di Wilson Vieira
Dopo la puntata "monstre" che vi avevamo presentato a settembre, il nostro Wilson Vieira - storico del West, scrittore e fumettista - ci stupisce con un'altra gustosa... portata, mettendo molta... carne al fuoco! Non ci resta che invitarvi a sedere alla nostra... tavola, prendere coltello e forchetta e divorare tutto quanto il post! (s.c. & f.m.)
Gli Anasazi erano un‘antica popolazione Indigena che abitava la regione Sudoccidentale degli Stati Uniti, nota come “Four Corners” (l'incrocio di Utah, Arizona, Nuovo Messico e Colorado. Oggi sono anche chiamati “Pueblo Ancestrale.” La parola “Anasazi” deriva dalla lingua Navajo e significa “Gli Antichi.” Gli Anasazi non costruirono un’unica città centralizzata, bensì una rete di insediamenti urbani e complessi di abitazioni rupestri nella regione conosciuta come i Quattro Angoli tra il XIII secolo a.C. e il 1300 d.C. Il ritrovamento di depositi concentrati di frammenti ossei umani e la loro interpretazione come prova di cannibalismo nel Sud-Ovest Americano pre-Ispanico hanno dato vita a un dibattito tuttora in corso tra gli archeologi. L’analisi forense delle vittime del celebre caso di Alferd Packer, avvenuto nel Colorado meridionale negli anni Settanta dell’Ottocento, offre un contributo significativo a tale discussione, fornendo dati dettagliati su traumi perimortem, segni di taglio e modalità di macellazione in un episodio ampiamente riconosciuto di omicidio di massa e cannibalismo di sopravvivenza. In particolare, i segni di taglio post-mortem rivelano una strategia di macellazione incentrata sulla separazione del tessuto muscolare per il consumo immediato; la distribuzione di tali segni era determinata sia dall’anatomia che da valori culturali. Il confronto tra questo caso Storico e i reperti Archeologici evidenzia la necessità di un’analisi più articolata del contesto Culturale e del significato dei casi Archeologici. L’interpretazione dei resti scheletrici umani dovrebbe muovere, a parere di chi scrive, dalla concezione del “corpo come manufatto” e da una prospettiva teorica fondata principalmente sull’osteologia e sul confronto con reperti zooarcheologici provenienti da contesti ecologici diversi. Tuttavia, il dibattito sul cannibalismo Anasazi trarrebbe beneficio dall’integrazione di ulteriori prospettive antropologiche, in particolare quelle che considerano il corpo umano come veicolo di espressione di idee e valori culturali. Non è un segreto che le popolazioni Indigene preistoriche del Sud-Ovest uccidessero, scuoiassero e cucinassero i propri nemici. Tuttavia, un team di ricercatori ha ora ottenuto prove a conferma di ciò che molti sospettavano da tempo. Un frammento essiccato di escremento umano ovvero un coprolite dimostra che anche gli Anasazi si cibavano di resti umani, sebbene alcuni critici rimangano scettici. Il coprolite, risalente a 850 anni fa, proviene da un sito nel Sud-Ovest del Colorado.
L’Area di “Four Corners” ospita numerosi siti che offrono solide prove di cannibalismo: ossa umane disarticolate, tagliate, bruciate e sparse esattamente come le ossa di animali destinati alla alimentazione. Esaminando un piccolo insediamento composto da tre “case seminterrate” (“pit houses”), gli scienziati ne hanno trovate due contenenti i resti mutilati di sette individui uomini, donne e adolescenti apparentemente vittime di un massacro i cui corpi erano stati fatti a pezzi.
Seguendo Archeologi e Antropologi Forensi intenti a scavare nel sito di un antico insediamento Coloniale Americano, il documentario “Secrets of the Dead: Jamestown’s Dark Winter” svela un oscuro segreto rimasto celato per oltre quattro secoli: le prove di episodi di cannibalismo di sopravvivenza verificatisi a Jamestown durante l’inverno del 1609, un periodo tristemente noto come “Tarving Time” (il Tempo della fame).
Secrets of the Dead - L’inverno oscuro di Jamestown!!
Jamestown, Virginia. È il luogo in cui, nel 1607, fu fondata la prima Colonia Inglese permanente nelle Americhe e dove oggi sorge il sito Archeologico “Historic Jamestown.” Da tempo si ipotizza che le condizioni proibitive affrontate dai coloni durante l’inverno del 1609 periodo spesso definito “il tempo della fame” li abbiano spinti alla disperazione, inducendoli a compiere atti impensabili, forse persino un omicidio. “Secrets of the Dead: Jamestown’s Dark Winter” segue il lavoro di Archeologi e Antropologi forensi impegnati negli scavi dell’antica Colonia Americana, nel tentativo di svelare un oscuro segreto rimasto celato per oltre 400 anni. Gli Archeologi conducono scavi a Jamestown da più di due decenni. Nell’aprile del 2012, un team di studiosi di “Historic Jamestowne” ha fatto una scoperta sorprendente: nello strato di rifiuti di una cantina, tra ossa di animali macellati e scarti domestici abbandonati dai coloni, sono stati rinvenuti il cranio mutilato e una gamba recisa appartenenti a una ragazza inglese di 14 anni, risalenti al 1609. Cosa possono rivelarci questi resti su ciò che accadde realmente a Jamestown?
“Le domande principali che mi sono posto quando ho visto i resti per la prima volta sono state: perché si trovano qui!? Perché sono...tra i rifiuti?”, ha dichiarato il dottor William Kelso, direttore delle ricerche Archeologiche a Jamestown.
“La domanda successiva è stata: come è morta questa persona!? Chi era?” Nell'estate del 1609, una flotta di navi Inglesi attraversò l’Atlantico diretta verso la Colonia Americana. Si trattava della terza spedizione, una missione di soccorso d’emergenza per salvare Jamestown. Tra le centinaia di passeggeri vi era la giovane ragazza che gli scienziati hanno ribattezzato “Jane.” Jane era una delle prime Coloni inviate per rafforzare la Colonia nascente, fondata due anni prima. Purtroppo, solo poche navi della flotta sopravvissero all’insidioso viaggio e la maggior parte delle provviste trasportate andò perduta a causa delle violente tempeste incontrate durante la traversata.
Dopo aver affrontato l’orribile traversata dell’Atlantico, Jane arrivò nell’autunno del 1609, proprio mentre il Governatore della Colonia, il Capitano John Smith (1580 – 1631), rimaneva ferito in un’esplosione di polvere da sparo e veniva rimpatriato in Inghilterra per curarsi. Senza la guida del Capitano Smith sostiene il documentario la situazione della Colonia e i rapporti con gli Indiani Powhatan si deteriorarono rapidamente.
All’arrivo dell’inverno, i Powhatan non erano disposti ad aiutare i Coloni; se questi ultimi si allontanavano dal forte in cerca di cibo, la tribù considerava l’atto come una violazione del territorio e li uccideva. I Coloni si ritrovarono in trappola e, a novembre, erano completamente privi di provviste. Alla fine, 240 dei circa 300 coloni di Jamestown morirono di stenti e malattie.
Fu in questo frangente che John Smith si avventurò alla ricerca di Nativi disposti a fornire cibo ai Coloni; tuttavia, un gruppo di Indiani Paspahegh tese un’imboscata alla sua spedizione, uccidendo alcuni membri e catturando Smith.
Powhatan (1545 – 1618) era il capo di una popolazione di circa 15.000 persone distribuite su 30 distretti, tra cui la più ampia Confederazione dei Paspahegh, di cui i Pamunkey costituivano una tribù minore. Si narra che fu proprio mentre Powhatan stava per uccidere Smith che Pocahontas intervenne, implorando che gli venisse risparmiata la vita. In seguito, lei e altre donne contribuirono a sfamare i coloni di Jamestown, ormai allo stremo per la fame. Al suo ritorno, Smith scoprì che circa il 75% dei coloni era già morto di inedia. Disperati, alcuni Coloni decidono di tentare il ritorno in Inghilterra a bordo della piccola nave Britannica “Discovery.” Tuttavia Smith, nel tentativo di mantenere in vita la Colonia, punta uno dei cannoni del forte contro l’imbarcazione, uccidendo alcuni dei disertori. In quello che fu uno dei primi processi con Giuria in America, Smith viene condannato all’impiccagione. Secondo alcune testimonianze, aveva già il cappio al collo quando il Capitano Newport entrò nel porto con nuovi coloni, impedendo l’esecuzione. La tribù dei Pamunkey aiuta Jamestown a sopravvivere all’inverno, nonostante la scarsità di cibo nel proprio villaggio. Pocahontas funge da intermediaria tra Smith e suo padre. Tuttavia, nel settembre del 1609, Smith rischia di morire a causa di un’esplosione di polvere da sparo che, secondo gli Archeologi di Jamestown, fu un tentativo di assassinio. Smith parte immediatamente per l’Inghilterra, senza più farvi ritorno. Al capo Powhatan e a Pocahontas viene riferito che Smith è morto.
I rapporti tra gli Indiani e Jamestown si deteriorano mentre sia i bianchi che i Nativi devono affrontare la carestia. Gli Indiani non possono più permettersi di sfamare i bianchi e ha inizio il cosiddetto “periodo della fame” (starving time). È proprio durante questo periodo drammatico che muoiono molti leader della Colonia, tra cui un esponente della chiesa, il Capitano Gabriel Archer (1574 – 1619). Archer era l’acerrimo nemico di John Smith e aveva guidato il processo volto a farlo impiccare. Archer o meglio, il suo corpo riesumato ci conduce a un altro dettaglio sorprendente su Jamestown. Durante lo scavo della sua tomba, gli Archeologi rimasero sbalorditi da un ritrovamento: un antico reliquiario cattolico? In altre aree di scavo, i ricercatori rinvennero rosari e oggetti cattolici nascosti. Archer, il leader della prima Chiesa Protestante in America, era forse segretamente cattolico? E che dire della persona che lo seppellì insieme alla reliquia Cattolica? Si trattava di un indizio davvero intrigante proveniente dall’insediamento Protestante di riferimento! Dopo il “periodo della fame”, trascorsero diversi anni mentre i rapporti tra i Nativi e i bianchi continuavano a deteriorarsi.
Nell’estate del 1613, il Capitano Samuel Argall (1580 – 1626), con l’aiuto di un capo minore dei Paspahegh di nome “Iopassus” (1570 – 1623), rapì Pocahontas per usarla come merce di scambio contro suo padre. Durante l’anno trascorso a Jamestown, ella anglicizzò con riluttanza il proprio nome in Rebecca e ricevette il battesimo Cristiano.
Secondo una testimonianza intitolata “The True Story of Pocahontas” (La vera storia di Pocahontas), scritta dallo studioso Pamunkey Dr. Linwood “Little Bear” Custalow (1937 – 2014) e basata sulla tradizione orale della tribù tramandata di generazione in generazione, Pocahontas era già stata sposata con un uomo Pamunkey e aveva avuto un figlio. Tuttavia, al momento del suo rapimento, il marito fu ucciso, il bambino le fu sottratto ed ella subì violenza sessuale durante la prigionia.
Rolfe e Pocahontas furono invitati in Inghilterra per incontrare il Re Jaime I (1566 – 1625) e la Regina Ana da Dinamarca (1574 – 1619) e, a dire il vero, per attirare investitori e raccogliere fondi a sostegno delle Colonie in difficoltà. È ironico che la donna Nativa, che forse aveva salvato Jamestown dalla carestia, sia poi morta in una terra straniera promuovendo proprio quella Colonia che aveva sottratto le terre ancestrali alla sua tribù. Un’altra ironia e sono tante della Storia Americana è che la sua tribù, i Pamunkey che avevano salvato Jamestown dalla totale distruzione non abbia ottenuto il riconoscimento Ufficiale da parte del Governo Statunitense fino al 2015.
La ragazza Inglese chiamata “Jane” era vissuta intorno al 1609. Il cranio e la tibia presentavano numerosi segni di taglio e di sega, a indicare che il corpo era stato fatto a pezzi. Inoltre, la parte posteriore del cranio era stata fracassata per estrarre il cervello, che i Coloni consumavano abitualmente, così come facevano con quello di altri grandi animali macellati. Proprio accanto al cranio è stata rinvenuta una ciotola di terracotta, prova che in quella cucina di Jamestown ebbe quasi certamente luogo un episodio di cannibalismo. È stata realizzata una ricostruzione delle sembianze della ragazza quattordicenne basandosi sulla struttura del cranio; ai suoi resti è stato dato il nome di “Jane” per conferirle un’identità umana. Si ritiene che fosse una giovane servitrice proveniente dall’Inghilterra Meridionale, forse dalla Cornovaglia. La serie della “PBS” “Secrets of the Dead” esamina i reperti archeologici nell’episodio “Jamestown’s Dark Winter.” Gli Archeologi hanno scavato quattro tombe nel sito di Jamestown, dove un tempo sorgeva la più antica Chiesa Protestante d’America. Si riteneva che le tombe appartenessero ad alcuni dei “padri fondatori” dell’insediamento, tra cui il capitano Gabriel Archer. Altri due eccellenti documentari “Nightmare in Jamestown” del “National Geographic” e “Pocahontas Revealed” di “NOVA” (trasmesso dalla PBS) esplorano ricerche sorprendenti su Jamestown. I ricercatori hanno utilizzato un software di ricostruzione facciale su un cranio rinvenuto in una tomba che si ritiene appartenesse al Capitano Bartholomew Gosnold (1571 – 1607), un padre fondatore e figura chiave della spedizione a Jamestown.
Uno scavo nelle vicinanze, a Purton Bay nella Contea di Gloucester (Virginia), dove secondo gli Archeologi sorgeva un tempo Werowocomoco, il villaggio della tribù Pamunkey. Un’area è delimitata da tracce che indicano quella che si ritiene essere la più grande “longhouse” (casa lunga) finora scoperta in Virginia forse appartenuta al capo stesso e dove potrebbe aver vissuto anche Pocahontas; le ceramiche e gli altri manufatti rinvenuti in questo punto sono di fattura più raffinata rispetto ai frammenti più grezzi trovati in altre zone del villaggio. Gli scavi avviati a metà degli anni ‘90 hanno portato alla luce le buche lasciate dai pali ormai marciti della palizzata del forte di Jamestown. Le testimonianze di John Smith e di altri Inglesi relative a Jamestown riferiscono che Pocahontas e altre donne Indigene trascorrevano molto tempo nell’insediamento, fornendo cibo agli abitanti affamati e cucinando per loro; la presenza di numerosi frammenti di ceramica Indigena nel sito conferma la veridicità di tali resoconti. L’analisi di campioni prelevati da alberi secolari nei pressi di Jamestown e Weowocomoco rivela che la Virginia fu colpita da una siccità durata sette anni: un evento che non solo causò una grave carestia a Jamestown portando alla morte di quasi l’80% dei coloni durante l’inverno del 1609 ma costrinse infine anche i Pamunkey ad abbandonare il proprio villaggio.
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1820 - La “Essex”
La "Essex" era una baleniera Americana proveniente da Nantucket (Massachusetts) che fu attaccata e affondata da un capodoglio nell’Oceano Pacifico Meridionale nel 1820. I venti membri dell’equipaggio della nave, al comando del Capitano George Pollard Jr. (1791 – 1870), trascorsero 90 giorni su una piccola lancia baleniera, arrivando a praticare il cannibalismo per sopravvivere.
Otto di loro riuscirono a salvarsi e furono tratti in salvo. Il primo Ufficiale Owen Chase (1769 – 1869) e il mozzo Thomas Nickerson scrissero resoconti della drammatica vicenda, che ispirò inoltre il romanzo “Moby-Dick” di Herman Melville (1819 – 1891), pubblicato nel 1851.
Il destino dell’equipaggio: 3 sopravvissuti sull’isola di Henderson, 5 sopravvissuti sulle scialuppe, 1 disertore prima dell’attacco, totale:12 deceduti. Comandante e Ufficiali: Capitano George Pollard Jr (1791 – 1870). sopravvissuto, Owen Chase (1797 – 1869), primo Ufficiale sopravvissuto, Matthew Joy (1793 – 1820), secondo Ufficiale deceduto. Sepolto in mare. Arpioniere-timonieri: Obed Hendricks disperso in mare, Benjamin Lawrence sopravvissuto, Thomas Chappel sopravvissuto sull’isola di Henderson. Equipaggio: Owen Coffin ucciso da un colpo d’arma da fuoco. Divorato, Isaac Cole deceduto. Divorato. Henry Dewitt disertore prima del disastro, Thomas Nickerson sopravvissuto, Richard Peterson deceduto. Sepolto in mare, Charles Ramsdell sopravvissuto, Barzillai Ray deceduto. Divorato, Samuel Reed deceduto. Divorato, Isaiah Sheppard deceduto. Divorato, Charles Shorter deceduto. Divorato, Lawson Thomas deceduto. Divorato, Seth Weeks sopravvissuto sull’isola di Henderson, Joseph West disperso in mare, William Wright sopravvissuto sull’isola di Henderson, William Bond Steward, disperso in mare. Notizie frammentarie sul disastro della “Essex” giunsero a Nantucket prima che Owen Chase, Thomas Nickerson (1805 – 1883), Benjamin Lawrence e Charles Ramsdell facessero ritorno a casa a bordo della baleniera “Eagle”, nel giugno del 1821. Due mesi più tardi arrivò il Capitano George Pollard Jr. (1791 – 1870) sulla “Two Brothers”; 1.500 abitanti dell’isola lo accolsero sulla banchina in un silenzio profondo e carico di sgomento. Gli uomini furono riaccolti nella comunità, che accettava con stoicismo i rischi imprevedibili della caccia alle balene. Nel giro di pochi mesi, Pollard, Nickerson e Ramsdell salparono nuovamente alla volta del Pacifico. Chase, avvalendosi di un “ghostwriter”, trasformò il diario della sua odissea in un libro, pubblicato a New York prima della fine dell’anno. Successivamente si imbarcò su una nave di New Bedford e fece ritorno nel Pacifico. Gli armatori della “Essex” affidarono al Capitano Pollard un’altra nave; egli salpò per il Pacifico al comando della “Two Brothers” a distanza di pochi mesi dal suo ritorno a casa. A dimostrazione della fiducia riposta in lui, Thomas Nickerson e Charles Ramsdell si imbarcarono al suo fianco. Quindici mesi più tardi, la “Two Brothers” urtò una barriera corallina durante una tempesta, a nord-ovest delle isole Hawaii.
Gli uomini si ritrovarono nuovamente a bordo di piccole imbarcazioni scoperte, in mezzo all’oceano. Fortunatamente, furono tratti in salvo il giorno seguente. Il naufragio della “Two Brothers” pose fine alla carriera di Pollard nella caccia alle balene. Dopo un solo viaggio nella Marina Mercantile, abbandonò la vita di mare e lavorò per alcuni anni come negoziante di generi alimentari a Nantucket. In seguito, prestò servizio per 13 anni come Agente di Polizia locale. Uomo dal carattere mite, ogni anno osservava privatamente un digiuno nell’anniversario della perdita della “Essex.” Sposato da oltre cinquant’anni, morì nel 1870. Owen Chase trascorse altri due decenni di successi nella caccia alle balene nel Pacifico, arrivando a diventare comproprietario e capitano della “Charles Carroll”, una nave di Nantucket. Si sposò quattro volte; la sua seconda moglie fu Nancy Slade, vedova di Matthew Joy. Si ritirò a Nantucket nel 1840. Si racconta che, verso la fine della sua vita, Chase avesse iniziato ad accumulare cibo nella soffitta della sua casa in Orange Street. Morì in stato di infermità mentale nel 1869. Thomas Nickerson lavorò come Ufficiale a bordo di navi baleniere fino agli anni Trenta dell’Ottocento, quando passò alle navi da carico. Si ritirò a Brooklyn, New York, dopo aver concluso la carriera come Capitano Marittimo; lì scrisse la propria versione dei fatti sulla tragedia della “Essex.” Tornato a Nantucket con la moglie Margaret negli anni Settanta dell’Ottocento, gestì una pensione in North Street (oggi Cliff Road). Morì nel 1883. Charles Ramsdell continuò a navigare su navi baleniere, arrivando ad assumere il comando della “Lydia”, una nave di Salem, per due viaggi verso la fine degli anni Trenta dell’Ottocento. Sposatosi due volte, morì nel 1866. Benjamin Lawrence proseguì l’attività di caccia alle balene, arrivando a diventare comproprietario e Capitano del brigantino di Nantucket “Dromo”, con il quale compì tre viaggi nell’Atlantico tra il 1838 e il 1841. A partire dal 1848 e per molti anni, fu responsabile del “Quaise Asylum”; in seguito si dedicò all’agricoltura e alla pesca, vivendo a Siasconset. Dalla moglie Eliza Pitman, sposata nel 1824, ebbe sei figli. Morì nel 1879.
1845/48: “Terror” ed “Erebus” la spedizione artica di Sir John Franklin
Il 19 maggio 1845, una spedizione guidata da Sir John Franklin (1786 – 1847) salpò dall’Inghilterra con 128 tra Ufficiali e uomini dell’equipaggio. Le navi trasportavano provviste alimentari sufficienti per tre anni. Furono gli equipaggi delle baleniere Britanniche gli ultimi a vedere la spedizione, nel luglio del 1845. Tre membri dell’equipaggio morirono durante l’inverno 1845-46 a Beechey Island e, entro l’aprile del 1848, persero la vita Franklin e altri 23 uomini. Nell’aprile del 1848 le navi vennero abbandonate e i superstiti si diressero verso sud, arrivando a ricorrere al cannibalismo. L’insieme delle prove suggerisce che l’ipotermia, la fame, lo scorbuto o l’avvelenamento da piombo causato dal consumo di cibo conservato in scatole mal sigillate abbiano causato la morte di tutti i partecipanti alla spedizione negli anni successivi al suo ultimo avvistamento. Il DNA rivela l’identità di altri quattro membri dell’equipaggio morti durante la sfortunata spedizione del “Terror” e dell’“Erebus” nell’Artico del 1845. L’identificazione di questi quattro membri dell’equipaggio porta a sei il numero totale di persone identificate grazie al DNA archeologico e a quello fornito dai discendenti dell’equipaggio. La sfortunata spedizione è ormai diventata una sorta di leggenda. Il destino misterioso delle sue due navi, la “HMS Terror” e la “HMS Erebus”, ha persino ispirato opere di narrativa horror a sfondo storico. La storia è questa: il 19 maggio 1845, la spedizione guidata da Sir John Franklin salpò da Greenhithe, nel Kent (Inghilterra), per esplorare il Passaggio a Nord-Ovest, una rotta marittima ancora inesplorata che attraversava le acque artiche a Nord del Continente Americano. Al momento della partenza, a bordo delle due imbarcazioni vi erano complessivamente 134 membri dell’equipaggio; le navi erano dotate delle tecnologie più avanzate che l’Ammiragliato Britannico riteneva necessarie per la missione. Trasportavano inoltre provviste sufficienti per tre anni, sebbene Franklin ritenesse che, in caso di necessità, avrebbero potuto essere razionate per coprire un periodo di cinque anni. Durante la prima fase del viaggio, la spedizione perse cinque membri dell’equipaggio, che lasciarono l’impresa per problemi di salute o questioni disciplinari. Le navi proseguirono con i 129 uomini rimasti, ma quello fu solo il primo intoppo: la situazione stava per precipitare. Nel settembre del 1846, dopo aver superato l’inverno al largo di Beechey Island (nel Nunavut), le navi rimasero intrappolate nel ghiaccio poco lontano da King William Island. Successivamente, nel 1847, Franklin morì. L’equipaggio rimase con le navi bloccate fino al 22 aprile 1848, quando decise infine di abbandonarle al loro destino tra i ghiacci nel tentativo di raggiungere la terraferma canadese. Nessuno sopravvisse. Tre anni trascorsi nell’Artico avrebbero gravemente indebolito i sopravvissuti ancor prima che si avventurassero sulle distese di ghiaccio. Nel 1848, Jane Franklin (moglie di Franklin) e alcuni Ufficiali Britannici organizzarono la prima di due missioni per indagare sulla sorte della spedizione dispersa. Nel corso di tali operazioni, la Marina Britannica rinvenne le tombe di alcuni membri dell’equipaggio (John Torrington (1825 – 1846), William Braine (1814 – 1846) e John Hartnell (1820 – 1846)) sull’isola di Beechey. Mentre esplorava la penisola di Boothia durante la seconda missione, nel 1854, il dottor John Era (1813 – 1893) chirurgo ed esploratore Scozzese incontrò alcuni Inuit, i quali riferirono che degli uomini bianchi erano morti di stenti nei pressi del fiume Great Fish.
Nel 2024 è stata poi confermata l’identità di James Fitzjames (1813 – 1848), Capitano della “Erebus”, i cui resti presentavano segni riconducibili al cannibalismo. Il team ha ora identificato altri tre membri dell’equipaggio di questa tragica spedizione, portando a sei il numero complessivo di persone identificate. La loro identificazione dimostra che facevano parte dell’equipaggio che riuscì a sopravvivere ai primi tre anni della spedizione, ma morì nel tentativo di fuggire dall’Artico. “Per i discendenti ancora in vita, questi ritrovamenti forniscono dettagli inediti sulle circostanze e i luoghi della morte dei loro parenti, nonché sull’identità di alcuni dei compagni di equipaggio deceduti con loro”, ha spiegato Stenton. Oltre a dare un nome ad alcuni dei resti recuperati nel corso degli anni, la ricerca ha anche dimostrato che John Bridgens è un antenato del giornalista della “BBC” Rich Preston. “Sono rimasto molto incuriosito quando il dottor Stenton mi ha contattato per la prima volta, parlandomi del suo lavoro e chiedendomi se fossi disposto a fornire un campione di DNA”, ha affermato Preston. “È stata una sorpresa enorme scoprire, grazie al team di ricerca, che il mio DNA corrispondeva a quello di uno dei marinai della sfortunata spedizione di Franklin. Lavoravo per la “BBC” a un programma di Genealogia che ricostruiva le affascinanti storie familiari delle persone, quindi scoprire che c’è una storia così interessante nel passato della mia famiglia è davvero emozionante.” La chiave di queste identificazioni risiede nel DNA donato dai discendenti dei defunti.
Stephen Fratpietro, coautore dello studio della “Lakehead University”, ha estratto il DNA dai campioni archeologici e lo ha confrontato con il DNA mitocondriale e del cromosoma Y di questi discendenti. L’analisi ha prodotto corrispondenze con una distanza genetica pari a zero, una prova inconfutabile della presenza di un antenato comune. I discendenti idonei vengono identificati tramite documentazione genealogica che dimostri una linea di discendenza materna o paterna diretta e ininterrotta. Poiché restano ancora molti corpi da identificare, i ricercatori invitano altri discendenti dei membri della spedizione di Franklin a farsi avanti.
La spedizione Donner
Un gruppo di pionieri Americani guidato da George Donner e James F. Reed, noto come “Donner Party”, partì alla volta della California con una carovana di carri.
Il viaggio richiedeva solitamente dai quattro ai sei mesi, ma dopo aver tentato una nuova rotta chiamata “Hastings Cutoff”, il gruppo rimase bloccato dalla neve nella Sierra Nevada per cinque mesi durante l’inverno del 1846-1847, in una vicenda culminata in morti e cannibalismo. Dei 87 tra uomini, donne e bambini, ne sopravvissero 46.
Nonostante il tragico fallimento dei consigli contenuti nella sua opera “The Emigrants’ Guide to Oregon and California”, Lansford Hastings continuò a scrivere guide. Nel 1867 pubblicò “The Emigrants Guide to Brazil.” Riuscì effettivamente a guidare un gruppo di “profughi” del dopoguerra civile verso nuove case in Sud America. Morì mentre guidava il secondo gruppo verso la stessa destinazione. L’esperto uomo di montagna James Clyman mise in guardia la spedizione Donner-Reed, sconsigliando di imboccare la “Hastings Cutoff” (Scorciatoia di Hastings). Il giornalista Edwin Bryant esplorò questa possibile deviazione dal California Trail e inviò lettere avvertendo che quel percorso impervio non era adatto ai carri. La corrispondenza giunse all’emporio (Trading Post) di Jim Bridger (1804 – 1881), ma non arrivò mai nelle mani del gruppo.
In seguito, Reed e Bryant sospettarono che le lettere fossero state fatte sparire di proposito: l’emporio avrebbe tratto ingenti profitti da quella e dalle future spedizioni lungo il nuovo itinerario. James Reed fu esiliato dopo aver tentato di intervenire in una rissa tra conducenti di carri; uccise il suo aggressore per legittima difesa. Fortunatamente, ciò permise a James di cercare aiuto per il resto del gruppo. La guerra Messico-Statunitense e le condizioni meteorologiche ritardarono i soccorsi per mesi, mentre i pionieri morivano di fame. Poiché il gruppo era composto prevalentemente da famiglie, la maggior parte delle persone che lottarono per sopravvivere erano bambini, inclusi sei neonati. Margaret Reed fu costretta a lasciare indietro due dei suoi quattro figli durante la prima missione di soccorso, perché troppo deboli per affrontare il cammino. Suo marito, James, arrivò appena in tempo con la successiva squadra di soccorso, salvando i bambini. È possibile vedere la bambola di Patty Reed esposta all’“Emigrant Trail Museum”, presso il Donner Memorial State Park.
Rimasto bloccato e allo stremo per la fame presso il lago Truckee, il gruppo inviò una squadra di 15 persone a cercare aiuto. Il gruppo, noto in seguito come “Forlorn Hope” (Speranza Disperata), comprendeva due uomini Nativi della tribù Miwok, Salvador e Luis. Mentre la spedizione proseguiva il cammino tra le montagne innevate, i membri ricorsero al cannibalismo man mano che le persone morivano. Salvador e Luis si rifiutarono di partecipare e fuggirono, temendo di essere i prossimi a finire uccisi. Finirono per essere gli unici due membri del gruppo Donner-Reed a essere uccisi intenzionalmente per servire da cibo. Durante la terza missione di soccorso in montagna, furono trovati 11 sopravvissuti, tra cui nove bambini. Due dei soccorritori presero in braccio un bambino a testa, ma John Stark, membro del gruppo, si rifiutò di lasciare indietro anche solo uno dei bambini. Oltre al pesante carico di provviste, trasportava due bambini per qualche metro, poi li deponeva a terra e tornava indietro per prenderne altri. Facendo continuamente la spola in questo modo, riuscì a salvare i bambini rimasti. Una delle bambine, Peggy Breen, dichiarò in seguito che il suo salvataggio si doveva esclusivamente a “Dio, Stark e la Vergine Maria.” Ci auguriamo che queste informazioni contribuiscano ad ampliare la vostra conoscenza della spedizione Donner-Reed, andando oltre gli aspetti più scabrosi della loro celebre vicenda. Si tratta solo di uno dei tanti gruppi di emigranti che hanno contribuito a popolare il West Americano. Vi invitiamo a contattarci oggi stesso per saperne di più sui prossimi eventi e sulle mostre in corso presso il “California Trail Interpretive Center di Elko”, in Nevada.
Contea di Hinsdale, Colorado
Storia degli sceriffi da quel luogo: James M. Swinney (1874-1877) nominato alla Costituzione della Contea di Hinsdale, Henry Finley (1877-1878), James Hanrahan (1878 -1880), Edward N. Campbell (1880 -1882) fu ucciso in servizio. Lo sceriffo Campbell fu ucciso a colpi d'arma da fuoco durante un tentativo di furto in abitazione. I suoi assassini, Betts e Browning, furono linciati da una folla inferocita presso il ponte di Ball Flats il 27 aprile 1882, all’una di notte. Lo sceriffo Campbell fu il secondo Agente delle Forze dell’Ordine del Colorado a perdere la vita in servizio. Clair Smith 1882 -1885 nominato in carica durante il primo processo ad Alfred “Alferd” Griner Packer. Mentre i primi segni della primavera iniziavano ad allentare la morsa dell’inverno nel 1884, un uomo uscì barcollando dalle montagne e arrivò a Lake City, pronto a raccontare una storia o due, o tre a cui pochi avrebbero creduto. Alfred “Alferd” Parker che sarebbe presto diventato noto come il Cannibale del Colorado. È una storia tanto sconcertante quanto orribile eppure, in qualche modo, dalla distanza di sicurezza di circa 150 anni, vi si è insinuata anche una vena di umorismo. Packer divenne una sorta di celebrità in Colorado verso la metà del Novecento. Il nome di Packer appariva ovunque, dal titolo di un libro di cucina per escursionisti al nome di un festival, fino a un musical creato dagli studenti della “C.U. Boulder.”
La gente venne a conoscenza della sua vicenda e, invece di voltarsi dall’altra parte per il disgusto, ne fu attratta. La accolse senza remore. Un articolo del “Washington Post” dell’aprile 1984 ne riassumeva l’assurdità in uno dei paragrafi iniziali: “Nell’epoca precedente ai germogli di soia e alla granola, quando il West era ancora selvaggio e gli uomini mangiavano altri uomini, Packer si fece strada nel cuore degli abitanti del Colorado divorando cinque compagni in cerca d’oro.” Naturalmente, dietro questa vena goliardica si cela la storia ben più cupa di come quei cinque uomini trovarono una fine orribile tra le montagne gelide e desolate. I dettagli su ciò che accadde realmente sono, a dir poco, confusi. Packer fu l’unico del gruppo a sopravvivere per raccontare l'accaduto, e ne fornì diverse versioni. Quei dettagli sono ormai sepolti e in alcuni casi alterati sotto circa 150 anni di Storia. Per ricostruire gli eventi, abbiamo attinto ai documenti pubblici e alle colonne ingiallite dei giornali locali d’allora, risalenti entrambi alla fine dell’Ottocento. Questi documenti hanno preservato innumerevoli momenti della vicenda, come la dichiarazione di Packer sui suoi presunti crimini resa davanti a un Tribunale gremito di persone; queste erano indubbiamente affascinate dalla presenza di un cannibale tra loro e si chiedevano se avrebbe ricevuto la giusta punizione. Anche in quei frangenti, poco prima della sentenza, non era del tutto chiaro se Packer avesse pianificato di divorare quegli uomini, frutto di una mente contorta e omicida, o se gli eventi si fossero svolti in quel modo nel corso di una lotta per la sopravvivenza altrettanto disperata e sofferta. In ogni caso, aveva decisamente fatto il passo più lungo della gamba. La storia di Packer ha inizio nella Contea di Allegheny, in Pennsylvania. Secondo l’edizione del 20 aprile 1883 del “Lake City Mining Register”, nacque il 31 gennaio 1842, sebbene altre fonti indichino come data di nascita il 21 novembre dello stesso anno.
Andrew Gulliford (1953 -), docente di Studi sul Sud-Ovest e Storia presso il “Fort Lewis College di Durango”, ha descritto Packer come una sorta di vagabondo e, forse, un veterano della Guerra Civile.
Gulliford ha affermato che Packer era solo uno delle migliaia di vagabondi che decisero di intraprendere quel viaggio. Superati i trent’anni, Packer si offrì volontario per guidare un gruppo di 21 uomini attraverso le Montagne Rocciose, partendo dalla zona di Salt Lake City, nello Utah, nonostante fosse privo di armi, avesse scarse provviste e competenze limitate. Le versioni sulla loro destinazione finale sono discordanti: la maggior parte delle fonti indica la “Los Piños Indian Agency”, nei pressi di Saguache, mentre altre parlano dell’odierna Breckenridge.
Secondo l’“Hinsdale County Museum”, egli guidò il gruppo verso l’accampamento invernale del capo indiano Ute Ouray (1833 – 1880), vicino all’odierna Montrose, arrivandovi alla fine di gennaio del 1874. Sapendo che un altro gruppo aveva lasciato l’accampamento raggiungendo con successo l’Agenzia Iindiana di Los Piños, Packer pensò che anche la sua comitiva avrebbe potuto farcela. Solo altri cinque uomini decisero di correre il rischio insieme a lui: Frank Miller, Wilson Bell, James Humphreys, George Noon e Israel Swan. I sei uomini usufruirono per qualche giorno del riparo e del cibo offerti dal capo Ouray, per poi riprendere il cammino all’inizio di febbraio del 1874. Fu l’ultima volta che cinque di loro vennero visti vivi. Il 16 aprile 1874, mentre l’inverno lasciava il posto alla primavera, Packer riemerse dalle montagne, stando a quanto riportato dal “Lake City Mining Register.” Era da solo. Dopo essersi riposato per qualche giorno presso l’Agenzia Indiana di Los Piños, Packer si recò a Saguache, l’insediamento più vicino. Quando gli altri chiesero spiegazioni, Packer raccontò di una tempesta di neve “terribile” che si era abbattuta su di loro, accumulando neve fino all’altezza delle ginocchia, come riferì il “Lake City Mining Register” il 13 aprile 1883. Disperati per la mancanza di cibo, gli uomini arrivarono a mangiare i propri mocassini. “Poi, ci siamo arresi alla morte”, sono le parole attribuite a Packer nell’articolo. Tuttavia, non passò molto tempo prima che la gente iniziasse a porsi delle domande. Packer ostentava versioni diverse dell’accaduto; la sua improvvisa ricchezza e il possesso di alcuni oggetti appartenuti agli uomini scomparsi suscitarono sospetti. Come riportato dal “Lake City Mining Register”, egli “intraprese una vita fatta di alcol e bagordi.” Le autorità si chiedevano dove si trovasse realmente il resto della spedizione, perché Packer non riuscisse a fornire una versione coerente dei fatti e come fosse possibile che, pur sostenendo di aver patito la fame, fosse uscito dalle montagne dall’aspetto un po' provato ma, per il resto, in buona salute. Parlando con i funzionari dell’“Agenzia per gli Indiani di Los Piños”, Packer sostenne inizialmente a seconda della fonte consultata di aver subito il congelamento dei piedi o di essersi ammalato. Il gruppo lo aveva praticamente abbandonato al suo destino, promettendo di inviare soccorsi una volta raggiunta la destinazione; questa è la versione riportata in una serie di articoli speciali pubblicati nel 1997 sul quotidiano “Silver World” di Lake City.
Dopo essere stato ulteriormente interrogato dal Generale Charles Adams (1817 – 1878), Agente Locale per la tribù degli Ute presso l’Agenzia di Los Piños, l’8 maggio 1874 Packer firmò una prima confessione dal contenuto ben diverso. Una copia manoscritta di tale confessione è oggi esposta presso il Tribunale della Contea di Hinsdale. Il documento riferisce che Swan, ormai anziano, fu il primo a morire e venne mangiato dagli altri cinque membri del gruppo. Quattro o cinque giorni più tardi, morì anche Humphreys, che subì la stessa sorte. Packer dichiarò di aver prelevato 133 dollari dal portafoglio di Humphreys. In seguito, “mentre trasportavo della legna, il macellaio (Miller) fu ucciso gli altri due mi dissero che era stato un incidente e venne mangiato”, si legge nella confessione. Packer affermò inoltre che Bell uccise Noon con un colpo di fucile, lasciando in vita solo due dei sei membri della spedizione. “Bell voleva uccidermi: tentò di colpirmi con il fucile, ma urtò un albero e spezzò l'arma”, recita la confessione. Packer sostenne di aver ucciso Bell per legittima difesa. Verso la fine di aprile, le versioni contrastanti, unite alla sua improvvisa ricchezza e alle sue azioni discutibili, portarono l’opinione pubblica a credere che Packer avesse attirato gli uomini sulle montagne di proposito per ucciderli e cibarsene. Fu arrestato con l’accusa di omicidio dopo aver firmato una confessione. Il “Lake City Mining Register” riportò le parole del generale Adams: “Packer Gsi impiccherà da solo con le contraddizioni delle sue dichiarazioni.” E sembrava che Giustizia stesse per essere fatta. Ma poi, Packer sparì. Era fuggito, in un momento imprecisato dell’inizio di agosto del 1874. All’improvviso, fu chiaro a tutti gli abitanti della Contea di Hinsdale che un criminale finito sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo un “assassino antropofago”, come lo definì il “Lake City Mining Register” si era dato alla fuga ed era ormai introvabile. Nello stesso mese della fuga di Packer e, secondo alcune fonti, addirittura nello stesso giorno vennero scoperti i macabri resti del suo banchetto nella foresta.
I resti furono ritrovati in agosto da un illustratore dell’Illinois che lavorava per “Harper’s Weekly.” L’uomo individuò i corpi sotto un gruppo di abeti rossi, parzialmente avvolti in coperte, e ne realizzò subito un disegno che ebbe ampia diffusione dopo la scoperta. I cadaveri presentavano ossa spezzate e fratture craniche; inoltre, le parti carnose e adipose erano state asportate, come riportato in un articolo del 2020 pubblicato dalla “Denver Public Library.” E Packer? Beh, nonostante fosse fuggito di stato in stato, la Giustizia lo raggiunse all’inizio del 1883 in un saloon vicino a Fort Fetterman, nel Wyoming, nove anni dopo la sua fuga.
Un venditore ambulante Francese, che aveva fatto parte dell’originario gruppo di 21 esploratori partiti da Salt Lake City con Packer, ne riconobbe la voce e la risata all’interno del saloon; a riferirlo fu un articolo del “Silver World” del 24 marzo 1883. L’uomo, sbirciando attraverso una fessura nella parete divisoria del locale, vide Packer e avvisò immediatamente, e con discrezione, le autorità. Packer, che viveva sotto il falso nome di “John Schwartze” e lavorava come allevatore e cercatore di minerali, fu arrestato e ricondotto in Colorado nel marzo del 1883, secondo quanto riportato dal “Lake City Mining Register.” Secondo quanto riferito dall’“Hinsdale County Museum, durante la sua permanenza a Denver, il 16 marzo 1883 Packer firmò una seconda confessione. Anche questa versione differiva notevolmente da qualsiasi racconto avesse fornito in precedenza. Interrogato sul motivo per cui avesse firmato la confessione precedente, Packer rispose: “Ero agitato e volevo dire qualcosa; quella versione fu la prima che mi venne in mente”, stando ai documenti conservati presso il Tribunale della Contea di Hinsdale. Nella sua seconda confessione attualmente esposta presso il Tribunale egli sostenne che il gruppo, ormai disperato per la mancanza di cibo, aveva chiesto a Packer di salire su una montagna per cercare un punto di osservazione più favorevole. “Quando tornai all'accampamento, dopo essere stato via quasi tutto il giorno, trovai l’uomo dai capelli rossi (Bell) che al mattino aveva dato segni di squilibrio seduto vicino al fuoco mentre mangiava un pezzo di carne tagliato dalla gamba del macellaio Tedesco (Miller)”, si legge nella confessione.
Secondo la confessione, il cranio di Miller era stato fracassato con un’accetta e gli altri tre uomini giacevano morti attorno al fuoco. Quando vide che Packer era tornato all'accampamento, Bell si scagliò contro di lui brandendo un’accetta, ma Packer gli sparò allo stomaco; così recita la confessione. Dopo l’omicidio, allestì il campo e assaggiò un pezzo di carne che si trovava vicino al fuoco. “Cercavo di fuggire ogni giorno ma non ci riuscivo, perciò sono sopravvissuto nutrendomi della carne di quegli uomini per gran parte dei sessanta giorni trascorsi là fuori», si legge nella confessione.” Alla fine, la neve iniziò a formare una crosta superficiale, permettendogli di allontanarsi maggiormente dall’accampamento. Dopo aver firmato la confessione a Denver, Packer fu trasferito nel carcere della Contea di Hinsdale, dove venne immediatamente incatenato. Il “Lake City Mining Register” riferì che era sottoposto a stretta sorveglianza e che in città c'era la corsa a “dare un’occhiata al mostro.”
“E proprio in quel momento provai quella sensazione definitiva”, disse Packer in Tribunale. “Mi lasciai andare. Mangiai quella carne, e quel gesto mi ha tormentato per nove anni. Ero perfettamente sereno e non saprei dire per quanto tempo rimasi lì.” Secondo un resoconto del “Lake City Mining Register”, gli occhi di Packer “brillavano di una luce innaturale e, mentre si avvicinava al momento cruciale del suo racconto, la pelle gli si arrossava e le vene del collo si gonfiavano, segno del tumulto interiore che stava vivendo.” Il 13 aprile 1883 per giunta un venerdì 13 Packer ascoltò la sentenza in un’aula di Tribunale gremita.’ “L’imputato appariva molto provato e, al posto dell’espressione fiduciosa mostrata per tutto il processo, il suo volto rifletteva una profonda tristezza e rassegnazione. Sembrava invecchiato di dieci anni rispetto al giorno prima”, scrisse un cronista del “Lake City Mining Register.” Mentre si sedeva, le mani di Packer tremavano nervosamente. Con grande soddisfazione del pubblico, fu riconosciuto colpevole dell’omicidio premeditato di Israel Swan; secondo le autorità di Littleton, i resti della vittima mostravano segni di una colluttazione corpo a corpo. Si trattava di un reato punibile con la morte. Il giornalista del “Lake City Mining Register” annotò che Packer “accolse il verdetto senza mostrare alcuna emozione.” Un dettaglio importante: nonostante le storie circolate in seguito, Packer non fu mai incriminato per cannibalismo. Tecnicamente, negli Stati Uniti non esistono Leggi Federali specifiche contro il cannibalismo (sebbene vi siano numerose norme che lo rendono illegale, punendo reati quali l’omicidio, l’acquisizione e il consumo illecito di un corpo, oppure l'abuso e la profanazione di un cadavere). Dopo la sentenza, fu fissata la data dell’esecuzione. Il cronista del “Lake City Mining Register” scrisse che, mentre il Giudice deliberava, il ticchettio dell’orologio si udiva “chiaramente” nell’aula. Alla fine, il Giudice disse a Packer di aver “seminato vento” e che ora avrebbe dovuto “raccogliere tempesta”, annunciando che sarebbe stato giustiziato mediante impiccagione il 19 maggio 1883. Il giornalista riportò le parole del Giudice, il quale disse a Packer che sarebbe stato impiccato “per il collo fino alla morte: morto, morto, morto.” Fu la prima condanna a morte emessa nella Contea di Hinsdale. “Sebbene la società non possa perdonare, dimenticherà”, disse il Giudice, secondo quanto riportato dal “Lake City Mining Register.” “Mentre i giorni si susseguono e gli anni del nostro pellegrinaggio scorrono via, il ricordo di te e dei tuoi crimini svanirà dalla mente degli uomini.” Il Giudice non avrebbe mai potuto immaginare che l’uomo al suo cospetto avrebbe finito per occupare un posto indelebile e tutt’altro che nascosto nella Storia del Colorado. Né che non sarebbe mai finito sulla forca fino a essere “morto, morto, morto.”E che, al contrario, Packer sarebbe morto da uomo libero. La cittadina era talmente convinta che Packer sarebbe stato impiccato per i suoi crimini da ordinare il legname per costruire la forca e inviare inviti per assistere all’esecuzione, ha raccontato Grant Houston (1955), attuale editore e proprietario del giornale “Silver World” di Lake City. “Si prendevano i bambini, si preparava un pranzo al sacco e, come intrattenimento, si guardava Packer ricevere la giusta punizione”, ha affermato.
Il periodo trascorso in carcere da Packer fu piuttosto anonimo: tenne una condotta corretta e non si hanno notizie di comportamenti problematici. Durante la detenzione, Packer sviluppò una certa abilità manuale, realizzando oggetti in crine di cavallo come catenelle per orologi da taschino e costruendo grandi case delle bambole. Un esemplare di ciascuno è attualmente esposto presso l’“Hinsdale County Museum” di Lake City.
La casa delle bambole dotata di impianto elettrico è appartenuta a diverse generazioni di una famiglia secondo la quale era stata realizzata proprio da Packer. All’epoca, il laboratorio di falegnameria del carcere disponeva di tutto il necessario per un progetto del genere; tuttavia, come ha riferito Houston, non è mai stato dimostrato che l’opera sia stata effettivamente costruita da Packer. Mentre l’uomo era ancora detenuto, una controversa editorialista del “Denver Post”, che scriveva sotto lo pseudonimo di “Polly Pry” (1857 – 1938), promosse una campagna a suo favore, sostenendo la sua innocenza, ha raccontato Houston.
Pubblicò articoli toccanti e, grazie alla sua penna, iniziò a orientare l’opinione pubblica a favore di Packer. Ciò bastò a far ottenere a Packer la libertà. Giornalista avventurosa, autrice di rubriche di cronaca mondana e attivista sociale, fu una delle prime donne a dirigere un proprio giornale. Il padre di Nell soffriva di tubercolosi e Denver ospitava alcuni dei migliori ospedali del Paese per la cura di questa malattia. Nel 1898, Nell prese un treno da New York a Denver per andare a trovarli. Nell amava conoscere gente nuova e non perse tempo a intavolare una conversazione con l’uomo seduto accanto a lei sul treno. Parlarono per ore; Nell gli raccontò aneddoti divertenti sulla sua vita e sulle sue avventure, compreso il suo lavoro di giornalista. L’altro passeggero rivelò di chiamarsi Frederick Bonfils ed era uno dei due proprietari del “Denver Post.” Quando il treno arrivò a Denver, Frederick Bonfils offrì a Nell un lavoro come giornalista per il suo giornale. Nell accettò. Uno dei primi articoli di Nell per il “Denver Post” fu un’inchiesta che denunciava le condizioni del sistema di assistenza psichiatrica del Colorado, intitolata “Il nostro folle trattamento dei folli” (Our Insane Treatment of the Insane). Gli abitanti del Colorado apprezzarono molto gli articoli di Nell e il suo stile di scrittura appassionato e coinvolgente. Nata nel 1857 col nome di Leonel “Nell” Campbell da una ricca famiglia del Mississippi, durante l’adolescenza fu mandata in un collegio a St. Louis. Lasciò la scuola a 15 anni per fuggire con George Tobey Anthony (1824 – 1896), un ricco industriale delle ferrovie. Fu anche Governatore del Kansas.
La coppia si trasferì in Messico affinché George potesse supervisionare la costruzione della Mexico Central Railway. Per un certo periodo, Nell trovò la sua nuova vita entusiasmante, anche se non propriamente avventurosa. Tuttavia, raggiunti i vent’anni, si stancò del marito e del Messico. Si trasferì da sola a New York, anche se pare che lei e George non abbiano mai divorziato. Una volta a New York, Nell cercò lavoro come giornalista. Suo padre conosceva un redattore del “New York World” e Nell riuscì a convincerlo a farle tentare la carriera di reporter. Lui le affidò il compito di scrivere di un recente incendio scoppiato nei quartieri poveri. Nell consegnò un articolo talmente valido che venne assunta a tempo pieno. La sua abilità nel convincere fonti reticenti a parlare le valse presto il soprannome di “Polly Pry” (gioco di parole basato sul verbo “to pry”, ovvero “scardinare” o “estorcere” informazioni), poiché riusciva a strappare dichiarazioni o notizie praticamente a chiunque. Il nome le piacque così tanto da adottarlo come pseudonimo. Nell scrisse per il “New York World” con lo pseudonimo di Polly Pry per vent’anni, diventando una delle loro reporter più popolari. Il giornale la inviò persino a Panama per verificare se gli Stati Uniti avessero davvero intenzione di costruirvi un canale. Nell confermò che l’opera non solo era possibile, ma probabile, grazie a un'intervista esclusiva ottenuta proprio a Panama. Si guadagnò appieno la fama di saper estorcere informazioni anche dalle fonti più recalcitranti! Nel 1898, Nell si trasferì a Denver, in Colorado, per stare accanto ai genitori ormai anziani. Non dovette nemmeno attendere di arrivare a destinazione per trovare un nuovo impiego: durante il viaggio in treno verso Ovest, infatti, incontrò Frederick Bonfils, uno dei proprietari del “Denver Post.” Quando il treno giunse in Colorado, Bonfils aveva già assunto Nell come giornalista. Continuò a scrivere con lo pseudonimo di Polly Pry e i suoi articoli drammatici, divertenti e sensazionalistici la resero una delle firme giornalistiche più popolari del Colorado. La serie di articoli più celebre di Nell riguardava Alferd Packer, noto anche come “Il Cannibale del Colorado.” Packer era stato condannato per aver ucciso e divorato alcuni compagni di viaggio durante un inverno terribile, anni prima. Egli sosteneva di non aver assassinato quegli uomini, pur ammettendo di essersi nutrito dei loro resti per evitare di morire di fame. Nell credeva alla sua versione dei fatti e gli articoli che scrisse su di lui convinsero le autorità a riaprire il caso. Alla fine, Alferd Packer fu scagionato dall’accusa di omicidio e scarcerato. Il clamore attorno al caso Packer non finì lì.
Il “Denver Post” aveva ingaggiato un avvocato, W. W. Anderson (1845 - ?), per contribuire alla difesa di Packer. Dopo il processo, i proprietari del giornale scoprirono che Anderson si era fatto pagare anche da Packer per la difesa, nonostante fosse già stato retribuito dal giornale stesso. Frederick Bonfils e l’altro proprietario del “Post”, Harry Heye Tammen (1856 – 1924), che era anche amico di William Frederick Cody (1846 – 1917) il detto “Buffalo Bill”; affrontarono Anderson nei loro uffici, intimandogli di restituire il denaro a Packer.
Invece di acconsentire, Anderson estrasse una pistola e sparò a Bonfils e Tammen, ferendoli entrambi. Nell assistette alla scena e si parò davanti ai suoi datori di lavoro prima che Anderson potesse sparare di nuovo. L’uomo minacciò di fare fuoco anche su di lei, ma Nell gli disse di essere Polly Pry, la giornalista più famosa del Colorado, e che se l’avesse anche solo ferita, lo avrebbero impiccato. Usò lembi di stoffa strappati dalle proprie sottovesti per tamponare le ferite dei suoi capi, proteggendoli al contempo da Anderson fino all’arrivo della polizia, che procedette al suo arresto. Si potrebbe pensare che un tale coraggio le avrebbe garantito la benevolenza eterna dei proprietari del “Denver Post”; tuttavia, fu licenziata poco tempo dopo per aver scritto una serie di articoli che denunciavano la corruzione all'interno di un sindacato sostenuto proprio dagli editori del giornale. Nell fondò allora una propria testata, il “Polly Pry”: una pubblicazione che fondeva le caratteristiche del tabloid, della rivista di “gossip” e del giornale scandalistico, distinguendosi per articoli a sostegno del suffragio femminile. Accanto a notizie sulle celebrità e storie sensazionalistiche, Nell inseriva ogni volta che le era possibile servizi di giornalismo d’inchiesta. I suoi articoli più impegnati le attirarono numerosi nemici. Una notte, un lettore infuriato si presentò a casa sua, le sparò diversi colpi attraverso la porta d’ingresso e fuggì all’arrivo della polizia. Sebbene ne fosse uscita illesa, l’episodio la scosse profondamente; Nell chiuse quindi il “Polly Pry” e fece ritorno a New York.
Il “Denver Post” le chiese di tornare e la inviò in Messico per intervistare Pancho Villa (1878 – 1923), il “famigerato” rivoluzionario e “bandito” Messicano. Villa si rifiutava di parlare con qualsiasi giornalista Americano; quando Nell si presentò per chiedere un’intervista, lui minacciò di farla fucilare: “...se non se ne fosse andata.” Lei rispose raccontando barzellette e storie divertenti a lui e ai suoi collaboratori, finché Villa non cedette e le concesse un’intervista. Polly Pry si stava dimostrando all’altezza del suo nome. Il successo ottenuto intervistando Pancho Villa convinse Nell Anthony a tornare a lavorare a tempo pieno come giornalista. Superati i sessant’anni, prestò servizio come corrispondente di guerra in Europa durante la Prima Guerra Mondiale. Continuò a scrivere e a battersi attivamente per le cause a lei più care il suffragio femminile e la libertà di parola fino alla morte, avvenuta all’età di 81 anni. Polly Pry forse non era sovrumana, ma era certamente straordinaria! L’articolo più celebre di Polly Pry riguardava il “Cannibale del Colorado”, Alferd Packer. Nell incontrò Packer per la prima volta nel carcere di Cañon City, mentre stava svolgendo ricerche per un servizio sul sistema carcerario del Colorado. Sebbene Packer si fosse rifiutato di parlare con i giornalisti per anni, Nell riuscì a convincerlo a concederle un’intervista. Quell’incontro diede il via a una serie di colloqui tra Nell e Packer, durante i quali l’uomo espose la propria versione dei fatti. Raccontò che i suoi compagni erano morti tra le montagne e che lui se ne era cibato per evitare di morire di fame; tuttavia, sostenne di non aver mai ucciso nessuno. Nell si convinse dell’innocenza di Packer riguardo all’accusa di omicidio. Sostenne che, dato che ai marinai era legalmente consentito cibarsi di esseri umani in caso di naufragio, le stesse regole avrebbero dovuto valere per le persone rimaste bloccate tra le montagne. Nel 1899, Polly Pry, giornalista del “Denver Post”, dopo la visita a Packer presso il Penitenziario Statale del Colorado a Canon City ha detto: “Il desiderio corrosivo di libertà gli ha divorato il cuore, riferì, e la cieca ingiustizia del mondo gli ha marchiato l’anima a fuoco.”
Nel gennaio del 1901, ottenne la libertà vigilata dal Governatore Charles S. Thomas (1849 – 1934) dopo aver scontato meno della metà della sua condanna a 40 anni, secondo i registri della “Denver Public Library.” All’epoca aveva quasi 60 anni. Secondo l’“Hinsdale County Museum”, la libertà vigilata gli fu concessa per motivi di salute. Dopo il rilascio, Packer si trasferì in una capanna presso il ranch Van Alstine, a sud-ovest dell’odierna Ken Caryl nella Contea di Jefferson, dove trascorse il resto dei suoi giorni, ha raccontato Jenny Hankinson, curatrice delle collezioni del “Littleton Museum.”
Lavorò anche come guardia presso il “Denver Post.” “Credo che uno degli aspetti più interessanti degli ultimi anni della sua vita e del suo legame con Littleton riguardi i racconti su di lui: si diceva che facesse sedere i bambini sulle ginocchia per raccontare loro storie di cacciatori di pellicce e guide di frontiera, offrendo dolciumi e narrando vicende meravigliose”, ha affermato Hankinson. Per quanto l’immagine possa risultare affascinante, la curatrice ha ammesso di non sapere quanto vi sia di vero; tuttavia, ha aggiunto, è una storia che trasmette una sensazione piacevole. “Ecco un uomo gentile che un tempo aveva compiuto un gesto terribile e che poi aveva, in un certo senso, cambiato rotta”, ha osservato. “Un anziano gentile che viveva a Littleton raccontando storie di un tempo passato. Onestamente, trovo che ci sia qualcosa di singolare e piuttosto commovente in tutto questo.” Dopo il trasferimento a Littleton, si diffusero voci prive di fondamento secondo cui Packer fosse diventato vegetariano; un’iscrizione sulla sua lapide riporta la stessa notizia. Packer morì nell’aprile del 1907, all’età di circa sessant’anni, a causa di “problemi e preoccupazioni”, secondo un numero del 2002 della rivista “Archaeology” (pubblicata dall’“Archaeological Institute of America”), che cita il suo certificato di morte. Altre fonti riportano invece che il decesso fu causato da un ictus o da problemi gastrici o epatici. Il “Denver Post” riferì nel 1963 che l’uomo ebbe un collasso e che la proprietaria di un ranch nelle vicinanze, una vedova, lo ospitò per nove mesi. “A volte Packer delirava e gridava di essere innocente riguardo a “quel crimine”, si legge nell’articolo del “Denver Post.” Qualunque sia stata la circostanza che portò Packer alla morte, la sua scomparsa non pose certo fine alla controversa storia che lo riguardava. Tanto per cominciare, a quanto pare riposa senza testa. Kurtis Moellmann, coordinatore delle attività interattive per la mostra “Ripley’s! Believe It or Not”, ha confermato che l’azienda possiede la testa mummificata di Packer; tuttavia, a causa di cambiamenti nel dipartimento archivi, non è stato possibile reperire la documentazione e quindi ulteriori dettagli al riguardo. Resta un mistero come esattamente ne siano entrati in possesso, o quando la testa sia stata rimossa, da chi e perché. Attualmente Packer riposa nel cimitero di Littleton, in una tomba ricoperta di cemento. Sulla lapide si legge semplicemente: “Alfred Packer, Co. F, 16 U.S. Inf.” Un angolo della lapide appare danneggiato. “Quando fu sepolto inizialmente, avendo prestato servizio nell’esercito degli Stati Uniti durante la Guerra Civile, ricevette una lapide militare”, ha detto Hankinson. “Tuttavia, nel corso degli anni, le lapidi hanno subito dei danni. Essendo Alferd Packer un famigerato cannibale, la sua tomba è diventata un bersaglio particolare per alcuni vandali. Alla fine, è stato versato del cemento sopra la lapide per fissarla in posizione e prevenire ulteriori atti di vandalismo.” Una panchina accanto alla tomba invita i visitatori a sedersi vicino a Packer, quasi a una distanza eccessivamente ravvicinata. Da seduti, i piedi arrivano quasi a toccare la lapide. E guardando verso la tomba, si possono notare piccoli oggetti sparsi qua e là: dalle monete e pietre dipinte fino a pigne e piccole ossa di animali. Il tempo sembra aver aggiunto fascino, e persino una nota di umorismo, alla vicenda di Packer nella Storia del Colorado. A distanza di tanti tanti anni, la sua Storia continua a catturare l’immaginazione e ad alimentare le curiosità più oscure dell’Animo Umano. Il caso tornò alla ribalta nel luglio del 1989, quando un’équipe riesumò i resti delle vittime per sottoporli a uno studio presso l’“Human Identification Lab” di Tucson, in Arizona, secondo quanto riferito dalla municipalità di Lake City. Quel gruppo di esperti concluse che le ossa presentavano segni di cannibalismo e di morte violenta, tra cui lesioni da corpo contundente, tagli su braccia e mani, incisioni ossee e altre ferite da difesa. Secondo Houston, le analisi condotte nel laboratorio dell’Arizona rivelarono “segni compatibili con la scarnificazione.” Houston seguì l’esumazione per il Giornale “Silver World”, documentandola anche attraverso fotografie. “Su queste ossa sugli avanbracci e nelle parti carnose delle gambe c’erano segni di raschiatura. Si potrebbe parlare di “filett””, ha detto con un sorriso. “Parte della carne era stata sistematicamente asportata dalle zone più carnose delle braccia e delle gambe di questi uomini.” Una fotografia dei resti scheletrici presenta somiglianze con l’illustrazione pubblicata su “Harper’s Weekly” all’epoca del ritrovamento iniziale dei corpi, ha affermato l’uomo. L’attenzione Nazionale si concentrò su Lake City quando una Squadra di Archeologi ed esperti Forensi portò alla luce la tomba di cinque uomini assassinati 115 anni prima. Packer uccise tutti e cinque i suoi compagni per poi nutrirsi delle loro carni per settimane? Si uccisero a vicenda? Oppure gli scienziati non avrebbero trovato nulla sotto il masso commemorativo, che riporta i nomi di quegli sfortunati uomini James Humphreys, Frank Miller, George Moon, Israel Swan e Wilson Bell?
Il 17 luglio 1989, i resti dei cinque uomini sepolti a Cannibal Plateau furono riesumati sotto la direzione di James Starrs, docente di diritto e scienze Forensi presso la “George Washington University.” Starrs dichiarò ai giornalisti che i risultati delle analisi indicavano che Packer era “colpevole quanto il peccato, e i suoi peccati erano tutti mortali.” Riferì inoltre quanto emerso dall’esame delle ossa: nessuna delle vittime era stata colpita da arma da fuoco. Quattro degli uomini erano stati colpiti alla testa con un’accetta; il quinto cranio, tuttavia, non fu ritrovato.
Le ossa di tutti e cinque gli scheletri presentavano segni di taglio, probabilmente inferti durante la rimozione della carne; secondo Starrs, si trattava di una prova inequivocabile di cannibalismo. Nel 1994, David Bailey, curatore della sezione storica del “Museum of Western Colorado”, avviò un’indagine su un revolver Colt custodito nel museo, che si riteneva fosse stato rinvenuto sulla scena del crimine del 1874. Dopo aver letto che Shannon Bell era stato colpito da un proiettile, Bailey esaminò i resti di Bell e individuò quella che sembrava una ferita da arma da fuoco nella zona del bacino, notando inoltre un foro di proiettile nel portafoglio dell’uomo.
Packer confessò di aver ucciso uno dei suoi compagni cercatori d’oro, ma soltanto per legittima difesa. Alcuni investigatori ritengono che questa rivoltella Colt presumibilmente ritrovata sul luogo della sparatoria fosse l’arma da lui utilizzata. Altri rimangono scettici. Nel 2001, frammenti di piombo rinvenuti nel terreno sotto i resti di Shannon Bell furono associati con certezza ai proiettili dell’arma. Riguardo al foro, tuttavia, James Starrs sostenne che l’apertura nell’anca di Bell fosse stata causata probabilmente dall’azione di un animale intento a rosicchiare, e non da un proiettile. Sebbene la colpevolezza di Alfred Packer per l’omicidio sia ancora oggetto di accesi dibattiti, è indubbio che egli fosse un cannibale; fatto che, del resto, egli stesso ammise. Non sapremo mai con certezza cosa accadde tra le montagne del Colorado, sommerse dalla neve, nei primi mesi del 1874. Le prove emerse da queste recenti indagini sembrano concordare in larga misura con la versione definitiva dei fatti fornita da Alfred Packer. Tuttavia, non avremo mai la certezza se sia stato Shannon Bell a uccidere i quattro uomini o se Packer abbia ucciso tutti e cinque i compagni. Forse, nemmeno Packer era certo di cosa fosse realmente accaduto in quei boschi desolati e innevati. È possibile che fosse completamente fuori di sé a causa della fame e dell’esposizione alle intemperie. Sebbene le prime due versioni da lui fornite quella di essere stato abbandonato dai compagni e quella secondo cui questi ultimi erano morti uno dopo l’altro non corrispondessero al vero, è possibile che Packer fosse talmente dissociato da quanto aveva vissuto da crederle autentiche. A causa del suo stato mentale dell’epoca, potrebbe persino aver creduto davvero che Shannon Bell lo avesse aggredito, come affermò nella sua seconda confessione. Grazie alle moderne analisi Forensi, oggi siamo in grado di ricostruire quei terribili eventi di quel crudele inverno molto meglio di quanto fosse possibile centoquarantaquattro anni fa; i resti degli uomini hanno fornito prove che confermano la versione di Alfred “Alferd” Packer. Forse Alfred Packer è davvero una vittima delle circostanze, oppure è un assassino a sangue freddo che uccise cinque uomini in una zona selvaggia e remota, li derubò e ne divorò i resti. In ogni caso, Alfred Packer è passato alla storia e sarà ricordato per sempre purtroppo come il mostruoso "Cannibale del Colorado".
Cody White, archivista ed esperto della documentazione relativa ai Nativi Americani si è occupato della storia del "cannibale del Colorado" Alfred Packer, secondo i documenti dell’“Office of Indian Affairs”. Non si saprà mai con esattezza cosa accadde quasi 150 anni fa tra le condizioni invernali proibitive delle montagne di San Juan, in Colorado, quando Alfred Packer sopravvisse cibandosi dei corpi dei suoi cinque compagni: solo Packer rimase in vita per raccontare laccaduto, e la sua versione dei fatti cambiò nel corso del tempo. Tuttavia, come disse il celebre personaggio del direttore di giornale nel classico di John Ford (1894 – 1973) “L’uomo che uccise Liberty Valance”: “Quando la leggenda diventa realtà, stampa la legenda.” Negli anni successivi, la leggenda di Packer è indubbiamente cresciuta: fiumi d’inchiostro sono stati versati per raccontare e arricchire la Storia, che è stata anche oggetto di film; nel 1993, Trey Parker originario del Colorado avviò la sua carriera nel mondo dello spettacolo mentre frequentava ancora l’università con “Cannibal! The Musical”, un’opera dedicata proprio a Packer. Abbondano anche i documenti d’archivio, tra cui articoli di giornale dell’epoca, Atti Giudiziari e carcerari, nonché corrispondenza privata. Il Dipartimento di Storia e Genealogia dell’Ovest (“Western History and Genealogy Department”) della “Denver Public Library” conserva una raccolta di lettere nel fondo “Alfred Packer Papers", i Colorado State Archives possiedono una “Alfred Packer Collection” e anche l’ente “History Colorado” ha dedicato una recente mostra alla figura di Packer. Tuttavia, la genesi dell’intera vicenda la notizia scioccante iniziale di ciò che Packer aveva compiuto si trova in realtà nel “Record Group 75 dei National Archives” (i documenti del “Bureau of Indian Affairs”), conservato a Washington, D.C. La nostra storia ha inizio presso l’Agenzia di Los Piños, nel Territorio del Colorado. Originariamente denominata “Agenzia di Conejos”, fu istituita nel 1860 per amministrare inizialmente la banda Tabeguache degli Ute. Quando nel 1868 venne creata la Riserva Ute, l’Agenzia fu trasferita in una località lungo il torrente Los Piños, assumendone ben presto il nome. Charles Adams vi era stato nominato Agente per gli Affari Indiani nel 1872 e ricopriva l’incarico al momento dell’arrivo di Packer, nella primavera del 1874.
Per gran parte del XIX secolo, la struttura burocratica dell’“Office of Indian Affairs” (OIA) si articolava su tre livelli: le singole Agenzie per gli Indiani, le sovrintendenze e la sede centrale. Le Sovrintendenze, soppresse definitivamente nel 1885, erano organizzate su base statale o territoriale e coordinavano tutte le Agenzie, le sotto Agenzie e gli uffici minori dell’OIA ricadenti nella loro Giurisdizione. Fino al 1875, la documentazione prodotta dai singoli Agenti per gli Indiani era considerata di loro proprietà privata; di conseguenza, veniamo a conoscenza delle loro attività solo attraverso le lettere e i rapporti inviati ai superiori. È proprio così che, tra i documenti in nostro possesso, abbiamo scoperto la squallida vicenda di Alfred Packer. Nel 1870 la Sovrintendenza del Colorado era stata soppressa e, da quel momento in poi, gli agenti per gli Indiani facevano capo direttamente al Commissario; per questo motivo consultiamo la raccolta di corrispondenza intitolata “Letters Received by the Office of Indian Affairs, 1824–1880” (Lettere ricevute dall’Office of Indian Affairs, 1824 –1880). Si tratta di una vasta collezione dal volume complessivo di circa 18 metri cubi (629 piedi cubi) che comprende corrispondenza e rapporti inviati all’Ufficio del Commissario dell’OIA da dipendenti delle Agenzie, privati cittadini, Nativi Americani, Presidenti, Membri del Congresso e funzionari di altre Agenzie Federali. Gli argomenti trattati sono i più svariati: istruzione, salute, assistenza medica, finanze, questioni amministrative generali, agricoltura, gestione del territorio, emigrazione, rivendicazioni, reclami, istruzioni, richieste e decisioni. La serie è stata microfilmata e, grazie alla recente iniziativa dei “National Archives” volta a digitalizzare le pubblicazioni su microfilm, oggi è possibile consultare questi documenti tramite il catalogo online. La collezione è organizzata per ufficio dell’OIA, suddivisa internamente per anno e ordinata secondo un criterio numerico di massima; per individuare i documenti provenienti dal territorio in questione, consultiamo quindi la sezione “Colorado.” Quasi tutte le lettere contenute nel fascicolo relativo ai primi mesi del 1874 incluso il mese di aprile provenivano dall’Agenzia di Los Piños e trattavano questioni di routine quali scuole, acquisizioni, piani per la costruzione di strade ed episodi di violazione dei confini della riserva su cui Adams aveva indagato. Packer arrivò il 16 aprile, ma tale evento, di per sé, non giustificava l’invio di una lettera a Washington. Solo a maggio, quando Adams riuscì a farsi raccontare da Packer l’intera, raccapricciante vicenda, trasmise il resoconto a Washington. Il 4 maggio Adams presentò il suo consueto rapporto mensile, ma cinque giorni dopo inviò un’ulteriore lettera in cui riferiva le “circostanze in cui cinque uomini persero la vita nella riserva degli Indiani Ute.” Nella sua lettera, Adams ricostruisce gli eventi. Quell’inverno, ventuno minatori dello Utah, attirati dalle voci sui giacimenti auriferi, erano stati sorpresi da una violenta tempesta di montagna. Il gruppo aveva trovato rifugio nell’accampamento invernale del capo “Ouray”, dove erano stati accolti e assistiti. A gennaio, cinque uomini partirono contro il parere di Ouray e furono ritrovati in fin di vita dai mandriani di Adams, nei pressi del recinto per il bestiame di Gunnison. Poco dopo la partenza di quel gruppo, altri sei uomini tra cui Packer si misero in cammino il 1° febbraio, dicendo a Ouray di voler raggiungere l’Agenzia di Los Piños. Packer arrivò effettivamente all’Agenzia, da solo, oltre due mesi dopo, il 14 aprile; secondo Adams, appariva “evidentemente in buona salute e in buone condizioni fisiche.” Inizialmente Packer raccontò ad Adams che i piedi gli si erano congelati poco dopo aver lasciato l’accampamento di Ouray; i compagni gli avevano quindi lasciato delle provviste e un fucile, proseguendo poi il cammino. Packer disse che, una volta guarito, aveva continuato il viaggio, presumendo che gli altri fossero morti. Adams credette inizialmente a quella storia e iniziò a organizzare una spedizione di ricerca, ma cominciò a nutrire dei sospetti, soprattutto dopo aver notato che Packer possedeva diversi oggetti apparentemente appartenuti agli altri uomini, oltre a ingenti somme di denaro. Alla fine Packer confessò: “uno dopo l’altro, quei cinque individui erano stati uccisi dai superstiti per servire da cibo al resto del gruppo, e lui stesso aveva ucciso l’ultimo uomo rimasto a sole 20 miglia circa dall’Agenzia.” In seguito, però, Packer sostenne che due di loro erano morti di stenti e che i loro corpi erano stati mangiati per primi. Come riferì Adams al commissario, non aveva alcun motivo di dubitare di quella versione: “Il signor Packer appariva piuttosto in carne al suo arrivo e da allora ha mostrato segni di squilibrio mentale, cosa che si dice sia conseguenza dell’aver mangiato carne umana.” Adams consegnò Packer al magistrato locale, offrendo tutta l’assistenza possibile. Concluse la lettera osservando che anche i dieci uomini rimasti con il capo Ouray erano arrivati quello stesso mese: ben curati, grazie agli Ute avevano “sofferto relativamente poco.” Resoconto dell’Agente Charles Adams sull’incidente di Alfred Packer: (Charles Adams a Edward Smith; 9 maggio 1874, “Colorado Superintendency, 1861–1880: 1874”, “Letters Received by the Office of Indian Affairs, 1824–1880”, pubblicazione su microfilm M234, rullo 204, fotogrammi 63–68). Come reagì, dunque, il Commissario? Per verificarlo, consultiamo la serie “Letters Sent by the Office of Indian Affairs, 1824–1886” (Lettere inviate dall’Ufficio per gli Affari Indiani), anch’essa microfilmata e successivamente digitalizzata. Tali lettere in uscita sono organizzate in ordine cronologico e ogni volume contiene un indice dei destinatari. Grazie a questo indice, notiamo che il Commissario scrisse ad Adams due volte dopo l’invio della lettera summenzionata: l’11 giugno per comunicargli la nomina di Henry Bond come suo successore e il 15 giugno in merito alla visita di un ufficiale del Corpo del Genio. Tutto qui.Da questa serie emerge ovviamente che il Commissario non nutriva alcun interesse per la vicenda di Packer.
“Big Phil”, un altro cannibale del Colorado
Purtroppo non esistono foto e nessuna documentazione Ufficiale al riguardo di Big Phil, solo le tradizioni orali tramandate di generazione in generazione fino ai giorni nostri. Si dice che sui gusti non si discuta, e ciò vale a maggior ragione per chi si avventura nel cannibalismo. “Big Phil” Gardner era uno degli uomini più temuti del West. Secondo la leggenda, Gardner collezionò 29 scalpi e fu “una delle figure più singolari mai conosciute nelle pianure o sulle Montagne Rocciose.” Guidò la Cavalleria in qualità di esploratore durante la battaglia di Ash Hollow nel 1855, divenne una leggenda della frontiera per via del cannibalismo e fu persino nominato capo tribù dagli Arapaho. Il 3 settembre 1855, l’esercito Statunitense sferrò un attacco contro un accampamento di Sioux Sicangu e Oglala presso Bluewater Creek, appena a nord di Lewellen, in Nebraska.
I 600 soldati massacrarono oltre 86 Nativi Americani, in gran parte donne e bambini. Molti altri furono fatti prigionieri e costretti a marciare fino a Fort Laramie, nel Wyoming. Gli eventi del 3 settembre 1855 avevano avuto origine l’anno precedente, a causa di quello che gli storici definiscono l’“incidente della mucca dei Mormoni.” La caccia eccessiva ai bisonti e una grave siccità avevano creato condizioni disperate nelle Grandi Pianure. Nell’agosto del 1854, una mucca appartenente a una carovana di Mormoni finì perché sottratta o perché si era allontanata da sola in un accampamento Lakota. Un Generale dell’esercito reagì inviando una brigata di soldati con l’intento di effettuare un arresto. I Lakota opposero resistenza, uccidendo 29 soldati.
La risposta dell’esercito fu quella di inviare “l’ufficiale più imponente, spietato e feroce che riuscissero a trovare”: è a questo punto che entra in scena il Generale William Harney (1800 – 1889), ha spiegato Tamara Cooper, Storica e sovrintendente dell’ “Ash Hollow State Park.” “Fu un attacco a sorpresa”, ha detto Cooper. “Harney fece avanzare le sue truppe a cavallo lungo il versante Orientale per poi scendere da Nord verso gli accampamenti; fu una distruzione totale.” Alla fine, 86 persone tra uomini, donne e bambini furono uccise, un numero imprecisato subì ferite mortali e 78 furono condotte prigioniere a Fort Laramie. Tra i sopravvissuti vi erano il capo Little Thunder (1820 – 1879) e il suo giovane figlio.
I soldati sottrassero oggetti ai caduti. Decine di beni appartenuti ai Lakota furono raccolti da un Topografo Militare che, in seguito, li donò allo “Smithsonian”, dove rimasero nei depositi per oltre un secolo.
L’insediamento umano nell’attuale Wyoming Sud-Orientale ebbe inizio almeno 10.000 anni fa, sebbene la presenza umana potrebbe risalire a oltre 40.000 anni fa. Intorno al 1700, le principali tribù native della zona erano: i Crow, i Kiowa, i Gataka, gli Shoshoni e i Comanche. Tuttavia, verso il 1780, molte di queste tribù furono spinte verso sud e verso Ovest dall’arrivo nell’area di Lakota, Cheyenne e Arapaho. Queste ultime tribù stavano fuggendo dalla “Confederazione Irochese”, proveniente da Est, che compiva incursioni nei loro villaggi per incrementare la propria popolazione. L’adozione del cavallo rese le popolazioni native più nomadi proprio mentre, all'inizio dell’Ottocento, i cacciatori di pellicce Europei e Americani iniziavano a penetrare nella regione. Oltre venticinque tribù diverse commerciavano pellicce, merci e armi prima a Fort William, poi a Fort John e infine a Fort Laramie. Nel 1851, a circa trenta miglia a est di Fort Laramie, fu firmato il Trattato di Horse Creek, volto a tutelare le terre dei Nativi e gli immigrati diretti a Ovest. Il trattato fu violato dagli Stati Uniti e non venne mai ratificato dal Congresso, rimanendo di fatto privo di valore legale. Nel 1868, gli Stati Uniti e diversi capi nativi tra cui Red Cloud (1822 – 1909). vincitore del conflitto noto come “Guerra di Nuvola Rossa” (1865-1868) firmarono il Trattato di Fort Laramie. L’accordo imponeva ai nativi di rimanere a Nord del fiume Platte e istituiva la Grande Riserva Sioux. Ai Nativi fu vietato di tornare a Fort Laramie e, negli anni Settanta dell’Ottocento, centinaia di soldati di stanza al forte furono inviati verso nord per attaccare i villaggi e gli accampamenti Indigeni che non si attenevano alle disposizioni del trattato. Intorno al 2015, un discendente del generale Harney e i discendenti del capo Little Thunder unirono le forze in una missione ardua: ottenere la restituzione ai Lakota degli oggetti sottratti. Paul Soderman si trovava accanto a Karen Little Thunder e a suo cugino Phil Little Thunder, nei pressi del centro visitatori di Ash Hollow. Una folla di oltre 50 persone si era radunata attorno a loro.
Storici, membri della comunità, familiari e rappresentanti della tribù si erano riuniti sotto il sole di inizio autunno per celebrare la restituzione degli oggetti Lakota. “Mi chiamo Paul Harney Soderman”, si è presentata. “Il mio antenato era il generale Harney. Lavoriamo da moltissimi anni per trasformare, direi, il veleno in medicina.” Karen Little Thunder ha affermato che, quando nel 2010 si recò allo “Smithsonian” per vedere quei beni, l'idea della restituzione non le aveva nemmeno sfiorato la mente. Quando, qualche anno più tardi, la famiglia Little Thunder e Soderman chiesero la riconsegna degli oggetti, la risposta fu un secco "no!".
Una lettera scoperta di recente, inviata dal fondatore dello “Smithsonian” Joseph Henry (1797 – 1878) al Generale William Sherman (1820 – 1891), faceva riferimento a questi oggetti e dimostrava che erano stati sottratti come bottino in seguito al “Massacro di Bluewater.” I familiari di Little Thunder hanno quindi dimostrato la loro discendenza dal Capo Little Thunder e, il mese scorso, si sono riuniti nella Riserva di Rosebud per condividere la notizia: gli oggetti sarebbero tornati a casa. Sessantanove oggetti sono stati restituiti alla famiglia Little Thunder e saranno gestiti legalmente da un’organizzazione “no-profit” denominata “Ancestral Healing Circle.” È ancora in fase di definizione un piano a lungo termine per la loro destinazione finale, ma per almeno il prossimo anno saranno custoditi presso l’“Ash Hollow State Historical Park”, dove i membri della tribù Lakota potranno vederli. Phil Little Thunder considera la restituzione di questi oggetti un piccolo passo in un percorso più ampio volto a onorare le vittime del massacro di Bluewater. “Li abbiamo riportati a casa per farli ricongiungere, un giorno, con i resti che riposano nella valle”, ha detto Phil Little Thunder. “Non accadrà l’anno prossimo, forse ci vorrà ancora molto tempo, ma questo è l’inizio del nostro percorso di guarigione qui a Rosebud, nel South Dakota, per la nostra tribù Lakota. Il nostro popolo è stato massacrato, ma nessuno viene dimenticato. È giunto il momento di onorare i nostri antenati.” Big Phil visse sia a contatto con i Nativi Americani che in conflitto con loro, e si diceva che parlasse ogni lingua Indigena conosciuta. Si narra che Gardner abbia commesso ogni sorta di crimine, pur senza mai tradire un amico.
Elencò diverse sue celebri conoscenze, tra cui Jean Léonard Marie Poiseuille (1797 – 1869), James Beckwourth (1798 – 1866) e forse il più famigerato di tutti “Big Phil”, alias Charles Gardner. Iniziò quindi a raccontare le gesta di un personaggio fuori dal comune, capace di spezzare la schiena a un carceriere e di attraversare la frontiera portando con sé un paio di gambe mozzate. L’anziano sconosciuto descrisse Big Phil come un uomo alto circa un metro e novantasei, pesava oltre cento chili, portava i capelli lunghi senza cappello e una folta barba ispida. Gardner era nato a Philadelphia e condannato all’ergastolo dopo aver ucciso una persona durante i disordini scoppiati in città nel 1844. Alcuni sostenevano che fosse evaso dopo aver spezzato la schiena al suo carceriere colpendolo col ginocchio, mentre racconti successivi arrivarono ad affermare che avesse addirittura spezzato in due l’uomo. Secondo un articolo del “Rocky Mountain News” del 3 gennaio 1887, tentò di raggiungere una carovana di Mormoni, ma arrivò con tre giorni di ritardo. Mentre cercava di raggiungerla, si unì a due disertori dell’esercito nei pressi di Fort Leavenworth.
Alla fine raggiunse la carovana Mormone ad Ash Hollow, lungo il fiume Platte, dove ricevette il battesimo nella “Chiesa dei Santi degli Ultimi Giorni.” La nostra storia riprende con i ricordi di Edward Wynkoop, celebre pioniere del Colorado e anch’egli originario di Philadelphia, che incontrò Gardner nell’inverno tra il 1858 e il 1859, poco dopo che questi si era stabilito in Colorado. Wynkoop trovò Gardner che viveva con le sue due mogli e diversi figli in un accampamento Arapaho lungo il fiume South Platte. Wynkoop ricordava solo gentilezza e generosità da parte di Gardner e raccontò di essere stato accolto nella tenda e rifocillato con abbondanza di cibo. Tuttavia, riferì anche un episodio raccontatogli da Gardner riguardo a un incarico assunto dopo il suo arrivo a Fort Laramie. Il Generale Harney aveva inviato lui e una guida Nativa Americana a consegnare dei dispacci a un accampamento dell’esercito. Poco dopo aver lasciato il Forte, i due uomini si ritrovarono nel bel mezzo di una violenta tempesta di neve; persero la pista e le provviste, vagando per giorni. Secondo il racconto di Gardner, sorprese il compagno, ormai allo stremo per la fame, mentre stava per avventarsi su di lui armato di coltello. Ne seguì una colluttazione, al termine della quale Gardner uccise l’uomo. Gardner si sfamò quindi con i resti del compagno e portò con sé due gambe per proseguire il viaggio. Giunto a destinazione, raccontò l’accaduto e mostrò le gambe, dicendo: “Come vedete, mi sono rimaste delle provviste.” Com’era prevedibile, la leggenda si ingigantì e una storia apocrifa arrivò persino ad attribuirgli l’omicidio e il cannibalismo ai danni della moglie Arapaho, Klook, per riuscire a sopravvivere a un inverno particolarmente rigido. Sebbene Wynkoop considerasse “Big Phil” un amico cordiale e affidabile per molti anni, William Byers raccontava una storia diversa. Byers, fondatore del “Rocky Mountain News”, sosteneva che Gardner si vantasse del proprio cannibalismo, arrivando persino a confidargli di preferire mani e piedi, poiché riteneva il resto del cadavere troppo duro e ricco di cartilagine. Come accade per tante storie di frontiera, vi è quasi certamente un fondo di verità, ma probabilmente non saremo mai in grado di verificarne i dettagli marginali. Allo stesso modo, circolano molte versioni sulla morte di “Big Phil”, ma nessuna è stata confermata. Inoltre, in un memoriale fraudolento attribuito al “Capitano William F. Drannon” (pseudonimo di una certa signora Belle H. Drannon-Brown), si sosteneva che Gardner avesse cavalcato al fianco di Kit Carson (1809 – 1868).
L’aspetto più triste della smentita di questa storia (operata da W. N. Bate nel 1954) è la perdita di una splendida frase che Kit Carson avrebbe rivolto a Gardner: “Se mai dovessimo trovarci insieme tra le montagne a corto di provviste, ti sparerei proprio come farei con un lupo,” Mentre ci avviamo alla conclusione della storia di “Big Phil” il cannibale, torniamo al pubblico rapito nel salotto del Brunswick Hotel. Quando l’anziano sconosciuto proveniente dalla California ebbe terminato il suo racconto, nella stanza calò il silenzio.
Quel silenzio fu interrotto dall’intervento del Generale David J. Cook (1842 – 1907), Marshal di Denver ed ex Generale della Milizia del Colorado. Il generale Cook dichiarò: “Mi sono imbattuto in un caso simile nel ’64,” Nel corso dei numerosi scontri avvenuti durante le Guerre Indiane, gli uomini di Cook si erano ritrovati senza carne per trenta giorni. Quando gli uomini, affamati, si imbatterono in alcuni “Indiani arrostiti” giacenti accanto ad alcune case bruciate, Cook ammise che tutti ne avevano mangiato un po', dichiarando: “Era davvero buono.” È evidente che molte di queste storie siano state in parte ingigantite, ma appare altrettanto chiaro quanto tale pratica fosse relativamente diffusa, specialmente nelle aree caratterizzate da una natura inospitale. Allo stesso modo, sebbene rappresenti un grave tabù nella maggior parte delle Culture, il Cannibalismo è un fenomeno che ricorre costantemente attraverso le diverse civiltà e nel corso del tempo. Sebbene la prima menzione di “Big Phil” risalga a un articolo del “Rocky Mountain News” del 1860.
“Il Cannibale del Kentucky”
Henry Plummer (1832 – 1864) potrebbe essere definito un buon esempio di gentiluomo disperato, se una cosa del genere fosse possibile; un uomo dotato di una certa raffinatezza e certamente uno che, in un contesto diverso, avrebbe potuto condurre una vita diversa. Fu un cercatore d’oro, sceriffo e fuorilegge nel West Americano tra il 1850 e il 1860, noto per aver assassinato diversi uomini. Fu eletto sceriffo di quello che allora era Bannack, nel Territorio dell’Idaho, nel 1863, carica che mantenne fino al 1864. Durante questo periodo, fu accusato di essere a capo di una banda di fuorilegge conosciuta come “Gli Innocenti”, che attaccava i carichi di merci tra Virginia City, allora Territorio dell’Idaho, e altre regioni. Gli “Innocents” erano una presunta banda di fuorilegge attiva nel Territorio del Montana durante la corsa all’oro degli anni ‘60 dell’Ottocento; essi assaltavano i convogli e i viaggiatori che trasportavano oro tra Bannack e Virginia City.
La banda era presumibilmente guidata da Henry Plummer (1832 – 1864), che ricoprì la carica di sceriffo di Bannack dal 24 maggio 1863 al 10 gennaio 1864. Questo spietato gruppo di briganti terrorizzava le vie di comunicazione, depredando diligenze, carovane di merci e, in particolare, i carri che trasportavano il minerale aurifero. Nel corso di questi crimini violenti, persero la vita quasi cento persone. Alla fine, nella vicina Virginia City si formò un gruppo di uomini che si autodefinì “Comitato di Vigilanza” (Vigilante Committee), deciso a farsi giustizia da sé.
Sembra che ogni Stato abbia un Corpo di Forze dell’Ordine dalla Storia leggendaria. C’erano i Texas Rangers; nel Montana c’erano i Vigilantes. Di recente mi sono imbattuto in una Storia interessante su questi Vigilantes del Montana, costituitisi nel dicembre del 1863. Ma prima, ecco un quadro della situazione che dovettero affrontare in quel periodo: fuorilegge, rapinatori e assassini imperversavano nel Territorio del Montana. I Tribunali esistenti avevano poteri assai limitati nei remoti accampamenti minerari; la giustizia ammesso che se ne potesse ottenere uma veniva amministrata perlopiù dai cosiddetti “Tribunali dei minatori”, Istituzioni spesso deboli le cui sentenze risultavano difficili da far rispettare. Un gruppo di uomini provenienti da tre delle principali città del Montana tenne una riunione clandestina nel negozio di John Lott, a Virginia City, dando vita a questa organizzazione segreta.
Nel giro di due anni, i loro ranghi crebbero fino a contare oltre duemila uomini. L’obiettivo principale dei Vigilantes era liberare il territorio da una banda di fuorilegge nota come gli “Innocents”; essi imposero una Giustizia severa agli elementi indesiderati del giovane Territorio del Montana. I Vigilanti arrivarono a radunare oltre 500 uomini e bloccarono gli accessi a Virginia City per catturare i membri della banda. Tra il dicembre 1863 e il febbraio 1864, il Comitato giustiziò 23 presunti membri del gruppo.
Il 10 gennaio 1864, Henry Plummer fu impiccato alla stessa forca che aveva fatto costruire in precedenza per un altro caso. Oltre 5.000 persone si radunarono per assistere alle esecuzioni dei membri della banda. L’ultimo uomo impiccato dai Vigilanti potrebbe non aver fatto altro che esprimere l’opinione che alcuni dei giustiziati in precedenza fossero innocenti. Oggi, la colpevolezza di Henry Plummer è oggetto di contestazione: molti ritengono che i crimini siano stati in realtà commessi dallo stesso “Comitato di Vigilanza” e che Plummer e gli “Innocents” siano stati uccisi per coprire i misfatti dei Vigilanti. Plummer fu sottoposto a un processo farsa postumo nel 1993, che si concluse con un annullamento del processo. Questo è ciò che penso e dico... il Selvaggio West è e sarà sempre una scatola infinita di sorprese! Per contrasto, se non altro, possiamo prendere il caso di Levi Boone Helm, uno dei membri della banda di Plummer, che era l’opposto di Plummer in tutto tranne che nella propensione a rapinare e uccidere. Boone Helm era malvagio, e nulla avrebbe potuto renderlo diverso. Era, per nascita ed educazione, volgare, rozzo, crudele, animalesco e completamente depravato, e per lui nessun altro nome se non quello di delinquente può essere appropriato. Helm nacque nel Kentucky, ma la sua famiglia si trasferì nel Missouri durante la sua prima giovinezza, quindi il ragazzo crebbe al confine tra la civiltà e la frontiera selvaggia, poiché questo era circa il periodo in cui il vecchio Santa Fe Trail stava per terminare, e le città di Independence e Westport inviavano ancora i loro convogli di carri verso le remote regioni montuose. Quando Boone Helm raggiunse l’età adulta, poco dopo il suo matrimonio, scoppiò la grande corsa all'oro in California e lui si unì alla corsa verso Ovest. Era già un assassino e godeva già della reputazione di uomo rissoso e pericoloso. Di corporatura robusta e temperamento irascibile, non si dilettava in nulla più che in imprese di forza, abilità e audacia. La sua comunità era ben lieta di essere derisa da lui, come del resto tutte le comunità in cui aveva vissuto. Helm continuò a seguire il percorso di vita che gli era stato tracciato fin dalla nascita nelle miniere d’oro della California.
Lì incontrò uomini come lui ed era sempre pronto a battersi a duello. In questo modo uccise diversi uomini, nessuno sa quanti, ma questo genere di cose era così comune a quei tempi che non suscitava particolare scalpore. Dev’essere stato un omicidio spietato quello che, alla fine, lo spinse a fuggire dalla costa per sfuggire alla vendetta dei minatori. Si diresse a Nord e a Est, seguendo la moda del momento, seguendo il “boom” minerario Californiano, e nel 1853 era diretto verso le zone aurifere montane, quando risulta essere arrivato a “The Dalles”, in Oregon. Lui e una mezza dozzina di compagni, che aveva incontrato lungo il cammino e che per lo più non si conoscevano, partirono alla volta di Fort Hall, in Idaho, con l’intenzione di raggiungere da lì una località a Sud di Salt Lake City.
L’inizio del terribile inverno montano colse questi uomini da qualche parte a ovest della catena principale dell’Oregon orientale, nel cuore di una regione montuosa aspra come poche altre del West. Erano a cavallo e quindi potevano portare con sé poche provviste, ma in qualche modo riuscirono ad addentrarsi sempre più tra le montagne fino a raggiungere il fiume Bannack, dove furono attaccati dagli Indiani e inseguiti in una terra sconosciuta a tutti. Alla fine, arrivarono a est fino a Soda Springs, sul fiume Bear, dove si trovavano in un territorio a loro familiare. A quel punto, però, i loro cavalli erano esausti e le provviste finite. Uccisero i cavalli, fabbricarono racchette da neve con le pelli e cercarono di raggiungere Fort Hall. La spedizione si trovò ora costretta a una di quelle terribili e disperate marce nella natura selvaggia, di quelle che a volte vengono narrate nelle cronache del West. Ciò significava che i più deboli sarebbero periti sul posto. La forza di Helm e di un altro, Burton, permise loro di proseguire, lasciando i compagni indietro tra le montagne. Quasi a portata di mano di Fort Hall, Burton cedette e fu lasciato indietro in una capanna abbandonata. Helm proseguì fino alla vecchia palizzata, ma la trovò anch’essa abbandonata per la stagione invernale e non riuscì a trovare cibo. Tornò quindi dove aveva lasciato Burton e, secondo il suo racconto, stava cercando legna per accendere un fuoco quando udì uno sparo di pistola e, al suo ritorno, scoprì che Burton si era suicidato. Rimase in quel luogo e, come una iena affamata, si avventò sul cadavere del suo compagno. Raggiunse una gamba del corpo e poi, avvolgendo l’altra in un pezzo di una vecchia camicia, se la gettò sulla spalla e proseguì verso Est. Prima di questo episodio, durante la marcia, aveva dichiarato al gruppo di aver praticato il cannibalismo in passato e si era offerto di farlo di nuovo se necessario durante questo viaggio attraverso le montagne. La sua calma minaccia si rivelò ora fondata. Helm fu trovato per l’ultima volta in un accampamento Indiano da John Wesley Powell (1834 – 1902), che apprese che era un tipo duro come pochi altri. Ciononostante, si prese cura di Helm, gli diede cibo e vestiti e lo accompagnò negli insediamenti intorno a Salt Lake.
Powell scoprì che Helm aveva una borsa contenente oltre 1.400 dollari in monete, che aveva portato con sé attraverso lo spartiacque nonostante tutte le difficoltà. Non accettò alcun compenso da Helm, e quest’ultimo non lo ringraziò nemmeno per la sua gentilezza, abbandonandolo non appena raggiunse gli insediamenti Mormoni. Qui, il delinquente abbandonato si vantò delle sue imprese e si dedicò brevemente ai piaceri tipici della vita di strada che conduceva in città. Spese i suoi soldi, si offrì come servitore di Dan, uccise un paio di uomini che i mormoni volevano allontanare e ben presto la situazione degenerò a tal punto da dover andarsene. Ancora una volta, si diresse a Ovest verso la California e ancora una volta, da San Francisco, fece ritorno a Nord per motivi che riteneva soddisfacenti. Mentre si trovava in California, come si scoprì in seguito, tentò di rapinare e uccidere un uomo in un ranch isolato che lo aveva accolto e gli era diventato amico quando era in difficoltà e in fuga dalla vendetta. Non mostrò alcuna gratitudine, a prescindere da ciò che gli fosse stato fatto o da quanto fosse disperata la sua situazione. In Oregon, Helm tornò alle rapine come suo solito mezzo di sostentamento e in questo periodo della sua vita uccise diversi uomini, ma il loro numero esatto non sarà mai noto. Nel 1862, quando i giacimenti auriferi di montagna cominciavano ad attirare folle di minatori, era naturale che Boone Helm arrivasse a Florence. Qui, uccise un uomo a sangue freddo, per tradimento, mentre il suo nemico era disarmato, dopo che la loro lite era stata risolta. La vittima era “Dutch” Fred, un uomo con la reputazione di essere un combattente, ma che non aveva mai offeso Helm, il quale lo uccise su istigazione di un nemico della vittima e forse su commissione. Sparò a Fred mentre quest'ultimo lo guardava dritto negli occhi, disarmato, e, mancandolo con il primo colpo, prese la mira con il secondo e lo uccise a sangue freddo. Questo fu un episodio grave persino per Florence, e fu costretto ad andarsene. Quell’autunno, si diresse molto più a Nord, sul fiume Fraser, nella Columbia Britannica. Qui, fu nuovamente costretto ad affrontare la pericolosa marcia a piedi nella natura selvaggia, e qui, ancora una volta, si macchiò del corpo del suo compagno, che si presume avesse ucciso. Le autorità britanniche lo rimandarono indietro e per un certo periodo il suo corpo fu custodito a Portland, in Oregon. In seguito, fu processato a Florence per l’omicidio di “Dutch” Fred, ma i testimoni erano scomparsi e l’interesse per il crimine era svanito da tempo a causa di altri delitti più recenti. Helm sfuggì alla Giustizia e si presume si sia rifugiato in Texas, ma ben presto ricomparve nei vari insediamenti menzionati nelle pagine precedenti, spostandosi da uno all’altro. Uccise molti altri uomini; il numero totale non fu mai saputo con certezza. Il coraggio e la tenacia di Boone Helm testimoniavano la precarietà della sua vita. Tre uomini dei Vigilantes si occuparono del pericoloso compito di arrestarlo, accerchiandolo mentre parlava per strada. “Se avessi avuto una possibilità”, disse, “o se avessi immaginato cosa stavate tramando, non mi avreste mai preso.” Affermò di non sapere cosa gli venisse richiesto quando fu condotto davanti ai Giudici del Tribunale dei Vigilantes e dichiarò solennemente di non aver mai ucciso nessuno in vita sua! Lo costrinsero a baciare la Bibbia e a giurare su di essa più e più volte, per vedere fino a che punto si sarebbe spinta la sua anima spergiura e depravata. Anzi giurò sulla Bibbia con perfetta calma! Questo non smuoveva i suoi rapitori; Helm non si aspettava certo che lo facessero. Chiamò da parte uno di loro che conosceva, rifiutò di parlare con un ecclesiastico e confessò omicidi commessi in Missouri e in California; ammise di essere stato incarcerato una o due volte, ma negò di essere stato un bandito di strada. Accusò alcuni dei suoi amici più intimi di quest’ultimo crimine. Jack Gallager, anch’egli in arresto, lo sentì autoincriminarsi e incriminare altri membri della banda, insultandolo pesantemente e dicendogli che meritava la morte. “Ho visto la morte in tutte le sue forme”, disse Helm con freddezza, “e non ho paura di morire.” Chiese poi un bicchiere di whisky, come molti di questi assassini quando furono condotti al patibolo. Da quel momento in poi, rimase calmo e indifferente, mostrando un’aria degna di chi ambisce a essere considerato completamente malvagio. A Virginia City si erano radunati 6.000 uomini per assistere all’esecuzione di questi criminali, che venivano rapidamente radunati e impiccati dai cittadini. Il luogo dell’esecuzione era un edificio di tronchi incompiuto. Le corde venivano fatte passare sopra la trave di colmo e, poiché la facciata dell’edificio era aperta, si poteva osservare completamente l’assassino mentre si trovava sulle casse predisposte per le impiccagioni. Boone Helm guardò i suoi amici sul patibolo e disse a Jack di “smetterla di agitarsi tanto.” “Non serve avere paura di morire”, disse, e in effetti, probabilmente non era mai vissuto un uomo più devoto a ogni forma di paura. Non dava valore né alla vita degli altri né alla propria. Vedeva che la fine era giunta e non gli importava del resto. Aveva un dito dolorante, fasciato, e questo sembrava preoccuparlo più di ogni altra cosa. C’era stato un ritardo nelle confessioni e nell’estrema unzione di coloro che pregavano per i condannati, e questo sembrava irritare Boone Helm. “Per l’amor di Dio”, disse, “se avete intenzione di impiccarmi, voglio che lo facciate e che la finiate. Altrimenti, voglio che mi leghiate un dito.” “Dammi quel cappotto, Jack”, disse a Jack Gallager mentre quest’ultimo veniva spogliato per il cappio. “Non ti servirà adesso”, rispose Jack Gallager, che stava morendo bestemmiando. Proprio in quel momento, George Lane, uno dei condannati a morte, saltò giù dal suo banco per conto suo. “Ecco uno che è andato all’inferno”, commentò filosoficamente Boone Helm. Jack Gallagher fu impiccato subito dopo e, mentre si dimenava, il suo ex amico lo osservava con calma. “Dai, scalcia pure, vecchio mio”, disse Boone Helm. Poi, come se avesse improvvisamente deciso di farla finita, commentò: “Ora tocca a me. Sarò all’inferno con te tra un minuto!” Boone Helm era un Confederato, e un Confederato rancoroso, e questo a quanto pare lo accompagnò fino alla fine. “Ognuno per i suoi principi”, gridava. “Evviva Jeff Davis! Scatenate la sua furia!” Spruzzò la vernice sulla scatola e concluse, in modo assolutamente brutale e sconsiderato.
La strana e bizzarra vita e morte di Elmer McCurdy
Elmer McCurdy nacque nel 1880 a Washington, nel Maine, figlio illegittimo della diciassettenne Sadie McCurdy. Si ritiene che suo padre fosse il cugino di Sadie. Elmer fu cresciuto dal fratello di Sadie, George, e dalla cognata, Helen, fino a quando la morte dello zio per tubercolosi nel 1890 lo costrinse a trasferirsi a Bangor. Lì scoprì la sua vera paternità la zia e la madre si erano scambiate i ruoli per salvare le apparenze e iniziò la sua dipendenza dall’alcol, che lo accompagnò per tutta la vita, bevendo per il risentimento verso l’inganno che percepiva come un tradimento. A seguito di una rissa in un bar in cui era ubriaco, l’adolescente Elmer andò a vivere con il nonno, che gli procurò un apprendistato come idraulico, garantendogli una vita agiata. All’inizio del secolo, oppresso dalla recessione in corso e dopo la morte improvvisa della madre e del nonno, Elmer decise di intraprendere la propria strada. Ha vagato lungo la costa Orientale prima di dirigersi verso Ovest, probabilmente viaggiando clandestinamente sui treni merci in cerca di lavoro. Lavorò come apprendista idraulico e minatore, e prestò servizio nell’esercito degli Stati Uniti dal 1907 al 1910, periodo in cui imparò a maneggiare la nitroglicerina. Mentre si trovava in Kansas, Elmer pensò di poter sfruttare le competenze acquisite con la nitroglicerina per rapinare dei treni. Nel marzo del 1911, insieme ad altri tre uomini, tentò di rapinare un convoglio della Mountain-Missouri Pacific, avendo saputo che trasportava una cassaforte contenente 4.000 dollari. Dopo aver fermato il treno e individuato la cassaforte, McCurdy si mise all’opera per applicare la nitroglicerina allo sportello. Tuttavia, come gli accadeva spesso per eccesso di zelo, ne usò una quantità eccessiva: non solo distrusse completamente la cassaforte, ma fece a pezzi anche gran parte del denaro, riuscendo a recuperare solo una minima frazione delle banconote che erano state letteralmente polverizzate dall’esplosione. Nel settembre del 1911, Elmer tentò un nuovo colpo ai danni della Citizens Bank a Chautauqua, in Kansas. Dopo aver impiegato due ore per aprire un varco nel muro della banca a colpi di martello, McCurdy piazzò una carica di nitroglicerina attorno alla porta esterna del “caveau.” L’esplosione scagliò la porta attraverso i locali della banca, devastando gli interni, ma non danneggiò la cassaforte custodita all'interno del “caveau.” McCurdy provò quindi a far saltare lo sportello della cassaforte con la nitroglicerina, ma la carica non si innescò. Si limitò allora a svuotare il cassetto della cassa, prelevando 150 dollari, e si diede alla fuga; si nascose in un fienile, dove trascorse alcune settimane bevendo smodatamente. Ma Elmer non aveva intenzione di arrendersi. Forse chissà la terza volta sarebbe stata quella buona. Il 4 ottobre 1911, McCurdy pianificò di rapinare un treno della linea “Katy” vicino a Okesa, in Oklahoma, dopo aver saputo che trasportava 400.000 dollari in contanti destinati ai pagamenti per la Nazione Osage. Tuttavia, per errore, McCurdy finì per bloccare un treno passeggeri. Il suo bottino consistette in 46 dollari sottratti all’addetto alla posta, due damigiane di whisky, una pistola automatica, un cappotto e l'orologio del capotreno. Un articolo di giornale descrisse in seguito la rapina come: “Una delle più misere nella storia degli assalti ai treni.”
Tre giorni dopo, una squadra composta da tre sceriffi, aiutata da cani molecolari, rintracciò McCurdy nel fienile dove l’uomo stava bevendo ancora una volta. Fu ucciso da un colpo di pistola al petto mentre giaceva sul fieno. Così si concluse la vita di Elmer McCurdy. Il corpo di Elmer McCurdy fu portato alla Johnson Funeral Home di Pawhuska, Oklahoma, dove venne pulito e imbalsamato. Dopo un pò di tempo, non vedendo nessuno reclamare la salma, il proprietario dell’impresa funebre notò che l’imbalsamazione di McCurdy era quasi perfetta e iniziarono a circolare voci sul “fuorilegge imbalsamato.” Desideroso di guadagnare qualcosa dal cadavere non reclamato, il becchino iniziò a esporre la salma e a far pagare un biglietto d’ingresso ai curiosi. Per cinque centesimi a persona, si poteva visitare e ammirare il cadavere di McCurdy. Arrivavano persino a mettere le loro monetine da un centesimo e da cinque centesimi in bocca come pagamento. Venne soprannominato “Il bandito che non si arrendeva mai” e veniva esposto in un angolo dell’impresa funebre con un fucile in mano. Alcune storie narrano addirittura che i figli del becchino gli mettessero i pattini a rotelle ai piedi e lo portassero in giro per la città. Non riesco a trovare prove concrete di questo particolare aneddoto, ma non è molto lontano dal modo in cui fu trattato il corpo di Elmer. Questa situazione continuò fino al 1922, quando due uomini si presentarono all’impresa di pompe funebri affermando di essere i fratelli del defunto. In realtà, quelli “fratelli” erano Charles e James Patterson, proprietari del “Great Patterson Traveling Circus.”
La popolarità dell’attrazione dell’impresa di pompe funebri li aveva spinti a rubare il cadavere e a esibirlo nei circhi. Il cadavere di McCurdy divenne un’attrazione di punta del suo spettacolo di curiosità umane presentato come: “Il fuorilegge che non si sarebbe mai fatto catturare vivo” fino al 1922, quando Patterson vendette l’attività a un “Museo del Crimine” itinerante che esponeva riproduzioni in cera di celebri fuorilegge come Bill Doolin e Jesse James. Nel corso degli anni, il corpo di McCurdy fu utilizzato come cattivo in diverse attrazioni a tema western e cowboy. Nel 1922, uno dei giostrai che “possedeva” il cadavere di McCurdy lo usò come garanzia per un prestito che non riuscì a rimborsare. Così, il corpo di Elmer passò nelle mani di Louis Sonney, che lo aggiunse al suo “Museo del Crimine” itinerante. Nel 1933, il corpo di Elmer ormai mummificato dall’arsenico fu acquisito dal regista Dwain Esper per promuovere il suo film “Narcotic”.
Elmer veniva esposto nell’atrio dei cinema come un “morto tossicodipendente”; Esper sosteneva che l'uomo si fosse suicidato mentre era circondato dalla polizia, dopo aver rapinato una farmacia per finanziare la propria dipendenza. A quel punto, la pelle del corpo di McCurdy si era raggrinzita e indurita. Il regista affermava che lo stato di deterioramento della pelle fosse la prova dell’abuso di stupefacenti da parte del presunto tossicodipendente.
Nel 1964, il cineasta David F. Friedman prese in prestito Elmer per farlo apparire brevemente nel film del 1967 “She Freak.” Nel 1968, il corpo di Elmer, insieme a diverse figure di cera, fu venduto per 10.000 dollari all’Hollywood Wax Museum. Durante il periodo di esposizione, la salma subì dei danni: si spezzarono le punte delle orecchie, oltre ad alcune dita delle mani e dei piedi. Elmer fu quindi giudicato “troppo macabro e non abbastanza realistico per il museo delle cere. Successivamente, un parco divertimenti di Long Beach, in California, acquistò i resti di Elmer. Nel 1976, Elmer si trovava appeso all’interno dell’attrazione “Laff in the Dark.” Hollywood sarebbe arrivata molto presto!
Nel 1976, la troupe della serie “L’uomo da sei milioni di dollari” stava girando alcune scene dell’episodio intitolato “Carnival of Spies” in un parco divertimenti di Long Beach. Capite dove voglio arrivare? Un addetto agli oggetti di scena spostò un “manichino di cera” che penzolava da una forca. Immaginate la sua reazione quando il braccio di Elmer si staccò, rivelando ossa e tessuto muscolare! Santo cielo! Avrei avuto bisogno dello “psicologo da sei milioni di dollari” per superare un trauma del genere! Fu chiamata la polizia ed Elmer, insieme al suo braccio, venne trasferito all’ufficio del Medico Legale di Los Angeles. L’autopsia rivelò che Elmer era morto a causa di un colpo d’arma da fuoco al petto. Ma questo lo sapevamo già, vero? Il corpo era stato ricoperto di cera, dipinto e imbalsamato. Il cadavere era completamente pietrificato e ricoperto di cera; la mummia pesava appena 23 chilogrammi circa. Le autorità iniziarono a ricomporre questo intricato puzzle: identificarono il tipo di proiettile che lo aveva ucciso e il periodo in cui era stato in uso. Trovarono nella sua tasca il tagliando d’ingresso del “Museum of Crime” (Museo del Crimine). Contattarono un parente dell’uomo che gestiva quell’attrazione, il quale confermò che il corpo apparteneva a Elmer McCurdy. Venne interpellato un Antropologo Forense: furono eseguite delle radiografie del cranio di Elmer e sovrapposte a una sua fotografia di quando era in vita. Nel giro di pochi giorni, la storia finì sui giornali. In molti si offrirono di seppellire Elmer, ma la polizia voleva prima trovare un parente in vita. È proprio così che era iniziato tutto quel pasticcio! Alla fine, il medico legale capo di Los Angeles acconsentì a concedere all’associazione “Indian Territory Posse of Oklahoma Westerns” l’onore di prendere in custodia la salma di Elmer. Il 22 aprile 1977, Elmer McCurdy fu finalmente sepolto nel cimitero di Summit View a Guthrie, in Oklahoma. Si tenne una cerimonia funebre alla presenza di circa 300 persone, al termine della quale McCurdy fu sepolto accanto a un altro fuorilegge, Bill Doolin; anni prima, la sua salma era stata esposta proprio insieme alla riproduzione in cera di quest’ultimo. Per garantire che il corpo di McCurdy riposasse in pace per sempre, la bara fu racchiusa in uno strato di cemento spesso circa sessanta centimetri. Venne donata una bella lapide in marmo recante un’iscrizione che riassumeva le molte avventure del giovane cowboy trasformatosi in rapinatore di treni. Vi si leggeva: “Elmer McCurdy. Ucciso dalla squadra dello sceriffo a Osage Hills il 7 ottobre 1911. Riportato a Guthrie, Oklahoma dalla Contea di Los Angeles, California per la sepoltura il 22 aprile 1977.” Un vecchio stivale da cowboy fa la guardia, capovolto, davanti alla lapide. Erano trascorsi quasi cento anni da quando Elmer aveva iniziato nel Maine la sua singolare odissea, un viaggio che lo avrebbe condotto attraverso un intero continente e un secolo di storia. Poteva finalmente togliersi gli stivali e riposare in pace. E, giusto per evitare strane idee a chiunque, ora riposa sotto uno strato di cemento massiccio spesso sessanta centimetri!
Il consenso Scientifico prevalente sul “Cannibalismo di Frontiera.”
Nel valutare questi casi Storici, gli esperti Forensi classificano il cannibalismo del Vecchio West quasi esclusivamente come cannibalismo di sopravvivenza (o indotto dalla carestia), distinguendolo nettamente da quello patologico o rituale.
1- Assenza di ritualità:
Gli Scienziati Forensi ricercano indicatori specifici sui resti umani per comprendere le intenzioni sottostanti. Nei casi del Vecchio West, i traumi ossei non presentano alcuna modifica rituale (come la decorazione intenzionale del cranio o la combustione cerimoniale).
2 – L’anatomia della fame:
I segni di taglio lasciati dai sopravvissuti della frontiera differiscono nettamente da quelli prodotti da macellai esperti. Si tratta di interventi pragmatici e localizzati per rimuovere la carne dalle zone più ricche di calorie (come cosce e bicipiti) al fine di restare in vita, piuttosto che di mutilazioni complesse o caotiche. In definitiva, la Scienza Forense ha trasformato la narrazione del cannibale del Vecchio West da caricatura mostruosa a realtà cruda e raccapricciante; uno squarcio oscuro su ciò che accade alla psiche e all’anatomia umana in condizioni estreme di isolamento alla frontiera e di assoluta inedia. Il ritrovamento di depositi concentrati di frammenti ossei umani e la loro interpretazione come prova di cannibalismo nel Sud-Ovest Americano pre-Ispanico hanno dato vita a un dibattito tuttora in corso tra gli archeologi. L’analisi forense delle vittime del celebre caso di Alferd Packer, avvenuto nel Colorado meridionale negli anni Settanta dell’Ottocento, offre un contributo significativo a tale discussione, fornendo dati dettagliati su traumi perimortem, segni di taglio e modalità di macellazione in un episodio ampiamente riconosciuto di omicidio di massa e cannibalismo di sopravvivenza. In particolare, i segni di taglio post-mortem rivelano una strategia di macellazione incentrata sulla separazione del tessuto muscolare per il consumo immediato; la distribuzione di tali segni era determinata sia dall'anatomia che da valori culturali. Il confronto tra questo Caso Storico e i reperti Archeologici evidenzia la necessità di un’analisi più articolata del contesto Culturale e del significato dei Casi Archeologici. L’interpretazione dei resti scheletrici umani dovrebbe muovere, a parere di chi scrive, dalla concezione del “corpo come manufatto” e da una Prospettiva Teorica fondata principalmente sull’osteologia e sul confronto con reperti zooarcheologici provenienti da contesti ecologici diversi. Tuttavia, il dibattito sul cannibalismo Anasazi trarrebbe beneficio dall’integrazione di ulteriori prospettive Antropologiche, in particolare quelle che considerano il corpo umano come veicolo di espressione di idee e Valori Culturali. Quella rudezza, quella mentalità mentalità animalesca e primitiva, quella padronanza priva di sensibilità ma capace di conseguire risultati, quell’energia inquieta e nervosa e le esigenze del corpo; quell’individualismo dominante, che opera nel Bene e nel Male; e, insieme a tutto ciò, quella ferocia e la lotta per sopravvivere che nascono dalla mente umana. Questi sono i tratti della frontiera, o tratti emersi altrove proprio in virtù della esistenza della frontiera. Il solo pensiero del cannibalismo, ovvero dell’atto di nutrirsi di carne umana, suscita brividi nei vivi. Tuttavia, la maggior parte delle persone concorderebbe sul fatto che, per quanto forte sia il tabù Culturale, i casi in cui individui si sono nutriti di cadaveri perché rappresentavano l’unica fonte di cibo disponibile per la sopravvivenza possano essere perdonati (se non dimenticati). L’esempio più celebre nella Storia Americana è quello della spedizione Donner: un gruppo di pionieri rimasti bloccati dalla neve che, tra il 1846 e il 1847, potrebbe aver fatto ricorso al consumo dei corpi dei membri deceduti. Di contro, coloro che uccidono le proprie vittime per poi cibarsene vengono guardati con particolare orrore e disprezzo.
Il cannibalismo come viene rappresentato nei film Western: personaggi ispirati a fatti Storici.
Mentre i western classici di Hollywood si attenevano solitamente ai tropi tradizionali di cowboy e fuorilegge, l’emergere moderno del sottogenere horror-western ha ripetutamente utilizzato il cannibalismo per decostruire la mitologia della frontiera, il survivalismo e i terrori della natura selvaggia. Diversi film western di spicco presentano il cannibalismo come motore narrativo centrale.
1 - Cannibal! Il musical (1993):
Prima di creare South Park, Trey Parker e Matt Stone hanno diretto questo musical indipendente a tinte fosche. Il film drammatizza direttamente la vera storia di Alfred Packer, l’unica persona nella Storia Americana condannata per cannibalismo. Il film utilizza numeri musicali “kitsch” per satirizzare la vera spedizione del 1874 in cui il gruppo di Packer si perse e rimase congelato tra le montagne di San Juan, con la conseguente cannibalizzazione dei suoi compagni.
2 - Ravenous (1999):
Diretto da Antonia Bird, Ravenous è un horror-western cult dai toni cupi e comici, ambientato durante la guerra Messicano-Americana. Trae ispirazione storica dalle tragedie reali della spedizione Donner e del famigerato “Cannibale del Colorado” Alferd Packer. La trama segue il Capitano John Boyd (Guy Pearce) in un remoto avamposto della Sierra Nevada, dove un viaggiatore racconta una storia di fame e cannibalismo forzato. Il film fonde l’horror storico di sopravvivenza con il mito del Wendigo dei Nativi Americani, inquadrando il cannibalismo come una dipendenza soprannaturale che conferisce forza e guarigione accelerata a chi lo consuma, fungendo al contempo da metafora dell’imperialismo Americano e del Destino Manifesto.
3 - Bone Tomahawk (2015):
Diretto da S. Craig Zahler, Bone Tomahawk inizia come un western tradizionale a ritmo lento, che ricorda Sentieri selvaggi, prima di trasformarsi in un horror viscerale e crudo. La narrazione segue lo sceriffo di una piccola città (Kurt Russell) che guida una squadra di soccorso in una valle proibita per liberare dei coloni rapiti da un gruppo di “trogloditi” che vivono nelle caverne. Esplicitamente distinti dalle tribù Native, questi trogloditi sono cannibali selvaggi, consanguinei e sadici. Il film è noto per il suo sangue verde brutale e senza compromessi, ottenuto con effetti speciali pratici, e per la sua cruda rappresentazione della sopravvivenza nella sua forma più animalesca e primordiale.
Ebbene, sì, cari lettori... Il Selvaggio Vecchio West con il suo lato oscuro e i suoi macabri personaggi erano molto più “diversi e unici” di quanto possiate immaginare nei suoi peggiori incubi. Diciamo chi tra cowboy, sceriffi e fuorilegge; alcuni eranno molto più affamati con i suoi “gusti esotici specifici” e preferenza per uma buona carne fresca ai loro pranzi altro che fagioli, stufati, “Pemmican” Indigena oppure le deliziose “Rocky Mountain oysters”! Mah... spero aver scritto bene per far voi comprendere un po' meglio tutto questo pasticcio sanguinario in pezzi ooppss, volevo dire in dettagli... proprio come un vero indagatore del Vecchio West... perché non c’è due senza tre... beh si fa così per dire! Cosa dire ancora? Aggiungerei soltanto che per oggi il pranzo è servito... crudo!! Bom apetite... Buon appetito... Bon appétit... Buen provecho... Enjoy...
Wilson Vieira
N.B. Trovate i link alle altre puntate della Storia del West di Viera su Cronologie e Index e nella pagina dedicata!





















































































































































