuno in città notò Haas e lo scambiò per Booth. Una folla iniziò a radunarsi intorno all’hotel. Haas e Lessig, scoprendo di essere i bersagli della furia della folla, si barricarono all’interno della loro stanza. Fu un momento straziante per i due uomini. Fortunatamente per loro, un nativo di Sunbury, forse un veterano del 96°, fu in grado di identificare con certezza sia Haas che Lessig. Pochi giorni dopo, il 22 aprile 1865, mentre Haas e Lessig continuavano a dirigersi verso Ovest, tuttavia, furono presi in custodia dai membri del 16° Cavalleggeri della Pennsylvania vicino a Philipsburg. La voce che Booth era stato catturato si sparse rapidamente in tutta la città e, ancora una volta, si formò una folla inferocita desiderosa di linciare l’assassino di Lincoln e il suo complice. Lessig riuscì a convincere il tenente G.P. McDougall, al comando del 16°, che Haas non era Booth, e quel giorno stesso McDougall li liberò. Il tenente rilasciò loro un documento, dove affermava:

Oggi ho arrestato WH Lessig e JW Haas, li ho esaminati e ho scoperto che non sono - come era stato sospettato - Booth, l’assassino del presidente Lincoln, e il suo complice.

Mentre Haas e Lessig proseguivano per la loro strada, si sentivano più al sicuro ora che portavano con sé il lasciapassare del tenente McDougall. Ma quando raggiunsero la città di Clarion il 26 aprile 1865, scoprirono quanto si sbagliavano. Haas fu arrestato per la terza volta. Si formò una folla veramente impazzita. Il lasciapassare fu liquidato come fasullo e la gente già si era procurata una corda per l'impiccagione. Haas affermò di poter dimostrare di non essere Booth: Portatemi alla Franklin's Bank, implorò. La sua richiesta fu accolta e Haas è fu portato sotto scorta alla banca dove aveva precedentemente depositato una somma di denaro. La folla rimase soddisfatta e lasciò andare Haas. Immaginate il sollievo di Haas, quindi, quando poche ore dopo si sparse la voce in tutta la nazione che il vero assassino, John Wilkes Booth, era stato rintracciato e ucciso. Jacob W. Haas morì nel 1914 a Shamokin, in Pennsylvania, all’età di 81 anni.

Tex n. 450, aprile 1998. Disegno di Villa



Ma cosa veramente sappiamo dell’uomo che ha ucciso Lincoln? Ci sono numerosi "curiosità" non elencate nei libri di storia coi quali siamo cresciuti. Venti piccole "curiosità" su John Wilkes Booth, l’uomo che uccise Abraham Lincoln, selezionate da me. La sua vita e la sua morte resero Abraham Lincoln uno dei leader più famosi della storia mondiale. E quella morte rese il suo assassino, John Wilkes Booth, una figura famigerata.

1. John Wilkes Booth era presente all’impiccagione del leader abolizionista John Brown. Booth si fermò vicino al patibolo e in seguito espresse grande soddisfazione per il destino di Brown, sebbene ammirasse il coraggio del condannato nell’affrontare stoicamente la morte.

2. John Wilkes Booth inizialmente non aveva intenzione di assassinare il presidente Lincoln. Il complotto originale prevedeva che sette cospiratori lo rapissero e lo portassero nella capitale confederata di Richmond, in Virginia.

3. Il nonno di Kathy Bates, Finis Bates, sostenne una teoria secondo cui John Wilkes Booth non fu assassinato dai soldati dell’esercito dell’Unione il 26 aprile 1865, ma eluse con successo la cattura.

4. Una statua di William Shakespeare a Central Park fu pagata con i fondi raccolti da John Wilkes Booth.

5. Per John Wilkes Booth fu una sorpresa scoprire la poca simpatia che il pubblico gli riserbò dopo aver assassinato Abraham Lincoln. I giornali che in precedenza erano contrario Lincoln condannarono l’omicidio e mentre alcuni sudisti erano felici che Lincoln fosse morto, altri temevano che l'assassinio avrebbe portato una dura punizione contro gli stati confederati, già sconfitti in guerra.

6. John Wilkes Booth aveva calcolato l'esatto momento della morte di Lincoln, in modo che il rumore dello sparo venisse mascherato dalle risate del pubblico. Essendo un attore, conosceva a memoria la commedia a cui Lincoln stava assistendo. Il Presidente stesso stava ridendo quando Booth gli sparò.

7. Boston Corbett, l’uomo che uccise John Wilkes Booth guadagnandosi il soprannome di “Lincoln’s Avenger”, da giovane faceva il cappellaio e il modista. Si pensa che l’avvelenamento da mercurio (usato nel suo lavoro) sia stato la causa dello sregolato comportamento che tenne per tutta la vita.

8. Corbett si castrò con un paio di forbici per resistere alle tentazioni delle donne.

9. Al cimitero di Green Mount a Baltimora, dove è sepolto John Wilkes Booth, i visitatori spesso lasciano un Penny (che raffigura il volto del presidente Lincoln) sul monumento della famiglia Booth.

10. 87 uomini di mare morirono sul Potomac dopo che due navi si scontrarono mentre cercavano John Wilkes Booth dopo che aveva assassinato Abraham Lincoln.

11. C’è una fotografia che ritrae sia Abraham Lincoln che John Wilkes Booth. Fu scattata un mese prima dell’assassinio, alla seconda inaugurazione presidenziale di Lincoln. Booth scrisse in seguito nel suo diario: Che eccellente possibilità avrei avuto, se lo avessi desiderato, di uccidere il presidente il giorno dell'inaugurazione.





12. I discendenti del Dr. Samuel Mudd, che ospitò Booth e gli sistemò la gamba rotta dopo aver ucciso il presidente Lincoln, credono ancora che fosse innocente e non sapevano che quella notte c’era Booth a casa di Mudd, anche se era famoso; il Dr. Mudd l’aveva incontrato più volte ed era al corrente del complotto.

13. La guardia del corpo di Lincoln, un ubriacone già ammonito per aver bevuto sul posto di lavoro, non era al suo posto per proteggere il presidente la notte in cui morì. Era invece al vicino Star Saloon a bere; lo stesso saloon in cui John Wilkes Booth cercò nell'alcol il coraggio per assassinare il presidente.

14. John Wilkes Booth era un noto attore, un attore di serie A, come potrebbe esserlo oggi un Leonardo Di Caprio. Il suo bell'aspetto e il suo fascino lo resero uno dei primi rubacuori americani ed era soprannominato "The Sexiest Man Alive".

15. Si dice che Wilkes Booth fu il primo attore a farsi strappare i vestiti dai fan.

16. Il peggior disastro marittimo nella storia degli Stati Uniti fu quello del vapore "Sultana", dove persero la vita 1192 persone a causa dell'esplosione delle caldaie appena fuori Memphis. Non molte persone ne hanno sentito parlare poiché i giornali si concentrarono sul delitto compiuto da John Wilkes Booth il giorno precedente.

17. La notte in cui John Wilkes Booth assassinò Abraham Lincoln, il suo complice avrebbe dovuto assassinare il vicepresidente Andrew Johnson, ma non ne ebbe il coraggio e preferì invece andare a ubriacarsi.

18. Pochi giorni prima di pronunciare il discorso di Gettysburg, Lincoln vide John Wilkes Booth esibirsi come cattivo in una commedia al Ford’s Theatre. Qualcuno disse a Lincoln: Sembra quasi che recitando stia riferendosi a lei. E Lincoln rispose: Mi parla in modo molto tagliente, vero?

19. Anche Ulysses S. Grant doveva essere assassinato insieme ad Abraham Lincoln da John Wilkes Booth, ma non partecipò allo spettacolo al Ford's Theatre perché le mogli di Lincoln e di Grant non erano in buoni rapporti.

20. L’uomo che cercò di impedire a John Wilkes Booth di uccidere Lincoln, Henry Rathbone, impazzì: uccise sua moglie e tentò di uccidere i suoi figli in un impeto di rabbia.



Seconda parte - Jack McCall, l’assassino di Wild Bill Hichock (2 agosto 1876)





Ha scritto il saggista John Andrews:

Quando sentiamo il nome di Jack McCall, c'è un’immagine che viene in mente: è la foto in bianco e nero - l'unica esistente - di un uomo con capelli neri, baffi neri e giacca nera seduto di fronte all'obbiettivo con il braccio sinistro piegato appoggiato su un tavolino. È esattamente l’immagine qui sopra. Siamo giunti ad accettare che si tratti di una "fotografia di McCall", ma gli storici di Yankton, e io con loro, sono scettici. Lo scatto in questione apparve sul nostro libro South Dakota Outlaws and Scofflaws (2012). Non molto tempo dopo aver finito il libro, lo storico di Yankton Bob Hanson venne nel nostro ufficio, ed elencò cinque o sei motivi per cui credeva che l’uomo nella foto non potesse essere Jack McCall. L’età dell’assassino e le varie descrizioni del suo aspetto fisico non corrispondono, disse. McCall era chiamato “Crooked Nose” o “Broken Nose” Jack, e il naso dell’uomo fotografato non sembrava affatto così storto o rotto. Inoltre, McCall non aveva più di 25 anni quando morì. L’uomo fotografato sembra invece essere più anziano. Sebbene nessuna fotografia di Jack McCall sia stata autenticata, i giornali lo descrivono con folti capelli castani, una testa un po' appuntita, piccoli baffi color sabbia, bocca piccola, naso camuso e occhi incrociati. Potrebbe aver avuto un piccolo pizzetto, ed è stato descritto come un'uomo dalla carnagione florida e un doppio mento. Apparentemente usò vari pseudonimi durante questo periodo, due dei quali erano “Curly Jack” e “Bill Sutherland.” Pochi mesi dopo ho accennato alla controversia con Jim Lane, un altro storico di Yankton che è sposato con il nostro direttore della distribuzione, Jana. Ha sottolineando che non esisteva nessun’altra immagine di McCall, rendendo il mistero più fitto. Il processo e l’esecuzione di McCall a Yankton furono momenti cruciali nella storia del Dakota. Il suo processo contribuì a stabilire la giurisdizione del tribunale territoriale su Deadwood e la sua esecuzione, a cui parteciparono ben 1.000 persone, è stata la prima del Territorio del Dakota. Sembra sorprendente che nessuna altra immagine verificata storicamente accettata (una fotografia, uno schizzo o una xilografia) sia mai stata vista, visto soprattutto che a Yankton abitava il celebre fotografo Stanley J. Morrow (1843 – 1921). Morrow era un nativo dell’Ohio e imparò il mestiere come apprendista del famoso fotografo della Guerra Civile Mathew Brady(1822 – 1896). Intorno al 1868 si trasferì a Yankton e aprì uno studio fotografico. Amava l'arte del fotografo itinerante e trascorreva le sue estati viaggiando in fortini militari, città e riserve indiane lungo il fiume Missouri realizzando numerosi scatti paesaggistici. Nell’estate del 1876, più o meno nello stesso periodo in cui McCall sparava a Hickok al Saloon n. 10 di Deadwood, Morrow partì per le Black Hills per fotografare la corsa all’oro.




Trascorse anche del tempo con le truppe del generale George Crook (1828 – 1890), che avevano combattuto le tribù indiane nelle Slim Buttes dell’estremo nord-ovest del Sud Dakota. Arrivò alla Red Cloud Agency del Nebraska nell’ottobre 1876 e vi trascorse un mese a fotografare capi indiani come Red Cloud. Si ritiene che Morrow sia tornato a Yankton a metà dicembre, solo una o due settimane dopo la conclusione del processo a McCall. McCall trascorse il gennaio e il febbraio del 1877 in prigione, ma Morrow non tentò mai di fotografarlo, né McCall concesse mai il permesso. Anche se Morrow non era a Yankton, sua moglie Isa ebbe l’opportunità di catturare un’immagine di McCall. Infatti, dopo che i Morrow si trasferirono a Yankton, Stanley insegnò a Isa a fare fotografie e lei gestiva lo studio mentre suo marito era fuori per i suoi tour fotografici nel Dakota. Morrow lasciò Yankton nel 1883. Molte delle sue immagini andarono perdute in un incendio, ma ne conosciamo circa 500 fra quelle sopravvissute. E forse un’immagine scattata da Morrow, o da un altro fotografo itinerante, che ritrae McCall è sopravvissuta nascosta nella soffitta o nel seminterrato di qualcuno. Fate attenzione la prossima volta che frugate nelle vecchie scatole. Potreste trovarvi fra le mani un pezzo mai visto prima della storia del Dakota.

Io sono pienamente d’accordo con John.

Wild Bill era una leggenda, come pistolero, uomo di legge e giocatore d’azzardo. Ma "pistolero" è forse il termine più adatto a descriverlo, in quanto era considerato da molti dei suoi contemporanei - ovvero altri pistoleri e uomini di legge - come il migliore che ci fosse. Ma cosa ha a che fare con gli Ozark un ragazzino dell’Illinois che fuggì di casa perché credeva di aver ucciso un uomo in una rissa e  che sarebbe diventato il pistolero più letale del Vecchio West? James Butler “Wild Bill” Hickok trascorse molto tempo negli Ozark, incluso il servizio come scout per l’esercito dell’Unione durante la Guerra Civile. A Springfield, nel Missouri, Wild Bill pratico il mestiere di tiratore. Fu lì, mesi dopo la fine della Guerra Civile, seduto a un tavolo da gioco, che iniziò a litigare con il suo migliore amico, Davis Tutt (1836 – 1865), un ex soldato confederato di Yellville, Arkansas, il cui padre Everett era morto in guerra.





Era il luglio del 1865, e al centro di tutto ci fu una discussione su una partita a carte persa, una ragazza e un orologio da taschino. Wild Bill e Dave Tutt uscirono all'aperto, a Springfield, e diedero vita al tipico scontro a fuoco del Vecchio West, quello che abbiamo visto innumerevoli volte nei film. Entrambi erano uomini molto pericolosi con la pistola e nessuno poteva sapere chi avrebbe vinto. Davis Tutt cadde morto e Hickok fu assolto dall’accusa di omicidio, sebbene ci fossero state due dozzine di testimoni. Hickok era una leggenda del Vecchio West. All'inizio l'arrivo di Hickok a Deadwood era stato visto con un misto di curiosità e diffidenza dagli abitanti. Cosa ci faceva il “famoso” Wild Bill a Deadwood? I boss locali che guadagnavano molto denaro con attività illegali e immorali immaginavano che gli onesti uomini d’affari del posto avrebbero chiesto a Hickok di assumere il ruolo di marshall o almeno di fare il giustiziere per loro conto. Si ipotizza che i criminali di Deadwood fossero intimoriti dalla reputazione del celebre pistolere e potrebbero aver deciso di incoraggiare qualcuno al di fuori del loro gruppo di "prendersi cura di Hickok" in vece loro. Jon “Jack” McCall, noto anche come “Crooked Nose” o “Broken Nose Jack”, era l’uomo che uccise “Wild” Bill Hickok a Deadwood, nel territorio del Dakota, il 2 agosto 1876. In quello che è stato ampiamente considerato un atto di codardia, McCall sparò a Hickok alle spalle mentre giocava a poker al Nuttal & Mann’s Saloon n. 10. Essendosi già affermato come una leggenda del selvaggio West nel corso della sua vita, anche le circostanze della morte di Wild Bill Hickok divennnero materia di leggenda. La maggior parte dei resoconti sembra concordare sul fatto che la mano di poker da cinque carte che aveva Wild Bill quando McCall gli sparò il proiettile fatale consisteva in due coppie, di assi neri e di otto - carte che da allora furono soprannominate la “mano del morto.” Ma l’identità della quinta carta è sempre stata un mistero.






Oggi al Saloon n. 10, ricostruito negli anni ‘30 dopo l’incendio del 1879 che cancellò gran parte dell’originale Deadwood, si sostiene che la carta fosse il nove di quadri. Altre fonti ancora citano il due di picche, il cinque di quadri o la Regina di Fiori. Nel corso degli anni Hollywood si è presa alcune sue tipiche libertà con la famosa mano: nel film Stagecoach, il regista John Ford non solo incluse la Regina di Cuori come quinta carta, ma sostituì uno degli assi neri con l'asso di quadri. In The Plainsman, invece, Gary Cooper ha in mano il Re di Picche. Un‘altra teoria sostiene che Hickok avesse scartato la sua quinta carta originale e non ne avesse ancora ricevuta una nuova quando McCall gli sparò, il che significa che in realtà aveva solo quattro carte in mano al momento della sua morte. Oltre a visitare la sua ultima dimora, oggi i visitatori di Deadwood possono anche rivivere gli ultimi momenti di Hickok al Saloon n. 10, dove la sua morte viene rievocata quattro volte al giorno tra il Memorial Day e la fine di settembre. I turisti possono anche cimentarsi con il poker, il blackjack o le slot machine in questa piccola sala da gioco che mantiene la tradizione del selvaggio West fin dalla segatura sparsa sul pavimento.









Nell’estate del 1876 Wild Bill era nel territorio del Dakota e partecipò a una partita carte. Di solito si sedeva con le spalle al muro, ma quel giorno Hickok fu costretto a sedersi di fronte al muro, l’unico posto libero al tavolo. Fu un fatale errore di calcolo. Il suo uccisore McCall sarebbe stato condannato solo dopo un secondo processo. Poiché all’epoca non esisteva una giurisdizione organizzata a Deadwood, si era tenuto un primo processo improvvisato con la giuria composta da membri della comunità locale (minatori e uomini d'affari). McCall affermò che aveva agito così per vendicarsi di Hickok che aveva ucciso suo fratello ad Abilene nel Kansas; il che potrebbe essere vero; un uomo di nome Lew McCall era stato effettivamente ucciso da un ignoto uomo di legge ad Abilene, nel Kansas, ma non è dato sapere se i due McCall fossero imparentati o meno. Il motivo vero per cui McCall uccise Hickok è ancora oggetto di speculazioni, in gran parte riguardanti la rabbia e l'umiliazione di McCall per il fatto che Hickok gli avesse dato i soldi per la colazione il giorno prima, dopo che McCall aveva perso pesantemente. McCall fu dichiarato innocente dopo due ore di testimonianze, e liberato. Il "Black Hills Pioneer" scrisse, indignato:

Se mai dovessimo sfortunatamente uccidere un uomo, chiederemmo semplicemente che il nostro processo potesse svolgersi in alcuni dei campi minerari di queste colline.

Dopo il processo McCall fuggì nel Territorio del Wyoming temendo per la sua incolumità, e qui sfacciatamente si vantò di aver ucciso Hickok in uno scontro a fuoco "equo". Le autorità del Wyoming si rifiutarono di riconoscere la legittimità dell’assoluzione di McCall poiché il tribunale di Deadwood non aveva giurisdizione legale e sostennero che McCall avrebbe dovuto essere processato nuovamente in un tribunale federale, a Yankton, nel South Dakota.







Si dice che Martha Jane Canary-Burke detta "Calamity Jane" (1852 – 1903) abbia guidato una folla che minacciò McCall di linciaggio, ma al momento della morte di Hickok, Jane era invece detenuta dalle autorità militari. Dopo essersi vantato di aver ucciso Hickok, McCall fu dunque nuovamente arrestato. Il secondo processo si tenne a Yankton, la capitale del territorio del Dakota: McCall fu dichiarato colpevole e condannato a morte. Il fratello di Hickok, Lorenzo Butler “Rennie” Hickok (1832 – 1913), era venuto dall’Illinois per assistere al nuovo processo: dopo il procedimento giudiziario ebbe un colloquio con McCall dopo il processo e disse che McCall non mostrava alcun rimorso. Leander Richardson, un giornalista, intervistò McCall poco prima della sua esecuzione e scrisse un articolo su di lui per il numero di aprile 1877 dello "Scribner’s Monthly":

Mentre scrivo le righe conclusive di questo breve ritratto, mi giunge voce che l’uccisore di Wild Bill è stato nuovamente arrestato dalle autorità degli Stati Uniti, e dopo il processo è stato condannato a morte per omicidio volontario. Ora è a Yankton, in attesa di esecuzione.

Al secondo processo fu ipotizzato che McCall era stato assunto come sicario da un gruppo di giocatori d’azzardo che temevano il momento in cui la cittadinanza avrebbero nominato Bill tutore della Legge e dell’ordine, un incarico che aveva già precedentemente ricoperto durante gli anni in cui visse al confine del Kansas, dando prova di virilità e coraggio. Jack McCall fu impiccato il 1° marzo 1877 e sepolto in un cimitero cattolico romano. Il cimitero fu spostato nel 1881 e il corpo venne sepolto nell’angolo sud-ovest. Secondo lo storico Joseph Holzhauser, McCall sarebbe sotto una delle due tombe anonime tra le numerose lapidi degli anni 1870 e 1880. Dato che McCall era cattolico e ricevette gli ultimi sacramentida un sacerdote della Chiesa del Sacro Cuore, questo sembrerebbe probabile. John "Jack" McCall non sarebbe mai stato ricordato nella storia se non avesse sparato a Wild Bill Hickok a Deadwood. Non era specificamente un “fuorilegge”, ma era più noto per la sua ubriachezza e la sua stupidità, un vero mascalzone. Tuttavia, poiché utilizzò diversi pseudonimi nel corso della sua vita, potrebbe aver compiuto anche azioni più vili nel suo passato, azioni di cui non siamo a conoscenza. Nato intorno al 1850 nella contea di Jefferson, nel Kentucky, crebbe lì insieme alle sue tre sorelle. McCall si spostò verso Ovest in età più adulta e lavorò nei terreni di confine tra il Kansas e il Nebraska con un gruppo di cacciatori di bufali intorno al 1869.

Tex n. 595, maggio 2010. Disegno di Villa



In seguito transitò nel Wyoming prima di arrivare a Deadwood, nel South Dakota, nel 1876, con il nome di Bill Sutherland. Secondo i resoconti dei giornali aveva folti capelli castani, piccoli baffi color sabbia, doppio mento e occhi incrociati. Subito dopo essere arrivato a Deadwood, il 1° agosto 1876 stava bevendo al bar del Nuttall & Mann’s Saloon. Ubriaco fradicio, guardava Wild Bill Hickok giocare a poker a un tavolo con i posti tutti occupati. Quando uno dei giocatori si ritirò, McCall ne prese rapidamente il posto. Ubriaco e sfinito, McCall perso una mano dopo l'altra finché non gli rimase un solo centesimo in tasca. Hickok gli diede quindi dei soldi per comprarsi qualcosa da mangiare e gli consigliò di non giocare più finché non avesse potuto coprire le sue perdite. Sebbene McCall avesse accettato i soldi, si sentì umiliato e insultato. Il pomeriggio successivo, quando Wild Bill entrò nel Saloon n. 10, trovò Charlie Rich seduto al suo posto preferito. Charlie Rich ha un posto nella storia del Vecchio West perché conosceva personalmente Wild Bill e, cosa più importante, è l’uomo che distribuì a Hickok la sua ultima mano di carte da gioco.
La notte prima Wild Bill aveva scritto una strana lettera a sua moglie:

Cara Agnes, se dovesse accadere che non ci incontreremo mai più, mentre sparo il mio ultimo colpo sussurrerò dolcemente il nome di mia moglie Agnes e, facendo gli auguri anche ai miei nemici, farò il mio ultimo tuffo e cercherò di nuotare fino all’altra sponda.

La mattina del 2 agosto 1876, quando Hickok si vestì con la sua redingote Prince Albert indossando con i suoi accessori, è dubbio che sapesse che sarebbe stato il suo ultimo giorno sulla terra. Hickok arrivò al Saloon n. 10 poco dopo mezzogiorno. Si avvicinò al suo tavolo abituale - occupato da Charlie Henry Rich (1859 – 1929), Carl Mann e il capitano del battello fluviale Bill Massie. Il posto preferito di Hickok, che gli permetteva di tenere la schiena contro il muro, era occupato da Charlie Rich.




Hickok, che era sempre molto attento alla propria sicurezza, chiese a Rich di permettergli di sedersi sulla sua sedia abituale, ma Rich non si volle spostarsi. Il posto abituale di Hickok gli permetteva di vedere sia la porta d’ingresso che quella sul retro, potendo così difendersi da eventuali malintenzionati. Ora l’unico posto a sua disposizione era quello che gli permetteva di vedere la porta d'ingresso, ma la sua schiena era esposta alla porta sul retro. La disposizione dei posti dei quattro uomini al tavolo includeva Charlie Rich alla destra di Hickok, il capitano William Rodney “Bill” Massie (1831 – 1910) proprio di fronte a lui e Carl Mann alla sua sinistra. Pochi istanti prima che il colpo del revolver di Jack McCall ponesse fine alla vita di Hickok, Charlie Rich diede a Wild Bill la sua ultima mano. Rich tornò nel suo stato matale, l'Ohio, tre anni dopo aver assistito all’assassinio di Wild Bill Hickok. Secondo la leggenda di famiglia, Rich non giocò mai più a poker dopo quel fatidico giorno. A differenza di Hickok, che morì a 39 anni, Charlie Rich ebbe una lunga vita e 21 giorni prima del suo 70° compleanno, il 7 luglio 1929, a Columbus, in Ohio ed è sepolto nell’Evergreen Cemetery, Miamiville, Ohio. La sua lapide riflette il ruolo che ebbe nella storia: nel 1998, Gordon Bourgeois, la fece rifare e ci fece incidere sopra i celebri avvenimenti della "mano del morto".






Jack McCall, che aveva già bevuto molto al bar, vide Hickok entrare nel saloon, e prendere posto al suo tavolo abituale nell’angolo vicino alla porta. Vedendo un’opportunità per vendicarsi dell’insulto e forse per farsi un nome, McCall si avvicinò alle spalle di Hickok, tirò fuori la sua Colt Model 1873 Single Action Army calibro .45, gli puntò la canna dietro la testa e premette il grilletto mentre gridava: Accidenti a te maledetto, prendi questo! Hickok, a cui era stata servita una mano di Assi e Otto, cadde a terra morto all’istante. Il codardo McCall corse immediatamente fuori dal saloon e tentò di scappare sul cavallo di qualcun altro che era legato nelle vicinanze. Tuttavia, poiché la sella si era allentata, cadde a terra. Corse quindi a piedi lungo la strada polverosa e si nascose in una macelleria, ma in pochi minuti fu trovato dalla folla. Il giorno successivo il campo minerario riunì un tribunale composto di minatori, che si riunì al McDaniels/Langrishe Theatre. Sebbene la città di Deadwood non avesse giurisdizione legale, nominarono un avvocato difensore, un pubblico ministero e un giudice e iniziarono il processo di McCall per omicidio. McCall affermò di aver sparato a Wild Bill per vendetta perché aveva ucciso suo fratello ad Abilene, Kansas, e sostenne che avrebbe rifatto tutto da capo se ne avesse avuto la possibilità. In meno di due ore la giuria emise un verdetto di non colpevolezza.





McCall si fermò a Deadwood per diversi giorni fino a quando un uomo chiamato Moses Embree Milner, noto anche come California Joe (1829 – 1876) gli suggerì che l’aria avrebbe potuto essere dannosa per la aus salute. McCall ricevette il messaggio e, credendo di essere sfuggito alla punizione per il suo crimine, si diresse nel Wyoming, dove si vantò con chiunque lo ascoltasse di aver ucciso il famoso Wild Bill Hickok. Meno di un mese dopo, si è scoperto che il processo tenutosi a Deadwood non aveva basi legali, poiché la cittadina si trovava nel Territorio Indiano. Le vanterie di McCall furono la causa della sua morte, perché giunsero all'orecchio un vice marshall di Laramie, che lo arrestò il 29 agosto. Accusato di omicidio fu portato a Yankton, nel South Dakota, per essere processato. Il 1 marzo 1877, Jack McCall fu fatto salire sul patibolo dove si inginocchiò davanti a un prete da lui richiesto, padre John Daxacher di Sant’Elena, nel Nebraska, che gli avrebbe fornito conforto spirituale alla fine. Con le braccia e le gambe legate e il cappuccio nero ormai già calato sopra la sua testa, McCall si alzò e chiese al marshall solo un altro momento di preghiera. Poi il cappio gli fu messo intorno al collo e McCall baciò un crocefisso e disse: Stringilo più stretto, marshall. Alle 10 e 10 la botola fu aperta e McCall morì con la croce in mano. Dopo 10 minuti la corda fu tagliata e il corpo messo in una bara di noce e caricato su un carro. La pioggia che cadeva inumidiva la terra e attutiva il suono delle ruote del carro; non fu pronunciata una parola durante il viaggio di due miglia a nord fino cimitero cattolico di Yankton dove McCall fu sepolto nel lotto a sud-ovest. Nel 1881, quando il cimitero fu spostato per far posto al manicomio, il suo corpo fu riesumato e si scoprì che era stato sepolto con il cappio ancora al collo.





Terza parte - Robert Ford, l’assassino di Jesse James (3 aprile 1882)

Meglio conosciuto come il "piccolo sporco traditore" che uccise Jesse James, Robert Newton Ford, nacque il 31 gennaio 1862 a Ray County, Missouri, uno dei sette figli di James Thomas Ford e Mary Ann Bruin. Il ragazzino si innamorò delle audaci imprese di Jesse James e finalmente ebbe la possibilità di incontrarlo nel 1880. Lui e il suo fratello maggiore, Charles  stavano ai margini esterni della James Gang.






I ranghi della banda di fuorilegge erano stati ridotti a causa di morti, arresti e uomini semplicemente passati ad altre attività. Così, quando i due fratelli vollero unirsi alla banda, Jesse glielo permise; tuttavia, nessuno dei due vi svolse mai un ruolo molto importante. Charles avrebbe partecipato alla rapina al treno "Blue Cut" vicino a Glendale, Missouri, il 7 settembre 1881. Doveva essere l’ultima rapina al treno della James Gang, e fruttò ai sei membri circa 3.000 dollari in contanti e gioielli sottratti ai passeggeri. Alla rapina parteciparono anche Frank e Jesse James, Dick Liddil e i fratelli Clarence e Wood Hite.






Qua sopra potete vedere ritratti il vero Jesse James e il suo assassino Robert Ford: si tratta di una fotografia di proprietà della famiglia di Sandy Mills che tenne nascosti i fuorilegge nel 1870 e che è stata autenticata dagli esperti forensi della polizia. Secondo la famiglia non passò molto tempo dallo scatto al momento in cui Ford uccise James sparandogli. La fotografia potrebbe valere milioni di dollari, ma la signora Mills deve ancora decidere se venderla. Non c'è traccia della partecipazione di Robert Ford alle rapine di James Gang, non c’è traccia, e si pensava che fosse principalmente un “tirapiedi”, che faceva lavori di bassa lega e forse custodiva i cavalli mentre gli altri commettevano i crimini. Pochi mesi dopo, nel novembre 1881, Jesse trasferì la moglie e la famiglia a St. Joseph, nel Missouri, affittando una casa a nome di J. D. Howard. Come membro di una rispettata comunità, Jesse aveva in programma di intraprendere una vita retta. Tuttavia voleva portare a termine un’ultima rapina in banca nella contea di Platte, nel Missouri, sperando di fare abbastanza soldi da potere andare in pensione e diventare un onesto agricoltore. Ma lo Stato del Missouri ne aveva avuto abbastanza della gang e più o meno in quel periodo il governatore Thomas Theodore Crittenden (1839 – 1909) mise 10.000 dollari di taglia per qualsiasi informazione che portasse alla cattura di Frank o Jesse James.






Nel gennaio 1882 due membri della James Gang, Robert Woodson “Wood” Hite (1850 – 1881) e Dick Liddil (1852 – 1901), in fuga dalla Legge, si rifugiarono nella casa di Martha Bolton, la sorella vedova di Bob Ford. Un giorno, a tavola , Hite e Liddil iniziarono a litigare mentre Ford sedeva a guardare. La disputa ben presto si fece più accesa, e i due contendenti estrassero le pistole. Il fragore di quattro colpi sparati in rapida sequenza dalla pistola di Hite echeggiò nella stanza, e uno dei proiettili colpì Liddil alla gamba. Cadendo a terra Dick rispose al fuoco, colpendo Hite al braccio. Nel frattempo anche Bob Ford estrasse la pistola ed essendo amico intimo di Liddel sparò colpendo Hite alla testa. “Wood Hite” crollò a terra e morì pochi minuti dopo. Ford avvolse quindi il cadavere in una coperta, lo portò fuori e lo mise su un mulo; lo condusse nel bosco, dove lo seppellì in una tomba poco profonda e anonima. Questo omicidio, unito all’avidità e al desiderio di notorietà di Ford, sarebbe stato la condanna a morte per Jesse James.





Quando la notizia della sparatoria arrivò alle orecchie delle autorità, Ford fu arrestato, ma quando informò gli investigatori che poteva entrare in contatto con Jesse James, da tempo ricercato, fu rilasciato. Tempo dopo Ford incontrò in gran segreto il governatore Crittenden, che gli disse che se avesse ucciso il famigerato fuorilegge, avrebbe ricevuto la grazia completa per l’omicidio di Hite e per l’uccisione di James e avrebbe anche ricevuto una ricompensa in denaro. Ford accettò e successivamente incontrò lo sceriffo della contea di Clay, dove i due formularono un piano per catturare Jesse James. Nel marzo del 1882, alcuni membri della James Gang iniziarono a costituirsi, lasciando a Jesse ben poco aiuto umano per pianificare una rapina in banca oltre a Charlie e Bob Ford. Sebbene istintivamente diffidasse di Robert Ford, lo seguì e la mattina del 3 aprile 1882 si trovava a colazione con i fratelli Ford. Gli uomini andarono poi in salotto, dove Jesse espose il suo piano per rapinare la Platte City Missouri Bank. Quando Jesse notò che un lavoretto a punto croce incorniciato, fatta da sua madre, era appesa storta al muro, montò su una sedia per sistemarlo.




All’improvviso sentì il suono della pistola di Bob Ford che veniva armata e si voltò leggermente. Bob sparò a Jesse appena sotto l'orecchio destro, e il banfito cadde a terra morto. Aveva 34 anni. Ma Jesse James sopravvisse a quell'attentato? Nel 1995 i suoi resti furono riesumati. Campioni di capelli e ossa presi dalla sua tomba permisero di isolare il suo DNA e confrontarlo con i profili genetici dei suoi discendenti all'epoca ancora in vita. Ciò smentì anche diverse teorie secondo le quali Jesse James non era stato ucciso da Bob Ford. Jesse James apparteneva all'aplogruppo T2 della linea materna.




Inizialmente Ford fu accusato di aver ucciso sia Wood Hite che Jesse James, ma fedele alla sua parola il governatore Crittenden lo graziò mentre era processato per l’omicidio. Per quanto riguarda il denaro, ricevette solo una della ricompensa promessa. Tornati nella loro città natale di Richmond, Missouri, Bob e Charles non furono accolti con gentilezza, poiché i residenti consideravano un atto vile l’uccisione di Jesse James e resero insopportabile la vita ai due fratelli. Quando seppe che Frank James li stava cercando e progettava di ucciderli per vendicare la morte di suo fratello, Charles Ford iniziò a spostarsi di città in città. In quel periodo Bob Ford sfruttava e capitalizzava il tradimento nei confronti di Jesse James, apparendo in uno spettacolo teatrale intitolato Outlaws of Missouri.




Sera dopo sera, Ford raccontava la sua storia, omettendo accuratamente di aver sparato a James alla schiena. Ma questa farsa ebbe breve durata poiché Ford veniva accolto con fischi e parole di scherno e sfida. Ford in seguito si spostò a Las Vegas, nel New Mexico, dove per un certo periodo gestì un saloon, prima di trasferirsi a Creede, in Colorado. Qualche tempo dopo essere arrivato a Creede, Ford si trovò in un saloon dove si teneva un incontro di boxe e aveva scommesso pesantemente sul pugile che aveva perso: divenne furioso. In preda alla rabbia decise che avrebbe ucciso il pugile e, come antipasto, lui e un uomo di nome Joe Palmer, un membro della banda di Jefferson Randolph “Soapy Smith” II (1860 – 1898), iniziarono a sparare alle finestre e ai lampioni lungo la Main Street. Soapy Smith era un artista della truffa, che guadagnò notorietà con il suo "sapone a premi". Illuminato da una lanterna a gas vendeva saponette di notte. Tuttavia, per aumentare gli incassi, ha metteva banconote da 5, 10 e 50 dollari in alcuni degli incarti delle saponette, mentre i potenziali clienti stavano a guardare. Si trattava di uno stratagemma perché, come un gioco di prestigio, si assicurava che solo i membri della sua banda acquistassero le saponette "pregiate". Quindi, per quanto si sa, nessuno dei suoi veri clienti ha mai vinto nessuno dei dei premi che aveva nascosto. Fu il successo di quella truffa del sapone che gli meritò il suo soprannome e gli permise di finanziare altre attività criminali, tanto che negli anni ‘60 divenne noto come il “Re dei truffatori della Frontiera.”








In qualità di signore del crimine, Soapy organizzò una grande e potente banda di talentuosi furfanti per assumere il controllo della malavita criminale a Denver e Creede, in Colorado, tra gli anni 1884 e 1895, e a Skagway, in Alaska, durante la corsa all’oro del Klondike del 1896/1898. In quest’ultimo posto era conosciuto sui giornali di tutta la nazione come il “Re senza corona di Skagway.” Soapy Smith era l’ultimo della sua specie, una figura criminale del vecchio West che si rifiutava di rinunciare ai vecchi modi in una nazione in continua evoluzione e modernizzazione. Fu ucciso in un tremendo scontro a fuoco affrontando rabbiosi vigilantes l’8 luglio 1898. Quattro giorni prima, era stato l’uomo del momento. Era in testa alla parata del Giorno dell’Indipendenza a Skagway ed era salito sul palco insieme al governatore territoriale dell’Alaska John (James) Green Brady (1847 – 1918). Quattro giorni dopo era morto, etichettato come criminale fuorilegge. Si trattava di un criminale molto "complesso". Sebbene fosse un bandito, era anche un patriota e un uomo caritatevole, sorprendentemente generoso con i bisognosi. Era noto ai suoi coetanei e nemici per il suo coraggio e la lealtà verso la sua banda, gli amici e la famiglia. Il suo motto era: Prendilo mentre ancora conviene. Nel 1889 possedeva diversi saloon, un negozio di sigari e sale da gioco, tutti attività pagate con la truffa del sapone. Divenne l’Al Capone del vecchio West, manipolando elezioni e compiendo azioni criminali, mentre al tempo stesso elargiva cospicue donazioni ai poveri, alle chiese e agli enti di beneficenza. Uno scandalo dopo l’altro e diversi scontri a fuoco avvenuti fra il 1889 e il 1895 posero finalmente fine al suo regno a Denver. Nel 1897 si unì alle migliaia di persone dirette ai giacimenti d’oro del Klondike.






Arrivò e prese immediatamente il controllo di Skagway, in Alaska, finché i vigilantes del luogo non decisero di farlo fuori. Una delle sue truffe fu considerata particolarmente oltraggiosa, anche se fu relativamente di breve durata: Smith aveva aperto un falso ufficio telegrafico, i cui fili terminavano nel muro dell'ufficio. Incassava le tariffe per i telegrammi che non venivano inviati e organizzava su luogo partite a poker perché i clienti ingannassero il tempo in attesa delle risposte ai messaggi. Skagway non avrebbe un vero ufficio del telegrafo fino al 1901, quando Soapy Smith era ormai sottoterra da tre anni, in una tomba posta all'esterno del cimitero cittadino.



La famiglia Smith sapeva da sempre che Soapy era morto in circostanze misteriose. Recentemente sono state trovati nuovi documenti che dimostrano che Soapy era disarmato quando venne assassinato. Le vicende di Soapy sono ben note negli Stati Uniti: quando era in vita era anche più famoso dello stesso Wyatt Earp. Dal 1974 la famiglia tiene una veglia pubblica in memoria di Soapy Smith, e più tardi se ne aggiunse un'altra: l’originale si tiene ogni 8 luglio a Skagway, in Alaska mentre l’altra viene celebrata nel Magic Castle di Hollywood, in California. Soapy Smith aiutò Ford e Palmer a fuggire prima che potessero essere arrestati e fu loro permesso loro di stabilirsi a Creede. Il 29 maggio 1892 Ford aprì una sala da ballo chiamata “Ford’s Exchange.” Ma la fortuna non sorrise a Ford, e solo sei giorni dopo, il 6 giugno, l’intero quartiere commerciale, inclusa la sala da ballo di Ford, andò a fuoco. Senza perdere tempo, Bob riaprì un altro saloon solo pochi giorni dopo, allestendolo in una tenda di fortuna. Il giorno successivo, l’8 giugno, entrò un uomo di nome Edward O’Kelley con una doppietta a canne mozze. Mentre Ford dava le spalle alla porta, O’Kelley lo salutò e mentre Ford si voltava per vedere chi si era rivolto a lui, O’Kelley gli sparò entrambe le cartucce, uccidendolo all’istante. Alcuni storici ipotizzano che Soapy Smith era coinvolto nella morte di Ford. Bob fu sepolto a Creede, ma in seguito fu riesumato e inumato nella sua città natale di Richmond, nel Missouri.





Edward Capehart O’Kelley nacque il 1 ottobre 1857 a Harrisonville, nel Missouri, da Margaret Ann Capehart. Sebbene Margaret avesse sposato il dottor Thomas Katlett O’Kelley nel luglio 1857, si pensa che non fosse quello il padre di Edward. Quando Edward fu più grande si trasferì in Colorado dove lavorò come avvocato, nonostante avesse un pessimo carattere. Edward O’Kelley era noto come “Red” per via dei suoi capelli rossi. A Bachelor City, fu impiegato come marshall della città e, in seguito, come vice sceriffo della contea di Hinsdale. Bachelor City si sviluppò come sobborgo di Creede negli anni 1890. Per colpa di un "conflitto burocratico" con la Bachelor City della California, ai residenti della Bachelor City del Colorado fu impedito di chiamare la loro città con quel nome, e dunque il posto era ufficialmente noto come Teller; ciò non impedì agli abitanti di continuare a usare il toponimo di Bachelor City. Ford non fu l’unico uomo ucciso dalla rabbia di O’Kelley. Nel 1891 sparò a un uomo di colore di nome Ed Riley a Pueblo, in Colorado, perché gli aveva accidentalmente pestato i piedi. Sebbene conoscesse la famiglia James nel Missouri, i suoi legami con loro non sono chiari, anche se alcuni credono che possa aver fatto parte per un breve tempo della James Gang. Molti hanno teorizzato che O’Kelley abbia ucciso Robert Ford per vendicare la morte di Jesse James. Tuttavia, altri pensano che l’abbia fatto semplicemente per essere conosciuto come l’uomo che aveva sparato all’uomo che aveva sparato a Jesse James! Edward fu immediatamente arrestato dopo l’omicidio e dopo essere stato processato fu condannato all'ergastolo il 12 luglio 1892 da scontarsi nel penitenziario di Canon City. Un decennio dopo i suoi sostenitori nel Missouri gli fecero ottenere la grazia e fu rilasciato nell’ottobre 1902. A dicembre, O’Kelley fu fermato da Joseph Grant Burnett, accusato di “essere un personaggio sospetto.” Dopo il suo rilascio giurò vendetta contro la polizia. Non gli ci volle molto per rimettersi nei guai, poiché il 30 gennaio 1903 fu nuovamente arrestato, stavolta per ubriachezza e vagabondaggio, a Pueblo, in Colorado. Il 13 gennaio 1904, O’Kelley, che girava senza cappotto, fu ancora arrestato perché sospettato di un recente furto con scasso. Fu interrogato e rilasciato molte ore dopo, ed era infuriato per l’indignazione. Tornò nella sua camera d’albergo e indossò il soprabito, avvertendo tutti coloro che lo ascoltavano che avrebbe sparato a un poliziotto e che la polizia farebbe meglio a non tentare di arrestarmi.

Magico Vento n. 119, novembre 2008. Disegno di Mastantuono



Quella sera, verso le 21:00, O’Kelley incontrò Burnett (1867 – 1917) di fronte al “McCord-Collins Mercantile Company Building” al 306 West First Street, ora sede della “Ronald J. Norick Downtown Library.” L'agente salutò O'Kelley, che rispose al saluto mentre estraeva un revolver dalla tasca destra del cappotto. Burnett gli afferrò la mano che impugnava la pistola, ma invece di estrarre a sua volta l'arma, fece affidamento affidamento sul manganello e colpì due volte O’Kelley in testa. Il delinquente infuriato sembrava impassibile da domare e iniziò una furibonda rissa. Il poliziotto affrontò il peggior incubo di ogni agente; essere solo e venire sconfitto per strada da un aggressore armato. Mentre gli uomini lottavano, O’Kelley sparò un colpo che andò a vuoto. Ciò attirò l’attenzione di un suo socio, di nome Bob Jackson, che era al “Red Front Saloon” pochi numeri civici più in là, al 314 West First Street. Jackson venne in aiuto di O’Kelley, ma invece di afferrare l’agente di polizia, sparò quattro volte contro i due uomini, poi si voltò e scappò. O’Kelley gli gridò: Torna indietro! Uccideremo questo figlio di puttana! Burnett estrasse il revolver e sparò un colpo, ma anche lui mancò il bersaglio perché il suo braccio destro era serrato al fianco destro, mentre afferrava la mano destra armata del fuorilegge con la sinistra. Di conseguenza, entrambi gli uomini potevano sparare con le pistole, ma non potevano mirare all’altro. Nella colluttazione gli uomini si trascinarono per decine di metri lungo la strada, sparando di tanto in tanto con i loro revolver, in un appezzamento vuoto di fronte al magazzino merci di Frisco. C’erano ormai molti spettatori che schivavano i proiettili mentre le finestre andavano in frantumi per i colpi, ma nessuno venne in aiuto dell’agente A un certo punto Burnett sentì passare vicino alcuni uomini e gridò: Sono un poliziotto! Vi ordino di aiutarmi! Ma non offrirono alcun aiuto e fuggirono, mentre un uomo rispose: Come faccio a sapere che sei davvero un poliziotto? Un altro poliziotto era intanto comparso davanti al deposito merci e gridava: Corri, Joe, corri! Ma non attraversò la strada per aiutare il suo collega. La lotta per la vita e la morte tra il fuorilegge e l'uomo della legge infuriò per 15 minuti. Finché alla fine, A. G. Paul, un facchino del deposito di Frisco, attraversò di corsa la strada e afferrò il braccio destro di O’Kelley, mentre Burnett gridava: Per l’amor di Dio, prendilo Paul. Paul chiese se la pistola dell’uomo fosse scarica, e il fuorilegge sparò di nuovo frantumando una finestra di poppa, rispondendogli: Ti sembra che sia scarica? A questo punto, Burnett fu in grado di estrarre una seconda pistola. Secondo un rapporto Burnett estrasse la seconda pistola dalla sua “fondina sinistra”, mentre un altro rapporto diceva che O’Kelley rimase colpito dalla sua stessa pistola. Ciò potrebbe implicare che Burnett abbia estratto il secondo revolver calibro .45 dalla tasca sinistra del soprabito del fuorilegge. In qualunque modo sia successo, O’Kelley fu colpito due volte: una prima volta alla gamba sinistra e una seconda volta alla tempia destra. Burnett crollò a terra quando altri agenti, compreso il capo della polizia, finalmente arrivarono ​​sulla scena del delitto. Le orecchie di Burnett erano state morse più volte dal fuorilegge e la fiammata della sua arma da fuoco aveva bruciato i guanti dell'agente; due colpi gli avevano forato i vestiti, lasciando vistose bruciature. L’uomo che aveva vendicato l’omicidio di Jesse James giaceva morto, in una pozza di sangue delle dimensioni di una tinozza. Aveva 47 anni. L’anno successivo, Joe Burnett divenne capo della polizia di Oklahoma City. Al momento della sua morte nel 1917, aveva prestato servizio come agente di polizia di Oklahoma City per 16 anni, più a lungo di qualsiasi altro agente. Oltre a essere ricordato per i suoi anni di servizio, entrò nella storia dei fuorilegge come l’uomo che aveva ucciso l’uomo che aveva ucciso l’uomo che aveva ucciso Jesse James.
Così scriveva il "Oklahoman Journal" il 22 luglio del 1917:

Joseph G. Burnett è morto! ieri mattina alle 3:25, dopo sedici anni come membro del dipartimento di polizia di Oklahoma City, Joseph Grant Burnett, noto ai suoi colleghi agenti e agli amici come “Joe”, è morto all’ospedale di St. Anthony a causa di un ictus che lo aveva paralizzato due settimane fa. Burnett era il poliziotto più anziano in servizio, avendo ricevuto l'incarico nel 1901. Durante l’amministrazione Scales, aveva prestato servizio come capo del turno di notte. Aveva 49 anni ed era originario del Missouri. Gli sopravvivono la sua vedova e diversi figli. Anche suo fratello Roe Burnett è un poliziotto. I funerali si terranno nella sua casa, al 617 di E. Poplar avenue, domenica pomeriggio alle 14. La sepoltura avverrà nel cimitero di Fairlawn.

Sia Burnett che O’Kelley furono sepolti nel cimitero di Fairlawn a Oklahoma City. La lapide di Jesse James recita:

Assassinato da un codardo traditore codardo il cui nome non è degno di apparire qui.

Se non fosse stato per Jesse James, la storia non avrebbe mai cosniderato Robert Ford. Il grande pubblico, da sempre innamorato di James, considerava O’Kelley come un vendicatore, e Ford sarebbe rimasto per sempre il “traditore” che aveva ucciso una leggenda...


Wilson Vieira

N.B. Trovate i link alle altre puntate della Storia del West in Cronologie & Index e nella pagina dedicata!