Visualizzazione post con etichetta Intervista. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Intervista. Mostra tutti i post

domenica 15 luglio 2018

DIME WEB INTERVISTA MAJO! (LE INTERVISTE LIX)


a cura di Elio Marracci

L'autore con cui dialoghiamo oggi, Mario Rossi in arte Majo, è nato a Brescia il 31 gennaio 1963. Formatosi come altri futuri colleghi alla scuderia del disegnatore argentino Rubèn Sosa, nel 1991 esordisce sulle pagine di “Full Moon Project”, della Eden/Center TV, di cui disegna il terzo episodio, Bambole, e realizza le matite del quinto, Il ponte di Angoulême. Nel 1993 presta collaborazione alla Star Comics, disegnando l’episodio Operazione Goliath scritto da Stefano Vietti per la serie “Lazarus Ledd”, creata da Ade Capone. Nel 1994, insieme con il gruppo di fumettisti bresciani con il quale collabora, riceve l’incarico dalla casa editrice perugina di creare “Hammer”, una nuova testata fantascientifica.

Majo, da "Tex Willer Blog"


Disegna e partecipa alla scrittura del primo albo, che anticipa di qualche anno temi solo in seguito approfonditi e rilanciati da cinema e letteratura. Alla chiusura prematura di “Hammer”, Majo viene arruolato in forza alla Sergio Bonelli Editore dove viene coinvolto nel "progetto Dampyr", divenendo il characters-designer dei personaggi principali e degli antagonisti e definendone gli stilemi visivi fortemente realistici. Otre che con Bonelli, ha collaborato alla realizzazione di serial, destinati al mercato francese, pubblicati dalle editrici Soleil e Glénat. È anche autore dei disegni del "Texone" dal titolo I Rangers di Finnegan, uscito il 20 giugno 2018 nelle edicole e nelle fumetterie italiane.


DIME WEB - Per i lettori che non ti conoscono potresti presentarti? In due parole chi è Mario Rossi in arte Majo?

MAJO - Ho cinquantacinque anni, ho moglie e un figlio di dieci anni e vivo in provincia di Brescia. Ho un diploma artistico e dopo la scuola ho iniziato a lavorare in pubblicità fino al 2000, quando ho abbandonato l’attività per dedicarmi completamente al fumetto, di cui mi occupavo già dal 1991.

Rubén Sosa

DW - Come si è sviluppata in te la passione per il disegno?

MAJO - È il cosiddetto “dono di natura”. Ho sempre coltivato la passione, sin da piccolo.


DW - Quando hai deciso che saresti diventato un fumettista?

MAJO - È successo verso la fine degli anni '80, mentre frequentavo la Scuola di Fumetto di Brescia del compianto autore argentino Rubén Sosa. Grazie a lui ho capito che avevo le attitudini necessarie per affrontare la carriera fumettistica. Al resto ci hanno pensato una serie di fortunate coincidenze.


DW - Hai lavorato sia per il mercato italiano, sia per quello estero, in particolare quello francese. Quali analogie e quali differenze hai trovato fra i due ambienti?

MAJO - In realtà le mie esperienze sul mercato francese si riducono solo a quattro progetti, troppo poco per avere un'idea generale sufficiente a evidenziare eventuali analogie e differenze. Ho potuto solo constatare che in Francia il fumetto è considerato, di norma, al pari di altre arti, come la letteratura o la pittura, che in Italia vengono ancora ritenute “più nobili”. Inoltre, un aspetto puramente tecnico, nel fumetto francese si prediligono i campi lunghi, piuttosto che i primi piani sui personaggi, come nella tradizione italiana o americana.




DW - Le prime serie a fumetti che ti vedono come componente del team di autori che le ha realizzate sono state “Full Moon Project” edita dalla Eden e “Hammer” pubblicata da Star Comics. Come mai hai pensato che fosse meglio esordire in gruppo?

MAJO - Non l’ho pensato affatto. Come membro della compagnia di ragazzi uniti dalla stessa passione, usciti dalla scuola di Fumetto, ho partecipato a quello che è stato il mio/nostro primo progetto. L’aderirvi è stata una cosa del tutto naturale, coinvolgente ed entusiasmante.


DW - Sia “Full Moon Project” che “Hammer” sono state ottime serie. Cosa secondo te non è andato come avrebbe dovuto portandole ad una chiusura prematura?

MAJO - Con il primo progetto, eravamo esordienti chiamati a gestire una serie in quattro e quattr’otto, con il supporto alquanto altalenante della casa editrice. Sicuramente l’inesperienza è stata penalizzante. Ciò nonostante il lavoro prodotto aveva rafforzato il collante del gruppo, permettendoci di presentarci e inserendoci sul mercato, prima alla spicciolata con alcune esperienze singole, poi nuovamente insieme con "Hammer", un serial strutturato che poteva benissimo competere con le testate concorrenti della Bonelli. Purtroppo le vendite non ci ripagarono delle buone intenzioni e fummo costretti a chiudere.



DW - A conferma di quello che ho affermato precedentemente, “Hammer” è stato ristampato nel 2014, in volumetti con nuove copertine, da Mondadori Comics. Che effetto ti ha fatto rivedere questo lavoro pubblicato nuovamente dopo più di vent'anni?

MAJO - La fiamma si è riaccesa per un attimo e per poco si è vagheggiato di alimentarla, ma le insondabili alchimie editoriali ci hanno riportato alla realtà, complici anche i vari impegni professionali di ognuno di noi, con carriere ormai avviate su percorsi paralleli, ma diversi.



DW - Dopo l'esordio con Eden e la parentesi Star Comics, sei diventato un collaboratore di Sergio Bonelli Editore dove attualmente sei a lavoro sulla serie "Dampyr". Puoi raccontarci come sei arrivato in via Buonarroti?

MAJO - Attualmente, in realtà, non faccio parte effettivamente di uno staff, e questo mi piace. Diciamo che saltabecco fra "Dampyr" e "Tex". L’arrivo in Bonelli lo devo a Mauro Boselli. Era il '97 e dopo aver effettuato alcune prove per "Zagor", Mauro mi ha affidato la realizzazione degli studi del nuovo personaggio creato in coppia con Maurizio Colombo, che nel 2000 sarebbe uscito in edicola col nome di "Dampyr". Da quel momento ho realizzato per la serie sedici albi e ho collaborato ultimamente per un numero corale disegnando una ventina di pagine.


DW - In Bonelli lavori a stretto contatto con Mauro Boselli. Visto che lo conosci bene, puoi raccontarci un aneddoto su questo gigante della cultura fumettistica italiana?

MAJO - Mauro Boselli è uno straordinario autore, con una spaventosa cultura non solo fumettistica. Si dedica al suo lavoro senza risparmio e pretende la stessa attenzione dai suoi collaboratori, ma è anche un uomo di cuore che non dimentica mai di avere a che fare con delle persone, prima che con professionisti. Non ho aneddoti particolari che possano descrivere meglio di così un amico e stimato collega.




DW - Sei autore del "Texone" uscito in edicola e in fumetteria il 20 giugno 2018. Come è stato confrontarsi con il personaggio principe della nona arte italiana?

MAJO - Disegnare il genere western è stato il mio più grande desiderio fin dagli inizi della mia carriera. Dopo venticinque anni sono stato esaudito rappresentando il personaggio principe del panorama fumettistico italiano. Mai me lo sarei aspettato quando ho iniziato a leggerlo da ragazzino. È stato un lavoro molto impegnativo, durato tre anni e mezzo, ma sono felice di averlo affrontato con la maturità necessaria, non solo nella tecnica, ma soprattutto nella testa. Ho rappresentato infatti un West meno carico di cliché che probabilmente avrei usato in età giovanile.


DW - Nel tuo accostarti al personaggio ti sei rifatto ad un modello preciso?

MAJO - Sì! Per costruire i miei personaggi ho sempre adottato lo stesso metodo: ispirarmi a modelli reali. Questo, per quanto mi riguarda, per preservarmi il più possibile dal rischio di realizzare un parco di “personaggi tipo” che ruotano nel tempo, finendo inevitabilmente per assomigliarsi. Basandomi invece su uno o anche più modelli di riferimento riesco a costruire dei protagonisti sempre originali, unici e a tutto tondo.




DW - C’è un’altra testata bonelliana per la quale non hai mai lavorato e che ti piacerebbe disegnare?

MAJO - Mi piacerebbe realizzare un progetto personale per “Le storie”, la testata curata da Gianmaria Contro, e non è detto che prima o poi non provi a propormi.


DW - Quali sono gli artisti che ti ispirano?

MAJO - Tutti e nessuno, nel senso che sono un grande ammiratore del segno, del disegno e della scrittura, più che dell’autore, che si tratti di arte figurativa, compresa la fotografia, o letteraria. Potrei citarti, così sulle prime, ma solo indicativamente, artisti come Hermann e Frazetta, Caravaggio e Hopper, oppure Curtis e Avedon.


DW - Hai lavorato su storie di vario genere tra cui horror, fantascienza, western. Questo mi dà lo spunto per chiederti: quali sono i generi prediletti da Majo?

MAJO - Inizialmente il western. Diciamo, adesso, lo storico con tutte le sue varie declinazioni. A parte questo, come tu hai giustamente notato, non è mai stato il genere a crearmi particolari problemi. La sperimentazione è sempre fonte di arricchimento. Facendo un parallelo con il cinema, ad esempio, amo e ammiro i registi che si sono cimentati in vari generi, anche se con risultati non sempre brillanti.




DW - C'è un motivo particolare per cui firmi i tuoi lavori con uno pseudonimo?

MAJO - Quando ero ragazzo tutti i miei amici avevano un soprannome tranne me. Mi è sempre rimasto il singolare desiderio di averne uno, così me lo sono inventato e l’ho adottato come firma.


DW - Esiste una pubblicazione o un personaggio, anche non disegnato da te, che hai amato sopra ogni altro?

MAJO - Quando ero ragazzo andavo pazzo per “La storia del west” di Gino D’Antonio e per gli acquerelli di Remington.


DW - Quali fonti usi per documentarti?

MAJO - Prima dell’avvento di Internet, pescavo fra libri illustrati e fotografici, riviste di moda e specialistiche, monografie di artisti di vario genere, foto di amici che si prestavano a fare da modelli e, soprattutto, autoscatti al sottoscritto. Ora Google ha facilitato enormemente la ricerca, anche se, per approfondire, non ho trovato ancora nulla che sostituisca una buona pubblicazione cartacea.


DW - Oltre ai libri e ai fumetti che sicuramente userai per documentarti, quali altre letture fai?

MAJO - Leggo veramente di tutto e dipende spesso dal lavoro che sto facendo. Se mi volto a dare uno sguardo ai miei scaffali, riesco a decifrare Conrad, Flaiano, Saviano, Wallace, Stevenson…


DW - Sei un disegnatore metodico che lavora a orari stabiliti, oppure sei uno di quelli che si alza di notte a disegnare perché ti è venuta l’ispirazione?

MAJO - Sono abbastanza metodico, ma soprattutto lento, e quando arriva il momento della consegna qualche notte ci scappa inevitabilmente.


DW - Come si svolge la tua giornata tipo?

MAJO - Essendo il programmatore del mio lavoro, non ho altri obblighi da rispettare se non i termini di consegna, per cui gestisco le giornate come mi fa comodo, secondo i diversi impegni extralavorativi.



DW - Quanto di te c’è nel tuo lavoro? Quanto di quello che ti circonda? Quanto d'inventato?

MAJO - Tutto ciò che hai menzionato c’è nel mio lavoro; in che misura non te lo so definire, ma sono convinto che sia così anche per tutti i miei colleghi, è inevitabile. Il nostro lavoro è quello di trasmettere e suscitare emozioni e ognuno lo può fare solo alla propria maniera, con le sue conoscenze, la sua sensibilità e la sua fantasia.


DW - È innegabile il grande successo di autori come Sio e Zerocalcare che hanno cominciato a farsi conoscere diffondendo i proprio lavori su Internet. Alla luce di questa considerazione ti chiedo: cosa ne pensi e come vedi l’utilizzo della Rete nel campo dei fumetti?

MAJO - La Rete ha fornito a tutti la possibilità di rendersi visibili ed è perciò un grande vantaggio per chi fa il mio lavoro. Personalmente, mi limito a frequentarla solo a fini documentativi o d’informazione, ma ciò non toglie che ne riconosca l’indubbia potenzialità, se usata nella giusta maniera. È giusto che chi ha iniziativa colga questa possibilità e la sfrutti per far conoscere le proprie idee e i propri progetti. Alla fine la Rete non fa regali ma sottostà alle regole di qualsiasi mezzo di comunicazione, e chi ha qualcosa d’interessante da dire riesce a ottenere prima o poi la giusta attenzione.



DW - Da professionista ormai affermato che consigli daresti a chi si volesse affacciare al mondo del fumetto?

MAJO - Di usare tutti i mezzi possibili per poter fare conoscere le proprie capacità. Di non scoraggiarsi al primo rifiuto. Di ricordarsi che non c’è nulla di facile, nemmeno il lavoro del fumettista. Di essere coerenti con i propri obiettivi ma senza pregiudizi di genere. Di non montarsi mai la testa, una volta raggiunto il traguardo, perché, in fondo, stiamo facendo fumetti!


DW - A cosa stai lavorando attualmente?

MAJO - Sto scrivendo e disegnando una storia breve per il "Color Tex" e poi, probabilmente, realizzerò l’albo del ventennale di "Dampyr".



DW - C'è una domanda che non ti è stata fatta alla quale vorresti rispondere?

MAJO - Sì: Quando pensi che smetterai di fare fumetti? Bada bene, non è una riflessione effetto di prolungata crisi di mezza età, tuttavia sono convinto che esiste un punto nella vita di un disegnatore di fumetti in cui il suo stile raggiunge l’apice, oltre il quale non ci può essere che un’inevitabile declino. Ecco, a quel punto, nella piena speranza che favorevoli circostanze me lo permettano, mi auguro di poter smettere di disegnare, e magari, chissà, solo scrivere.


a cura di Elio Marracci

N.B. Trovate i link agli altri colloqui con gli autori in Interviste & News!

martedì 16 maggio 2017

DIME WEB INTERVISTA MORENO BURATTINI! SECONDA SESSIONE: DALL'ALTRA PARTE (LE INTERVISTE XLIII)

a cura di Elio Marracci

Conosciuto per essere lo sceneggiatore di Zagor, di cui dal 2007 è anche il curatore di testata, con il maggior numero di pagine all'attivo, autore di commedie teatrali, di vari volumi di saggistica, di un romanzo e di due libri di aforismi, Moreno Burattini, nel giugno 2016, ha dato vita a una raccolta di racconti brevi dal titolo Dall'altra parte, pubblicata dalla ligure Cut Up Edizioni. Si tratta di 26 storie inquiete, come recita il sottotitolo, tra cui un'avventura, Cavalli bradi, con protagonista lo Spirito con la Scure, inedita. Le trame dei testi che compongono questo volume, illustrato da venticinque celebri disegnatori di fumetti e con una prefazione dello scrittore Sebastiano Mondadori, pronipote di Arnoldo, sono molto eterogenee. Il lettore si troverà di fronte a un cacciatore di diecimila anni fa e a una biologa a bordo di un'astronave in viaggio nello spazio, a figli che vogliono uccidere il padre e a madri che cercano di sopprimere le creature da loro generate; ma anche ad alieni che invadono la terra e a persone che si risvegliano nella tomba, seppellite vive, a un mendicante che perseguita coloro che gli negano l'elemosina e all'ultimo uomo rimasto sulla terra. E poi ci sono morti che varcano il confine e si trovano dall'altra parte, una moglie che uccide il marito a colpi di ferro da stiro, draghi, alchimisti, fumettisti, cuochi, preti di montagna, lupi, mutanti e viaggiatori partiti per la Patagonia. L'autore ha voluto parlare con me di quest'opera. Quindi senza indugiare oltre lascio a lui la parola! (e. m.)

Il libro di Burattini oggetto dell'intervista









DIME WEB - Per i pochi lettori che non ti conoscono potresti presentarti in due parole?

MORENO BURATTINI - Sono Moreno Burattini, cinquantacinque anni, sceneggiatore di Zagor dal 1989, personaggio di cui sono anche il curatore di testata dal 2007, e con molte esperienze in campo fumettistico anche alle prese con altri character come Tex, Dampyr, il Comandante Mark, Lupo Alberto e Cattivik. Ho scritto vari libri di saggistica e critica fumettistica, un romanzo, una raccolta di racconti, due libri di aforismi. Collaboro con il “Vernacoliere” e con “Enigmistica Più”. Sono autore di alcuni lavori teatrali. Gestisco due blog, una pagina Facebook e un account Twitter abbastanza seguiti.


DW - Sei conosciuto prevalentemente per il tuo lavoro nel campo dei fumetti: come mai ad un certo punto della tua carriera hai deciso di scrivere un libro di racconti?

MB - In realtà ho deciso di scrivere racconti prima ancora di scrivere fumetti. Da ragazzo, innamorato dei racconti brevi di scrittori come Isaac Asimov, maestro del genere, passavo il tempo a battere a macchina nella mia cameretta invece di andare fuori a giocare a pallone. I miei genitori erano persino preoccupati per questo. Sognavo di poter pubblicare i testi che scrivevo, quasi tutti brevi, perché puntavo al racconto più che al romanzo, ma da principio gli unici lettori sono stati i miei amici. Poi sono arrivati i giornaletti parrocchiali, le riviste universitarie, qualche testata di fantascienza, qualche apparizione su delle antologie. Insomma, sono andato accumulando idee e materiali che rimanevano nel cassetto dato che i fumetti assorbivano quasi tutto il mio tempo e dato che mi rendevo conto di come i racconti non fossero proprio ciò che più tirava in libreria. Poi è giunta l’offerta di Cut Up di pubblicare una mia antologia. Ovvero, loro avrebbero voluto un romanzo, io ho offerto invece, come controproposta, ciò che era maggiormente nelle mie corde: i testi brevi. Così è nata una raccolta di 26 racconti, di cui una decina risalenti ai tempi del liceo e dell’università e i restanti scritti per l’occasione.


Questa e le altre foto di corredo sono state scattate durante la presentazione del libro di Burattini, a Viareggio, il 5 maggio 2017. L'autore è stato introdotto e poi intervistato dal nostro Marracci (in maglia Tommy Hilfiger)

DW - Con la tua scrittura hai toccato la sceneggiatura a fumetti, la commedia teatrale, gli aforismi, il romanzo... Quali analogie e quali differenze hai trovato nel trattare questi mezzi di narrazione?

MB - Il romanzo, per ora, riguarda solo Le mura di Jericho, una storia in prosa di Zagor. Le commedie, due, più alcuni monologhi, risalgono agli anni Ottanta/Novanta. Ciò che accomuna tutte queste forme di espressione, o se si vuole la gestione dei loro diversi “codici”, è il mio desiderio di raccontare storie. Credo di essere un buon affabulatore, uno dei pochi talenti che ho, e dunque mi cimento nella narrazione nella forma e nei modi che mi sembrano più congeniali.


DW - La raccolta si intitola Dall'altra parte. Perché questo titolo? Cosa c'è “Dall'altra parte”? Cosa si troverà di fronte il lettore?

MB - Dall’altra parte è il titolo di uno dei 26 racconti “inquieti” dell’antologia. Ci sono del resto quattro storie che si svolgono nell’Aldilà, provando a immaginare che cosa troveremo scivolando oltre il muro che separa la morte dalla vita. Lo scopriremo solo morendo, dice un mio aforisma, ma ho provato a fare delle ipotesi in alcuni dei miei racconti. Però, anche quando gli argomenti, tutti molto eterogenei, sono altri, vengono accomunati dal fatto che la morale sembra essere quella di come si possano osservare le cose da punti di vista insospettabili o sorprendenti. "Dall’altra parte", appunto. Il lettore passerà dal chiedersi quale sia lo scopo di un viaggio in Patagonia da parte di un improbabile escursionista, al vedere che cosa possa accadere a un uomo qualsiasi che nega l’elemosina a un mendicante, al fare la conoscenza con l’ultimo uomo sulla Terra, passando per viaggi nel tempo, rapimenti da parte degli alieni, mutazioni genetiche, Madonne che spariscono invece di apparire e chi più ne ha più ne metta.


La 4a di copertina del volume di Moreno Burattini


DW - Alcuni testi presenti nel volume sono stati scritti più di 35 anni fa: cosa ritieni che abbiano ancora da dire dopo tanto tempo?

MB - Ho pubblicato nell’antologia solo i racconti che avevano conservato l’originale freschezza. Nessun racconto ha niente da dire, se non divertire. Se poi qualcuno ci trova un qualche ulteriore vantaggio, una morale, notizie utili, motivi di riflessione... buon per lui.


DW - Qual è, se c'è, il fil rouge che unisce gli elaborati?

MB - Il fatto che ci sia, in tutti, un’idea sorprendente attorno a cui si sviluppa una trama concreta, con pochi fronzoli. Un cacciatore di diecimila anni fa, una biologa a bordo di un’astronave in viaggio da diecimila anni nello spazio, madri che cercano di sopprimere i figli, un mendicante che perseguita coloro che gli negano l’elemosina.

DW - Perché hai deciso di narrare storie di genere?

MB - Tutte le storie sono di genere. Ai miei occhi non c’è nessuna differenza tra i racconti di Elio Vittorini in Piccola borghesia e quelli di Stephen King in Stand by Me. Tant’è vero che il primo dei racconti di Vittorini, La mia guerra, ha numerosi punti in comune con Il corpo di King. Quel che importa è che la storia sia interessante e il narratore sappia tener desta l’attenzione.





DW - Secondo te per quale motivo le trame "di genere" in questo periodo sono tornate così in auge da colonizzare in massa oltre ai libri anche altri media, come il cinema e la televisione?

MB - Perché probabilmente il pubblico si è stancato dei paletti e delle artificiose divisioni fra prodotti di serie A e quelli di serie B. Se una cosa è raccontata bene può anche parlare di una apocalisse zombi. Peraltro, le interazioni fra i personaggi e le riflessioni sulla fine della civiltà in "The Walking Dead" sono più stimolanti che in “Don Matteo”.


DW - Tra i racconti presenti ce n'è anche uno su Zagor. Che tipo di testo è?

MB - È un testo insolito perché non c’è Cico e perché riguarda dei cavalli. Di cavalli, di solito, ce ne sono pochi nelle storie dello Spirito con la Scure. Però mi è sembrato che il racconto che avevo in mente fosse buono, e dunque l’ho scritto in prosa invece di sceneggiarlo a fumetti, così da non scontentare gli zagoriani più ortodossi, sempre ipercritici, che se lo sono trovato fuori-serie e non imposto su un albo regolare.


DW - Vorrei che spendessi due parole sugli autori delle venticinque illustrazioni che sono presenti nel libro, sullo scrittore che ne ha curato la prefazione e sulla casa editrice che lo ha stampato.

MB - Le parole che volentieri di nuovo spendo sono quelle dei miei ringraziamenti premessi a Dall’altra parte: gli illustratori sono tutti miei amici che mi hanno regalato i loro disegni. Va detto che ho chiesto di farlo soltanto a una quindicina di loro: gli altri si sono offerti da soli una volta saputo del progetto. Un paio si sono persino sentiti offesi del fatto che non mi fossi fatto avanti con loro! Sebastiano Mondadori, pronipote di Arnoldo, è uno Scrittore con la “S” maiuscola. L’ho conosciuto grazie ai corsi di scrittura creativa che tiene a Lucca e alla mia collaborazione, come “ospite”, con un racconto poi finito anche in Dall’altra parte, con una antologia di testi dei suoi allievi. Siamo diventati buoni amici e quando gli ho chiesto una prefazione ne ha scritta una che mi ha molto onorato poter pubblicare.


Moreno Burattini, finita la presentazione, firma una copia dello Speciale Battista il Collezionista all'amico Rossano Pagliai (in piedi, con la maglia grigia), lettore di "Collezionare", "Dime Press" nonché grande appassionato zagoriano


DW - C'è una domanda che non ti è stata fatta alla quale vorresti rispondere?

MB - La domanda è: pubblicherai ancora altri racconti?. La risposta è: sì.


a cura di Elio Marracci

N.B. Trovate i link agli altri colloqui con gli autori su Interviste & News!

P.S. La prima intervista di "Dime Web" a Moreno Burattini è qui!

sabato 25 febbraio 2017

DIME WEB INTERVISTA RICCARDO SECCHI (LE INTERVISTE XXXVIII)!

a cura di Francesco Manetti

Come forse avete qui letto, sono rimasto piacevolmente colpito dalla lettura dei Nathan Never 305 e 306 sceneggiati da Riccardo Secchi (classe 1962), e ho subito pensato di contattarlo per porgli sei delle mie ormai consuete "domande lampo", spunti di riflessione con i quali "torturo" gli intervistati nella mia veste di vice Frank Wool! Conosco Riccardo da decine di anni, da quando (a cavallo fra gli Ottanta e i Novanta) noi dello staff di "Collezionare" (il sottoscritto, con Burattini, Ceri e Monti) collaboravamo in massa a "Bhang", prestigiosa rivista-contenitore edita dalla milanese MBP di suo padre Luciano Secchi (alias Max Bunker, che viene qui ricordato). È stata questa dunque per me l'occasione non solo di ritrovare un vecchio amico, ma di incontrare per così dire professionalmente uno scrittore d'eccellenza! (f.m.)


Lo scrittore Riccardo Secchi!


DIME PRESS - Riccardo Secchi prima di Nathan Never e oltre Nathan Never

RICCARDO SECCHI - Prima di Nathan Never c’è Gabriel, la suora supereroina che vide luce nel 1994 per i disegni di Alessio Beccati. La prima miniserie la autoprodussi investendo i miei piccoli risparmi, e fu fortunata, anche solo per il fatto che mi permise di propormi professionalmente come autore. Mi fa molto piacere che l’Editoriale Cosmo abbia deciso di ristamparla in un unico volume (in edicola e fumetterie dal 16 marzo), credo sia un personaggio che ha ancora qualcosa da dire. 
Oltre a Nathan Never c’è molto altro, prima di tutto Topolino. Se Nathan Never è stato il personaggio che ha iniziato a darmi uno status come sceneggiatore, è altrettanto vero che scrivere Disney ha contribuito in modo determinante a stabilizzarlo. Oltre con l’inevitabile incontro da bambino con i personaggi Disney attraverso il settimanale Topolino e i vari cartoni, avevo letto parecchio Barks e Gottfredson da giovanotto (avevo le ristampe del Topolino d’Oro e la ristampa in bianco e nero di Barks, dell’Anafi mi pare) così quando ebbi la possibilità di proporre delle storie mi sentivo piuttosto tranquillo, per lo meno nelle basi. Non fu facile all’inizio, ricordo che ci misi un po’ a farmi accettare un soggetto. Quella disneyana è una specializzazione di scrittura particolare, che si sarebbe tentati di liquidare come semplice visto che nella percezione media è destinato a un pubblico molto giovane. Non è così, anzi. Il target nella realtà è molto allungato, e il tentativo è sempre di offrire storie stratificate, leggibili e divertenti per i lettori più piccoli, ma anche capaci di intrattenere e di avere significato per quelli più adulti.


Gabriel n. 0


Oltre c’è anche Dylan Dog, di cui la mia prima storia per la serie regolare è in imminente uscita (28 febbraio). Ho scritto anche un Old Boy e mi auguro che la mia collaborazione possa proseguire con altre storie.
Oltre Nathan Never c’è infine l’insegnamento. Da diverso tempo tengo corsi di scrittura e sceneggiatura, ho insegnato alla Scuola di Fumetto di Milano, poi alla Accademia Disney e da qualche anno tengo un corso sullo storytelling e i principi generali della narrazione per un numero ristretto di allievi (massimo 8 alla volta). Diversi di loro oggi sono professionisti della scrittura o lavorano come editor a vario livello, cosa che mi rende molto contento.


Dylan Dog n. 366, febbraio 2017: il primo della serie regolare sceneggiato da Riccardo Secchi
 

DP - Riccardo Secchi e Nathan Never

RS - Non l’ho mai nascosto, Nathan Never era l’unico personaggio Bonelli che seguivo con costanza come lettore. Ne ho sempre apprezzato la psicologia sfaccettata, complessa, contraddittoria, piuttosto insolita per una tradizione di fumetti d’avventura in cui i personaggi principali, e non solo, tendono a essere monolitici. È questo un aspetto sostanziale, che ha come conseguenza la possibilità di raccontare storie diverse, in cui il bene e il male sono sfumati, a volte indistinguibili anche per Nathan stesso. Si poteva cercare di proporre storie più realistiche, e quello del realismo, legato a un approfondimento psicologico dei personaggi, è da sempre un approccio narrativo che apprezzo, anche da semplice lettore o spettatore. 
Sono contento delle storie che ho realizzato, e ci tengo a ringraziare Antonio Serra, curatore storico della testata e colui che mi fece entrare in squadra, per avermi sempre dato piena libertà nella scrittura e per avere cercato di ricreare una situazione di lavoro adatta ad esprimersi in serenità. Lo ringrazio anche per avermi affidato storie importanti, legate alla continuity della serie, spesso relative al passato dei personaggi, cercando di valorizzare quindi le mie inclinazioni.


Nathan Never n. 81, febbraio 1998: il primo sceneggiato da Riccardo Secchi
 

DP - Riccardo Secchi e la fantascienza

RS - No, non sono un malato di fantascienza, non ho la casa piena di Urania, o gli hd pieni di film sf bizzarri e di ogni epoca. Per essere chiaro, non amo Star Wars, Star Trek, Spazio 1999… da ragazzino vedevo però UFO, la serie inglese. Ho fatto certamente i miei incontri significativi che sono quelli inevitabili forse: 2001 di Kubrick, Blade Runner, scritto da un degli sceneggiatori che preferisco, David Webb People, che tra l’altro ha sceneggiato The Unforgiven, uno dei miei film prediletti. Per la parte scritta e a sé stante soprattutto Dick e Gibson (quello dei racconti più che quello dei romanzi), ma ci metto anche Burroughs che ha influenzato i sopracitati non solo stilisticamente, Gibson soprattutto, ma anche come visione tragicamente distopica, almeno a livello psicologico/personale. Per questo ho apprezzato la serie inglese Black Mirror, che per altro contiene nel titolo ciò che trovo interessante nella fantascienza, cioè il fatto di raccontare il contemporaneo. L’ultimo film che ho apprezzato, trovandolo davvero di fantascienza in senso stretto, è stato Source Code di Duncan Jones, il figlio di David Bowie.


I racconti di Edgar Allan Paperoe (disegni di Libero Ermetti su testi di Riccardo Secchi) su Topolino 3155

Ciccio Never (disegni di Alessandro Perina su testi di Riccardo Secchi) su Topolino 3179


DP - Riccardo Secchi e le arti marziali

RS - Insomma, non sono certo un praticante rigoroso e continuo, e questo mi rende inevitabilmente un praticante modesto nei risultati, lo dico senza problemi. Continuo però la pratica, con i ritmi che la vita mi permette, anche perché ho avuto la fortuna di trovare una scuola davvero seria (a Milano, si chiama Kwoon Kung Fu) e un Maestro, Giuseppe Turturo, profondamente competente. Uno degli aspetti che mi piace, e che in buona parte ha ispirato la recente doppia storia di Nathan Never, è il concetto di insegnamento secondo la mentalità orientale. Vuoi imparare? Ti proponi al Maestro che non è detto che ti accetti e neppure che ti insegni tutto quello che sa. Ricordo che il mio Maestro ci raccontò che si ritiene che diverse tecniche si siano perse nel passaggio da un Maestro al suo successore, l’allievo prediletto, il prescelto cioè, perché il Maestro non lo riteneva capace di accoglierle. È un concetto che ne contiene tantissimi altri, legati a una visione di vita soprattutto, molto diversa dalla nostra concezione. In Occidente paghi perché il Maestro ti insegni ed è logico che tu pretenda che ti insegni quello che sa. Ma l’atteggiamento interno di chi vuole, cerca o ha bisogno di apprendere è molto diverso.

Il Nathan Never di Secchi: filosofia orientale, arti marziali, realismo e fantascienza in un mix perfetto (tavola tratta dal n. 306)
 
DP - Riccardo Secchi e il lavoro di sceneggiatore

RS - Non so che dire francamente. Ho imparato molto da molti. Da mio padre certamente, di cui da ragazzino lessi alcune sceneggiature di Alan Ford appena scritte. Mi ha sempre ricordato Barks nella pazza e selvaggia libertà creativa. Poi ho imparato, e imparo tuttora, da Antonio Serra, uno delle pochissime persone con cui ho lavorato in grado di darmi uno spunto, una prospettiva che non avevo visto. Poi lo scambio che ho tuttora con Daniele Brolli mi arricchisce e mi fa conoscere sempre cose nuove. Ho imparato tanto da Ezio Sisto, vicedirettore di Topolino, che vide in me un possibile autore Disney, quando io non lo avevo neanche pensato. E ho imparato molto dalla mia esperienza a Un Posto Al Sole. L’anno e mezzo in cui ci lavorai io l’Head Writer era Paolo Terraciano, che tra l’altro ora scrive anche per SBE, e ho imparato molto con lui non solo di scrittura televisiva ma di scrittura tout court. In genere c’è la tentazione di ironizzare sulla narrazione delle soap, ritenute banali ed elementari, invece non è così, a livello profondo i problemi di scrittura sono gli stessi della letteratura più alta ad esempio. Comunque va ricordato che per quanto mi riguarda, l’impulso a scrivere lo ebbi dopo aver letto il volume di Watchmen di Moore e Gibbons. Mi ha fatto capire in modo brusco che davvero a fumetti si poteva raccontare qualsiasi storia. Dopo una settimana incominciai a scrivere Gabriel.
Il tema è molto ampio, forse troppo per un risposta così, per ora mi limito a quanto sopra.



DP - Riccardo Secchi e il suo futuro

RS - Non ne ho la minima idea.



Il logo della soap opera italiana "Un posto al sole", grande successo RAI fin dal 1996, in vista della sua 5000a puntata!



a cura di Francesco Manetti


N.B. trovate i link agli altri colloqui con gli autori su Interviste & News!

giovedì 18 agosto 2016

DIME WEB INTERVISTA ANDREA SCARABELLI (LE INTERVISTE XXXVI)!

a cura di Francesco Manetti 

Rubiamo ancora una volta il registratore al nostro reporter ufficiale Franco "Frank Wool" Lana per raggiungere con un breve botta-e-risposta Andrea Scarabelli. In Bietti è direttore editoriale della rivista "Antarès" (che tanta parte della sua collana ha dedicato al fantastico e della quale abbiamo recensito il prezioso volume unico 2011 - 2016) e curatore della collana "l'Archeometro". Filosofo, saggista, scrittore, ed editorialista (ultimamente per "Il Giornale"), Andrea collabora con svariate case editrici, fondazioni e università... Buona lettura! (f.m.)


Andrea Scarabelli


DIME WEB - Andrea Scarabelli prima di "Antarès"...

ANDREA SCARABELLI - Uno studioso (eterno studente, come disse Francesco Guccini), un curioso, amante della lettura e della scrittura. Uno che amava meravigliarsi delle cose e per il quale una giornata senza lettura è sprecata. Insomma, molto simile ad Andrea Scarabelli dopo "Antarès"…!


Il volume unico Antarès 2011-2016 appena arrivato in redazione!


DW - Come nasce e quali sono gli obbiettivi di "Antarès". Il tuo ruolo, i collaboratori e così via...

AS - La rivista è nata nella infuocata Statale di Milano, per rompere quella cortina sviluppata dagli accademici – e alimentata dai loro zelanti discepoli – attorno ad autori controcorrente e non allineati. Successivamente è stata “adottata”, per così dire, da Edizioni Bietti, che l’ha rilanciata, donandole una nuova grafica e un respiro molto più ampio… Ma lo spirito è rimasto immutato, te lo assicuro! Quanto alla sua struttura, la rivista è realizzata da un gruppo di giovani critici. Oltre al sottoscritto, Luca Siniscalco e Gianpiero Mattanza, giovani studiosi che promettono bene, benissimo… E poi Max Gobbo, che cura la nostra sezione di narrativa. Last but not least, Gianfranco de Turris, direttore responsabile, che è entrato nella redazione poco dopo l’ingresso di "Antarès" nel catalogo Bietti.


Una parte della redazione di "Antarès": Andrea Scarabelli, Luca Siniscalco e Gianfranco de Turris


DW - Perché il volume unico?

AS - L’idea, nei confronti della quale, lo confesso, inizialmente ero molto scettico, è nata dall’editore, per festeggiare i primI dieci numeri (in realtà undici, dato che il primo è il numero 0) e i primi cinque anni di "Antarès". Ne è risultato un volumone (più di settecento pagine!) che raccoglie tutti i numeri, tirato in cento esemplari numerati: un prodotto unico nel suo genere, che ha avuto una buona diffusione ed è stato recensito anche sul "Giornale" da Gianfranco de Turris, cui mi lega da parecchi anni una sincera amicizia – insieme alla direzione congiunta di questa rivista, ovviamente…


Andrea Scarabelli con Gianfranco de Turris


DW - Tre nomi su cui riflettere: Tolkien, Lovecraft e Disney

AS - Sono nomi che rappresentano in tutto e per tutto lo spirito di questa rivista, vale a dire l’idea di proporre nuovi miti alla modernità, in crisi per via della sua prosaicità esistenziale, di un generale impoverimento delle anime. Tutti e tre i nostri amici hanno rilanciato tematiche mitiche e tradizionali, non limitandosi a riproporle ma riadattandole all’animus dell’uomo contemporaneo. Il primo, nella letteratura fantastica; il secondo, costruendo un’originale mitologia aliena; il terzo, infine, utilizzando i mezzi propri alla Settima Arte.


La scrivania di Scarabelli durante la preparazione di "Antarès" n. 10, dedicato a Walt Disney


DW - Il futuro di "Antarès"?

AS - Il prossimo numero in cantiere è dedicato a Charles Bukowski – analizzato a modo nostro, ovviamente (sulla scorta dell’ottima biografia di Roberto Alfatti Appetiti uscita qualche anno fa). Il successivo a Jorge Luis Borges, un gigante, le cui opere mi sono costretto a leggere/rileggere integralmente nell’ultimo anno. Ammetto che non è facile cimentarsi con un autore come lui, oceanico e labirintico. Ma mi diverte molto cimentarmi con le (apparenti) impossibilità. Abbiamo già raccolto parecchio materiale per questi due numeri… Sono molto curioso di vedere cosa ne uscirà…


Il futuro di "Antarès": il n. 12 (monografia su Borges) è in preparazione!


DW - La domanda che aspettavi ma che non ti è stata fatta...

AS - È una domanda che non mi viene mai posta… ma tacerò su questo punto!


a cura di Francesco Manetti
 
N.B. Trovate i link agli altri incontri con gli autori su Interviste & News!