sabato 8 agosto 2026

WILLIAM ALEXANDER ANDERSON “BIGFOOT” WALLACE! – TEXAS RANGER ED EROE POPOLARE! – UN GIGANTE DELLA FRONTIERA TEXANA!! – LA STORIA DEL WEST by WILSON VIEIRA – PARTE CXIV

di Wilson Vieira


Questa volta "solo" un personaggio protagonista nella nuova puntata dell Storia del West di W. Vieira - ma un personaggio che da solo diventò il paradigma del Far West e della Frontiera! Come al solito, le immagini sono state scelte e posizionate nel testo dal nostro amico e collaboratore Wilson, storico e fumettista brasiliano di gran caratura! Buona lettura! (s.c. & f.m)





William Alexander Anderson “Bigfoot” Wallace fu una delle figure più pittoresche e "dure" della Frontiera texana. Uomo di frontiera, eroe popolare, soldato e Texas Ranger, prese parte alle vicende della Repubblica del Texas e alla guerra Messico-Statunitense. Figlio di Andrew Wallace (1784 – 1846) e Jane Ann (Blair) Wallace (1790 – 1832), nacque a Lexington, in Virginia, il 3 aprile 1817. Discendeva dagli Scozzesi delle Highlands William Wallace (1270 – 1305) e Robert Bruce (1274 – 1329), e in lui era forte lo spirito di clan.





William crebbe lavorando nel frutteto del padre; tuttavia, quando seppe che il fratello maggiore e un cugino, trasferitisi in Texas, erano rimasti uccisi nel massacro di Goliad nella primavera del 1836, decise di partire a sua volta per il Texas per “farla pagare ai Messicani.”




Il massacro di Goliad fu l’esecuzione di circa 400-450 soldati texani da parte dell’esercito Messicano il 27 marzo 1836 a Goliad, in Texas. L’evento si verificò dopo la battaglia di Coleto, su ordine del presidente Messicano Antonio López de Santa Anna (1794 – 1876) e sotto il comando del tenente colonnello José Nicolás de la Portilla (1808 – 1873).






La battaglia di Coleto (nota anche come battaglia di Coleto Creek) fu uno scontro durato due giorni, combattuto il 19 e 20 marzo 1836 durante la Rivoluzione Texana.






Vide contrapposte le forze texane guidate dal colonnello James Fannin (1804 – 1836) e quelle messicane al comando del generale José de Urrea (1797 – 1849). Lo scontro si concluse con la resa dei Texani e portò direttamente al tragico massacro di Goliad. Wallace si stabilì inizialmente vicino a La Grange, in Texas, nel 1837; qui tentò di dedicarsi all’agricoltura, ma ben presto si arruolò nei Texas Rangers sotto il comando del capitano John Coffee Hays. Molti anni dopo confidò a John C. H. di ritenere quel conto ormai saldato. I Texas Rangers nacquero nel 1823 come milizia volontaria informale di frontiera e furono ufficialmente istituiti come forza armata nel 1835.









Consolidando la propria leggenda nel Vecchio West, leader carismatici come il capitano John Coffee Hays (1817 – 1883) e il maggiore John B. Jones (1834 – 1881) trasformarono il gruppo da semplici esploratori locali in Uomini di Legge temprati e risoluti. Noti per i loro metodi energici, la maestria nell’uso della rivoltella e il rifiuto di indossare uniformi regolamentari, riuscirono a pacificare la frontiera del Texas dando la caccia a fuorilegge di spicco e a bande criminali tristemente note. Wallace era un uomo di imponente prestanza fisica: nel pieno della maturità era alto un metro e ottantotto (“in mocassini”) e pesava circa 109 chili, senza grasso in eccesso.




Nel 1840 si trasferì ad Austin, dove contribuì alla pianificazione urbanistica della nuova città. Nel 1840, Austin era un piccolo insediamento di frontiera e la nuova capitale della Repubblica del Texas, con 856 abitanti, edifici governativi in ​​legno di fattura semplice e la costante minaccia rappresentata dalle tribù native americane locali e dalle forze messicane. Durante la sua permanenza lì, fu scambiato per errore per un indiano soprannominato “Bigfoot”, responsabile del saccheggio dell’abitazione di un colono. Sebbene la sua estraneità ai fatti fosse stata presto chiarita, il soprannome “Bigfoot” gli rimase addosso: un appellativo quanto mai appropriato per un uomo muscoloso, alto circa un metro e novanta e del peso di quasi 110 chili. Nel 1840 Wallace partecipò alla battaglia di Plum Creek e, nella primavera del 1842, combatté contro le truppe del generale Messicano Adrian Woll (1795 – 1875) durante l’invasione del Texas.






La battaglia di Plum Creek fu uno scontro che vide contrapposti la milizia della Repubblica del Texas, i Rangers e i loro alleati Tonkawa a un numeroso gruppo di guerrieri Comanche. Ebbe luogo il 12 agosto 1840 nei pressi dell’odierna Lockhart, in Texas, e si concluse con una sconfitta decisiva per i Comanche. Successivamente Wallace si offrì volontario per le spedizioni Alexader Somervell (1796 – 1854) e Mier.




La Somervell fu una spedizione punitiva contro il Messico, intrapresa per rappresaglia a seguito di tre incursioni ostili condotte dagli eserciti messicani in Texas nel 1842: l’incursione di Antonio Canales Rosillo (1802 – 1869) a Lipantitlán e le occupazioni di San Antonio da parte di Rafael Vásquez e Adrián Woll.






Quando Woll si ritirò, due reggimenti della Milizia texana avevano già ricevuto l’ordine di recarsi a San Antonio; il 3 ottobre 1842, il presidente Sam Houston (1793 – 1863) incaricò Alexander Somervell di organizzare la Milizia e i volontari per invadere il Messico, a condizione che la forza, l’equipaggiamento e la disciplina dell’esercito lasciassero presagire una ragionevole probabilità di successo.





I volontari affluirono a San Antonio, desiderosi di inseguire il nemico e invadere il Messico in cerca di gloria e bottino. Forte di circa 700 uomini, la spedizione partì da San Antonio il 25 novembre; contava 683 effettivi al momento di raggiungere Laredo, città conquistata l’8 dicembre. Il 10 dicembre, Joseph L. Bennett (? – 1848) e 185 uomini fecero ritorno a casa. Somervell, alla guida di poco più di 500 uomini, impose la resa di Guerrero. Il 19 dicembre, consapevole del fallimento della spedizione e temendo un disastro, Somervell ordinò ai suoi uomini di sciogliere i ranghi e tornare a casa passando per Gonzales. La Campagna era stata condotta con scarso vigore; essa era stata intrapresa, a quanto pare, come mossa politica per placare le richieste di un’invasione del Messico e per dimostrare l’inutilità di tentare un attacco senza disporre di rifornimenti, equipaggiamento e disciplina adeguati. I Texani rimasero talmente delusi dall’ordine di scioglimento che solo 189 tra uomini e ufficiali obbedirono; circa 308 uomini, suddivisi in cinque Compagnie e sotto il comando di William S. Fisher (1810 – 1845), proseguirono invece verso il Messico dando vita alla spedizione di Mier del 1842, la più disastrosa delle incursioni di frontiera durante l’era della Repubblica del Texas. Composta da circa 300 miliziani, l’operazione mirava a saccheggiare gli insediamenti Messicani sul Rio Grande per rappresaglia e per ottenere un guadagno economico. Tuttavia, il gruppo fu circondato e catturato da una forza dieci volte superiore per numero. Condotti verso il Messico centrale, gli uomini riuscirono a fuggire ma vennero presto ricatturati e costretti a partecipare a quello che divenne noto come l’Incidente dei Fagioli Neri.





Si trattava di una sorta di lotteria in cui venivano inseriti in un recipiente fagioli neri e bianchi secondo un rapporto di uno a dieci: chi estraeva un fagiolo nero veniva giustiziato, mentre il fagiolo bianco significava la prigionia. Wallace fu tra i “fortunati” a estrarre un fagiolo bianco e si ritrovò ben presto a dover affrontare una marcia forzata di 800 miglia verso la prigione di Perote, a Veracruz.






Dopo che alcuni membri del Congresso degli Stati Uniti ebbero firmato una petizione per il suo rilascio, egli tornò in libertà e, una volta rientrato in Texas, prese parte alla guerra fra il Messico e gli USA. Negli anni Cinquanta dell’Ottocento, Wallace comandò in qualità di capitano una propria Compagnia di Ranger, combattendo sia contro i banditi di frontiera che contro gli indiani. Era così abile nel seguire le tracce che veniva spesso ingaggiato per rintracciare gli schiavi fuggitivi diretti in Messico. Guidava una diligenza postale sulla tratta da San Antonio a El Paso; in un’occasione, dopo aver perso i muli a causa degli indiani, raggiunse El Paso a piedi e mangiò ventisette uova nella prima casa messicana che incontrò, prima di proseguire verso la città per un pasto completo. Allo scoppio della Guerra Civile, stava ancora contribuendo a presidiare la frontiera contro gli indiani Comanche. A un certo punto, lo Stato del Texas concesse a Wallace un appezzamento di terreno lungo il fiume Medina, dove egli si dedicò all’allevamento. Descritto come un uomo dotato di senso dell’umorismo, di indole pacata e onesta, divenne un abile narratore di storie; i suoi racconti talvolta arricchiti da qualche esagerazione godevano di grande popolarità tra i visitatori.








Nel 1870, il biografo John Duval (1816 – 1897) raccolse alcune di queste vicende in un libro di grande successo intitolato The Adventures of Big-Foot Wallace, The Texas Ranger and Hunter, contribuendo ulteriormente a consolidare la sua fama di eroe popolare del Texas. Trascorse gli ultimi anni della sua vita nella contea di Frio, e quando nei pressi della sua abitazione sorse un piccolo centro abitato, questo fu battezzato “Bigfoot” in suo onore, a testimonianza della fama leggendaria che egli aveva acquisito in vita.. Non si sposò mai. Era un uomo dal carattere affabile e socievole, che amava sedersi su una spaziosa sedia con la seduta in cuoio grezzo, all’ombra della sua baracca, a ripercorrere le storie della sua carriera. Di tanto in tanto si recava a cavallo a San Antonio; più raramente andava ad Austin per frequentare “Texas John” Duval. Wallace era di un’onestà cristallina, ma amava anche esagerare e arricchire i suoi racconti con qualche invenzione. Sapeva leggere e non era certo un rozzo uomo di frontiera, eppure incarnava in sé l’essenza di tutte le frontiere del Sud-Ovest. La sua personalità pittoresca, il suo umorismo, la sua vitalità e il modo in cui rappresentava i tempi andati; fatti di libertà, di costumi senza vincoli e di terre aperte hanno spinto ogni scrittore che si è occupato di lui a trascendere la mera cronaca dei fatti. Pur senza dirigere gli eventi, era presente quando accadevano; ed era, soprattutto, un narratore. Come eroe popolare, appartiene più alla storia sociale che a quella militare. Wallace morì di polmonite alle 10:00 del mattino del 7 gennaio 1899, nella contea di Frio, presso il suo ranch vicino a Devine; l’edizione dell’8 gennaio del "San Antonio Daily Express" pubblicò il suo necrologio con il titolo: Morto l’eroico "Big Foot" Wallace. Poco tempo dopo, l’Assemblea Legislativa del Texas stanziò i fondi necessari per trasferire la sua salma al Cimitero di Stato di Austin, in Texas. L’epitaffio sulla sua lapide recita, tra l'altro: BIG FOOT WALLACE - Qui giace colui che trascorse la sua vita adulta difendendo le case del Texas. Coraggioso, onesto e leale rappresentante del Texas, il deputato Tarver, intervenendo alla cerimonia di nuova sepoltura di “Bigfoot” Wallace nel cimitero di Austin, affermò che il suo nome e la sua fama sono impressi indelebilmente in ogni pagina della Storia delle Origini del Texas. Wallace aveva vendicato la morte del fratello e aveva vissuto da celibe, partecipando a ogni battaglia di valore a cui avesse l’opportunità di unirsi. Secondo le parole di Tarver, l’intera vita di Bigfoot Wallace fu un sacrificio al dovere...






Wilson Vieira

N.B. Trovate i link alle altre puntate della Storia del West in Cronologie & Index e nella pagina dedicata!

venerdì 7 agosto 2026

SECRET ORIGINS: TEX CLASSIC 246

di Saverio Ceri
con la collaborazione di Francesco Bosco e Mauro Scremin

Bentornati a Secret Origins l'appuntamento quattordicinale che ci conduce alla scoperta delle origini delle copertine di Tex Classic e di eventuali altre cover ispirate alle pagine a fumetti dell'albo in edicola.


Nel Classic in edicola prosegue l'avventura La Croce Tragica, terza fatica texiana di Giovanni Ticci, su testi di Gianluigi Bonelli, che ci terrà compagnia fino al numero 249 di questa collana. Le 64 tavole riproposte in questo volume sono state pubblicate originariamente, su Tex 122 e 123, nel dicembre del 1970 e nel gennaio del 1971.
Il Tex giovanile in copertina, lo abbiamo già incontrato in questa rubrica nella puntata 132, ed ha, invece, un'origine temporalmente precedente. 


Questa illustrazione, pur essendo stata realizzata da Villa successivamente, nel 2007, per il 30° numero della Collezione Storica a Colori di Repubblica, si rifà a una vignetta del 1963, rintracciabile esattamente nella 13a striscia del secondo albo della Serie Osages.

La copertina, oggi utilizzata per il Classic, è già apparsa anche in Finlandia e Norvegia in edizioni cronologiche simili a quella di Repubblica.


Dopo aver scoperto l'origine (poco) segreta della copertina del Classic oggi in edicola, facciamo un passo indietro, insieme a Francesco Bosco e Mauro Scremin, fino al giugno 1958, alla ricerca della fonte di un'altra copertina, quella del dodicesimo Albo d'Oro della quinta serie. 


Avevamo già parlato di questa copertina e del suo fortunato futuro nella puntata 73 di questa rubrica, Bosco e Scremin ci raccontano invece un pezzo del suo passato. Galleppini per il protagonista che spara al serpente, responsabile dell'imbizzarrimento del cavallo, sembra si sia ispirato a una vignetta di Al Williamson tratta da un albo di Gunsmoke, pubblicato dall'americana Dell nello stesso 1958.


La copertina dell'Albo d'Oro venne riutilizzta anche in Francia, sulla testata Rodeo, l'anno successivo, prima di essere tagliuzzata per ottenere la copertina de La Mesa Verde,  storico numero 31 dell'attuale serie mensile di Tex


Senza il minaccioso rettile in primo piano la copertina perde sicuramente di efficacia. Cambia pure la conformazione rocciosa alle spalle di Tex anche se ne rimane una piccola traccia all'interno e nei dintorni di una una staffa della sella dell'equino.  


Questa copertina del ranger non è stata molto usata nel resto del mondo: la ritroviamo solo in Turchia e in Jugoslavia. In tempi più recenti è apparsa anche nell'edizione bosniaca che riprende al colorazione e il disegno della versione italiana di Tex Nuova Ristampa.


Saverio Ceri

N.B. Vi invitiamo a scoprire anche le precedenti puntate di Secret Origins in Cronologie & Index. 

giovedì 6 agosto 2026

L'AQUILA DEGLI INDIANI


di Filippo Pieri

Sulla "Settimana Enigmistica" n. 4915 del 4 giugno 2026 a pagina 21 all'interno della rubrica "Una gita a...?" c'è una domanda bonelliana. Infatti al 16 orizzontale si chiede: Per loro Tex è Aquila della Notte.



N.B. Trovate i link alle altre novità in Interviste & News!

martedì 4 agosto 2026

BONELLI IN DIGITALE - PUNTATA # 15

di Giampiero Belardinelli




Le splendide copertine dipinte di Franco Donatelli

Introduzione

Andrea Lavezzolo è il creatore letterario del Piccolo Ranger (protagonista della collana uscita in edicola nel 1958) e le sue avventure appartengono al filone degli "eroi-ragazzi" molto in voga nel fumetto italiano del secondo dopoguerra. Negli Stati Uniti c’è stata una serie televisiva molto nota, Le avventure di Rin Tin Tin (The Adventures of Rin Tin Tin), andata in onda dal 1954 al 1959 sulla rete ABC. Racconta le avventure di Rusty, un bambino rimasto orfano durante un attacco dei nativi americani, e del suo cane Rin Tin Tin, entrambi adottati dai soldati della cavalleria al Forte Apache. Insieme aiutano il reparto a mantenere l’ordine nel West, affrontando banditi, tribù e avventurieri. Nei primi anni Cinquanta, anche l’arrivo di Kit Willer, figlio del giovane Tex e della navajo Lilyth, si inseriva in questo filone. Poi il personaggio di Gianluigi Bonelli avrebbe preso un’altra strada, più matura e moderna. Fatta questa rapida premessa, il nostro Kit Teller (il Piccolo Ranger) è un eroe in cui Lavezzolo – che secondo alcuni esegeti fu una sorta di personaggio etico, quasi pedagogico – può indugiare in una narrazione costruita attraverso molte didascalie e frequenti momenti quotidiani, usati per mettere in risalto i sentimenti dei protagonisti. Un mondo in cui la quotidianità ha la stessa importanza dell’avventura stessa; probabilmente, il Piccolo Ranger è la risposta luminosa al trauma del decennio precedente: gli anni Quaranta e gli orrori della Seconda guerra mondiale.


Il viaggio inizia


Verso l’Irlanda

Il racconto in questione, Verso l’Irlanda, si estende nei numeri 74, 75 e 76 de «Il Piccolo Ranger», pubblicati da gennaio a marzo del 1970. Si tratta di un arco narrativo particolarmente interessante perché porta la serie fuori dai territori consueti del western e la colloca in uno scenario europeo, segnato da atmosfere gotiche, antiche leggende familiari e ambientazioni cariche di mistero.


I Dunhavon


Il fascino di questa avventura sta infatti anche nella scelta dell’Irlanda come luogo dell’azione: un paesaggio lontano dalle praterie, dai forti e dalle piste del West, capace di offrire a Lavezzolo nuove possibilità narrative e un diverso repertorio di suggestioni. Questa deviazione geografica consente allo scrittore di contaminare il modello avventuroso della serie con elementi di detection, creando una vicenda costruita su indizi, false identità, apparizioni ambigue e sospetti progressivi. Il racconto si muove così in bilico tra soprannaturale e mistero, lasciando al lettore il dubbio se gli eventi siano davvero legati a presenze inspiegabili o se dietro di essi si nasconda una trama umana, razionale e criminale. Proprio questo equilibrio tra atmosfera fantastica e spiegazione investigativa contribuisce a rendere Verso l’Irlanda un episodio singolare all’interno della serie, perché amplia temporaneamente l’orizzonte de «Il Piccolo Ranger» senza abbandonarne del tutto i meccanismi avventurosi e sentimentali.


Moses e Kit Teller


L’incastro di Moses e il ruolo di Kit

In questa prima fase l’attenzione sembra concentrarsi soprattutto sul rapporto tra Kit e il padre, mostrando come Kit appaia spesso più esperto, lucido e consapevole rispetto alla figura paterna. Uno snodo importante riguarda Moses, che viene incastrato da un uomo nascosto tra la folla: questi gli infila un portafogli in tasca e lo accusa poi di furto. L’episodio contribuisce a spostare l’attenzione su Kit, che si rivela progressivamente il vero protagonista della vicenda. Nel numero 75, dopo essere stato scagionato grazie all’aiuto degli amici di Kit, Moses parte per il Castello fingendosi un innocuo entomologo intenzionato a indagare sui misteri dei Dunhavon.


Gli impostori smascherano Kit...

Il castello e le false identità

La vicenda si sposta quindi verso il castello, dove Kit e il padre si recano a loro volta sotto false identità per capire chi stia cercando di appropriarsi della loro identità e presentarsi come erede di Lord Dunhavon. L’indagine, inizialmente costruita su equivoci, travestimenti e apparizioni inquietanti, conduce progressivamente alla scoperta di un inganno tutt’altro che soprannaturale. Il mistero, infatti, si rivela legato ai trucchi orchestrati dal dottor Daniel Rafferty, medico di famiglia di Lord Matthew Dunhavon, figura decisiva proprio perché conosce dall’interno la storia e i segreti della casata. Rafferty, dopo aver riconosciuto Kit Teller grazie a una fotografia pubblicata su un giornale americano, comprende il ruolo che il giovane ranger può avere nella soluzione del caso. Una volta scoperto l’avvelenamento, contribuisce così a smascherare la macchinazione e ad aiutare i Teller a ricomporre i vari indizi. Il finale assume allora un tono quasi teatrale, venato di suggestioni shakesperiane e di una beffarda ironia, perché la spiegazione razionale del mistero non cancella del tutto l’atmosfera gotica che aveva accompagnato l’intera avventura.


I misteri del Castello


Gamba in digitale

In questa versione digitale, il disegno di Francesco Gamba mostra con particolare evidenza la natura funzionale e narrativa del suo stile. Il tratto è netto, essenziale, poco incline al virtuosismo, ma molto efficace nel guidare la lettura e nel rendere immediatamente riconoscibili ambienti, personaggi e situazioni.


Verso la conclusione...


Gamba costruisce la pagina secondo una scansione chiara, quasi didascalica, in cui l’azione procede senza ambiguità e ogni vignetta svolge una funzione precisa all’interno del racconto. La digitalizzazione, aumentando la nitidezza dei contorni e uniformando i contrasti, mette in risalto questa chiarezza compositiva, ma può anche attenuare alcune qualità materiali del segno originario: le irregolarità dell’inchiostro, la grana della stampa, le leggere vibrazioni della linea. Ne emerge un disegno più pulito e leggibile, ma in parte separato dalla sua dimensione editoriale d’origine, quella del fumetto popolare stampato su carta economica e destinato a una fruizione rapida.


Arrivederci Irlanda!


Giampiero Belardinelli

venerdì 24 luglio 2026

SECRET ORIGINS: TEX CLASSIC 245

di Saverio Ceri
con la collaborazione di Francesco Bosco e Mauro Scremin

Bentornati a Secret Origins l'appuntamento quattordicinale che ci conduce alla scoperta delle origini delle copertine di Tex Classic e di eventuali altre cover ispirate alle pagine a fumetti dell'albo in edicola.


Nel Classic in edicola prende il via, con un viaggio in treno, la Missione in Canada- come recita il titolo dell'albo - del ranger bonelliano. La storia, scritta da Giovanni Luigi Bonelli, è La Croce Tragica, terza fatica texiana di Giovanni Ticci, che ci terrà compagnia fino al numero 249 di questa collana. Le 64 tavole riproposte in questo volume sono state pubblicate originariamente tutte su Tex 122, nel dicembre del 1970. 
La copertina di Claudio Villa proviene dal 55° volume della Collezione Storica a Colori di Repubblica, proprio l'albo che contiene le stesse tavole di questo Classic, ed è quindi riferita proprio a questa avventura, ma sarebbe stata più adatta a uno dei prossimi albi, quando la storia si sposterà nei boschi canadesi, e non a queste sessantaquattro pagine tutte ambientate a Winnipeg.


La copertina dell'edizione a colori di Repubblica è stata utilizzata per edizioni analoghe anche in Norvegia e in Finlandia.


Scoperta l'origine della copertina di questo Classic, passiamo ora a scoprire, grazie alle ricerche di Francesco Bosco e Mauro Scremin, la genesi della copertina dell'albo che per primo ha presentato queste 64 tavole nel lontano dicembre del 1970, ovvero Tex 122, Sulle piste del Nord

Qui sopra vediamo le due versioni dell'albo che si trovano sul mercato. L'originale con l'evidente pubblicità di un poster interno e la versione "volgare", ristampata più volte in redazione all'esaurimento della tiratura originale, e inviata come arretrato a chi ne faceva richiesta. In questo caso l'albo non conteneva alcun manifesto.
La fonte di ispirazione di Galleppini parrebbe essere la  copertina del paperback The Hostile peaks, racconto scritto da Louis Trimble e pubblicato in volume nel 1969 dalla First Book Publication sulla collana Ace Double


Bosco e Scremin ipotizzano che tra le due copertine ci possa essere una illustrazione intermedia a cui il creatore grafico di Tex potrebbe essersi ispirato, dato che la posizione del cavallo del protagonista non riprende esattamente quella dell'equino della copertina del paperback.
Questa copertina di Galep è stata molto utilizzata successivamente al 1970. In Italia l'abbiamo rivista in edicola un paio di volte, ma anche in libreria. Da notare in tutte e tre le versioni che Tex viene ingrandito fino ad occupare tutto lo spazio tra i rami che spuntano dal manto nevoso, e la pistola in primo piano viene ruotata in maniera da occupare lo spazio originariamente destinato allo "strillo" del poster.
 

Anche in Brasile segnaliamo tre  versioni di questa cover. Due dalla Editora Vecchi e una della Mythos. Quest'ultima riprende la versione  col protagonista ingrandito, realizzata per Tutto Tex e ristampe successive. 


In Europa la Williams pubblicò questa copertina in sei nazioni tra fine 1971 e inizio 1972. nell'ordine qui sotto vedete gli albi usciti in Danimarca, Inghilterra, Finlandia, Norvegia, Olanda e Svezia. Tutte le copertine presentano il "bollino giallo" sfruttandolo per il titolo, tranne quella finlandese che lo usa per conquistare il lettore con l'incipit dell'episodio, e quella norvegese che lo utilizza per un generico richiamo all'avvincente avventura western che i lettori scandinavi troveranno all'interno.


In Jugoslavia, sulla copertina del numero 180 di Zlatna Strip Serija, l'editore locale venne costretto dalla grafica a concentrare l'immagine in uno spazio più ridotto; una sorta di spunto involontario alla successiva edizione di Tutto Tex.


In Turchia invece apparve questa copertina su Süper Teks numero 98. 


Cosa centra con Tex 122? I lettori di Tex lo sanno bene: è, ridisegnato da un autore turco, una piccola porzione del poster di Tex allegato proprio a Tex 122. Poster di cui abbiamo già avuto occasione di parlare nella puntata 223 di questa rubrica, a cui vi rimandiamo per scoprirne le origini "segrete".

Saverio Ceri

N.B. Vi invitiamo a scoprire anche le precedenti puntate di Secret Origins in Cronologie & Index.