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lunedì 1 ottobre 2018

IL CASO NON ESISTE: 20 ANNI DI JULIA

Diamo i numeri 52

di Saverio Ceri

Il settantennale di Tex che è caduto ieri 30 settembre, festeggiato con una mostra a Milano, albi a colori, volumi fuoriserie, una nuova collana, album di figurine, statuine e quant’altro rischia di far passare inosservato un altro grande traguardo di una serie di casa Bonelli che si festeggia invece oggi, 1°ottobre: esattamente venti  anni or sono giungeva in edicola il primo numero di JULIA, il secondo personaggio creato da Giancarlo Berardi per la casa editrice di Via Buonarroti.  La criminologa con le fattezze di Audrey Hepburn infatti giunge nelle edicole ventun’anni dopo Ken Parker,  il cowboy con le fattezze di Robert Redford.

Audrey Hepburn la star hollywoodiana che ha ispirato l'aspetto fisico della criminologa bonelliana.
Julia non ha l’aurea di fumetto cult o d’autore come quella quasi unanimemente riconosciuta al suo fratello maggiore, ma rispetto a Lungo Fucile ha goduto e gode di una longevità editoriale decisamente superiore. Come si spiega questa apparente anomalia? Tutto sommato abbastanza facilmente: Ken Parker non era un fumetto pensato per essere “popolare”, Julia sì. Sergio Bonelli dopo essere rimasto scottato dall’esperienza di Lungo Fucile, soprattutto dalla cronica irregolarità delle uscite, solo dopo quattordici anni dalla chiusura della serie di Ken Parker si è sentito di concedere a Berardi la seconda possibilità; dal canto suo lo sceneggiatore genovese voleva dimostrare all’editore che la travagliata vita editoriale del suo primo figlio di carta, era stata  un incidente di percorso, e che  era tranquillamente in grado di creare e gestire una serie regolare con le sue scadenze mensili.

Julia n.1 - Ottobre 1998 - Copertina di Marco Soldi
Il segreto per un personaggio di fumetti di  successo, come lo è Julia, visto che stiamo festeggiandone il secondo decennio, è avere un disegno uniforme, avere una gabbia regolare, avere protagonisti fissi , avere una nemesi conclamata, dei comprimari ricorrenti, avere storie autoconclusive, avere una continuity pressoché inesistente, e tecnicamente essere scritto bene, se non benissimo, da un numero limitato e selezionato di sceneggiatori. Tutte scelte realizzate e ponderate a tavolino prima di far esordire il personaggio nelle edicole, scelte probabilmente avallate e condivise dallo stesso Sergio Bonelli, che in via del tutto eccezionale concesse a Berardi anche un’ulteriore possibilità fino ad allora negata a qualsiasi altro sceneggiatore della casa editrice, ovvero di poter usare il “lei” al posto del “voi” nei dialoghi della serie.

Particolare del primo frontespizio della serie. Illustrazione di Marco Soldi
Dal canto nostro, come sempre, festeggiamo il personaggio, tornando a scoprirlo attraverso i numeri; “tornando”, perché già avevamo dedicato a Julia la settima puntata di questo aperiodico appuntamento dedicato alle cifre, quando ancora questa rubrica era ospitata sulle pagine del blog di Moreno Burattini; vi invitiamo a rileggere la seconda parte di quel post, che ripropone l’intervista realizzata per Dime Press dallo stesso Burattini a Berardi in occasione dell’esordio della serie.

Venti anni fa, il numero venti di Dime Press, presentava  la nuova collana bonelliana. Cover di Marco Soldi 
Le avventure inedite di Julia sono state narrate in 254 volumetti usciti in edicola: 240 della serie regolare e 14 dedicati alla giovane Julia universitaria, usciti come almanacchi (dal 2005 al 2014) e speciali (dal 2015 a oggi). A questi albi vanno poi aggiunti, rimanendo nel solo ambito bonelliano, una versione variant del numero 200 e quattro volumi da libreria: due “oscar” e due di grande formato che ristampano a colori le vicende legate a Myrna, la serial killer principale antagonista della nostra criminologa.  In totale le pagine inedite di Julia Kendall prodotte e pubblicate dalla Bonelli sono, a oggi, 31.684, quantità che fa della protaginista la settima serie per numero di tavole prodotte nei quasi 80 anni di vita della casa editrice.


Giancarlo Berardi, il creatore di Julia.
I pochi e selezionati sceneggiatori di cui parlavamo poc’anzi sono fondamentalmente tre; a parte il creatore Giancarlo Berardi che supervisiona tutte le storie, scrive tutti i soggetti e firma a quattro mani praticamente tutte le sceneggiature, troviamo ormai da anni solamente il vecchio compagno d’avventure Maurizio Mantero collaboratore di Berardi fin dai tempi di Ken Parker e Lorenzo Calza, che salito a bordo un paio d’anni dopo il varo della collana, è riuscito ad entrare in sintonia con la scrittura del creatore della serie, e grazie al fatto di essere della generazione successiva a quella dei due colleghi,  spesso viene incaricato di scrivere le storie con tematiche più vicine ai giorni nostri. Il trio Berardi-Mantero-Calza ha firmato quasi il 97% delle tavole della criminologa, dando alla collana una incredibile uniformità stilistica. A questo ristretto club vanno aggiunti altri sei membri, di cui due, Claudia Salvatori e Michelangelo La Neve, si sono limitati a collaborare marginalmente a una o due storie, dando alla serie un apporto non quantificabile in termini di tavole sceneggiate, e per questo non li incontrate nella graduatoria qui sotto che incolonna per numero di pagine pubblicate, gli scrittori della serie.




Ottenere uniformità anche tra le matite e le chine dei 39 disegnatori impegnati in questi venti anni di pubblicazioni, non è stato facile, ma è risultato vincente per la longevità del personaggio. La scelta molto cinematografica, o televisiva se preferite, di avere una gabbia molto rigida – quasi sempre la striscia è unica o equamente suddivisa tra due vignette, rarissime le splash page, unità al fatto che ogni disegnatore chiamato a illustrare Julia deve uniformare il proprio stile  a quello di tutti gli altri, sono una peculiarità della collana che evidentemente aiuta a fidelizzare i lettori.  Non succede mai di aprire un albo di Julia  e trovarti disorientato perché non riconosci il personaggio disegnato in maniera “strana” dall’autore di turno. 


la Julia di Roberto Zaghi
Julia è sempre lei, chiunque la disegni; se nei credits dell’albo non ci fossero scritti i nomi dei disegnatori spesso non li riconosceresti. A questa regola ci sono state pochissime e comprensibili eccezioni, concesse ad autori del calibro di Toppi, Trevisan o Roi, solo per citarne tre a caso. Ma vediamo la lista completa dei disegnatori e la quantità di tavole illustrate da ognuno di loro.



Dei trentanove illustratori citati poc’anzi cinque non compaiono in classifica; sono Bovo, Ignazzi, La Bella, Mantero, Tolu che hanno collaborato in maniera marginale e non quantificabile ad alcuni albi della serie.


Claudio Piccoli è colui che ha disegnato più tavole di Julia in questi venti anni.
Una cosa curiosa è che per quanto possibile Berardi cerca sempre di mantenere le copie che funzionano così spulciando tra le cronologie personali dei vari disegnatori scopriamo che le storie di Zaghi, per  esempio sono sempre scritte da Calza, così come lo sono dal 2002, quelle di Piccoli, o quelle di Michelazzo (a parte una del 2003); Mantero è invece il “responsabile” delle storie per Boraley, Antinori e Marinetti, solo per citare alcune delle accoppiate più prolifiche.

Da Ken Parker a Julia, la stessa regia dietro le copertine. Disegni di Milazzo e Soldi
Altro punto di forza della serie sono le sue copertine “dipinte” e la raffinata veste grafica, firmata Nico Zardo, responsabile ufficiale dell’aspetto estetico esterno e interno della collana; quasi certamente però, anche in questo caso, non manca lo zampino di Berardi, visto che la grafica di Julia ricorda per certi versi quella di Ken Parker. Se per Lungo Fucile lo sfondo bianco facilitava il risalto l’immagine in primo piano, per Julia è una specie di “occhio di bue” che evidenzia l’illustrazione di copertina, così come l’immagine stessa non si ferma alla cover, ma prosegue per entrambe le collane nella costola, senza parlare dell’eleganza dei logo sia del vecchio Parker, che della giovane Kendall. 



Molta attenzione da parte della redazione anche nella scelta di copertinisti;  pochi, ma buoni. Se si esclude la guest star Vittorio Giardino, sono stati solo tre i disegnatori chiamati in questi venti anni a realizzare quello che da molti è ritenuto il disegno più importante dell’albo. Qui sotto li trovate incolonnati per numero di cover realizzate:


Le immagini a colori ormai da qualche anno sono sempre meno un’esclusiva delle copertine in Casa Bonelli, così non si perde occasione per lanciare nuove collane in technicolor. Nel caso di Julia quello che rende speciale la collana degli speciali, inaugurata nel 2015, è proprio il colore. Il fuoriserie annuale non è l’unico caso di quadricromia per la  collana “gialla” di Via Buonarroti: a colori sono stati, come da tradizione, il numero 100 e il 200  e pure i numeri 1,2,3 e 39, ovvero le prime quattro avventure con Myrna,  in occasione della loro riproposta in volume. Delle 1008 pagine complessivamente dipinte si sono occupati per ora solo tre coloristi, più un quarto “misterioso” che si occupò di colorare il centesimo albo; qui sotto la graduatoria.



I colori di Arianna Florean sulle chine di Marinetti per un intenso primo piano sullo sguardo di Julia.
Altro pallino di Berardi è, fin dai tempi di Ken Parker ,il lettering,  che, come per testi e disegni, deve essere sempre riconoscibile, preferibilmente di un solo autore. Nel caso di Lungo Fucile si trattava di Piero Ravaioli. Inevitabilmente però in una collana ventennale questo non sempre è possibile, quindi nella lista che segue non troverete una sola letterista, ma cinque, di cui le prime due, Maria e Valentina Pejrano, hanno da sole coperto oltre l’82% della produzione. Non attribuibili le tavole dei dieci almanacchi visto che in quella collana non venivano specificati i letteristi. 




Per finire un po’ di curiosità:
Lo sceneggiatore che ha collaborato più a lungo con la collana è ovviamente Berardi, attivo fin dal primo numero.
Il disegnatore attualmente con la carriera più lunga sulle pagine di Julia è Federico Antinori, che disegna Julia da 18 anni e 11 mesi, ovvero quelli che sono passati tra la sua prima storia pubblicata, nel settembre 1999, e l’ultima, dell’agosto 2018.
La storia più lunga, di 378 tavole, si può considerare quella dei primi tre albi, tutti legati fra loro, seguita poi delle 252 tavole delle storie doppie pubblicata sui numeri 34/35, 69/70 e 97/98.



schizzo preparatorio per una cover di Julia di Cristiano Spadoni
Lo sceneggiatore più prolifico in un solo anno solare è stato Giancarlo Berardi con 1197 tavole pubblicate nel 2001, il disegnatore invece che si è visto pubblicato più tavole in soli dodici mesi è stato Steve Boraley con le 307 pagine del 2012
I disegnatori che per più anni sono risultati i più pubblicati sono ben tre: Claudio Piccoli, Ernestino Michelazzo e Laura Zuccheri, tutti a quota 5 vittorie annuali.
Il record di albi consecutivi letterati lo sta stabilendo in questi anni Valentina Pejrano, arrivata a quota 40 albi (ininterrottamente da Julia 201 a 240)


Julia vista da Giuseppe Candita

Alcuni termini sono più ricorrenti di altri nei titoli delle storie di Julia, titoli che, altra caratteristica della serie, non appaiono mai nelle tavole, ma solo in copertina, frontespizio e colonna dei credits. Il nome di “Myrna” per esempio è stato usato in undici titoli e per le sue avventure il creatore del personaggio si affida sempre alla collaborazione di Mantero e sempre agli stessi illustratori, originariamente Laura Zuccheri e, dal 2012, Steve Boraley.  La parola “morte” per ora batte la parola “vita” 5 a 4, nei titoli delle avventure di Julia, mentre, ad oggi, il termine Uomo (o uomini) batte 7 a 4 il termine donna (o donne). Il termine più usato in assoluto nei titoli è comunque la parola “Caso”, apparso ben in 14… casi. Ovvero in tutti gli episodi della giovane Julia pubblicati prima sugli almanacchi, e oggi sugli speciali. Probabilmente non è un “caso” che ad affiancare Berardi in queste 14 avventure si siano alternati in maniera regolare Mantero (in tutti gli anni dispari) e Calza (in tutti quelli pari).
Non so se si è intuito, ma in Julia niente è lasciato al caso.

Saverio Ceri

N.B. Trovate gli altri dati bonelliani nelle precedenti puntate della nostra rubrica Diamo i numeri.

lunedì 26 dicembre 2016

MARTIN MYSTÈRE, I KATZENJAMMER KIDS E ALTRO ANCORA: SEGRETI A FUMETTI NEL 120° ANNIVERSARIO (1896 - 2016; From the Vault 6)

di Francesco Manetti

Questo articolo è ispirato alla parte non disneyana di un servizio apparso in cartaceo nell'agosto del 1994, sul mensile “Il Giornale dei Misteri” n. 334, in uno speciale dedicato ai misteri nel comic internazionale al quale partecipò il gruppo toscano di saggisti che era nato dalla fusione fra il Club del Collezionista ("Collezionare" e "Dime Press") e il GAF ("Exploit Comics" e "If"): quel periodo di fine millennio era fertile di simili iniziative perché si festeggiavano i cento anni "ufficiali" della nascita del fumetto inteso in senso moderno (data comunque incerta fra il 1894 e 1897, come tenteremo di spiegarvi). Diciamo "ispirato" perché, rispetto all'originale, questo pezzo che potete oggi leggere su Dime web, ha un taglio diverso, è più approfondito nei testi e nelle immagini e presenta numerose correzioni di inesattezze e refusi (soprattutto sulle date dello Yellow Kid); per quanto riguarda la "parte disneyana" alla quale accennavamo, è stata invece rielaborata in uno degli articoli che abbiamo dedicato ai "misteri" del Magic Kingdom.  (f.m.)

Rodolphe Topffer: ben noti i suoi "protofumetti" degli anni '30 del XIX secolo


Nei primi 120 anni della sua esistenza il mondo del fumetto (o comicdom) è stato testimone di così tanti misteri e fatti curiosi che potremmo riempire decine di libri in stile Hollywood Babilonia; qui veniamo a offrirvi alcuni fra i più gustosi aneddoti e intriganti interrogativi, fra quelli che sorsero all'epoca del centenario - e che ancora oggi rimangono visto che questo nostro amatissimo mezzo di comunicazione e linguaggio è arrivato alla veneranda età di 120 anni!


Cento(venti) e non più cento(venti)

La data stessa della nascita del fumetto moderno (tralasciando dunque i cosiddetti "protofumetti", che comprendono, in una vastità di forme espressive, le pitture rupestri, gli affreschi egizi, la Colonna Traiana, l'arazzo normanno di Bayeux, i polittici sacri medievali con i loro "cartigli", le vignette politico/satiriche settecentesche, le storie di Topffer dei primi dell'800, etc.: in sintesi, tutto ciò che è "racconto per immagini in sequenza") è "misteriosa".

2 giugno 1894: debutto di un primo prototipo di Yellow Kid in Hogan's Alley, vicolo degli slum newyorkesi (la vignetta non fa ancora parte di una serie ufficiale)



At the Circus in Hogan's Alley, 5 maggio 1895. Outcault mette in scena, ufficialmente e a colori sul New York World di Pulitzer, la sua fortunata serie che poco dopo ospiterà lo Yellow Kid, anche se un prototipo del monello (già usato dall'autore fin dal 1894) è qui riconoscibile (a dx)!


È il 2 giugno del 1894, se valutiamo la prima apparizione sul periodico americano Truth, in una vignetta in bianco-e-nero disegnata dal pioniere del comic Richard Felton Outcault, di un ragazzino scalzo e calvo, con le orecchie a sventola e il camicione sporco, in un vicolo chiamato Hogan's Alley; è invece il 5 maggio del 1895, se ci interessa soprattutto l'inaugurazione della serie "Hogan's Alley" di Outcault sul New York World, la tavola autoconclusiva a colori che avrebbe di lì a poco ospitato ufficialmente lo Yellow Kid, ma che già in quella data presentava uno di quei bambini stracciati outcaultiani a lui simili; oppure è il 7 luglio del 1895, se per noi è vitale il debutto di Outcault con i suoi ragazzini da strada sull'inserto domenicale illustrato del World, laddove prima le sue vignette erano commenti satirici sull'attualità, inserite accanto ai relativi articoli di giornale (un po' come accade oggi per le opere di Vauro, Krancic e colleghi); potrebbe essere anche il 5 gennaio 1896, se facesse fede la prima apparizione ufficiale del ragazzino in giallo, con la sua iconica "manata" di sporco nera sul camicione; è però il 16 febbraio 1896, se consideriamo l'inizio della serializzazione e della strutturazione in tavole quadrettate delle imprese del "ragazzino giallo"; potrebbe anche essere il 15 marzo 1896, se facciamo leva sulla prima comunicazione di Yellow Kid con i lettori tramite scritte stampate sul suo lungo camicione giallo (in questo caso una sola parola, Artillery); ma è il 29 marzo 1896 se invece preferiamo mettere in risalto quando Yellow Kid viene nominato per la prima volta...


Il "vero" Yellow Kid prende graficamente forma il 5 gennaio 1896 sul New York World. Notare i numerosi "codici di comunicazione" fumettistici usati dall'autore, come le "linee di movimento"

Un guazzabuglio (quasi) inestricabile! Forse la data esatta della "vera" nascita del fumetto moderno come sequential art dotata dei suoi particolari e peculiari codici espressivi è il 25 ottobre 1896. È infatti qui che Outcault decide di far parlare per la prima volta Yellow Kid non solo attraverso il camicione ma con un balloon (la caratteristica "nuvoletta" di comunicazione che più di ogni altro segno distingue il fumetto come linguaggio autonomo), in una tavola scansionata a vignette ordinate in sequenza temporale e orientate secondo il verso di lettura. 
 

Forse la data esatta di inizio del fumetto moderno è questa, il 25 ottobre 1896 (New York Journal): struttura a vignette (anche se manca la "gabbia", che verrà introdotta nel dicembre 1896), racconto per sequenza temporale di immagini ordinate secondo il senso di lettura e numerosi balloon non isolati. Yellow Kid parla per la prima volta non usando il camicione!


Questo piccolo capolavoro, The Yellow Kid and his new Phonograph, apparve sul New York Journal di William Randolph Hearst, il magnate della stampa rivale di Joseph Pulitzer (con il quale Outcault aveva pure collaborato, quando disegnava per il World) che venne abilmente tratteggiato in parodia da Orson Welles in Citizen Kane (1941). All'epoca i grandi giornali si contendevano a suon di dollari i migliori disegnatori satirici (come Outcault e McCay) perché con buoni artisti al loro servizio avrebbero venduto più copie - e avrebbero anche potuto influire sul corso stesso della Storia! Il conflitto Ispano-Americano, che scoppiò fra la Spagna e gli USA nel 1898, ebbe come casus belli l'affondamento al largo dell'Avana della corrazzata USS Maine; la tragedia fu enormemente gonfiata dalla stampa popolare di Hearst e Pulitzer (con articoli e vignette satiriche dei vari artisti dal taglio interventista e, come si direbbe oggi, "populista"), finché i lettori - e dunque l'opinione pubblica - non convinsero l'amministrazione McKinley alla dichiarazione di guerra. Guerra che gli Americani vinsero, scacciando per sempre la Spagna dal Mondo, per così dire, nella fattispecie dalle Filippine, da Guam, da Portorico e da Cuba: in virtù del trattato di pace del febbraio 1899 ancora oggi gli Stati Uniti mantengono una loro base militare nel regno della dinastia dei Castro, a Guantanamo Bay.


Il mistero del terzo gemello
 

Tutte le date e gli accadimenti ora visti, ruotavano comunque attorno allo Yellow Kid e al vignettismo satirico dello yellow journalism - come in America definiscono la "stampa scandalistica".  

12 dicembre 1897: la prima avventura di Bibì & Bibò... & Kurt! Questa pubblicazione, per lunghi decenni, era stata data per dispersa, tanto che...


...nel 1997 il bonelliano e compianto Michele Pepe ne fece una sorta di remake basandosi sui ricordi di John Dirks, figlio di Rudolph. Come potete vedere la gag finale è diversa: nell'originale il giardiniere non può sfuggire all'acqua dei discoli perché è "ingabbiato"; nella versione di Pepe i monelli quasi lo affogano in una sorta di piscina da giardino!

Il centenario del fumetto, però, potrebbe anche cadere il 12 dicembre 1897, giorno della prima pubblicazione di "Katzenjammer Kids" (Bibì & Bibò) di Rudolph Dirks sul New York Journal, nel supplemento domenicale American Humorist: quella dei Katzies fu la prima serie a usare sistematicamente, e non solo sporadicamente, i balloon, e fu il primo fumetto nato avulso dal vignettismo satirico politico-sociale. 
In quella prima storia i monelli non erano due, bensì tre: oltre a Hans & Fritz (chiamati in Italia molto poco germanicamente Bibì & Bibò) c'era anche il biondo Kurt, dall'aspetto ancor più "teutonico" dei suoi "fratelli". Già a partire dalla seconda puntata della serie, però, il "terzo gemello" viene misteriosamente eliminato dall'autore senza fornire alcuna spiegazione. Fino a qualche anno fa la tavola del 1897 non era mai stata ristampata e non era più possibile rintracciare né l'originale, né una copia del giornale su cui venne originariamente proposta. E così, cento anni dopo, nel maggio del 1997 - in occasione del Salone del Libro a Torino - all'interno di una storia a fumetti con protagonista Martin Mystère scritta da Alfredo Castelli su disegni di Montanari & Piccoli, apparve una riproduzione della tavola allora perduata, realizzata da Michele Pepe su indicazioni di John Dirks, figlio di Rudolph (e suo collaboratore): come potete vedere confrontando le immagini delle due planche la memoria filiare aveva fallito soprattutto sulla gag finale! Nell'albo che conteneva il tutto, non a caso intitolato Che fine ha fatto Kurt Katzenjammer?, Castelli offre una spiegazione fantasiosa dell'enigma della pagina scomparsa, chiamando all'appello nani del vaudeville, Uomini in Nero, operazioni belliche segrete e astronavi aliene. Kurt, si è scoperto molti anni dopo, sarebbe in realtà solo un amico - e non un consanguineo - dei Katzenjammer.


L'albo bonelliano fuori-serie pubblicato sotto l'egida del Salone del Libro di Torino


Una storia svanita nel nulla (prima erano due!)


Se di Rudolph Dirks non si avevano più notizie della primissima tavola di Bibì & Bibò, di un altro famoso autore si pensa che sia perduta addirittura l'intera sua prima storia! All'inizio della carriera il celebre fumettista Benito Jacovitti (“quello dei salami”) lavorò per la casa editrice torinese Taurinia: sulla collana "Albi Viaggi e Avventure" apparve nel 1941 una storia dell’artista, Caccia Grossa, riscoperta e ristampata soltanto nel 1986, grazie alla rivista amatoriale fiorentina Exploit Comics (sul n. 38). Per un mistero risolto, ne resta comunque un altro, sempre collegato alla stessa casa editrice...

La tavola d'apertura di Caccia grossa - storia data per perduta fino al 1986 e ancora oggi prima storia lunga ufficiale di Jacovitti


Nel libro Jacovitti scritto da Luca Boschi, Leonardo Gori, Andrea Sani e Franco Bellacci (Granata Press, 1992), si legge infatti che rimane un dubbio, riguardo alla collaborazione con la Taurinia, che contribuisce ad ammantare di mistero gli esordi fumettistici del grande Jac. Esiste infatti traccia di un fantomatico albo della serie, dal titolo L’eroe delle Cinque Giornate, che Jacovitti avrebbe interamente disegnato, e che sarebbe apparso in edicola prima di qualsiasi altra sua storia a fumetti. Questo episodio, e non Pippo e gli Inglesi, sarebbe quindi l’autentica opera prima del grande termolese, e insieme l’unica storia naturalistica, cioè seria, disegnata dall’autore in più di cinquant’anni di carriera. Lo stesso Jacovitti avvalla l’ipotesi, ma la cosa lascia comunque perplessi: si dice che dell’albo esistano solo uno o due esemplari, conservati gelosamente da fortunati collezionisti. Ma è un fatto che nessuno sia stato ancora in grado di mostrarcene una copia. I quattro grandi esperti toscani toscani jacovitteschi, pur avendo rielaborato, ampliato e corretto il saggio del 1992 licenziato con il nuovo titolo di Jacovitti:  sessant'anni di surrealismo a fumetti (NPE, 2010), hanno lasciato immutato il passaggio di cui sopra. L'amico Leonardo Gori, contattato qualche giorno prima della pubblicazione di questo post, mi ha confermato che il mistero rimane e che, sue testuali parole, crede ormai che fosse solo un mito...


Francesco Manetti

N.B. trovate i link agli altri articoli della serie From the Vault in Cronologie & Index!  

sabato 22 febbraio 2014

THE SUNSHINE STATE. JULIA 185

di Antonio Russo

Finalmente Julia e Ettore passano la loro prima vacanza insieme, in una Miami che magari molti ricordano come sfondo del serial Miami Vice degli anni '80. Niente di scintillante e patinato, solo un placido mare, spiagge e tramonti a far da sfondo a una relazione che nonostante l'enorme distanza (gli USA sono ben lontani da Genova) sembra trovare ben più di una ragione di esistere. Tutto questo nonostante i dubbi e le paure di Julia, descritta qui in atteggiamenti inediti finora ma che sicuramente più femminili non potrebbero essere, altro motivo di ulteriore stupore che riesce a darci Berardi nel delineare l'universo femminile senza scadere in facili stereotipi. Non pensate a male, lascerò a voi la sorpresa di capire a cosa mi riferisco.




Ettore fa da comprimario quasi alla pari con la titolare della testata e viene da chiedersi quante possibilità ci siano che questa storia che sta regalando tanta serenità alla protagonista possa essere LA storia. C'è da aspettarselo, visto che l'autore è ben noto per riuscire a portare i suoi personaggi (vedi Ken Parker) in direzioni impensabili, lasciandoli vivere le loro vite e facendosi quasi portare per mano dagli eventi che di volta in volta accadono. Ottimo albo, quindi, ben raccontato dall'efficace segno di Claudio Piccoli, che iniziò la sua carriera in Bonelli nel 1995, disegnando a quattro mani con Giuseppe Montanari (presso il cui studio aveva iniziato la sua carriera di disegnatore inchiostrando storie per la Ediperiodici e l'Eura) un paio di episodi di Martin Mystere (ci sarebbe anche una storia breve del BVZM... ma non vorrete mica che vi dica proprio tutto, no? :D ). Da solo ha poi realizzato nel 1999 un episodio del mai dimenticato Napoleone di Carlo Ambrosini e uno di Nick Raider pubblicato nell'anno seguente, in cui ha esordito anche su Julia (nel numero 24, per la precisione). Con questo albo, che è il ventunesimo da lui disegnato per la collana (includendo anche due episodi apparsi sull'Almanacco del Giallo, più brevi rispetto allo standard di 126 pagine della serie mensile), il disegnatore di origini venete è probabilmente uno degli artisti più prolifici della saga. 

Julia n. 185, febbraio 2014. Disegno di Spadoni.


Julia 185
MIAMI
Febbraio 2014
Pagg.132 € 3,40
Soggetto: Giancarlo Berardi
Sceneggiatura: Giancarlo Berardi & Lorenzo Calza
Disegni: Claudio Piccoli
Copertina: Cristiano Spadoni

Antonio Russo

N.B. Trovate i link alle altre recensioni bonelliane andando su Giorno del Giudizio!

domenica 16 giugno 2013

SINFONIA D'AUTUNNO: JULIA 176

di Antonio Russo



Crudo episodio quello di maggio, scritto da Berardi in collaborazione con il bravo Lorenzo Calza e disegnato da Claudio Piccoli, che mancava dalle pagine della serie da agosto del 2012. Sullo sfondo sembrerebbe esserci una guerra fra bande, ma è solo un pretesto ulteriore che fa gioco anche per mostrarci un nuovo misterioso comprimario, Suor Louise Vegas - dal misterioso passato e dal deciso carattere. Julia e la donna si trovano in una situazione articolarmente tesa, perfettamente resa nell'ambientazione "meteorologica" dal bravo disegnatore. Sviluppi tesi, dove ancora una volta le cose si rivelano non essere quel che appaiono, e tuttavia rimane una tristezza di fondo, perfettamente contrassegnata dalla bella canzone degli U2, October, che Julia interpreta al pianoforte da sola, verso il finale. Bisogna ascoltarla per capire...


Copertina di Spadoni per Julia n. 176, maggio 2013

Julia 176

VENTO D'OTTOBRE

Maggio 2013

pag. 132, € 3,40

Soggetto: Giancarlo Berardi
Sceneggiatura: Giancarlo Berardi e Lorenzo Calza

Disegni: Claudio Piccoli

Copertina: Cristiano Spadoni 

Rubriche: Giancarlo Berardi

Antonio Russo

N.B. Trovate le altre recensioni bonelliane sul Giorno del Giudizio!

sabato 8 dicembre 2012

FROM THE VAULT 2: ALTRO CHE WATERLOO!

I primi vagiti di Napoleone
 
di Francesco Manetti


Il pezzo che state per leggere - dedicato ai primi numeri della mai abbastanza rimpianta serie Napoleone di Ambrosini - apparve per la prima volta sulla rivista Fumetto dell'ANAFI, e per l'esattezza sul n. 32 del dicembre 1999. Me lo commissionò sicuramente uno dei maggiorenti della prestigiosa associazione fumettistica, il bravo Tamagnini, con il quale ero in contatto da anni, anche grazie ai proficui scambi di collaborazioni con Dime Press. Sicuramente è stato letto da pochi e lo ripropongo oggi, a poche settimane dopo il ritorno sulla scena bonelliana di Paolo Bacilieri con il suo imperdibile romanzo grafico Sul Pianeta Perduto. (f. m.)

 
La cover di Fumetto n. 32, sul quale apparve in prima battuta Altro che Waterloo. ANAFI, dicembre 1999



Due passi nella Confederazione Elvetica...

Quando i fumetti della Sergio Bonelli Editore costavano ancora 3.000 lire, nel settembre 1997, si affacciò nelle edicole il primo numero di una nuova serie. Napoleone, a differenza dell'illustre omonimo, era destinato a vincere. Le premesse c'erano tutte: un'ambientazione nuova, copertine a colori non piatti, una non stancante bimestralità (l'idea iniziale era quella di tentare una miniserie di otto numeri in sedici mesi; poi le vendite sono andate bene e l'editore ha deciso di continuare), e così via. C'era poi il nome dell'autore, da solo un marchio di garanzia. Carlo Ambrosini era infatti da tempo apprezzato disegnatore di Dylan Dog, una delle serie di maggior successo di Via Buonarroti. Con Napoleone il nostro Ambrosini aveva voluto fare un salto di qualità, indossando i panni dell'autore completo, vale a dire di quello che si sobbarca tutto il lavoro: ideazione del personaggio, sua creazione grafica, soggetto, disegni e sceneggiature delle storie. E persino le copertine erano opera della stessa firma. Cavoli! Un fumetto che nasceva su pilastri così solidi (un team è costretto, volente o nolente, ad accordare i suoni, mentre uno che fa tutto da solo, al massimo litiga con la sua testa) non poteva che dare adito a speranze positive. E Napoleone finora non ha deluso, come ci aspettavamo. Difficile inquadrare Napoleone in un unico genere fumettistico. L'orrore è presente in alcune storie, la fantasy e il mistero in altre, il thriller poliziesco quasi sempre, l'avventura sempre, sempre è lì ad aspettarci il soprannaturale e l'onirico, non manca l'umorismo.


Il tranquillo panorama montano elvetico...



La cosa più pazzesca è che Ambrosini sia riuscito ad ambientare una serie d'azione - per quanto raffinata e cerebrale, colta e surreale, Napoleone è pur sempre una serie della Sergio Bonelli Editore, e dunque è una serie d'azione - nella pacifica Svizzera. Cosa vi fa venire in mente la Svizzera? Gli orologi, le banche, la cioccolata, i prati, le montagne, gli yodel, le mucche, il latte, gli automobilisti che inchiodano non appena vedono affacciarsi un passante sulle striscie pedonali, etc. La Svizzera sembra quasi un non luogo a procedere per il fumetto avventuroso; e non per niente il trio dell'umorismo assurdo Aldo, Giovanni e Giacomo ci hanno ambientato uno dei loro più famosi sketch ricorrenti, un farsesco giallo nel quale la polizia era chiamata a risolvere banali problemi di litigi fra vicini e roba simile. Ambrosini no. Si è richiamato al una Svizzera paurosa e inquietante, come quella del Phenomena di Dario Argento, e ci ha infilato dentro Napoleone, con la sua fantasia talmente fervida da dar corpo ai propri prodotti mentali. Un'Altersvizzera, dove i confini fra il nostro Mondo e le dimensioni parallele si sfilacciano e diventano permeabili. Napoleone, di origini italiane, fa l'albergatore, ma è solo una facciata; fa l'entomologo, ma è solo una facciata; aiuta la polizia svizzera (quella vera, non quella simil-comasca di Aldo, Giovanni e Giacomo) sparacchiando con un'automatica grande come un cannone, ma è solo una facciata. Indaga gli incubi, ma anche quest'attività, forse è solo una facciata.


Carlo Ambrosini visto dal fotografo Joe Zattere (per Fumetti d'Italia di Graziano Origa).



L'abito fa il monaco
Le cover di Napoleone sono degli autentici capolavori dell'insolito, veri e propri quadri degni di stare appesi in una galleria d'arte moderna. I personaggi sono inseriti sempre in posizione inusuale, incastonati in scenari spesso astratti o surreali, che ricalcano ottimamente le atmosfere delle storie; i colori sono dosati con maestria; il tutto è tale da ottenere effetti straordinari. Pensiamo alla copertina del n° 2, "Il cavaliere senza nome", dove Napoleone ripesca un cadavere da uno stagno in una lussureggiante foresta; o del n° 5, "Racconto d'autunno", nella quale i protagonisti hanno alle spalle una sorta di scenografia teatrale; o del n° 6, "La profezia del merlo", dove non riusciamo a capire se l'ambientazione è o non è subacquea; o del n° 7, "Il tesoro d'argilla", con le figure del tutto isolate dal contesto e ognuna in azione per conto proprio; o del n° 12, "Samurai!", con un inconsueto Napoleone seduto, abbigliato come un antico e coloratissimo guerriero giapponese; o del n° 13, "La foresta che cammina", con il Nostro a spasso in una giungla tropicale verdissima sormontato da un enigmatico bambino indio. Con le copertine di Napoleone l'adagio popolare "l'abito non fa il monaco" va rovesciato: quello che c'è sotto il vestito, un taglio di qualità, è esattamente quello che ci aspettiamo, un contenuto di qualità.


La copertina di Napoleone n. 2. Carlo Ambrosini, novembre 1997.



Who's who
Diamo adesso uno sguardo agli chef di questa ineffabile cucina, partendo dal capocuoco. Carlo Ambrosini, anche se non è Corso, è il papà di Napoleone. Ma è anche stato il papà del medievale Nico Macchia; per Bonelli, oltre a numerose storie dell'Indagatore dell'Incubo, come detto sopra, ha realizzato i disegni di sette Ken Parker. Negli anni Novanta, insieme a Graziano Origa, ha creato l'eroe cyberpunk Videomax. Nei primi due anni di vita del suo ultimo personaggio ha realizzato le copertine di tutti gli albi; il soggetto, la sceneggiatura e i disegni dei nn° 1, 4, 8; i soli testi dei nn° 2, 3, 5, 6, 7, 9, 11 e 13.
Il disegnatore Pasquale Del Vecchio è un'altra vecchia volpe della Bonelli, per la quale ha firmato storie per Zona X e per Nick Raider; negli anni ha collaborato a 1984, al Giornalino, a Moby Dick e a Cyborg. Nei primi tredici numeri di Napoleone si è segnalato come il nome più presente per quanto riguarda la parte grafica, avendo contribuito ai nn° 2, 6, 10 e 12.


Pasquale Del Vecchio



Giampiero Casertano, da sempre artisticamente al fianco di Ambrosini, è entrato alla SBE con Ken Parker e ha proseguito il suo cursus honorum bonellorum con Martin Mystère, Dylan Dog e Nick Raider (di quest'ultimo è stato per diverso tempo apprezzato copertinista, prima di passare il testimone a Ramella). Per Napoleone ha realizzato i disegni del n° 5.

Giampiero Casertano, autoritratto (dal sito della SBE).

 

Un caso a parte è sicuramente Paolo Bacilieri, che viene dalla scuola del cosiddetto "fumetto d'autore", avendo lavorato per riviste come Comic Art e Blue e per produzioni più o meno indipendenti (con la Phoenix di Brolli, per esempio). Il suo tratto è quanto di più distante dal canone bonelliano si possa immaginare, e per originalità può essere accostato al primo Nicola Mari, anche se i due, stilisticamente, sono su pianeti opposti. Bacilieri usa una personalissima linea chiara che potremmo definire, paradossalmente, "sporca"; usa un personalissimo tratteggio che tende a simulare, a mano, il retino (meccanico o elettronico che sia); disegna i personaggi in una maniera talmente innovativa che non è possibile parlare né di caricatura né di realismo; le proporzioni anatomiche e la dinamica dei corpi talvolta sono plausibili, talvolta no; le vignette sono a volte stracolme di particolari e a volte i personaggi galleggiano in situazioni senza sfondo. Potremmo andare avanti per millenni: Bacilieri è un mondo a sé, a band apart, per usare il nome dell'etichetta cinematografica di Tarantino. Il grande Paolo ha firmato i disegni napoleonici dei nn° 9 e 13. Un plauso a Sergio Bonelli e a Carlo Ambrosini per aver permesso a un autore colossale e immortale, ma di così difficile lettura, di poter farsi conoscere anche da un pubblico vasto come quello del fumetto "popolare".

 
Paolo Bacilieri



Claudio Piccoli fa spesso coppia con Montanari e abbiamo visto il suo nome associato a lavori apparsi sul Giornalino e su Martin Mystère. Suoi sono i disegni di Napoleone n° 11.
Gli altri autori della serie sono esordienti (perlomeno in Bonelli) o allievi dello Studio Comics di Carlo Ambrosini: Giulio Camagni (disegni del n° 3), Gabriele Ornigotti (disegni del n° 7), Matteo Piana (disegni del n° 12) e Diego Cajelli (testi dei numeri 10 e 12, l'unico di cui si sia finora "fidato" Ambrosini per i soggetti e le sceneggiature della sua creatura).

Francesco Manetti


P.S. A proposito di "rarità dal passato": sul mio blog personale Ultimo Istante trovate La Sentinella, una storia a fumetti (una tavola autoconclusiva) praticamente inedita, realizzata nel 1999 dalla brava disegnatrice May Himura su miei testi! (f. m.)

N.B. Trovate i link agli articoli From the Vault su Cronologie & Index!