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martedì 30 dicembre 2025

BONELLI 2025: COVERS & COLORS

 Diamo i Numeri 95
di Saverio Ceri

E anche per il 2025 siamo arrivati all’ultimo capitolo del nostro riepilogo dell’annata bonelliana in cifre. Dopo aver passato in rassegna personaggi, sceneggiatori e disegnatori, è il momento di scoprire quali illustratori hanno firmato copertine inedite per gli albi Bonelli e quali professionisti si sono occupati della colorazione delle tavole — nuove o meno — pubblicate nel corso dell’anno.

Alessandro Piccinelli si conferma anche nel 2025 come il copertinista più attivo in casa Bonelli

Per i copertinisti c'è da precisare che le cover che appaiono in classifica sono quelle inedite commissionate dalla Bonelli per propri albi. Non sono conteggiate immagini "riciclate", ovvero realizzate in passato per altri scopi (come cover di edizioni straniere o illustrazioni per kermesse fumettistiche), e utilizzate come copertine per albi da edicola o volumi da libreria; così come non vengono conteggiate copertine, seppur inedite, pubblicate da altri editori. Non vengono conteggiate neppure cover realizzate redazionalmente assemblando e colorando immagini interne dell'albo. 
Per i coloristi c'è da precisare che per gli albi firmati a più mani ho cercato, per quanto possibile, di accreditare al meglio le varie tavole; non è detto che ci sia riuscito; in alcuni casi quando impossibile differenziare gli stili ho semplicemente diviso in parti uguali: e questo spiega anche alcuni numeri decimali della graduatoria. Sollecito i coloristi coinvolti in questi albi multi-firma a segnalarmi inesattezze, se le riscontrano, aiutandomi così a correggere le cronologie delle serie coinvolte, attribuendo a ognuno i propri meriti.

I copertinisti

Per realizzare le 204 copertine inedite degli albi e dei volumi Bonelli pubblicati nel 2025 sono stati coinvolti 53 illustratori. Di queste, 167 sono state commissionate per uscite inedite, mentre 37 hanno accompagnato ristampe o variant.
A eccezione del numero dei copertinisti — in lieve controtendenza, con due professionisti in più rispetto al 2024 — tutti gli altri indicatori risultano in calo rispetto all’anno precedente. Le copertine commissionate quest’anno segnano infatti un -13,92% sul 2024, una diminuzione che si distribuisce in modo uniforme sia sulle uscite inedite sia sulle ristampe e variant.

Nel grafico qui sotto trovate l’andamento del numero di copertinisti coinvolti da Casa Bonelli negli ultimi sedici anni.



Il numero di copertinisti coinvolti quest’anno sugli albi Bonelli rappresenta il sesto valore più alto nei 85 anni di storia della casa editrice. I primi cinque posti, come si vede dal grafico, appartengono tutti a periodi recenti, con il record che resta saldamente detenuto dal 2018. L’impennata nel numero di illustratori chiamati a realizzare copertine bonelliane si registra tra il 2014 e il 2015, con l’arrivo delle prime variant lucchesi e il debutto della divisione libraria.

I due dati in controtendenza — più illustratori ma meno copertine — fanno sì che il 2025 sia l’anno in cui ogni copertinista ha realizzato, in media, il minor numero di cover: appena 3,85 a testa. È la media più bassa nella storia della casa editrice.


Il superamento della soglia delle 200 copertine annuali coincide con il periodo di cui parlavamo poco fa: una crescita culminata nel record storico del 2018, quando si toccarono le 270 cover. Da allora si è registrato un calo, alternato a lievi risalite, che prosegue ancora oggi. L’annata 2025 è la più bassa degli ultimi undici anni, ma resta comunque l’undicesima migliore di sempre, poiché supera tutte le produzioni precedenti al 2014.

E ora passiamo ai nomi: qui sotto trovate i copertinisti elencati in ordine di numero di cover pubblicate. La “E” di esordiente indica che si tratta del loro debutto in questa categoria per la Bonelli.


Il podio

Conquista nuovamente la vetta per il quinto anno consecutivo — e per la sesta volta in carriera — Alessandro Piccinelli, copertinista principale di Zagor nel 2025. Per lui si tratta anche del nono anno di fila sul podio: sei ori e tre argenti compongono oggi il suo ricco palmarès.

Al secondo posto, esattamente come dodici mesi fa, troviamo Claudio Villa. Le sue 17 copertine annuali gli valgono un nuovo argento, il nono della carriera. Sommando anche i due bronzi e soprattutto i venti ori, Villa raggiunge quota 31 medaglie come copertinista bonelliano.

Il terzo gradino del podio è condiviso da un duo/trio di illustratori, tutti con 15 copertine. Torna infatti Sergio Giardo, che conquista il suo terzo bronzo dopo quelli del 2020 e del 2024, e firma così il quarto podio in carriera (ai tre bronzi va aggiunto l’argento del 2022). A raggiungerlo sono i copertinisti di Dylan Dog, i fratelli Gianluca e Raul Cestaro: i gemelli napoletani lavorano come un’unica entità artistica, con uno stile indistinguibile, e le 15 cover vanno quindi attribuite al sodalizio Cestaro Bros.

I cestaro Bros. medalia di Bronzo ex-aequo tra i copertinisti nel 2025

Nella Top Ten compaiono tre nomi nuovi rispetto al 2024: Michele Cropera, Massimo Carnevale e Marco Nizzoli. Cropera è un esordiente assoluto in questo ruolo per Bonelli; Carnevale torna in classifica dopo l’ultima apparizione del 2014, quando firmava le copertine di Orfani; Nizzoli, infine, approfitta del netto calo — quasi un dimezzamento — del numero di copertine necessarie per entrare in Top Ten e, grazie alle sei illustrazioni “di default” per Dylan Dog Old Boy, aggancia la decima posizione.

I veterani

I veterani tra i copertinisti pubblicati quest’anno sono due: Giancarlo Alessandrini e Ivo Milazzo, entrambi attivi dal 1977. Alessandrini debuttò con Un uomo, un’avventura, mentre Milazzo esordì con Ken Parker. A seguire troviamo il compianto Enea Riboldi, che iniziò a firmare copertine Bonelli con Indiana Jones nel 1985, e Claudio Villa, in attività dal 26 settembre 1986, data della sua prima e leggendaria cover di Dylan Dog.

Tra i copertinisti più continui spicca ancora Alessandrini, che realizza copertine da 44 anni consecutivi. Villa è alla sua 32ª annata senza interruzioni, mentre Marco Soldi—pur con il ritmo costante di una copertina all’anno—raggiunge la sua 28ª presenza consecutiva.


Ivo Milazzo continua a deliziarci coi sui acquerelli dal 1977.

Gli Anni Venti
Come per le altre graduatorie, sommiamo i dati degli ultimi sei anni per delineare la classifica provvisoria degli Anni Venti — almeno per quanto riguarda le prime dieci posizioni sulle 125 complessive. Le prime cinque restano immutate: Piccinelli mantiene saldamente la leadership su Villa; subito dietro troviamo Dotti, che anche quest’anno riesce a difendere il terzo posto dal ritorno di Giardo, ormai sempre più vicino.

Pagliarani conserva agevolmente  la quinta posizione, mentre alle sue spalle si apre la lotta per il sesto posto tra Alessandrini e i fratelli Cestaro, che nel 2025 hanno superato Spadoni e Riboldi, entrambi sostituiti sulle rispettive testate di riferimento.

In decima posizione Biglia stacca De Tommaso — complice la chiusura di Morgan Lost — e consolida così la sua presenza nella Top Ten in vista delle tappe finali del decennio.

Se vuoi, posso anche preparare una versione più asciutta da report o una più narrativa da commento critico.


Copertinisti storici
Nella classifica All-time dei copertinisti bonelliani, grazie alle cover del 2025 Piccinelli raggiunge la 12a posizione superando Soldi, mentre Dotti scavalca quota 100 copertine e guadagna due posizioni, dalla 24a alla 22a, tra i copertinisti bonelliani di tutti i tempi. 

La 100a copertina di Maurizio Dotti per la Bonelli.

I coloristi
Quest’anno le pagine colorate appositamente — sia per albi inediti sia per ristampe — sono state complessivamente 3.631, pari a un calo dell’1,68% rispetto al 2024: un dato sostanzialmente in linea con l’andamento dei dodici mesi precedenti.
Di queste, 1.292 sono tavole del passato colorate per la prima volta nel 2025: 106 in meno rispetto all’anno precedente, pari a un -7,58%.
Le restanti 2.339 tavole sono invece pagine inedite concepite e pubblicate direttamente in quadricromia, con un incremento dell’1,92% rispetto al 2024.

Il grafico qui sotto mostra l’incidenza delle tavole a colori sul totale delle pagine inedite pubblicate negli ultimi undici anni, cioè dall’avvio della linea libraria Bonelli. Nel 2025 la quadricromia rappresenta il 14,35% del totale: un dato leggermente migliore rispetto allo scorso anno, dovuto soprattutto al forte calo delle tavole in bianco e nero (-1.690), più che all’aumento delle tavole a colori (+44).
Il record del 2017 — quando oltre un quarto delle tavole inedite uscì direttamente a colori — rimane ancora lontano.


Negli ultimi dodici mesi i coloristi (o gli studi di colorazione) impegnati su albi Bonelli sono stati 36, cinque in più rispetto all’anno precedente. Questo dato in controtendenza sembra dovuto soprattutto a una coincidenza: ben 12 illustratori coinvolti nella realizzazione di volumi o albi in quadricromia hanno scelto, come loro consuetudine, di colorare autonomamente le proprie tavole, contribuendo così ad aumentare il totale dei coloristi. Lo scorso anno erano stati soltanto tre.

Nel grafico qui sotto è riportato l’andamento altalenante del numero di coloristi impiegati negli ultimi undici anni.


Una precisazione: non vengono conteggiate le tavole già colorate in passato e semplicemente riproposte. Restano quindi escluse, per esempio, le pagine di Tex e Zagor Classic (che utilizzano gli stessi cromatismi della Collezione Storica di Repubblica) così come le tavole bonelliane ricolorate nel 2025 per iniziative esterne, come le ristampe in quadricromia del Comandante Mark allegate alla Gazzetta dello Sport.

Ecco la classifica completa dei 36 coloristi — o staff di coloristi — all’opera su albi bonelliani nel 2025:


Il podio

Per il sesto anno consecutivo lo studio GFB Comics conquista il primo posto, con il team coordinato da Valentina Mauri, che nel 2025 ha curato la colorazione di alcuni albi delle ristampe di Storia del West e Bella & Bronco. Per lo staff guidato da Mauri si tratta del settimo podio consecutivo: ai sei ori finora ottenuti si aggiunge infatti l’argento del 2019.

Al secondo posto troviamo Alessandra Baccaglini, ormai — numeri alla mano — la principale colorista delle tavole di Dragonero. Per lei è il primo podio in carriera, coronato dal suo primo argento.

Prima medaglia anche per la texiana Laura Piazza che si... piazza sul gradino più basso del podio dei coloristi del 2025.  

Alessandra Baccaglini: ben 400 tavole colorate per Dragonero nel 2025.

Gli Anni Venti
Anche per i coloristi diamo un'occhiata alla classifica degli Anni Venti del XXI secolo, dopo la sesta tappa. Qui sotto le prime 10 posizioni, sui 131 coloristi chiamati a collaborare con Bonelli dal 2020 a oggi.


Da notare come le prime tre posizioni — immutate rispetto ai dodici mesi precedenti — siano occupate da coloristi che lavorano esclusivamente su ristampe. Dalla quarta alla decima, invece, troviamo professionisti impegnati soprattutto nella realizzazione delle cromie per albi inediti.

I primi quattro posti appaiono ormai consolidati; resta invece apertissima la lotta per la quinta piazza, con Algozzino che guadagna un paio di posizioni scambiandosi il posto con Celestini. In corsa anche Matera e Baccaglini, quest’ultima protagonista di un balzo di quattro posizioni rispetto al 2024, che le permette di estromettere Vattani dalla Top Ten.


I fuori serie

Concludiamo la quarta e ultima parte dei numeri bonelliani del 2025 con i dati dedicati agli speciali. Quest’anno gli albi fuori-serie — tra giganti, maxi, magazine, cartonati alla francese, color, miniserie e vari spin-off — sono stati 51, uno in meno rispetto al 2024. Il totale storico dei “fuoriserie” bonelliani sale così a 1.224 titoli, a partire da Cico Story.

Le pagine inedite pubblicate su questi albi nell’ultimo anno, nonostante la sostanziale stabilità nel numero delle uscite, sono state 4.746: quasi mille in meno rispetto al 2024. Il calo, pari al -16,94%, è il secondo più pesante dal 1979 a oggi ed è dovuto soprattutto alla riduzione delle pagine nei Maxi di Dylan Dog e Zagor, oltre che negli Speciali.

Oltre al formato anche le copertine dei fuoriserie ricordano le serie regolari - In questo caso Marco Nizzoli, in un recente Old Boy, omaggia l'ultima cover della serie regolare di Villa per Dylan Dog. 

Il totale delle tavole inedite fuori-serie prodotte negli ultimi dodici mesi è il più basso registrato dal 2007.

Queste 4.746 pagine rappresentano il 29,11% della produzione inedita dell’annata, un dato in calo rispetto ai dodici mesi precedenti. Un’incidenza così bassa non si registrava dal 2006.

La media delle pagine inedite per ogni fuori-serie è stata di 93,06, la più bassa da quando esistono i fuoriserie Bonelli. In pratica, oggi uno “speciale” ha una lunghezza paragonabile a quella di un normale albo mensile. Gli “speciali”, insomma, sono diventati sempre più… normali.

Il personaggio con più pagine pubblicate fuori dalla serie regolare nel 2025 è stato Tex, che totalizza 1.646 tavole extra. Per il ranger si tratta della quinta vittoria in questa particolare graduatoria: supera Dylan Dog, vincitore dello scorso anno, che perde ben 378 tavole fuoriserie e si ferma a quota 1.482. In calo anche Zagor, con 290 pagine in meno, ma lo Spirito con la Scure mantiene comunque il terzo posto grazie alle sue 1.136 tavole “speciali”.

Ai soli tre personaggi sul podio è stato dedicato l’89,84% delle tavole fuori-serie del 2025. Il restante 10% scarso è suddiviso quasi interamente tra Dragonero e Nathan Never. Chiudono la miniclassifica Martin Mystère, con 6 pagine, e Susy & Marz, con le 2 tavole apparse sul Tex Magazine.

Susy e Merz, una delle poche serie bonelliane pubblicate ancora su albi fuoriserie. Disegno Paolo Bacilieri

Tra i 33 sceneggiatori impegnati quest’anno sugli albi fuoriserie, il più pubblicato è Pasquale Ruju, che totalizza 670 pagine: per lui è il secondo “scudetto” degli speciali, a tre anni di distanza dal precedente. Alle sue spalle salgono sul podio Jacopo Rauch e Luigi Mignacco. Con le pagine fuori-serie del 2025, Mauro Boselli supera quota 10.000 tavole “speciali” e sorpassa anche Nizzi, diventando il secondo autore più pubblicato sugli albi non regolari dal 1979 a oggi.

La medaglia d’oro tra i disegnatori fuori-serie va invece, per la prima volta in carriera, a Stefano Di Vitto, che con 316 tavole supera gli altri 61 colleghi pubblicati su albi speciali nel 2025. Completano il podio Giampiero Casertano al secondo posto e Stefano Biglia — autore del Texone estivo — al terzo.

L’ultimo record dell’anno porta ancora una volta il nome di Alessandro Piccinelli che, con 11 cover, non solo si conferma per l’ottavo anno consecutivo il copertinista più pubblicato sugli albi fuori-serie, ma eguaglia anche De Angelis e Filippucci per numero di copertine extra realizzate in un singolo anno solare. Sul podio, accanto a lui, salgono Marco Nizzoli e Claudio Villa.

Claudio Villa, tra meno di un mese sarà il disegnatore che ha realizzato più copertine per fuori serie bonelliani.

Proprio Villa, grazie alle copertine fuoriserie pubblicate nel 2025, supera Alessandrini e raggiunge Gallieno Ferri al primo posto assoluto con 114 cover speciali inedite. Con il Tex Magazine di gennaio, Villa diventerà ufficialmente l’illustratore più prolifico di copertine “speciali”.

Per il 2025 Bonelliano in cifre, è tutto. Appuntamento al 2026.

Saverio Ceri

N.B. Trovate gli altri dati bonelliani nelle precedenti puntate della nostra rubrica Diamo i numeri. 

lunedì 31 dicembre 2018

DIME WEB AUGURA A TUTTI "BUON ANNO NUOVO"!

BUON ANNO NUOVO!

Un altro anno sta per andarsene e "Dime Web" augura Buon Anno Nuovo a tutti i suoi amici, i suoi lettori e i suoi collaboratori, sperando che il 2019 ci porti la vostra MILIONESIMA VISITA! Vi lasciamo in buona compagnia, riscoprendo con voi lo straordinario catalogo Natale a Fumetti curato dal rapallese Carlo Chendi - uno dei massimi sceneggiatori italiani, noto per il suo ultradecennale impegno sul fronte disneyano - per la Mostra Internazionale dei Cartoonists che si tenne per l'appunto a Rapallo nelle festività natalizie del 2001 / 2002. Il catalogo, oltre a interessantissimi articoli sul Natale nel fumetto internazionale, contiene un numero enorme di tavole a colori e in bianco-e-nero ispirate dal X-Mas Spirit. Ci sono Magnus & Bunker con Alan Ford e Maxmagnus; c'è Battaglia con San Francesco; ci sono Carl Barks e i Disney Italiani con gli eroi del pupazzettismo americano; ci sono straordinari esempi del Natale in casa Marvel e DC; c'è il Ratman di Ortolani; ci sono i Peanuts; c'è Bobo di Staino; c'è Little Nemo di McCay; ci sono gli eroi del Corrierino; c'è Jacovitti con uno dei suoi spassosissimi paginoni centrali a colori; ci sono Berardi & Milazzo con Tom's Bar; c'è Martin Mystère; c'è il fumetto di satira disneyana del Der Hamburger Donaldist... e decine di altre cose con le quali lustrarsi gli occhi e sognare. Un oggetto da ritrovare! (f.m.)









lunedì 1 ottobre 2018

IL CASO NON ESISTE: 20 ANNI DI JULIA

Diamo i numeri 52

di Saverio Ceri

Il settantennale di Tex che è caduto ieri 30 settembre, festeggiato con una mostra a Milano, albi a colori, volumi fuoriserie, una nuova collana, album di figurine, statuine e quant’altro rischia di far passare inosservato un altro grande traguardo di una serie di casa Bonelli che si festeggia invece oggi, 1°ottobre: esattamente venti  anni or sono giungeva in edicola il primo numero di JULIA, il secondo personaggio creato da Giancarlo Berardi per la casa editrice di Via Buonarroti.  La criminologa con le fattezze di Audrey Hepburn infatti giunge nelle edicole ventun’anni dopo Ken Parker,  il cowboy con le fattezze di Robert Redford.

Audrey Hepburn la star hollywoodiana che ha ispirato l'aspetto fisico della criminologa bonelliana.
Julia non ha l’aurea di fumetto cult o d’autore come quella quasi unanimemente riconosciuta al suo fratello maggiore, ma rispetto a Lungo Fucile ha goduto e gode di una longevità editoriale decisamente superiore. Come si spiega questa apparente anomalia? Tutto sommato abbastanza facilmente: Ken Parker non era un fumetto pensato per essere “popolare”, Julia sì. Sergio Bonelli dopo essere rimasto scottato dall’esperienza di Lungo Fucile, soprattutto dalla cronica irregolarità delle uscite, solo dopo quattordici anni dalla chiusura della serie di Ken Parker si è sentito di concedere a Berardi la seconda possibilità; dal canto suo lo sceneggiatore genovese voleva dimostrare all’editore che la travagliata vita editoriale del suo primo figlio di carta, era stata  un incidente di percorso, e che  era tranquillamente in grado di creare e gestire una serie regolare con le sue scadenze mensili.

Julia n.1 - Ottobre 1998 - Copertina di Marco Soldi
Il segreto per un personaggio di fumetti di  successo, come lo è Julia, visto che stiamo festeggiandone il secondo decennio, è avere un disegno uniforme, avere una gabbia regolare, avere protagonisti fissi , avere una nemesi conclamata, dei comprimari ricorrenti, avere storie autoconclusive, avere una continuity pressoché inesistente, e tecnicamente essere scritto bene, se non benissimo, da un numero limitato e selezionato di sceneggiatori. Tutte scelte realizzate e ponderate a tavolino prima di far esordire il personaggio nelle edicole, scelte probabilmente avallate e condivise dallo stesso Sergio Bonelli, che in via del tutto eccezionale concesse a Berardi anche un’ulteriore possibilità fino ad allora negata a qualsiasi altro sceneggiatore della casa editrice, ovvero di poter usare il “lei” al posto del “voi” nei dialoghi della serie.

Particolare del primo frontespizio della serie. Illustrazione di Marco Soldi
Dal canto nostro, come sempre, festeggiamo il personaggio, tornando a scoprirlo attraverso i numeri; “tornando”, perché già avevamo dedicato a Julia la settima puntata di questo aperiodico appuntamento dedicato alle cifre, quando ancora questa rubrica era ospitata sulle pagine del blog di Moreno Burattini; vi invitiamo a rileggere la seconda parte di quel post, che ripropone l’intervista realizzata per Dime Press dallo stesso Burattini a Berardi in occasione dell’esordio della serie.

Venti anni fa, il numero venti di Dime Press, presentava  la nuova collana bonelliana. Cover di Marco Soldi 
Le avventure inedite di Julia sono state narrate in 254 volumetti usciti in edicola: 240 della serie regolare e 14 dedicati alla giovane Julia universitaria, usciti come almanacchi (dal 2005 al 2014) e speciali (dal 2015 a oggi). A questi albi vanno poi aggiunti, rimanendo nel solo ambito bonelliano, una versione variant del numero 200 e quattro volumi da libreria: due “oscar” e due di grande formato che ristampano a colori le vicende legate a Myrna, la serial killer principale antagonista della nostra criminologa.  In totale le pagine inedite di Julia Kendall prodotte e pubblicate dalla Bonelli sono, a oggi, 31.684, quantità che fa della protaginista la settima serie per numero di tavole prodotte nei quasi 80 anni di vita della casa editrice.


Giancarlo Berardi, il creatore di Julia.
I pochi e selezionati sceneggiatori di cui parlavamo poc’anzi sono fondamentalmente tre; a parte il creatore Giancarlo Berardi che supervisiona tutte le storie, scrive tutti i soggetti e firma a quattro mani praticamente tutte le sceneggiature, troviamo ormai da anni solamente il vecchio compagno d’avventure Maurizio Mantero collaboratore di Berardi fin dai tempi di Ken Parker e Lorenzo Calza, che salito a bordo un paio d’anni dopo il varo della collana, è riuscito ad entrare in sintonia con la scrittura del creatore della serie, e grazie al fatto di essere della generazione successiva a quella dei due colleghi,  spesso viene incaricato di scrivere le storie con tematiche più vicine ai giorni nostri. Il trio Berardi-Mantero-Calza ha firmato quasi il 97% delle tavole della criminologa, dando alla collana una incredibile uniformità stilistica. A questo ristretto club vanno aggiunti altri sei membri, di cui due, Claudia Salvatori e Michelangelo La Neve, si sono limitati a collaborare marginalmente a una o due storie, dando alla serie un apporto non quantificabile in termini di tavole sceneggiate, e per questo non li incontrate nella graduatoria qui sotto che incolonna per numero di pagine pubblicate, gli scrittori della serie.




Ottenere uniformità anche tra le matite e le chine dei 39 disegnatori impegnati in questi venti anni di pubblicazioni, non è stato facile, ma è risultato vincente per la longevità del personaggio. La scelta molto cinematografica, o televisiva se preferite, di avere una gabbia molto rigida – quasi sempre la striscia è unica o equamente suddivisa tra due vignette, rarissime le splash page, unità al fatto che ogni disegnatore chiamato a illustrare Julia deve uniformare il proprio stile  a quello di tutti gli altri, sono una peculiarità della collana che evidentemente aiuta a fidelizzare i lettori.  Non succede mai di aprire un albo di Julia  e trovarti disorientato perché non riconosci il personaggio disegnato in maniera “strana” dall’autore di turno. 


la Julia di Roberto Zaghi
Julia è sempre lei, chiunque la disegni; se nei credits dell’albo non ci fossero scritti i nomi dei disegnatori spesso non li riconosceresti. A questa regola ci sono state pochissime e comprensibili eccezioni, concesse ad autori del calibro di Toppi, Trevisan o Roi, solo per citarne tre a caso. Ma vediamo la lista completa dei disegnatori e la quantità di tavole illustrate da ognuno di loro.



Dei trentanove illustratori citati poc’anzi cinque non compaiono in classifica; sono Bovo, Ignazzi, La Bella, Mantero, Tolu che hanno collaborato in maniera marginale e non quantificabile ad alcuni albi della serie.


Claudio Piccoli è colui che ha disegnato più tavole di Julia in questi venti anni.
Una cosa curiosa è che per quanto possibile Berardi cerca sempre di mantenere le copie che funzionano così spulciando tra le cronologie personali dei vari disegnatori scopriamo che le storie di Zaghi, per  esempio sono sempre scritte da Calza, così come lo sono dal 2002, quelle di Piccoli, o quelle di Michelazzo (a parte una del 2003); Mantero è invece il “responsabile” delle storie per Boraley, Antinori e Marinetti, solo per citare alcune delle accoppiate più prolifiche.

Da Ken Parker a Julia, la stessa regia dietro le copertine. Disegni di Milazzo e Soldi
Altro punto di forza della serie sono le sue copertine “dipinte” e la raffinata veste grafica, firmata Nico Zardo, responsabile ufficiale dell’aspetto estetico esterno e interno della collana; quasi certamente però, anche in questo caso, non manca lo zampino di Berardi, visto che la grafica di Julia ricorda per certi versi quella di Ken Parker. Se per Lungo Fucile lo sfondo bianco facilitava il risalto l’immagine in primo piano, per Julia è una specie di “occhio di bue” che evidenzia l’illustrazione di copertina, così come l’immagine stessa non si ferma alla cover, ma prosegue per entrambe le collane nella costola, senza parlare dell’eleganza dei logo sia del vecchio Parker, che della giovane Kendall. 



Molta attenzione da parte della redazione anche nella scelta di copertinisti;  pochi, ma buoni. Se si esclude la guest star Vittorio Giardino, sono stati solo tre i disegnatori chiamati in questi venti anni a realizzare quello che da molti è ritenuto il disegno più importante dell’albo. Qui sotto li trovate incolonnati per numero di cover realizzate:


Le immagini a colori ormai da qualche anno sono sempre meno un’esclusiva delle copertine in Casa Bonelli, così non si perde occasione per lanciare nuove collane in technicolor. Nel caso di Julia quello che rende speciale la collana degli speciali, inaugurata nel 2015, è proprio il colore. Il fuoriserie annuale non è l’unico caso di quadricromia per la  collana “gialla” di Via Buonarroti: a colori sono stati, come da tradizione, il numero 100 e il 200  e pure i numeri 1,2,3 e 39, ovvero le prime quattro avventure con Myrna,  in occasione della loro riproposta in volume. Delle 1008 pagine complessivamente dipinte si sono occupati per ora solo tre coloristi, più un quarto “misterioso” che si occupò di colorare il centesimo albo; qui sotto la graduatoria.



I colori di Arianna Florean sulle chine di Marinetti per un intenso primo piano sullo sguardo di Julia.
Altro pallino di Berardi è, fin dai tempi di Ken Parker ,il lettering,  che, come per testi e disegni, deve essere sempre riconoscibile, preferibilmente di un solo autore. Nel caso di Lungo Fucile si trattava di Piero Ravaioli. Inevitabilmente però in una collana ventennale questo non sempre è possibile, quindi nella lista che segue non troverete una sola letterista, ma cinque, di cui le prime due, Maria e Valentina Pejrano, hanno da sole coperto oltre l’82% della produzione. Non attribuibili le tavole dei dieci almanacchi visto che in quella collana non venivano specificati i letteristi. 




Per finire un po’ di curiosità:
Lo sceneggiatore che ha collaborato più a lungo con la collana è ovviamente Berardi, attivo fin dal primo numero.
Il disegnatore attualmente con la carriera più lunga sulle pagine di Julia è Federico Antinori, che disegna Julia da 18 anni e 11 mesi, ovvero quelli che sono passati tra la sua prima storia pubblicata, nel settembre 1999, e l’ultima, dell’agosto 2018.
La storia più lunga, di 378 tavole, si può considerare quella dei primi tre albi, tutti legati fra loro, seguita poi delle 252 tavole delle storie doppie pubblicata sui numeri 34/35, 69/70 e 97/98.



schizzo preparatorio per una cover di Julia di Cristiano Spadoni
Lo sceneggiatore più prolifico in un solo anno solare è stato Giancarlo Berardi con 1197 tavole pubblicate nel 2001, il disegnatore invece che si è visto pubblicato più tavole in soli dodici mesi è stato Steve Boraley con le 307 pagine del 2012
I disegnatori che per più anni sono risultati i più pubblicati sono ben tre: Claudio Piccoli, Ernestino Michelazzo e Laura Zuccheri, tutti a quota 5 vittorie annuali.
Il record di albi consecutivi letterati lo sta stabilendo in questi anni Valentina Pejrano, arrivata a quota 40 albi (ininterrottamente da Julia 201 a 240)


Julia vista da Giuseppe Candita

Alcuni termini sono più ricorrenti di altri nei titoli delle storie di Julia, titoli che, altra caratteristica della serie, non appaiono mai nelle tavole, ma solo in copertina, frontespizio e colonna dei credits. Il nome di “Myrna” per esempio è stato usato in undici titoli e per le sue avventure il creatore del personaggio si affida sempre alla collaborazione di Mantero e sempre agli stessi illustratori, originariamente Laura Zuccheri e, dal 2012, Steve Boraley.  La parola “morte” per ora batte la parola “vita” 5 a 4, nei titoli delle avventure di Julia, mentre, ad oggi, il termine Uomo (o uomini) batte 7 a 4 il termine donna (o donne). Il termine più usato in assoluto nei titoli è comunque la parola “Caso”, apparso ben in 14… casi. Ovvero in tutti gli episodi della giovane Julia pubblicati prima sugli almanacchi, e oggi sugli speciali. Probabilmente non è un “caso” che ad affiancare Berardi in queste 14 avventure si siano alternati in maniera regolare Mantero (in tutti gli anni dispari) e Calza (in tutti quelli pari).
Non so se si è intuito, ma in Julia niente è lasciato al caso.

Saverio Ceri

N.B. Trovate gli altri dati bonelliani nelle precedenti puntate della nostra rubrica Diamo i numeri.

domenica 30 settembre 2018

HUGH GLASS: UN SEMPLICE CACCIATORE DI PELLICCE, MA UNA GRANDE LEGGENDA AMERICANA! – LA STORIA DEL WEST by WILSON VIEIRA (LXI PARTE)

di Wilson Vieira

Dopo aver doppiato la boa delle sessanta puntate, Wilson Vieira ci regala questo straordinario ritratto di Hugh Glass, il trapper interpretato nel 2015 da Leonardo Di Caprio nel film The Revenant (in italiano Revenant - Redivivo). Ricordiamo che tutte le illustrazioni non bonelliane sono state scelte e collocate nel testo dallo stesso Vieira. Buona lettura! (s.c. & f.m.)


Hugh Glass nacque intorno al 1783 in Pennsylvania da immigrati irlandesi... non del tutto "usuali". La sua famiglia era infatti una di quelle che vengono chiamate scozzese-irlandesi al di fuori delle Isole Britanniche, gli Scozzesi dell’Ulster, discendenti dei coloni venuti nell’Ulster dalla Scozia nel 17° secolo. Nel 18° secolo un gran numero di questi si trasferì nei territori americani dell’Inghilterra, e mentre la maggior parte si stabilì in quello che sarebbe diventato il Canada, una parte considerevole costruì la casa nei futuri Stati Uniti.  Il giovane Hugh crebbe nella altrettanto giovane Nazione Americana, e con il mondo che stava cambiando così tanto intorno a lui, gli deve essere sembrato che tutto fosse possibile. Poco si sa della giovinezza di Hugh. Scranton fu uno dei punti focali fi un conflitto interstatale tra Connecticut e Pennysylvania nei Territori Occidentali che sarebbero poi diventati l’Ohio; questo tipo di tensione mostra come tutto non fosse solo dolcezza e luce nei primi anni dell’Unione. Quando Hugh crebbe,il Territorio del Nord-Ovest dell’Ohio e del Michigan era stato conquistato e la Frontiera si era spostata più a Ovest. Fu lì che andò a cercare fortuna. 




La nostra migliore fonte per i primi anni di vita di Hugh Glass sono le memorie di George C. Yount (1794 – 1865), un commerciante di pelli che fu suo amico negli anni ‘20 dell'800. Hugh raccontò a George alcune storie della sua gioventù, prima che diventasse un trapper e uno scout. Anche se potrebbe averli "abbelliti", come era tradizionale per gli uomini di montagna, era altrettanto tradizionale che queste storie fossero basate almeno in parte sui fatti. Secondo queste storie Hugh era stato un marinaio sulla trentina, mentre lavorava su una nave mercantile lungo la costa occidentale delle Americhe. Sfortunatamente per lui la sua nave cadde vittima di uno dei più famosi pirati dell’epoca, Jean Lafitte (1780 - 1823).




Lafitte era un francese che in origine era stato un contrabbandiere, e che si riciclò in pirata quando la sua originaria occupazione non si rivelò più redditizia. Aveva operato al largo delle Americhe per oltre dieci anni quando catturò la nave di Hugh, e avrebbe continuato questa sua attività per tutti gli anni '20. Hugh era uno dei marinai catturati insieme alla nave, e gli fu offerta una scelta netta: trasformarsi in pirata, o essere ucciso sul posto. Uno dei motivi di questa mostruosità di comportamento era la natura del carico che Jean rubava più spesso. La sua preda preferita erano le navi negriere che gestivano il “Commercio Triangolare” dall’Africa; Lafitte e i suoi uomini svuotavano le navi del loro carico di miseria umana per navigare verso Sud, in Louisiana, e ottenere la loro parte di "blood money" in cambio di vite umane. Era brutalità su brutalità, e l'omicidio più sanguinario era solo un altro strumento del mestiere. 

Zagor n. 417, aprile 2000. Disegno di Ferri


Hugh Glass dimostrò ben presto di avere poco stomaco per Lafitte, e lui e un amico discussero della loro insoddisfazione; sfortunatamente non furono così discreti come avrebbero dovuto essere. Presto gli altri pirati dissero loro che si sarebbe tenuta un’udienza per decidere del loro destino, ma Hugh e il suo amico riuscirono a fuggire dalla nave sulla riva la notte prima della decisione. I due uomini si allontanarono immediatamente dalla costa, anche se non sapevano molto della geografia dell’area. Si diressero a Nord, vivendo nell'entroterra. Si addentrarono in profondità nel Territorio Indiano, la parte del Paese ancora sotto il controllo dell’America Nativa, e quindi Hugh e il suo amico fecero del loro meglio per evitare di essere trovati.





Gestirono la situazione per circa un mese, e fecero un migliaio di miglia a nord del Nebraska prima di essere catturati da un gruppo di Skidi, una delle bande dei Pawnee. Ancora una volta, si trovarono di fronte alla morte. Non furono immediatamente uccisi, furono tenuti prigionieri e trattati abbastanza bene. Tuttavia si è scoperto che questa loro prigionia celava uno scopo oscuro. Gli Skidi erano una delle poche bande di Nativi Americani che praticavano il sacrificio umano, e questo era ciò a cui erano destinati i prigionieri. L’amico di Hugh fu legato a un palo, venne appiccato il fuoco e fu pugnalato con pali infuocati. Hugh stava per subire lo stesso destino quando, mentre veniva spogliato per il palo, scoprì un pacchetto di tintura rossa che aveva messo da parte. Lo presentò al capo e il dono fu considerato abbastanza prezioso da essere accettato. Questo fece di lui un ospite della tribù, e gli fu risparmiato il sacrificio. 
Trascorse diversi anni con la tribù, e attraverso loro apprese quelle abilità nel seguire le tracce e nel catturare gli animali che gli permisero di entrare nel commercio delle pellicce.

Tex n. 193, novembre 1976. Disegno di Galep


Quanto di questa storia sia vero e quanto licenza artistica, per noi storici è difficile dire...
Anche se è possibile che Hugh sia stato per un po' di tempo un pirata, probabilmente la sua nave non fu catturata da Lafitte in persona. In quel tempo Lafitte era a capo di una colonia indipendente a Galveston, e un singolo attacco contro un mercantile americano da parte di uno dei suoi capitani era stato considerato un reato così grave che una nave della Marina fu inviata per costringerlo a lasciare l’isola. Se Hugh fosse stato catturato da Lafitte, allora significa che stava lavorando su una nave di schiavi che commerciava con gli Spagnoli. Se così fosse, sarebbe stato naturale per lui lasciare fuori questa storia dalla sua biografia.
Allo stesso modo, la storia di Hugh durante la permanenza con gli Skidi intreccia insieme fatti veri e fantasia. Se è vero che gli Skidi praticavano il sacrificio umano, le loro vittime non erano brizzolati ex marinai sulla trentina. Il loro rituale sacrificale era noto come rito della “Stella del Mattino” e prevedeva il rapimento di una giovane ragazza di un’altra tribù. I dettagli del rituale sono simili a ciò che dice Hugh ma non identici, facendo così credere che stesse ripetendo in modo errato qualcosa che aveva sentito descrivere da altri e non vissuto in prima persona.



D’altra parte, ha sicuramente passato un po' di tempo con i Pawnee, prendendo una moglie della tribù e guadagnandosi una certa fama riuscendo a uccidere un orso grizzly. In effetti, il nostro vero primo resoconto storico della vita di Hugh arriva quando accompagnò una delegazione di Pawnee a Saint Louis nel 1821, e scelse di rimanere nella società cosiddetta “civilizzata” quando gli indiani tornarono alla tribù. 
Nel 1822 un generale della Milizia del Missouri di nome William Henry Ashley (1778 – 1838) pubblicò un annuncio su diversi giornali di Saint Louis allo scopo di cercare di cento uomini per organizzare una spedizione che avrebbe dovuto seguire il fiume Missouri fino alla sua fonte e rimanere lì per diversi anni catturando animali e accumulando pellicce.
Questi uomini erano il nucleo di quella che divenne la “Rocky Mountain Fur Trading Company”. Hugh non era uno degli “Ashley’s Hundred”, come erano noti i fondatori della compagnia, ma nel 1823 fu assunto da William Ashley stesso per accompagnarlo durante un suo viaggio di rifornimento per la spedizione. Questo lo mise nel mirino per la battaglia di apertura di quella che divenne nota come la Guerra degli Arikara.





Ironia della sorte, gli Arikara erano una delle tribù con cui i coloni americani avevano in origine il rapporto migliore, se non addirittura il più amichevole. In realtà gli Arikara erano notoriamente ostili ai commercianti bianchi, ma ciò era dovuto alla concorrenza che facevano. Gli Arikara si consideravano gli intermediari del commercio su e giù per il fiume Missouri, e non apprezzavano il tentativo di Ashley di tagliarli fuori dal giro. Mentre Ashley e i suoi uomini stavano viaggiando lungo il fiume durante la loro missione di rifornimento, arrivarono a un villaggio di Arikara con una popolazione di circa 2500 abitanti e si fermarono per commerciare e parlamentare. Cedettero moschetti in cambio di cavalli e poi portarono i loro nuovi animali lungo la riva. Lì Ashley divise il suo gruppo in una parte di terra per viaggiare con i cavalli e in una parte fluviale per viaggiare sulle barche.



I due gruppi si sistemarono per la notte, progettando di partire la mattina seguente. Due eventi significativi verificarono quella notte. In primo luogo un paio di trapper, Edward Rose e Aaron Stephens, lasciarono segretamente il campo e si diressero verso il villaggio arikara per cercare di incontrare alcune donne native; in secondo luogo tre esploratori arikara si introdussero furtivamente sulla barca e tentarono di assassinare Ashley. Fortunatamente per lui era ancora sveglio, e li respinse con il fuoco della pistola. Ciò destò l’intero campo, nonostante il temporale che si stava abbattendo su di loro in quel momento. Mentre Ashley stava cercando di ristabilire l’ordine, Edward Rose tornò di corsa nel campo urlando che Edwards era stato assassinato. Alcuni sulla riva dissero che avrebbero dovuto provare a far nuotare i cavalli attraverso il fiume sotto la copertura dell’oscurità, ma fu deciso di aspettare fino alla luce del giorno. Non appena sorse il sole, però, gli Arikara iniziarono a sparare su di loro con gli stessi moschetti che avevano scambiato il giorno prima. Il gruppo delle barche dovette affidarsi alla corrente per mettersi in salvo. 14 uomini furono uccisi e Hugh Glass fu ferito a una gamba.

Speciale Cico n. 7, maggio 1991. Disegno di Ferri


Mentre Hugh stava guarendo dalle sue ferite Ashley pensava alla punizione. Chiamò la Cavalleria degli Stati Uniti come sostegno, quello che all’epoca era lo schieramento più Occidentale delle truppe americane in battaglia. Il colonnello Henry Leavenworth, che in seguito avrebbe dato il nome a Fort Leavenworth nel Kansas, condusse le sue truppe ad assediare il villaggio. Lo prese a cannonate e poi negoziò una resa, deludendo molti suoi militari che avrebbero desiderato assaltare il posto. Mentre l’esercito tornava a valle, videro del fumo all’orizzonte. I membri della “Rocky Mountain Fur Trading Company” che avevano accompagnato Leavenworth non erano stati soddisfatti delle sue azioni, e così avevano incendiato il villaggio come rappresaglia. 
William Ashley era ora costretto a riconsiderare la sua strategia. Aveva contratto ingenti debiti per finanziare la sua Compagnia, ma ora era chiaro che non poteva semplicemente salpare per il Missouri per raggiungere il territorio di caccia. L’unica altra opzione era andare oltre le montagne. Questo è ciò che fece, inviando diversi gruppi di cacciatori e alla fine trovando numerosi territori di caccia ai castori. Negli anni successivi stabilì il sistema del Rendez-vous annuale, in cui i suoi cacciatori avrebbero portato tutte le loro pelli catturate durante l’anno e sarebbero stati pagati per quelle.




Per il resto dell’anno vivevano allo stato brado, diventando i classici "uomini di montagna” americani entrati nella leggenda della Frontiera. Hugh Glass divenne una delle prime di quelle leggende nell’autunno del 1823, mentre faceva parte di una spedizione che andò via terra verso quello che sarebbe stato conosciuto come Fort Henry, in onore William Henry, il compagno di Ashley. Diciassette uomini si diressero verso la foresta all’inizio di agosto. Dopo una settimana circa di viaggio furono presi a fucilate a distanza dai Nativi Americani, che uccisero due della spedizione. Dopo alcune settimane Hugh si trovò nei guai. Il suo lavoro come cacciatore esperto era quello di mantenere la spedizione sempre rifornita di carne fresca, scovando sempre nuove prede; ma in quella fatidica mattina trovò invece una madre grizzly e i suoi due cuccioli. 


Se un orso femmina ha con sé i piccoli è notoriamente aggressivo e quello non fece eccezione. Caricò Hugh e lo attaccò; l'uomo si salvò solo perché il resto della spedizione udì le sue urla e corse a dargli una mano. Spararono e uccisero l’orso, ma non prima che Hugh avesse subito gravi ferite. Secondo l'unanime parere dei suoi compagni non sarebbe sopravvissuto alla notte. Piuttosto che aspettare e probabilmente essere attaccato di nuovo dai Nativi, William Henry ordinò ai suoi uomini di costruire una lettiga per Hugh e portarlo con loro. Era considerato impensabile lasciarlo da solo, anche se erano sicuri che stava per morire. Ma non morì. Dopo due giorni era ancora aggrappato alla vita, e ancora rallentava il gruppo, mettendoli in pericolo mortale. Quindi Henry chiese dei volontari. Due uomini avrebbero dovuto restare con Hugh in modo che morisse da solo, e poi avrebbero dovuto seppellirlo. Per questo servizio gli uomini avrebbero ricevuto un bonus di 80 dollari. Un avventuriero della Frontiera chiamato John Fitzgerald e un giovane esordiente, James Felix Bridger detto “Jim Bridger” (1804 – 1881), accettarono di assumere questo solenne dovere.





Bridger e Fitzgerald rimasero con Hugh per altri cinque giorni, ma il tenace Ulster-Scotsman era ancora in qualche modo riuscito ad aggrapparsi alla vita. Si muoveva a malapena, ma i suoi occhi scintillavano ancora e il suo petto si alzava e si abbassava, si alzava e si abbassava... John Fitzgerald era un veterano della foresta e sapeva che lui e Bridger non avevano alcuna possibilità che gli Indigeni li scoprissero. Alla fine riuscì a convincere l’uomo più giovane di aver adempiuto al maggior numero di doveri che si potevano ragionevolmente a loro chiedere. Ci si aspettava che restassero solo un giorno o due, e un soggiorno di cinque giorni era sicuramente sufficiente. Quindi posero il “travois” di Hugh accanto a un ruscello; spartirono tra di loro la pistola, il coltello, l’ascia e l’acciarino di Hugh; e poi partirono per il “rendez-vous”, lasciandosi Hugh alle spalle.

Zagor n. 81, marzo 1972. Disegno di Ferri


Ma non morì. Hugh era ancora abbastanza cosciente da sentire i due uomini che stavano discutendo, e quando li vide andare via sapeva che lo stavano abbandonando. Una fiamma di rabbia prese luce nel suo cuore, e quella rabbia gli diede la forza di strisciare giù dal suo letto di morte. L’acqua fredda del torrente lo risvegliò abbastanza da fargli render conto che c’era un solo posto in cui avrebbe potuto sopravvivere. Il più vicino insediamento bianco permanente era Fort Kiowa, un trading post di proprietà di Joseph Brazeau che era stato deliberatamente istituito come punto di appoggio del capitalismo americano nel deserto. Era a duecentocinquanta miglia di distanza, ma era la sua migliore speranza. Così iniziò a gattonare. A causa delle ferite, all'inizio il viaggio fu penosamente lento. L’unico nutrimento di Glass proveniva da insetti, serpenti e da qualsiasi tipo di cibo che potesse trovare nella prateria. Una settimana o giù di lì nel suo doloroso soffrire, Glass si imbatté in un branco di lupi che stavano uccidendo un vitello di bufalo. Aspettò che il branco si riempisse la pancia, e poi fu in grado di impadronirsi di circa metà della carcassa durante la notte. Restando accampato fino a quando la carne di vitello di bufalo fu consumata, Glass permise al suo corpo di guarire ulteriormente e di guadagnare forza. Avendo recuperato vitalità, Glass fu in grado di aumentare significativamente la sua tabella di marcia. Una volta raggiunto il fiume Missouri, ottenne una barca da alcuni indiani amici e fluttuò a valle verso la sua destinazione; gli regalarono la barca forse perché furono impressionati dal fatto che fosse ancora vivo. Verso la metà di ottobre 1823, Hugh Glass entrò zoppicando a Fort Kiowa dopo aver percorso oltre 250 miglia.




Hugh aveva progettato di trascorrere un po' di tempo in convalescenza a Fort Kiowa, ma mentre era in cura sentì parlare di un gruppo di cacciatori francesi guidati da Antoine Citoleux - soprannominato “Langevin” - che risaliva il fiume attraverso il territorio degli ’Arikara fino a “Tilton’s Post”, un avamposto della “Columbia Fur Trading Company” vicino a villaggio che ospitava la simpatica tribù Mandan.



Pensavano che gli Arikara si fossero calmati abbastanza da renderlo possibile. Ciò a cui Hugh importava di più era che la zona in cui volevano mettere le trappole non era lontana da Fort Henry, dove erano diretti i due uomini che lo avevano lasciato a morire. Quindi, con le sue ferite pulite e ricucite, decise di partire con il gruppo. Fu in grado di acquistare un fucile e munizioni a credito, poiché era noto per essere un uomo di Ashley. Dunque, due giorni dopo essere arrivato a Fort Kiowa, partì di nuovo, deciso a vendicarsi. Langevin e i suoi uomini sapevano che stavano accettando una scommessa rischiosa con quel loro viaggio, e dopo alcune settimane il loro interprete Toussaint Charbonneau andò avanti per cercare di interpretare i sentimenti dei nativi. Il viaggio cominciò a finire nei guai quando i forti venti rallentarono le barche. Circa sei settimane dopo la partenza, Hugh decise di lasciare la spedizione e di proseguire via terra. Fu una decisione che gli salvò la vita, poiché meno di un giorno dopo aver lasciato il gruppo di Langevin i francesi furono attaccati dagli Arikara e spazzati via. Hugh era a poche miglia dal villaggio dei Mandan quando incontrò quasi lo stesso destino per mano di un gruppo di cacciatori arikara.




Fortunatamente per lui un paio di guerrieri mandan lo videro fuggire correre e lo portarono via a cavallo per salvarlo. Hugh Glass era sopravvissuto ancora una volta. Ormai era verso la fine di novembre, e il duro inverno stava calando nella foresta. Dove Hugh si trovava allora, oggi è lo stato del Sud Dakota, e mai ci fu inverno più rigido che nel 1823. Ma Hugh era determinato a raggiungere Fort Henry, così decise di partire immediatamente da “Tilton’s Post”. Gli ci vollero 38 giorni per percorrere le 300 miglia fino al sito di Fort Henry, a capodanno del 1824. Gli uomini del forte stavano festeggiando l’anno nuovo quando Hugh Glass si avvicinò al cancello di Fort Henry e chiese di essere lasciato entrare. All’inizio gli uomini pensarono che quella figura scarna che portava il viso di un uomo che credevano morto fosse un fantasma che veniva a rovinare la festa. Quando si accorsero che era in carne e ossa, scoppiò la felicità. Ma poi, mentre raccontava la sua storia, raccontando come fosse riuscito a sopravvivere contro ogni previsione, l’aria si fece silenziosa. Gli uomini iniziarono pian piano a spostarsi, finché un uomo rimase seduto da solo con la testa china. Il giovane Jim Bridger non riusciva a guardare in faccia Hugh Glass, e quando Hugh guardò l’uomo per uccidere il quale aveva percorso migliaia di chilometri, il suo cuore si sciolse. Bridger aveva solo 19 anni, era a malapena un uomo, e Hugh si ricordò di averlo sentito parlare di come aveva mandato tutti i suoi stipendi a casa per aiutare la sorella da quando i loro genitori erano morti. Quindi Hugh mise giù il fucile e disse a Bridger di non lasciarsi guidare di nuovo da un cattivo consiglio.

Ken Parker n. 1, giugno 1977. Disegno di Milazzo


Jim Bridger sarebbe diventato uno dei più famosi uomini di montagna, e le sue storie sulla Frontiera americana sarebbero rimaste leggendarie fino a oggi. Hugh Glass aveva ora un unico obiettivo per la sua vendetta: John Fitzgerald, l’uomo che aveva persuaso Bridger ad abbandonarlo. Ma Fitzgerald non era a Fort Henry; e infatti aveva lasciato la vita di montagna alle sue spalle. Stava andando a valle a Fort Atkinson per unirsi all’esercito degli Stati Uniti. Ironicamente potrebbe anche aver incrociato Hugh sulla strada. Ormai l'inverno era troppo inoltrato per inseguirlo, così Hugh fu persuaso a rimanere a Fort Henry fino alla primavera. Fu reintegrato nell'organigramma della Compagnia e tornò in servizio. Questo suo impegno fu premiato quando arrivò la primavera e Andrew Henry dovette inviare il suo rapporto a valle a William Ashley. Il rapporto venne inviato all’ufficio postale di Fort Atkinson; quindi ora Hugh avrebbe potuto ottenere un sostegno ufficiale per la sua missione di vendetta. Il 29 febbraio 1824 lui e altri quattro uomini partirono per Fort Atkinson. Gli uomini si diressero a sud per diverse settimane fino a quando raggiunsero il fiume North Platte, dove costruirono barche con le pelli di bisonte e partirono verso valle. Alla confluenza del fiume incontrarono un campo di Nativi Americani, e il capo degli Indigeni li chiamò per parlamentare. Poiché i rapporti con i Pawnee erano amichevoli, lasciarono un solo uomo con le barche mentre gli altri si dirigevano verso l'accampamento. Durante i colloqui, però, Hugh udì un Nativo che parlava la lingua arikara. Si rese conto che si trattava di una trappola, e fece un segnale ai suoi compagni. Alla prima occasione avrebbero dovuto andarsene di corsa. Due furono abbattuti mentre fuggivano. Uno lo portò via al fiume, dove fu raccolto dall’uomo lasciato a guardia delle barche. Pensavano che anche Hugh fosse stato ucciso. Ma, ancora una volta, si sbagliavano. Hugh era fuggito nell’entroterra, e una volta che fu al sicuro, fece il punto della situazione. Aveva lasciato il suo fucile sulla barca, ma per il resto aveva il suo kit completo: coltello, pietra focaia e acciarino.



Ancora una volta partì per Fort Kiowa; non seguì la via più diretta, ma quella secondo lui più sicura. Al posto di scambio gli confermarono che John Fitzgerald si era arruolato nell’esercito e che era definitivamente di stanza a Fort Atkinson. E nel giugno del 1824, Hugh Glass arrivò finalmente al forte. La vendetta pianificata di Hugh non andò del tutto secondo i piani, però. L'esercito, udito il tragico racconto, gli espresse la sua solidarietà, ma non aveva intenzione di fargli agire da vigilante su uno dei propri soldati. Almeno gli restituirono il fucile che Fitzgerald gli aveva sottratto.
Ci sono diverse versioni di come andarono le cose; una delle versioni dice che i soldati fecero una colletta per risarcire Hugh e gli promisero che avrebbero ricordato la condotta di Fitzgerald. Un'altra versione sosteneva che a Hugh fu data l’opportunità di parlare con Fitzgerald: gli disse che non avrebbe mai dovuto lasciare l'esercito, perché se lo avesse fatto, allora lo avrebbe trovato e ucciso. Comunque sia andò a finire che Hugh Glass uscì da Fort Atkinson con la sua vendetta insoddisfatta. Hugh decise dunque di allontanarsi da quella zona, forse per evitare la tentazione di tornare a Fort Atkinson, e viaggiò verso ovest. Lì divenne si unì a una spedizione di caccia alle pelli nel sud del Nuovo Messico. Trascorse così diversi anni, vivendo più di una disavventura. In un’occasione lui e il suo gruppo avvistarono una donna shoshone che stava da sola sulla riva di un fiume. Si avvicinarono cercando di scambiare qualche parola con lei, ma quando li vide si lasciò sfuggire un urlo e un gruppo di valorosi indiani, sbucati da dietro una cresta, li attaccò. Hugh fuggì con una freccia conficcata nella schiena, e lì dovette rimanere mentre il gruppo percorreva 700 miglia fino alla loro base a Taos.


Tex n. 611, settembre 2011. Disegno di Villa


Giunti in salvo qualcuno fu in grado di operare la ferita e rimuovere la freccia, anche se Hugh impiegò diversi mesi per guarire. Dopo di ciò, decise di trasferirsi dal Nuovo Messico e si diresse verso lo Yellowstone. Hugh divenne un leader dei cacciatori indipendenti di Yellowstone, e li rappresentava nei vari incontri con le compagnie di pellicce. Trascorse sei anni a Yellowstone prima che finalmente incontrasse la sua fine. Quello che esattamente successe non è noto, ma si presume che durante l’attraversamento del fiume Yellowstone ghiacciato, nell’inverno del 1833, lui e due suoi compagni siano caduti in un'imboscata e morti da un gruppo di arikara che stava esplorando l’area. Li uccisero e portarono via come trofeo il fucile, a lungo temuto dagli indiani. I loro cadaveri furono trovati diversi giorni dopo.
La fortuna gli aveva alla fine voltato le spalle? Oppure, con l’età che ormai rallentava i suoi riflessi e la fine imminente dell’Era dei Trapper, il Destino gli aveva fatto un ultimo favore?
Come in un post scriptum, più tardi, in quello stesso mese, un amico di Hugh di nome Johnson Gardner, stava facendo da guida a un gruppo di cacciatori, quando incontrarono alcuni indiani dichiaratamente amichevoli. Mentre i Nativi si stavano scaldando al fuoco, Johnson notò che uno di loro aveva il fucile di Hugh. Scoppiò una rissa e quando i pellerossa non furono in grado di spiegare perché avessero l'arma di Hugh Johnson li torturò e li uccise.

Il viaggio di Hugh attraverso la selvaggia Frontiera occidentale in cerca di vendetta era il genere di cose con cui si accresceva la leggenda, e presto divenne uno dei grandi racconti fondamentali dell'arte americana della sopravvivenza. Una delle prime versioni scritte di questa leggenda apparve nel 1915 con The Song of Hugh Glass, inserita nel The Cycle of the West di John G Neidhardt (1881 – 1973).




Era un progetto letterario per rilanciare le leggende del West Americano sotto forma di saghe eroiche, e la storia di Hugh era sicuramente adatta. La poesia di Neidhardt suonava veloce e sciolta, con i fatti narrati che lavoravano al servizio della storia. Qualche anno dopo emerse una fonte più autorevole. Un amico di Hugh di nome George C. Yount aveva narrato i suoi ricordi a un prete cattolico negli anni ‘50 dell'800. Il prete aveva annotato tutte le storie di Yount, in cui Hugh Glass era una figura importante, ma non le aveva mai pubblicate. Gli appunti furono riscoperti nel 1923 e pubblicati, il che diede un certo sostegno storico alla leggenda. Da lì in poi Hugh prese il suo posto nel Pantheon dei miti del Far West, e svariate versioni della sua storia sono apparse sul palcoscenico e sul grande schermo nel corso degli anni.







L'adattamento più notevole è stato probabilmente il film del 2015 The Revenant, basato su un romanzo del 2002 e interpretato da Leonardo Di Caprio.




Il film che ha regalato a DiCaprio un Oscar per la sua interpretazione di Hugh si gioca veloce e libero con la verità della storia, ma non è lo spirito delle storie alte del Vecchio West?
In ogni caso sembra che la leggenda di Hugh Glass, come l’uomo stesso, non sia ancora pronta a stendersi e morire...




Wilson Vieira



N.B. Trovate i link alle altre puntate della Storia del West in Cronologie & Index!