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domenica 4 ottobre 2026

BONELLI IN DIGITALE - PUNTATA # 16

di Giampiero Belardinelli





Introduzione

Questa sedicesima puntata di "Bonelli in digitale" è dedicata a una pubblicazione spartiacque del recente passato della Casa editrice, Cico Story. Il racconto è stato scritto da Guido Nolitta e disegnato da Gallieno Ferri ed è composto da 120 tavole. Pubblicato nel mese di giugno del 1979, è stato il primo albo speciale dedicato a Cico e, in assoluto, il primo volume fuori collana della Bonelli, allora articolata in diversi marchi editoriali, tra cui Edizioni Cepim ed Editoriale Daim Press. Con questa storia Guido Nolitta inaugura il fortunato filone delle disavventure del pancione messicano, seguendone le vicissitudini dai primi vagiti all’età adulta e ripercorrendo il cammino che lo conduce dal Messico natale agli Stati Uniti.






Cico racconta...



La trama

Durante una lunga giornata di pioggia, Cico, sollecitato da Zagor, decide di raccontare il proprio passato, dalla nascita all’età adulta. Nato a Veracruz, in Messico, in una famiglia poverissima e molto numerosa, manifesta fin da piccolissimo la sua insaziabile fame. Quando Pedro e Rosa, i suoi genitori, scelgono di imbarcarsi per gli Stati Uniti nella speranza di sottrarsi a una situazione economica quasi disperata, un beffardo equivoco lo trattiene presso gli zii: Cico si è infatti infilato nella gabbia del pappagallo lasciato da Pedro ai parenti. Cominciano così le sue scalognate epopee. Per sfuggire alla fame si improvvisa lustrascarpe, chitarrista nel gruppo dei Tre Gonzales, torero e soldato. Infine, dopo innumerevoli peripezie, è costretto a lasciare il Messico e sceglie di emigrare negli Stati Uniti...


Cico family




La fame come motore del racconto

La scelta di affidare a Cico il racconto della propria vita trasforma la trama in una sorta di autobiografia picaresca, scandita da mestieri, incontri ed equivoci. La fame non è soltanto un motivo ricorrente, ma il vero impulso dell’azione: costringe il protagonista a cambiare continuamente ruolo e ambiente, dando unità a episodi molto diversi. Il dialogo iniziale con Zagor, inoltre, crea una cornice confidenziale che avvicina il lettore al personaggio e permette di scoprirne le origini senza rinunciare al ritmo rapido dell’avventura.


I Tre Gonzales





Il Messico come l’Italia del dopoguerra

Guido Nolitta, sostenuto dall’ottima prova grafica di Gallieno Ferri, costruisce la vicenda come una serrata sequenza di gag, confermando la propria capacità di affrontare temi sociali attraverso la forza dell’ironia, forse persino al di là di un intento programmatico. Il Messico rappresentato nell’albo può essere accostato all’Italia dell’immediato dopoguerra, come ha osservato Stefano Priarone nell’articolo Cinque albi per una leggenda, pubblicato nel terzo numero di "Darkwood Monitor" (febbraio 1998), organo ufficiale dello Zagor Club di Roma, associazione culturale ideata da Giuseppe Pollicelli, Sergio Climinti e Daniele Bevilacqua.


Cico torero




In entrambi i contesti, il desiderio di riscatto e il ricorso a ogni possibile espediente trasformano la lotta quotidiana della povera gente in una commedia dal fondo amaro, vicina per sensibilità al neorealismo e, più tardi, alla commedia all’italiana di Steno, Mario Monicelli, Totò, Eduardo De Filippo e Alberto Sordi.




Cico, eroe dei poveri

In questa prima avventura a solo di Cico, Nolitta mantiene la comicità saldamente ancorata alla realtà, senza ancora aprirsi alle invenzioni surreali che caratterizzeranno alcuni dei successivi quattro speciali da lui scritti. La goffaggine del protagonista diventa così uno strumento per mettere alla berlina aspetti riconoscibili del mondo contemporaneo. Lo sceneggiatore milanese prende di mira, tra l’altro, la corrida e le assurde regole dell’ambiente militare: Cico attraversa indenne situazioni drammatiche e, proprio grazie alla sua istintiva estraneità alle convenzioni, finisce per assumere i tratti di un eroe dei poveri. Umano, sconfitto e irriducibilmente anticonformista, il Messicano infligge uno schiaffo alla solennità dei riti e dei paludamenti, incarnando la rivincita di un perdente che, al contrario di Fantozzi, riesce a sovvertire il proprio destino e, sia pure involontariamente, a prevalere sulle circostanze che sembrano condannarlo alla sconfitta.


Consegne esplosive: Cico sbaglia ancora indirizzo




La beffa antimilitarista

A questo proposito, nella fase in cui Cico è arruolato nell’esercito messicano, Nolitta orchestra una beffa feroce contro la logica e i rituali del militarismo. Il colonnello Vargas sceglie il Nostro come vittima sacrificale: proprio perché benvoluto dai commilitoni, la sua morte dovrebbe trasformarlo in un fulgido esempio capace di suscitare entusiasmo nei giovani poco inclini alla vita militare. Cico viene così inviato da solo nel deserto con una sorta di sacco nel quale, a sua insaputa, è nascosto un ordigno a orologeria. Il piano si capovolge però per un caso fortuito. Lungo il percorso transita una diligenza su cui viaggia lo stesso Vargas; Cico tenta invano di salire sul retro del veicolo, riuscendo a lasciarvi soltanto il suo esplosivo bagaglio. Pochi istanti dopo la deflagrazione uccide il colonnello e restituisce al mandante la sorte preparata per il soldato. Il successivo stacco nel cortile della caserma completa l’ironia nolittiana: una statua celebra l’ufficiale con l’iscrizione Colonnello Vargas, fulgido esempio, ti porta nel cuore il tuo reggimento. Si tratta di una variante della frase che Vargas aveva già concepito per Cico. La retorica monumentale assorbe così persino il fallimento del complotto e converte una morte grottesca in cerimonia patriottica. Nolitta non si limita a rovesciare i ruoli di carnefice e vittima: mostra come il rito militare, con le sue formule solenni e intercambiabili, sia pronto a fabbricare eroi senza interrogarsi né sulla verità né sull’assurdità del sacrificio.


Il fulgido esempio



La leggiadra Teresina

Accusato della morte del colonnello Vargas, Cico tenta di sottrarsi all’arresto e di riparare negli Stati Uniti. Per eludere i controlli si intrufola in una compagnia di artisti di strada e, approfittando di un momento di confusione, prende il posto della corpulenta ballerina Teresina. Avvolto nei suoi abiti e trasformato, con irresistibile effetto comico, nella leggiadra Teresina, il pancione sale sulle spalle del malcapitato equilibrista, incaricato di attraversare su una corda il fiume che segna il confine. È così, sotto le sembianze improbabili di una ballerina e a spese del povero funambolo, che Cico riesce infine a mettere piede negli States.


La leggiadra Teresina



Ferri in digitale

La lettura digitale permette di apprezzare con particolare immediatezza il lavoro di Gallieno Ferri. Il suo segno, energico e leggibile, combina la solidità dell’avventura con una spiccata sensibilità comica: le posture sbilanciate, le espressioni accentuate e la precisa scansione delle reazioni trasformano Cico in una presenza scenica irresistibile. Ferri alterna primi piani incisivi e tavole più ariose, controllando il ritmo della gag senza sacrificare l’ambiente messicano, reso attraverso scorci essenziali ma riconoscibili. Anche nei passaggi più concitati, la chiarezza della composizione guida lo sguardo con naturalezza; sullo schermo, il contrasto netto del bianco e nero e la vivacità del tratto fanno emergere tanto il dinamismo dell’azione quanto la componente umana del racconto. È un disegno che non si limita a illustrare la comicità di Nolitta, ma la costruisce, la misura e spesso la completa.


Giampiero Belardinelli

martedì 1 giugno 2021

DIME WEB INTERVISTA MARCO VERNI! (LE INTERVISTE LXXVII)

a cura di Elio Marracci

Tornano dopo molti mesi le interviste di "Dime Web", e tornano alla grande, grazie al nostro amico e collaboratore Elio Marracci, esperto in gialli e fumetti (e non solo)! Incontrerete dunque uno dei massimi autori zagoriani del nostro tempo e scoprirete come in lui l'arte e la professionalità (nate dalla tenacia e dalla passione) si fondano con un'altra dote: un'incredibile, oggi rara, umiltà. Tanto di cappello! E tra l'altro Verni racconta di una festa del 1990 presso Alessandro Distribuzioni, alla quale partecipò non solo Moreno Burattini, ma tutta la redazione di "Collezionare"... Infine, non perdetevi il tetralogo del disegnatore consegnato all'autore da Bonelli in persona: quanto aveva ragione il grande Sergio! (s.c & f.m.)


Marco Verni visto da Pasquale Iozzino




Zagor 60: due chiacchiere con Marco Verni

In occasione del sessantesimo compleanno dello Spirito con la Scure ho scambiato due chiacchiere con Marco Verni, uno dei disegnatori più rappresentativi e fra i massimi esperti del personaggio bonelliano. L'autore nasce a Forlì il 16 settembre 1966, dove frequenta l’Istituto Professionale per il Commercio e svolge il servizio civile. Mentre passa da un lavoro all'altro, coltiva la sua passione per il disegno e il fumetto. Dopo essersi proposto con diverse tavole di prova, nel 2000 viene arruolato dalla Sergio Bonelli Editore nel parco disegnatori di Zagor, e fa il suo esordio in edicola nel settembre 2002, con la storia pubblicata su "Almanacco dell’Avventura 2003". Dall'anno successivo collabora in pianta stabile con la case editrice di Via Buonarroti, realizzando numerosi albi dell'eroe creato da Guido Nolitta e Galleno Ferri singolarmente o in coppia con Gianni Sedioli.


DIME WEB - Per i lettori che non ti conoscono potresti presentarti in due parole?

MARCO VERNI - Credo che sia importante segnalare che le mie esperienze, sia scolastiche che lavorative (prima di Zagor), sono state lontanissime dal mondo del fumetto o dell’illustrazione. Una volta ero assieme a Joevito Nuccio in compagnia di Gallieno Ferri che ci fece notare che tutti e tre eravamo autodidatti e avevamo imparato a disegnare da soli. Io obiettai che a differenza di loro avevo fatto una scuola commerciale, poi avevo lavorato in una pasticceria ed essere geometra o architetto, come Ferri e Nuccio, era sicuramente un vantaggio, non fosse altro che avevano almeno delle conoscenze tecniche di disegno che a me erano sconosciute. Forse vi verrà da ridere, ma ho imparato la prospettiva DOPO che ero stato assunto come disegnatore di Zagor!


DW - Come si è sviluppata in te la passione per il disegno?

MV - Credo di aver fatto un percorso inverso a tanti autori che si sono avvicinati al fumetto perché gli piaceva disegnare. Ho cercato di disegnare perché mi piacevano i fumetti: ho scambiato la causa con l’effetto! Comunque fino ai 30 anni (e oltre) è stata una passione a livello amatoriale: qualche fanzine, qualche scarabocchio, ma non ho mai pensato di poter andare oltre.


Marco Verni nel suo studio




DW - Quando è nato in te l'amore per il fumetto in generale e per Zagor in particolare?

MV - Bisogna considerare che io sono nato nel 1966 e quando ero bambino, negli anni '70, gli svaghi erano veramente pochi. La televisione aveva un paio di canali e le trasmissioni iniziavano alle 17 e leggere i fumetti era un passaggio quasi obbligato per tutti i bambini: immaginatevi un pomeriggio di pioggia chiusi in casa, senza programmi TV, senza giochi elettronici, internet e smartphone. I fumetti erano l’unica soluzione per evitare la noia. Poi c’è chi li leggeva come passatempo e chi ci si appassionava, ma questo capita in tutti i settori, che sia fumetto, musica, cinema o altro.


DW - La storia di come sei diventato una delle colonne portanti della testata dello Spirito con la Scure è un esempio di passione e dedizione. Puoi raccontarla?

MV - Sicuramente i miei risultati sono oggetto più di ostinazione e perseveranza che di talento. Purtroppo molti pensano che il talento sia la scintilla che mi ha portato a fare questo lavoro, mentre al contrario la mancanza di predisposizione per il disegno mi ha fatto patire le pene dell’inferno per ottenere risultati che altri ottengono con molta meno fatica. La prima volta che decisi di fare vedere dei miei disegni a un addetto ai lavori fu nel 1995; mi presentai a una fiera con delle tavole di prova di Kriminal, ma anziché incontrare il mitico Max Bunker incontrai il suo figlio Riccardo (Secchi) che fu gentilissimo a spiegarmi che se a 30 anni il mio livello di disegno era ancora quello, forse non era il mio mestiere. Qualche anno più tardi, nel 1998, provai a fare tavole di prova per Zagor ma prima di sottoporle al giudizio della casa editrice cercavo consiglio presso qualche autore affermato che potesse aiutarmi. Ricordo l’imbarazzo dell’amico Lucio Filippucci che non voleva mortificarmi e cercava di farmi capire con gentilezza che non andava bene quasi niente e qualche anno fa, non capacitandosi di come ce l’avessi fatta, mi confidò che all’epoca non avrebbe scommesso un solo centesimo su di me. Ho poi raccontato mille volte che l’unico che ha rinfocolato questa mia ambizione, pur non vedendo grandi doti, sia stato il buon Moreno Burattini che ha avuto sicuramente il grande merito di consigliarmi di “studiare” il maestro Ferri e mi ha aiutato, prodigo di consigli e correzioni, fino a intravedere in me qualche timido miglioramento. A quel punto ci fu la “molla” che mi fece fare il balzo in avanti e fu quando Burattini mi “regalò” la possibilità di disegnare 8 tavole di una storia inedita di Zagor, rimasta nel cassetto. Quando ebbi tra le mani la sceneggiatura di “La strega” capii che avevo un’occasione più unica che rara: disegnare una storia “vera” di Zagor scritta da uno dei principali sceneggiatori. Le forze mi si centuplicarono e vista la posta in gioco alcune vignette le ridisegnai anche 10 volte e seppur il risultato finale fosse ancora scadente, era comunque nettamente superiore alle prove precedenti. A quel punto Moreno mi disse di fare altre 3-4 tavole di prova generiche e che le avrebbe portate, assieme alle 8 pagine de “La strega” in redazione per sottoporle al giudizio dei superiori. All’epoca Burattini era solo uno sceneggiatore e non partecipava alle attività redazionali e quindi il responso riguardante i miei disegni me lo avrebbe dato Mauro Boselli, all’epoca curatore della testata "Zagor". Mi squillò il telefono alle 10:30 circa di mercoledì 2 agosto 2000 e Boselli mi disse che durante la riunione zagoriana si era anche discusso sui miei disegni e si era votato sulla possibilità di farmi lavorare o meno sulla testata. A parte Mauro Boselli che si era astenuto, per gentilezza nei miei confronti, gli altri avevano votato tutti NO… tranne uno. A quel punto ero rassegnato, ma non demoralizzato, e pensavo già di riprovarci in futuro, ma Boselli mi prese in contropiede e mi disse che avrei dovuto iniziare a disegnare una storia per l’almanacco dell’avventura su testi di Burattini perché “quello”, l’unico, che aveva votato SI era SERGIO BONELLI! Decio Canzio, e forse non solo lui, gli fece notare che non ero capace di disegnare, ma Bonelli lo rassicurò convinto che avrei imparato. Questa cosa la seppi solo più avanti e un giorno chiesi a Bonelli del perché avesse preso me e non altri molto più capaci e bravi a disegnare e la sua risposta fu: “Vedi , con le tue tavole io Zagor lo vendo bene e i lettori sono contenti, con le tavole di altri tuoi colleghi, molto più bravi di te, i lettori si incazzano, mi scrivono e poi pian piano smettono di comperarlo”. I suoi collaboratori avevano indubbiamente ragione a ritenermi “scarso”, ma lui vedeva quello che gli altri non riuscivano a vedere.


1) Storia di una copertina: dal suggerimento iniziale di Moreno... 




DW - Visto che hai conosciuto molto bene sia Sergio Bonelli che Gallieno Ferri, puoi citare un aneddoto su questi due giganti del fumetto italiano?

MV - I personaggi che “mitizzi” da bambino rimangono tali anche quando li conosci di persona da grande. Io non mi sono mai capacitato di viaggiare con loro, stare a tavola con loro e godere della loro compagnia. Una cosa che mi piace ricordare è quando scrivevo, nei primi anni '80, a Sergio Bonelli rimproverandolo perché su Zagor non trovavo più storie scritte da Guido Nolitta e mi accorgevo che Zagor lo scriveva un altro nonostante cercassero di camuffare la cosa omettendo il nome dello sceneggiatore. Ricordo che gli scrissi che secondo me Guido Nolitta era il più bravo di tutti, migliore di Berardi, G. L. Bonelli, Castelli. Quando mi arrivò la risposta del direttore, nella busta oltre alla lettera c’erano un pacco di strisce e tavole originali che mi regalava Guido Nolitta ringraziandomi dei complimenti ricevuti. All’epoca nessun lettore sapeva che Sergio Bonelli e Guido Nolitta erano la stessa persona e quindi non posso essere accusato di piaggeria (il segreto fu rivelato ne giugno 1986 sulle pagine del primo numero di "TuttoZagor"). Di Gallieno Ferri ricordo invece con stupore come venne accolto in Turchia nel 2010 a un incontro a cui partecipavano tantissimi autori di fumetti, tra cui anche io, oltre a Burattini, Toninelli, Manfredi, Stano e tanti altri. Fu intervistato in diretta in prima serata sulla principale TV di stato. Le strade furono bloccate con la polizia che tratteneva i fan e ho visto certe scene riservate solo a capi di stato, al papa o ad alcuni divi di Hollywood, ma mai per un autore di fumetti; ma in Turchia il maestro Ferri era considerato esattamente come un capo di stato, il papa o un divo di Hollywood.


DW - Sei l'unico disegnatore zagoriano ad aver lavorato su storie di un unico sceneggiatore, Moreno Burattini. Come vi siete conosciuti e per quale motivo non hai sentito l'esigenza di cimentarti con storie di altri?

MV - La prima volta che incontrai Burattini fu nel 1990 a una festa alla libreria “Alessandro Distribuzioni” e fu Gallieno Ferri, che avevo conosciuto nel 1986 a Lucca, a presentarmelo come un futuro, e promettente, sceneggiatore di Zagor. Ferri all’epoca non era molto soddisfatto della gestione di "Zagor" e io ero d’accordissimo con lui e infatti di questo incontro se ne parla nella posta del n. 300 di "Zagor" dove io, con l’avallo di Ferri, suggerii a Bonelli, in una delle mie tante missive al direttore, alcune cose per rivitalizzare "Zagor". Poi, come ho raccontato sopra, incontrai nuovamente Burattini circa 8 anni dopo quando gli feci vedere le mie tavole di prova. I motivi per cui voglio - non preferisco, ma voglio - lavorare con lui sono molteplici: innanzitutto conosce bene i miei limiti e i miei difetti e riesce a scrivere storie su misura per me; non è presuntuoso, al contrario di quanto crede qualcuno, accetta consigli e suggerimenti e siamo in sintonia su tante cose mentre in quelle in cui non lo siamo riusciamo ad accordarci senza problemi. Credo di non sbagliare se dico che le storie che abbiamo fatto insieme abbiano ottenuto sempre un ottimo gradimento da parte dei lettori. Non faccio nomi, ma ci sono autori con cui non lavorerei nemmeno se mi pagassero il doppio!

2) ...alle matite di Marco Verni...




DW - Figuri tra gli autori dello speciale “Provaci ancora Cico” in uscita a giugno 2021, di cui sei anche il copertinista. Come mai, dopo una carriera prevalentemente all'insegna del fumetto serio, hai deciso di confrontarti con un'opera comica? Quali differenze e quali analogie hai trovato in questi due diversi modi di fare fumetto?

MV - Non mi sembra che questa possa essere una novità in quanto gag di Cico come quelle che troverete nello speciale sono comparse anche nella serie regolare, alcune disegnate proprio da me. Anche in questo caso sono in perfetta sintonia con Moreno, avendo gli stessi background culturali Entrambi siamo fan di Magnus & Bunker come di Stanlio & Ollio e nelle nostre gag di Cico queste cose si vedono e ci capiamo al volo. A fare Cico mi diverto tantissimo e mi arrabbio quando vedo altri sceneggiatori, con cui non vorrei mai lavorare, che lo rappresentano come un idiota, ingordo e sfigato. Cico deve far ridere, non essere ridicolo!


DW - Sempre a giugno esce l'albo che festeggia il sessantennale di Zagor, "Corpo speciale", di cui sei il disegnatore. Puoi elencare i motivi per cui gli appassionati di fumetti dovrebbero leggerlo?

MV - Non so se lo debbano leggere gli appassionati di fumetti, ma gli appassionati di Zagor penso non resteranno delusi, anche perché verrà regalata la ristampa della prima striscia di "Zagor", uscita nel giugno del 1961. Per la prima volta Zagor porta Cico sulla tomba di Wandering Fitzy su cui non era più tornato dopo i fatti narrati su “Zagor racconta” e più recentemente rivisitati nella miniserie “Zagor: le origini”, e qui incontra i superstiti e i discendenti degli Abenaki che però non sanno che Zagor è la stessa persona che prima di diventare lo Spirito con la Scure, li aveva attaccati e uccisi in preda a una errata furia vendicativa. Poi, come avrete visto in copertina, c’è un nuovo, e infame, corpo speciale chiamato “Sniper force”, che non ha niente a che fare coi “Lupi Neri”, come qualcuno ha supposto.


DW - Hai lavorato esclusivamente per Zagor. Perché non hai mai sentito il bisogno di cimentarti con altri personaggi?

MV - Perché innanzitutto non so se ne sarei capace e soprattutto non ne ho alcun interesse. A me piace Zagor e il suo mondo, e ai lettori, la maggior parte, piace come lo rappresento. Per quale motivo dovrei cimentarmi con altri personaggi?


3) ...al lavoro finale dell'artista...




DW - Oltre a Ferri, di cui sei considerato l'erede, quali sono gli artisti che ti ispirano?

MV - Su Zagor credo che ispirarsi a Ferri sia doveroso, magari non nello stile, ma nelle fisionomie che ha dato a luoghi e personaggi penso di sì. Adoro tanti altri autori, diversissimi tra loro, come Pratt, Pazienza, Magnus, Jack Kirby, Toppi... e se ho appreso qualcosa da loro l’ho fatto inconsciamente, mentre un autore che ho studiato al pari di Ferri e che considero un mio inconsapevole maestro è il mio amico Andrea Venturi. Da lui c’è tanto da imparare ed è uno dei pochi oggigiorno che usa il pennello con maestria e non lo ha sostituito con pennarelli e tavole grafiche.


DW - Quanto di te è presente nel tuo lavoro? Quanto di quello che ti circonda? E quanto c'è di inventato?

MV - Di me, di quello che mi circonda penso che ci sia poco, mentre non mi vergogno di dire che per imparare ho copiato tanto. Poi col tempo impari a metterci qualcosa di tuo. Totò diceva “A fare sono buoni tutti… è copiare che è difficile”!


DW - Qual è il tuo personaggio dei fumetti preferito? E quello di Zagor?

MV - Oltre a Zagor non ce n’è uno preferito. Ne ho diversi, tra cui: Alan Ford, Kriminal, Corto Maltese, Mister No... e sicuramente faccio torto a qualcuno che non ho citato. Riguardo ai personaggi di Zagor risponderei che il mio preferito è Cico, ma non so se vale, e quindi opto per Supermike!


DW - Sei un disegnatore metodico che lavora a orari stabiliti, oppure sei uno di quelli che si alza di notte a disegnare perché ti è venuta l’ispirazione?

MV - Sono un disegnatore metodicissimo con orari prestabiliti. Mauro Boselli dice che ho un animo da ragioniere più che da artista e infatti non sgarro mai una consegna e non ho mai consegnato in ritardo una tavola.

4) ...fino alla copertina stampata!




DW - Come si svolge la tua giornata tipo?

MV - Inizio a disegnare alle 9 di mattina fino alle 13 e dalle 15,30 alle 19,30, poi magari qualche extra quando serve o per recuperare. Se tutto fila liscio faccio 15 tavole al mese.


DW - Quali fonti usi per documentarti?

MV - Libri, fumetti e ultimamente anche internet!


DW - Oltre ai libri e ai fumetti che usi per documentarti, quali altre letture fai?

MV - Per la documentazione spesso mi indica Moreno cosa guardare. Le altre letture che faccio non centrano niente col lavoro e anche in questo caso internet sta diventando predominante!


DW - È nota tra gli appassionati la tua collaborazione con il disegnatore Gianni Sedioli. In cosa consiste? Vuoi parlarcene?

MV - La prima collaborazione con Gianni nacque quasi per gioco nel 2007 a un incontro col pubblico a Paganine, Modena, dove in diretta improvvisammo una tavola che Moreno scrisse, Gianni disegnò a matita e io ripassai. Siccome la cosa piacque, in seguito disegnammo altre 2 tavole autoconclusive, 3 in totale, che furono anche stampate in alcuni albetti più o meno amatoriali. Nel 2013, invece, mi trovai a disegnare una storia ambientata in Cile, quella col terremoto, e dopo una trentina di pagine ero già esausto perché non mi piaceva né l’ambientazione né il tipo di storia e non sapevo come andare avanti. A Gianni invece quella storia piaceva e mi propose di farla assieme, lui le matite e io le chine. Il risultato fu ottimo e io mi ero sbarazzato di una storia indigesta. Visti i buoni risultati ci fu proposto di continuare l’esperienza, pur continuando in contemporanea a lavorare anche singolarmente. Lavorare insieme ci consente in 8/9 mesi di finire 3 albi e questo è utile anche alla casa editrice quando c’è bisogno di velocizzare i tempi.

Gianni Sedioli e Marco Verni




DW - È innegabile il grande successo di autori come Sio e Zerocalcare che hanno cominciato a farsi conoscere diffondendo i proprio lavori su Internet. Alla luce di questa considerazione ti chiedo: cosa ne pensi e come vedi l’utilizzo della Rete nel campo dei fumetti?

MV - Ahimè, le edicole stanno chiudendo e i giovani non leggono più fumetti. Probabilmente la rete sarà il futuro di questo mezzo di comunicazione. Però un fumetto non stampato su carta, ma pubblicato in rete, non è la stessa cosa, almeno per i vecchietti della mia generazione.


DW - Da professionista ormai affermato che consigli daresti a chi si volesse affacciare al mondo dell'illustrazione?

MV - Oltre 20 anni fa, ricordo Sergio Bonelli che agli aspiranti autori di fumetti prediceva un futuro da disoccupati e ricordo l’amico Giovanni Romanini che mi diceva che ero pazzo a lasciare un lavoro ben retribuito, con contributi pensionistici, ferie, tredicesima e quattordicesima per fare un lavoro precario con un futuro incerto. Considerato che dopo 20 anni le cose sono pure peggiorate, non me la sentirei di alimentare i sogni di un ragazzo a meno che non sia un fenomeno oppure che accetti che questo sia un hobby dal quale difficilmente guadagnarsi di che vivere.


DW - A cosa stai lavorando attualmente?

MV - Nell’autunno del 2017 in un proficuo scambio di opinioni con Moreno, motivo per cui lavoriamo bene insieme, trovammo l’idea giusta per far ritornare un nemico che mancava sulle pagine di Zagor dal 1984: Supermike! Cominciai baldanzoso a realizzare questo progetto, partendo da una tipica gag di Cico, ma dopo una trentina di pagine dovetti sospendere per una urgenza editoriale. Io e Gianni dovevamo disegnare in soli 3 mesi 6 albi a striscia, l’equivalente di 120 tavole. Appena terminate le strisce, sempre con urgenza, ci fu chiesto di fare, in tempi record, la storia “Gli uomini serpente”, poi fu la volta di “Il destino di Hellingen” e infine “I sette vichingi”. Nel frattempo, mentre disegnavo col mio collega romagnolo questo migliaio di tavole, ho dovuto trovare il tempo anche per fare da solo 40 tavole dello speciale Cico e l’albo del sessantennale. Nella primavera del 2021 sono potuto, finalmente, tornare a Supermike, anche se dopo tanto tempo sono solo a 2/3 del primo albo. Spero di finire per la fine del 2022… sempre che non sopraggiungano emergenze!






DW - C'è una domanda che non ti è stata fatta alla quale vorresti rispondere?

MV - Vorrei ricordare ai disegnatori vecchi e nuovi che si avvicinano a Zagor, cosa mi suggerì Sergio Bonelli tanti anni fa:
1) La prima cosa che fa un lettore appena apre un albo di Zagor è guardare se i protagonisti “assomigliano”. Puoi essere il disegnatore più bravo del mondo, ma se non disegni Zagor e Cico somiglianti non ti perdonano. In altre testate i lettori sono più tolleranti, su Zagor sono inflessibili.
2) Fai delle tavole “leggibili”, gli sfondi devono esserci solo quando servono: una tavola zeppa di particolari non serve niente, solo a rendere la lettura più difficoltosa. Se quando guardi una tavola ci metti più di 2 secondi a “capirla” allora vuol dire che la tavola è sbagliata!
3) L’impostazione delle tavole all’americana, con vignette di vario formato, sovrapposte e incasinate, serve per appagare la vanità dell’autore, per ottenere il consenso di qualche fan, ma renderà la lettura difficoltosa. Un disegnatore deve lavorare pensando al lettore non a se stesso.
4) Essere un bravo illustratore non vuol dire essere un bravo fumettista. Raccontare una storia o fare un portfolio sono due cose diverse. Donatelli poteva sembrare un disegnatore scarno e poco appariscente, ma tanti capolavori Zagoriani portano la sua firma ("Libertà o morte", "Addio fratello rosso", "La capanna maledetta", "I congiurati" e molti altri).




a cura di Elio Marracci

N.B. Trovate i link agli altri incontri con gli autori su Interviste & News!

giovedì 28 marzo 2019

DIME WEB INTERVISTA GIORGIO SOMMACAL! (LE INTERVISTE LXVII)

a cura di Filippo Pieri

Il nostro amico e collaboratore Filippo Pieri ha realizzato questa intervista a Lucca Collezionando, domenica 24 marzo 2019, presso lo stand di Sbam! Comics; come tutti sappiamo anche Filippo, come Sommacal, è autore per Sbam!, con Viviane l'Infermiera (insieme a Cryx) e altro ancora. Buona lettura! (s.c. & f.m.)



Dime Web - Ciao Giorgio, è un piacere per noi di Dime Web incontrarti! Ci puoi raccontare da cosa nasce la tua passione per disegno?

Giorgio Sommacal - Intanto grazie a tutti per l’intervista! È semplice: la mia passione nasce nell’infanzia. Credo di avere imparato a guardare le immagini prima di avere imparato a leggere, perché avevo sempre in mano un fumetto - che fosse "Geppo", "Trottolino", "Tiramolla" e poi dopo in seguito "Il Giornalino"… insomma son nato con questa passione, ce l'ho fin da piccolo!


DW - Sei un autore molto versatile, che riesce a passare con facilità dal fumetto umoristico a quello realistico…

GS - Ti ringrazio, ma non sono così convinto di essere estremamente versatile. Penso di avere nelle corde più il fumetto umoristico grottesco; poi, per ovvie necessità lavorative e di natura estremamente alimentare, mi sono piegato a fare anche lavori di tipo più realistico... anche se già avevo cominciato a fare una sorta di realistico con le cose fatte su "Il Giornalino" come "Zia Agatha" e la serie "Contatti" che feci negli anni ’90. Tutte le altre cose che sto facendo adesso con la Bonelli, a cominciare dalla collaborazione con Piccatto su "Dylan Dog" e "Demian", poi un albo di "Adam Wild" con Manfredi e adesso, dopo il Cico della miniserie "A spasso nel tempo", sto facendo un lavoro su "Zagor". Però sul realistico fatico molto, io sono un autodidatta non arrivo da scuole, dall’Accademia, dall’Artistico, per cui è una faticaccia! Però, se mi dici che c’è questa versatilità… diciamo che non capisco, ma mi adeguo! (ride - n.d.r.)


Qui e sopra: Adam Wild, Dylan Dog e Cico del bonelliano Sommacal


DW - Un tuo lavoro che ci ha colpito moltissimo è "Bestiacce!"... Ci puoi raccontare com’è nato questo progetto?

GS - C’è un’altra parte della mia attività lavorativa che riguarda un po’ i libri per ragazzi. Con questa casa editrice di Torino, che si chiama Giralangolo, ed è la parte dedicata ai libri per ragazzi della casa editrice EDT, famosa per le guide "Lonely Planet" e "Il Giornale della Musica", ho prodotto alcuni titoli con un amico scrittore, Pino Pace: siamo entrambi autori di questi libri. Il primo si intitola Bestiacce! mentre il secondo Univerzoo. Sono bestiari fantastici, alla maniera dei bestiari medioevali, dove ci sono animali assolutamente improbabili con alieni anche loro assolutamente improbabili, che questi due esploratori, in una sorta di viaggio alla Darwin, hanno scoperto in giro per il mondo! E allora, per esempio, c’è l’Orsomaro, la Cammellula, il Pignocco, il Rinocerocchio… Il primo libro è uscito nel 2010, il secondo nel 2011 e continua ad avere ristampe e successo, soprattutto tra i bambini, perché è molto divertente. È una rivisitazione di una vecchia idea - che fece anche Jacovitti, che fece Paul Campani nella pubblicità - di fare questi bestiari con giochi di parole, unendo insieme due animali diversi. Il bello di questo libro è che è nato come gioco con Pino Pace; siamo autori entrambi per la prima volta perché anche nel mondo dell’editoria per ragazzi lo scrittore ha una sua dignità e l’illustratore in genere non è l’autore ed è pagato a forfait, mentre io ho preteso di essere riconosciuto come di fatto sono, l’autore di questo libro. Aggiungo che di questa serie lo studio Bozzetto, che fu di Bruno e adesso c’è il figlio Andrea, ha un progetto di una serie a cartoni animati che sta andando, spero, in porto.




Qui e sopra: l'incredibile Univerzoo di Bestiacce!



DW - Sei bravissimo come disegnatore/illustratore, ma a realizzare una storia a fumetti anche come soggettista/sceneggiatore ci hai mai pensato?

GS - Ho iniziato, ahimè, 30 anni fa. La prima pubblicazione da professionista è stata la prima delle tre uniche storie per "Lupo Alberto" che ho scritto nel 1989, quindi nel 2019 sono 30 anni di carriera. A quei tempi, oltre a queste tre storie, mi sono scritto anche storie per "Cattivik"; poi ho preferito fare il disegnatore e dare agli sceneggiatori il loro ruolo perché comunque è un altro tipo di lavoro che mi impegna tantissimo e molto di più. Poi magari mi può venire l’idea del soggetto, però ho perso semplicemente la mano perché come per un disegnatore, anche per lo sceneggiatore il lavoro quotidiano è importantissimo per raggiungere una certa qualità. Però… c’è un progetto mio e mia moglie, Laura Stroppi, che è pure autrice di testi, potrebbe sicuramente occuparsi lei di questa parte.


Il Cattivik di Sommacal



DW - Progetti per il futuro?

GS - Tanti! Nonostante l’età ho sempre molto entusiasmo e progetti non solo di fumetti ma anche di libri per ragazzi. Per scaramanzia non dico nulla, però!


Qui e sopra: "Rapa Nui" con dedica a Filippo Pieri


DW - C’è una domanda che non ti abbiamo fatto e alla quale avresti invece voluto rispondere?

GS - Non lo so... credo che abbiam parlato dell’essenziale. Della vita privata… magari un’altra volta!


DW - Grazie Giorgio, alla prossima!

GS - Grazie mille a voi!


a cura di Filippo Pieri

N.B. trovate i link agli altri colloqui con gli autori su Interviste & News! 

domenica 30 settembre 2018

HUGH GLASS: UN SEMPLICE CACCIATORE DI PELLICCE, MA UNA GRANDE LEGGENDA AMERICANA! – LA STORIA DEL WEST by WILSON VIEIRA (LXI PARTE)

di Wilson Vieira

Dopo aver doppiato la boa delle sessanta puntate, Wilson Vieira ci regala questo straordinario ritratto di Hugh Glass, il trapper interpretato nel 2015 da Leonardo Di Caprio nel film The Revenant (in italiano Revenant - Redivivo). Ricordiamo che tutte le illustrazioni non bonelliane sono state scelte e collocate nel testo dallo stesso Vieira. Buona lettura! (s.c. & f.m.)


Hugh Glass nacque intorno al 1783 in Pennsylvania da immigrati irlandesi... non del tutto "usuali". La sua famiglia era infatti una di quelle che vengono chiamate scozzese-irlandesi al di fuori delle Isole Britanniche, gli Scozzesi dell’Ulster, discendenti dei coloni venuti nell’Ulster dalla Scozia nel 17° secolo. Nel 18° secolo un gran numero di questi si trasferì nei territori americani dell’Inghilterra, e mentre la maggior parte si stabilì in quello che sarebbe diventato il Canada, una parte considerevole costruì la casa nei futuri Stati Uniti.  Il giovane Hugh crebbe nella altrettanto giovane Nazione Americana, e con il mondo che stava cambiando così tanto intorno a lui, gli deve essere sembrato che tutto fosse possibile. Poco si sa della giovinezza di Hugh. Scranton fu uno dei punti focali fi un conflitto interstatale tra Connecticut e Pennysylvania nei Territori Occidentali che sarebbero poi diventati l’Ohio; questo tipo di tensione mostra come tutto non fosse solo dolcezza e luce nei primi anni dell’Unione. Quando Hugh crebbe,il Territorio del Nord-Ovest dell’Ohio e del Michigan era stato conquistato e la Frontiera si era spostata più a Ovest. Fu lì che andò a cercare fortuna. 




La nostra migliore fonte per i primi anni di vita di Hugh Glass sono le memorie di George C. Yount (1794 – 1865), un commerciante di pelli che fu suo amico negli anni ‘20 dell'800. Hugh raccontò a George alcune storie della sua gioventù, prima che diventasse un trapper e uno scout. Anche se potrebbe averli "abbelliti", come era tradizionale per gli uomini di montagna, era altrettanto tradizionale che queste storie fossero basate almeno in parte sui fatti. Secondo queste storie Hugh era stato un marinaio sulla trentina, mentre lavorava su una nave mercantile lungo la costa occidentale delle Americhe. Sfortunatamente per lui la sua nave cadde vittima di uno dei più famosi pirati dell’epoca, Jean Lafitte (1780 - 1823).




Lafitte era un francese che in origine era stato un contrabbandiere, e che si riciclò in pirata quando la sua originaria occupazione non si rivelò più redditizia. Aveva operato al largo delle Americhe per oltre dieci anni quando catturò la nave di Hugh, e avrebbe continuato questa sua attività per tutti gli anni '20. Hugh era uno dei marinai catturati insieme alla nave, e gli fu offerta una scelta netta: trasformarsi in pirata, o essere ucciso sul posto. Uno dei motivi di questa mostruosità di comportamento era la natura del carico che Jean rubava più spesso. La sua preda preferita erano le navi negriere che gestivano il “Commercio Triangolare” dall’Africa; Lafitte e i suoi uomini svuotavano le navi del loro carico di miseria umana per navigare verso Sud, in Louisiana, e ottenere la loro parte di "blood money" in cambio di vite umane. Era brutalità su brutalità, e l'omicidio più sanguinario era solo un altro strumento del mestiere. 

Zagor n. 417, aprile 2000. Disegno di Ferri


Hugh Glass dimostrò ben presto di avere poco stomaco per Lafitte, e lui e un amico discussero della loro insoddisfazione; sfortunatamente non furono così discreti come avrebbero dovuto essere. Presto gli altri pirati dissero loro che si sarebbe tenuta un’udienza per decidere del loro destino, ma Hugh e il suo amico riuscirono a fuggire dalla nave sulla riva la notte prima della decisione. I due uomini si allontanarono immediatamente dalla costa, anche se non sapevano molto della geografia dell’area. Si diressero a Nord, vivendo nell'entroterra. Si addentrarono in profondità nel Territorio Indiano, la parte del Paese ancora sotto il controllo dell’America Nativa, e quindi Hugh e il suo amico fecero del loro meglio per evitare di essere trovati.





Gestirono la situazione per circa un mese, e fecero un migliaio di miglia a nord del Nebraska prima di essere catturati da un gruppo di Skidi, una delle bande dei Pawnee. Ancora una volta, si trovarono di fronte alla morte. Non furono immediatamente uccisi, furono tenuti prigionieri e trattati abbastanza bene. Tuttavia si è scoperto che questa loro prigionia celava uno scopo oscuro. Gli Skidi erano una delle poche bande di Nativi Americani che praticavano il sacrificio umano, e questo era ciò a cui erano destinati i prigionieri. L’amico di Hugh fu legato a un palo, venne appiccato il fuoco e fu pugnalato con pali infuocati. Hugh stava per subire lo stesso destino quando, mentre veniva spogliato per il palo, scoprì un pacchetto di tintura rossa che aveva messo da parte. Lo presentò al capo e il dono fu considerato abbastanza prezioso da essere accettato. Questo fece di lui un ospite della tribù, e gli fu risparmiato il sacrificio. 
Trascorse diversi anni con la tribù, e attraverso loro apprese quelle abilità nel seguire le tracce e nel catturare gli animali che gli permisero di entrare nel commercio delle pellicce.

Tex n. 193, novembre 1976. Disegno di Galep


Quanto di questa storia sia vero e quanto licenza artistica, per noi storici è difficile dire...
Anche se è possibile che Hugh sia stato per un po' di tempo un pirata, probabilmente la sua nave non fu catturata da Lafitte in persona. In quel tempo Lafitte era a capo di una colonia indipendente a Galveston, e un singolo attacco contro un mercantile americano da parte di uno dei suoi capitani era stato considerato un reato così grave che una nave della Marina fu inviata per costringerlo a lasciare l’isola. Se Hugh fosse stato catturato da Lafitte, allora significa che stava lavorando su una nave di schiavi che commerciava con gli Spagnoli. Se così fosse, sarebbe stato naturale per lui lasciare fuori questa storia dalla sua biografia.
Allo stesso modo, la storia di Hugh durante la permanenza con gli Skidi intreccia insieme fatti veri e fantasia. Se è vero che gli Skidi praticavano il sacrificio umano, le loro vittime non erano brizzolati ex marinai sulla trentina. Il loro rituale sacrificale era noto come rito della “Stella del Mattino” e prevedeva il rapimento di una giovane ragazza di un’altra tribù. I dettagli del rituale sono simili a ciò che dice Hugh ma non identici, facendo così credere che stesse ripetendo in modo errato qualcosa che aveva sentito descrivere da altri e non vissuto in prima persona.



D’altra parte, ha sicuramente passato un po' di tempo con i Pawnee, prendendo una moglie della tribù e guadagnandosi una certa fama riuscendo a uccidere un orso grizzly. In effetti, il nostro vero primo resoconto storico della vita di Hugh arriva quando accompagnò una delegazione di Pawnee a Saint Louis nel 1821, e scelse di rimanere nella società cosiddetta “civilizzata” quando gli indiani tornarono alla tribù. 
Nel 1822 un generale della Milizia del Missouri di nome William Henry Ashley (1778 – 1838) pubblicò un annuncio su diversi giornali di Saint Louis allo scopo di cercare di cento uomini per organizzare una spedizione che avrebbe dovuto seguire il fiume Missouri fino alla sua fonte e rimanere lì per diversi anni catturando animali e accumulando pellicce.
Questi uomini erano il nucleo di quella che divenne la “Rocky Mountain Fur Trading Company”. Hugh non era uno degli “Ashley’s Hundred”, come erano noti i fondatori della compagnia, ma nel 1823 fu assunto da William Ashley stesso per accompagnarlo durante un suo viaggio di rifornimento per la spedizione. Questo lo mise nel mirino per la battaglia di apertura di quella che divenne nota come la Guerra degli Arikara.





Ironia della sorte, gli Arikara erano una delle tribù con cui i coloni americani avevano in origine il rapporto migliore, se non addirittura il più amichevole. In realtà gli Arikara erano notoriamente ostili ai commercianti bianchi, ma ciò era dovuto alla concorrenza che facevano. Gli Arikara si consideravano gli intermediari del commercio su e giù per il fiume Missouri, e non apprezzavano il tentativo di Ashley di tagliarli fuori dal giro. Mentre Ashley e i suoi uomini stavano viaggiando lungo il fiume durante la loro missione di rifornimento, arrivarono a un villaggio di Arikara con una popolazione di circa 2500 abitanti e si fermarono per commerciare e parlamentare. Cedettero moschetti in cambio di cavalli e poi portarono i loro nuovi animali lungo la riva. Lì Ashley divise il suo gruppo in una parte di terra per viaggiare con i cavalli e in una parte fluviale per viaggiare sulle barche.



I due gruppi si sistemarono per la notte, progettando di partire la mattina seguente. Due eventi significativi verificarono quella notte. In primo luogo un paio di trapper, Edward Rose e Aaron Stephens, lasciarono segretamente il campo e si diressero verso il villaggio arikara per cercare di incontrare alcune donne native; in secondo luogo tre esploratori arikara si introdussero furtivamente sulla barca e tentarono di assassinare Ashley. Fortunatamente per lui era ancora sveglio, e li respinse con il fuoco della pistola. Ciò destò l’intero campo, nonostante il temporale che si stava abbattendo su di loro in quel momento. Mentre Ashley stava cercando di ristabilire l’ordine, Edward Rose tornò di corsa nel campo urlando che Edwards era stato assassinato. Alcuni sulla riva dissero che avrebbero dovuto provare a far nuotare i cavalli attraverso il fiume sotto la copertura dell’oscurità, ma fu deciso di aspettare fino alla luce del giorno. Non appena sorse il sole, però, gli Arikara iniziarono a sparare su di loro con gli stessi moschetti che avevano scambiato il giorno prima. Il gruppo delle barche dovette affidarsi alla corrente per mettersi in salvo. 14 uomini furono uccisi e Hugh Glass fu ferito a una gamba.

Speciale Cico n. 7, maggio 1991. Disegno di Ferri


Mentre Hugh stava guarendo dalle sue ferite Ashley pensava alla punizione. Chiamò la Cavalleria degli Stati Uniti come sostegno, quello che all’epoca era lo schieramento più Occidentale delle truppe americane in battaglia. Il colonnello Henry Leavenworth, che in seguito avrebbe dato il nome a Fort Leavenworth nel Kansas, condusse le sue truppe ad assediare il villaggio. Lo prese a cannonate e poi negoziò una resa, deludendo molti suoi militari che avrebbero desiderato assaltare il posto. Mentre l’esercito tornava a valle, videro del fumo all’orizzonte. I membri della “Rocky Mountain Fur Trading Company” che avevano accompagnato Leavenworth non erano stati soddisfatti delle sue azioni, e così avevano incendiato il villaggio come rappresaglia. 
William Ashley era ora costretto a riconsiderare la sua strategia. Aveva contratto ingenti debiti per finanziare la sua Compagnia, ma ora era chiaro che non poteva semplicemente salpare per il Missouri per raggiungere il territorio di caccia. L’unica altra opzione era andare oltre le montagne. Questo è ciò che fece, inviando diversi gruppi di cacciatori e alla fine trovando numerosi territori di caccia ai castori. Negli anni successivi stabilì il sistema del Rendez-vous annuale, in cui i suoi cacciatori avrebbero portato tutte le loro pelli catturate durante l’anno e sarebbero stati pagati per quelle.




Per il resto dell’anno vivevano allo stato brado, diventando i classici "uomini di montagna” americani entrati nella leggenda della Frontiera. Hugh Glass divenne una delle prime di quelle leggende nell’autunno del 1823, mentre faceva parte di una spedizione che andò via terra verso quello che sarebbe stato conosciuto come Fort Henry, in onore William Henry, il compagno di Ashley. Diciassette uomini si diressero verso la foresta all’inizio di agosto. Dopo una settimana circa di viaggio furono presi a fucilate a distanza dai Nativi Americani, che uccisero due della spedizione. Dopo alcune settimane Hugh si trovò nei guai. Il suo lavoro come cacciatore esperto era quello di mantenere la spedizione sempre rifornita di carne fresca, scovando sempre nuove prede; ma in quella fatidica mattina trovò invece una madre grizzly e i suoi due cuccioli. 


Se un orso femmina ha con sé i piccoli è notoriamente aggressivo e quello non fece eccezione. Caricò Hugh e lo attaccò; l'uomo si salvò solo perché il resto della spedizione udì le sue urla e corse a dargli una mano. Spararono e uccisero l’orso, ma non prima che Hugh avesse subito gravi ferite. Secondo l'unanime parere dei suoi compagni non sarebbe sopravvissuto alla notte. Piuttosto che aspettare e probabilmente essere attaccato di nuovo dai Nativi, William Henry ordinò ai suoi uomini di costruire una lettiga per Hugh e portarlo con loro. Era considerato impensabile lasciarlo da solo, anche se erano sicuri che stava per morire. Ma non morì. Dopo due giorni era ancora aggrappato alla vita, e ancora rallentava il gruppo, mettendoli in pericolo mortale. Quindi Henry chiese dei volontari. Due uomini avrebbero dovuto restare con Hugh in modo che morisse da solo, e poi avrebbero dovuto seppellirlo. Per questo servizio gli uomini avrebbero ricevuto un bonus di 80 dollari. Un avventuriero della Frontiera chiamato John Fitzgerald e un giovane esordiente, James Felix Bridger detto “Jim Bridger” (1804 – 1881), accettarono di assumere questo solenne dovere.





Bridger e Fitzgerald rimasero con Hugh per altri cinque giorni, ma il tenace Ulster-Scotsman era ancora in qualche modo riuscito ad aggrapparsi alla vita. Si muoveva a malapena, ma i suoi occhi scintillavano ancora e il suo petto si alzava e si abbassava, si alzava e si abbassava... John Fitzgerald era un veterano della foresta e sapeva che lui e Bridger non avevano alcuna possibilità che gli Indigeni li scoprissero. Alla fine riuscì a convincere l’uomo più giovane di aver adempiuto al maggior numero di doveri che si potevano ragionevolmente a loro chiedere. Ci si aspettava che restassero solo un giorno o due, e un soggiorno di cinque giorni era sicuramente sufficiente. Quindi posero il “travois” di Hugh accanto a un ruscello; spartirono tra di loro la pistola, il coltello, l’ascia e l’acciarino di Hugh; e poi partirono per il “rendez-vous”, lasciandosi Hugh alle spalle.

Zagor n. 81, marzo 1972. Disegno di Ferri


Ma non morì. Hugh era ancora abbastanza cosciente da sentire i due uomini che stavano discutendo, e quando li vide andare via sapeva che lo stavano abbandonando. Una fiamma di rabbia prese luce nel suo cuore, e quella rabbia gli diede la forza di strisciare giù dal suo letto di morte. L’acqua fredda del torrente lo risvegliò abbastanza da fargli render conto che c’era un solo posto in cui avrebbe potuto sopravvivere. Il più vicino insediamento bianco permanente era Fort Kiowa, un trading post di proprietà di Joseph Brazeau che era stato deliberatamente istituito come punto di appoggio del capitalismo americano nel deserto. Era a duecentocinquanta miglia di distanza, ma era la sua migliore speranza. Così iniziò a gattonare. A causa delle ferite, all'inizio il viaggio fu penosamente lento. L’unico nutrimento di Glass proveniva da insetti, serpenti e da qualsiasi tipo di cibo che potesse trovare nella prateria. Una settimana o giù di lì nel suo doloroso soffrire, Glass si imbatté in un branco di lupi che stavano uccidendo un vitello di bufalo. Aspettò che il branco si riempisse la pancia, e poi fu in grado di impadronirsi di circa metà della carcassa durante la notte. Restando accampato fino a quando la carne di vitello di bufalo fu consumata, Glass permise al suo corpo di guarire ulteriormente e di guadagnare forza. Avendo recuperato vitalità, Glass fu in grado di aumentare significativamente la sua tabella di marcia. Una volta raggiunto il fiume Missouri, ottenne una barca da alcuni indiani amici e fluttuò a valle verso la sua destinazione; gli regalarono la barca forse perché furono impressionati dal fatto che fosse ancora vivo. Verso la metà di ottobre 1823, Hugh Glass entrò zoppicando a Fort Kiowa dopo aver percorso oltre 250 miglia.




Hugh aveva progettato di trascorrere un po' di tempo in convalescenza a Fort Kiowa, ma mentre era in cura sentì parlare di un gruppo di cacciatori francesi guidati da Antoine Citoleux - soprannominato “Langevin” - che risaliva il fiume attraverso il territorio degli ’Arikara fino a “Tilton’s Post”, un avamposto della “Columbia Fur Trading Company” vicino a villaggio che ospitava la simpatica tribù Mandan.



Pensavano che gli Arikara si fossero calmati abbastanza da renderlo possibile. Ciò a cui Hugh importava di più era che la zona in cui volevano mettere le trappole non era lontana da Fort Henry, dove erano diretti i due uomini che lo avevano lasciato a morire. Quindi, con le sue ferite pulite e ricucite, decise di partire con il gruppo. Fu in grado di acquistare un fucile e munizioni a credito, poiché era noto per essere un uomo di Ashley. Dunque, due giorni dopo essere arrivato a Fort Kiowa, partì di nuovo, deciso a vendicarsi. Langevin e i suoi uomini sapevano che stavano accettando una scommessa rischiosa con quel loro viaggio, e dopo alcune settimane il loro interprete Toussaint Charbonneau andò avanti per cercare di interpretare i sentimenti dei nativi. Il viaggio cominciò a finire nei guai quando i forti venti rallentarono le barche. Circa sei settimane dopo la partenza, Hugh decise di lasciare la spedizione e di proseguire via terra. Fu una decisione che gli salvò la vita, poiché meno di un giorno dopo aver lasciato il gruppo di Langevin i francesi furono attaccati dagli Arikara e spazzati via. Hugh era a poche miglia dal villaggio dei Mandan quando incontrò quasi lo stesso destino per mano di un gruppo di cacciatori arikara.




Fortunatamente per lui un paio di guerrieri mandan lo videro fuggire correre e lo portarono via a cavallo per salvarlo. Hugh Glass era sopravvissuto ancora una volta. Ormai era verso la fine di novembre, e il duro inverno stava calando nella foresta. Dove Hugh si trovava allora, oggi è lo stato del Sud Dakota, e mai ci fu inverno più rigido che nel 1823. Ma Hugh era determinato a raggiungere Fort Henry, così decise di partire immediatamente da “Tilton’s Post”. Gli ci vollero 38 giorni per percorrere le 300 miglia fino al sito di Fort Henry, a capodanno del 1824. Gli uomini del forte stavano festeggiando l’anno nuovo quando Hugh Glass si avvicinò al cancello di Fort Henry e chiese di essere lasciato entrare. All’inizio gli uomini pensarono che quella figura scarna che portava il viso di un uomo che credevano morto fosse un fantasma che veniva a rovinare la festa. Quando si accorsero che era in carne e ossa, scoppiò la felicità. Ma poi, mentre raccontava la sua storia, raccontando come fosse riuscito a sopravvivere contro ogni previsione, l’aria si fece silenziosa. Gli uomini iniziarono pian piano a spostarsi, finché un uomo rimase seduto da solo con la testa china. Il giovane Jim Bridger non riusciva a guardare in faccia Hugh Glass, e quando Hugh guardò l’uomo per uccidere il quale aveva percorso migliaia di chilometri, il suo cuore si sciolse. Bridger aveva solo 19 anni, era a malapena un uomo, e Hugh si ricordò di averlo sentito parlare di come aveva mandato tutti i suoi stipendi a casa per aiutare la sorella da quando i loro genitori erano morti. Quindi Hugh mise giù il fucile e disse a Bridger di non lasciarsi guidare di nuovo da un cattivo consiglio.

Ken Parker n. 1, giugno 1977. Disegno di Milazzo


Jim Bridger sarebbe diventato uno dei più famosi uomini di montagna, e le sue storie sulla Frontiera americana sarebbero rimaste leggendarie fino a oggi. Hugh Glass aveva ora un unico obiettivo per la sua vendetta: John Fitzgerald, l’uomo che aveva persuaso Bridger ad abbandonarlo. Ma Fitzgerald non era a Fort Henry; e infatti aveva lasciato la vita di montagna alle sue spalle. Stava andando a valle a Fort Atkinson per unirsi all’esercito degli Stati Uniti. Ironicamente potrebbe anche aver incrociato Hugh sulla strada. Ormai l'inverno era troppo inoltrato per inseguirlo, così Hugh fu persuaso a rimanere a Fort Henry fino alla primavera. Fu reintegrato nell'organigramma della Compagnia e tornò in servizio. Questo suo impegno fu premiato quando arrivò la primavera e Andrew Henry dovette inviare il suo rapporto a valle a William Ashley. Il rapporto venne inviato all’ufficio postale di Fort Atkinson; quindi ora Hugh avrebbe potuto ottenere un sostegno ufficiale per la sua missione di vendetta. Il 29 febbraio 1824 lui e altri quattro uomini partirono per Fort Atkinson. Gli uomini si diressero a sud per diverse settimane fino a quando raggiunsero il fiume North Platte, dove costruirono barche con le pelli di bisonte e partirono verso valle. Alla confluenza del fiume incontrarono un campo di Nativi Americani, e il capo degli Indigeni li chiamò per parlamentare. Poiché i rapporti con i Pawnee erano amichevoli, lasciarono un solo uomo con le barche mentre gli altri si dirigevano verso l'accampamento. Durante i colloqui, però, Hugh udì un Nativo che parlava la lingua arikara. Si rese conto che si trattava di una trappola, e fece un segnale ai suoi compagni. Alla prima occasione avrebbero dovuto andarsene di corsa. Due furono abbattuti mentre fuggivano. Uno lo portò via al fiume, dove fu raccolto dall’uomo lasciato a guardia delle barche. Pensavano che anche Hugh fosse stato ucciso. Ma, ancora una volta, si sbagliavano. Hugh era fuggito nell’entroterra, e una volta che fu al sicuro, fece il punto della situazione. Aveva lasciato il suo fucile sulla barca, ma per il resto aveva il suo kit completo: coltello, pietra focaia e acciarino.



Ancora una volta partì per Fort Kiowa; non seguì la via più diretta, ma quella secondo lui più sicura. Al posto di scambio gli confermarono che John Fitzgerald si era arruolato nell’esercito e che era definitivamente di stanza a Fort Atkinson. E nel giugno del 1824, Hugh Glass arrivò finalmente al forte. La vendetta pianificata di Hugh non andò del tutto secondo i piani, però. L'esercito, udito il tragico racconto, gli espresse la sua solidarietà, ma non aveva intenzione di fargli agire da vigilante su uno dei propri soldati. Almeno gli restituirono il fucile che Fitzgerald gli aveva sottratto.
Ci sono diverse versioni di come andarono le cose; una delle versioni dice che i soldati fecero una colletta per risarcire Hugh e gli promisero che avrebbero ricordato la condotta di Fitzgerald. Un'altra versione sosteneva che a Hugh fu data l’opportunità di parlare con Fitzgerald: gli disse che non avrebbe mai dovuto lasciare l'esercito, perché se lo avesse fatto, allora lo avrebbe trovato e ucciso. Comunque sia andò a finire che Hugh Glass uscì da Fort Atkinson con la sua vendetta insoddisfatta. Hugh decise dunque di allontanarsi da quella zona, forse per evitare la tentazione di tornare a Fort Atkinson, e viaggiò verso ovest. Lì divenne si unì a una spedizione di caccia alle pelli nel sud del Nuovo Messico. Trascorse così diversi anni, vivendo più di una disavventura. In un’occasione lui e il suo gruppo avvistarono una donna shoshone che stava da sola sulla riva di un fiume. Si avvicinarono cercando di scambiare qualche parola con lei, ma quando li vide si lasciò sfuggire un urlo e un gruppo di valorosi indiani, sbucati da dietro una cresta, li attaccò. Hugh fuggì con una freccia conficcata nella schiena, e lì dovette rimanere mentre il gruppo percorreva 700 miglia fino alla loro base a Taos.


Tex n. 611, settembre 2011. Disegno di Villa


Giunti in salvo qualcuno fu in grado di operare la ferita e rimuovere la freccia, anche se Hugh impiegò diversi mesi per guarire. Dopo di ciò, decise di trasferirsi dal Nuovo Messico e si diresse verso lo Yellowstone. Hugh divenne un leader dei cacciatori indipendenti di Yellowstone, e li rappresentava nei vari incontri con le compagnie di pellicce. Trascorse sei anni a Yellowstone prima che finalmente incontrasse la sua fine. Quello che esattamente successe non è noto, ma si presume che durante l’attraversamento del fiume Yellowstone ghiacciato, nell’inverno del 1833, lui e due suoi compagni siano caduti in un'imboscata e morti da un gruppo di arikara che stava esplorando l’area. Li uccisero e portarono via come trofeo il fucile, a lungo temuto dagli indiani. I loro cadaveri furono trovati diversi giorni dopo.
La fortuna gli aveva alla fine voltato le spalle? Oppure, con l’età che ormai rallentava i suoi riflessi e la fine imminente dell’Era dei Trapper, il Destino gli aveva fatto un ultimo favore?
Come in un post scriptum, più tardi, in quello stesso mese, un amico di Hugh di nome Johnson Gardner, stava facendo da guida a un gruppo di cacciatori, quando incontrarono alcuni indiani dichiaratamente amichevoli. Mentre i Nativi si stavano scaldando al fuoco, Johnson notò che uno di loro aveva il fucile di Hugh. Scoppiò una rissa e quando i pellerossa non furono in grado di spiegare perché avessero l'arma di Hugh Johnson li torturò e li uccise.

Il viaggio di Hugh attraverso la selvaggia Frontiera occidentale in cerca di vendetta era il genere di cose con cui si accresceva la leggenda, e presto divenne uno dei grandi racconti fondamentali dell'arte americana della sopravvivenza. Una delle prime versioni scritte di questa leggenda apparve nel 1915 con The Song of Hugh Glass, inserita nel The Cycle of the West di John G Neidhardt (1881 – 1973).




Era un progetto letterario per rilanciare le leggende del West Americano sotto forma di saghe eroiche, e la storia di Hugh era sicuramente adatta. La poesia di Neidhardt suonava veloce e sciolta, con i fatti narrati che lavoravano al servizio della storia. Qualche anno dopo emerse una fonte più autorevole. Un amico di Hugh di nome George C. Yount aveva narrato i suoi ricordi a un prete cattolico negli anni ‘50 dell'800. Il prete aveva annotato tutte le storie di Yount, in cui Hugh Glass era una figura importante, ma non le aveva mai pubblicate. Gli appunti furono riscoperti nel 1923 e pubblicati, il che diede un certo sostegno storico alla leggenda. Da lì in poi Hugh prese il suo posto nel Pantheon dei miti del Far West, e svariate versioni della sua storia sono apparse sul palcoscenico e sul grande schermo nel corso degli anni.







L'adattamento più notevole è stato probabilmente il film del 2015 The Revenant, basato su un romanzo del 2002 e interpretato da Leonardo Di Caprio.




Il film che ha regalato a DiCaprio un Oscar per la sua interpretazione di Hugh si gioca veloce e libero con la verità della storia, ma non è lo spirito delle storie alte del Vecchio West?
In ogni caso sembra che la leggenda di Hugh Glass, come l’uomo stesso, non sia ancora pronta a stendersi e morire...




Wilson Vieira



N.B. Trovate i link alle altre puntate della Storia del West in Cronologie & Index!