martedì 21 agosto 2018

KIT SARÀ MAI?

di Filippo Pieri

Sulla "Settimana Enigmistica" n. 4505 del 26 Luglio 2018, a pagina 30, ci sono le "Parole crociate a sbarramenti misti": il n. 4 orizzontale chiede: Il Kit amico di Tex Willer.




N.B. Trovate i link alle altre enigmistiche bonelliane su Interviste & News!

RISATE BONELLIANE 12

di Filippo Pieri

Eccoci a un nuovo appuntamento con le risate bonelliane, ovvero le barzellette delle "Settimana Enigmistica" attinenti a temi bonelliani. La prima è tratta dal n. 3680 del 5 Ottobre 2002 (pag. 42), la seconda dal n. 3701 del 1° Marzo 2003 (pag. 15) e la terza dal n. 4392 del 26 Maggio 2016 (pag. 42).




N.B. Trovate i link alle altre "Risate bonelliane" su Cronologie & Index!

martedì 14 agosto 2018

SECRET ORIGINS: TEX CLASSIC 39

di Saverio Ceri

Stavolta le origini segrete delle cover del Tex Classic, ci porteranno indietro nel tempo, anche se indirettamente, ben oltre i 70 anni che stiamo festeggiando per il ranger bonelliano. 
Il trentanovesimo Tex Classic, ripresenta a colori i numeri 21 e 22 della seconda serie degli Albi d'Oro, datati agosto 1955, che a loro volta ripubblicavano rimontate su tre strisce le avventure originariamente apparse sui numeri dal 37 al 42 della quinta serie della collana del Tex, editi tra il marzo e l'aprile del 1953.
Curiosamente, come ultimamente accade sempre più spesso, la copertina non proviene direttamente da uno dei due Albi d'Oro ristampati, ma da uno più o meno del solito periodo. In questo caso la cover che vedete qui sotto è tratta dal numero 23 della seconda serie del quindicinale degli Anni Cinquanta, albo che rivedremo solo nel prossimo classic. La cover tra l'altro, benché poco vista, non è tra le migliori a disposizione, con il protagonista relegato sullo sfondo e un bruttissimo (anche a livello grafico), ceffo in primo piano. Qui sotto in sequenza trovate la cover del 2018 e quella del 1955. Curioso anche l'errore del titolo nella copertina d'epoca, con una Y al posto della J di Tiger Jack.






Galep per la cover in questione, si è ispirato alla prima vignetta della terza pagina dell'albetto Il messaggio di morte, il quarantaquattresimo della quinta serie a striscia di Tex.

Le due cover "scartate", probabilmente devono questa "bocciatura" al fatto che già avevano avuto nel corso degli anni un riutilizzo da parte della redazione di Tex.
Procediamo in ordine inverso: Il numero 22 della serie Albo d'Oro quindicinale, recava come copertina l'immagine qui sotto:




L'illustrazione era ricomparsa in edicola nel 1958 come cover del sedicesimo albo della prima serie gigante di Tex, con una piccola differenza: dalle mani dell'indiano in primo piano scompare il coltello; e quello che prima sembrava quasi un sacrificio umano, diviene una sorta di veglia funebre.




Proseguiamo a ritroso. La cover del numero 21 è quella qui sotto. Come vedete presenta un'inedita composizione per la collana: in basso a sinistra compare, senza una ragione particolare, una vignetta con tanto di baloon. Forse per far vedere in copertina il protagonista, anche se di spalle?




La bizzarria della vignetta in copertina sparisce l'anno successivo, quando la redazione scelse di usare l'immagine come cover per il decimo numero della prima serie gigante di Tex, Avventura nell'Utah, titolo utilizzato tra l'altro anche per il precedente Classic. Dal disegno originale, oltre alla vignetta scompare lo sfondo, sostituito da un sole al tramonto dietro le rocce di un canyon.  




La particolarità di questa immagine, come ci racconta Francesco Bosco nel suo blog Diario di un texofilo, è che proviene direttamente dagli U.S.A. e precisamente dalla cover  che vedete qui sotto realizzata da  Raymond Everett Klinster  per il numero 25 della collana Wild Bill Hickok, datato Ottobre 1954. L'ipotesi più probabile è che Galep a corto di idee, stra-oberato di lavoro, tra le strisce e le cover per Aquila della Notte, abbia trovato quella cover americana, reperita in redazione, molto accattivante ed efficace per Tex e l'abbia riproposta per la ristampa quindicinale. Peccato che il personaggio non assomigliasse per nulla al protagonista, tanto che in redazione, stiamo sempre ipotizzando, si ritenne necessario fare apparire Tex in qualche modo, introducendo l'infelice vignetta in basso a sinistra.



Continuando a ritroso nel tempo si scopre che lo stesso Klinster si era ispirato per il suo disegno, alla copertina di Thrilling Western vol.II, numero 3, del settembre 1934 di uno sconosciuto, almeno per noi, se pur bravo illustratore.


Appuntamento alla prossima puntata. 

Saverio Ceri

N.B. Trovate tutte le altre origini delle copertine di Tex Classic alla pagina Cronologie & Index!


RISATE BONELLIANE 11

di Filippo Pieri

Dopo le puntate "speciali" ritornano le risate bonelliane "classiche", con tre nuove barzellette grafiche ambientate nel mondo di Tex Willer, ovvero il West. La prima è tratta dalla "Settimana Enigmistica" n. 4006 del 3 Gennaio 2009 (pag. 44), la seconda dal n. 4019 del 4 Aprile 2009 (pag. 15) e la terza dal n. 4419 del 1° Dicembre 2016 (pag. 43).




N.B. Trovate i link alle altre "Risate bonelliane" in Cronologie & Index!

sabato 11 agosto 2018

MAURO BOSELLI - IL BOSS DEL FUMETTO di MAGNOLIA & MANETTI con BURATTINI & CERI ANCHE DA FELTRINELLI!

a cura della Redazione



Non solo Amazon! Adesso il libro Mauro Boselli - Il Boss del fumetto, scritto da Nicola Magnolia & Francesco Manetti, con introduzione di Moreno Burattini, numeri di Saverio Ceri e copertina inedita di Maurizio Dotti, è disponibile online anche da Feltrinelli, dove può essere richiesto al 15% di sconto!

Trovate il volume online anche presso UNILIBROYOUCANPRINT, AMAZON e al 5% di sconto da HOEPLI!




Il libro non ha una distribuzione capillare, come un prodotto a grande tiratura, e dunque PER AVERLO OCCORRE ACQUISTARLO ONLINE oppure ORDINARLO IN LIBRERIA O IN FUMETTERIA!


N.B. Trovate i link alle altre novità bonelliane su Interviste & News

venerdì 10 agosto 2018

"MAURO BOSELLI - IL BOSS DEL FUMETTO"! ACQUISTALO SU AMAZON O RICHIEDILO IN LIBRERIA E IN FUMETTERIA!

a cura della Redazione



Con un po' di ritardo è finalmente disponibile da qualche settimana su Amazon il libro Mauro Boselli - Il Boss del fumetto firmato da Francesco Manetti e da Nicola Magnolia, esperto del comic e collaboratore di "Dime Web". Credo che sia, questo nostro saggio, lo studio più approfondito sul Tex di Boselli, il grande sceneggiatore milanese della Bonelli, per quanto riguarda i suoi temi preferiti (il fantastico, i supercriminali, le donne e il passato dei protagonisti) e il linguaggio con il quale narra le storie del Ranger.
Cento pagine illustrate, scritte con la passione dei lettori del buon fumetto, con un occhio anche al collezionismo, grazie alla cronologia completa boselliana che chiude l'opera: nel volume, sotto questo ultimo aspetto, ci è venuto in aiuto Saverio Ceri, con un ricchissima e inedita puntata "speciale" della sua celeberrima rubrica "Diamo i numeri", che i fan bonelliani hanno imparato ad apprezzare fin dai tempi di "Dime Press" negli anni '90.



Moreno Burattini, sceneggiatore capo e curatore di "Zagor" (e nostro amico e sodale fin da quando le nostre età cominciavano con 1 o con 2), ha scritto una succulenta prefazione, piena zeppa di ricordi e aneddoti.
Il tutto è degnamente confezionato con una straordinaria copertina di Maurizio Dotti - strutturata come fosse una splash page fumettistica - che ritrae lo scrittore Mauro Boselli al lavoro; all'interno anche il frontespizio è di Dotti, con un disegno inedito di Tex armato di Winchester!

Ecco come il volume viene presentato su Amazon:

L'obiettivo principale di questo saggio è quello di sancire la grande importanza dell'opera artistica di Mauro Boselli sulle pagine di Tex, il ranger più famoso e longevo del mondo. Analizzeremo le storie più rappresentative con l'intento di capire come "The Boss" scrive, quali sono i suoi canoni, come si muovono nelle sue storie i personaggi già consolidati e come invece agiscono i personaggi creati ex novo dal Nostro, fino ad arrivare alla comprensione del linguaggio boselliano stesso. Degno erede del grande G.L. Bonelli, creatore del Ranger, possiamo definitivamente collocare l'editor di Tex a pieno titolo nell'olimpo dei più grandi autori italiani di tutti tempi. Il tutto arricchito dalla Prefazione di Moreno Burattini e da un ricco apparato iconografico.

Il volume può dunque essere acquistato online oppure ordinato in libreria o in fumetteria.

Il libro non ha una distribuzione capillare, come un prodotto a grande tiratura, e dunque PER AVERLO OCCORRE ACQUISTARLO ONLINE oppure ORDINARLO IN LIBRERIA O IN FUMETTERIA!

La Redazione

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mercoledì 8 agosto 2018

NO, NON SONO MAFALDA E BASETTONI (E NEMMENO SUPERMAN E LINUS)!

di Filippo Pieri

Sulla "Settimana Enigmistica" n. 4506 del 2 agosto 2018. a  pag. 23, all'interno della rubrica "Cartoni e fumetti", ci sono anche due noti personaggi bonelliani? Quali? Aguzzate la vista e lo scoprirete!

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lunedì 6 agosto 2018

RISATE BONELLIANE SPECIALE 2

di Filippo Pieri

dopo la prima puntata torna lo speciale con le "barzellette grafiche" ispirate agli eroi fumettistici non appartenenti alla Sergio Bonelli Editore. La prima e la seconda sono tratte dalla Settimana Enigmistica n. 4048 del 24 Ottobre 2009 (pagina 15 e 33) con Braccio di Ferro e Superman, mentre la terza è tratta dal n 4491 del 19 Aprile 2018 (pagina 30) e vede protagonista Batman. Buon divertimento!




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TEX: MESSO IN CROCE, MA SEMPRE LIBERO!

di Filippo Pieri

Sulla "Settimana enigmistica" n. 4489 del 5 Aprile 2018, a pagina 41, nelle "Parole crociate a schema libero" c'è una citazione bonelliana. Infatti il 7 verticale chiede: il Willer eroe dei fumetti.


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L'ENNESIMA CROCIATA DI DYLAN

di Filippo Pieri

Sulla "Settimana Enigmistica" n. 4437 del 6 Aprile 2017, a pagina 29, all'interno delle "Parole crociate" n. 3795 c'è una citazione bonelliana. Infatti il 25 orizzontale chiede: Il Dylan dei fumetti.


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ANCHE TEX IN COLONNA AD AGOSTO!

di Flippo Pieri

Sulla "Settimana Enigmistica" n. 4488 del 29 Marzo 2018, a pag. 24, nella rubrica "L'incolonnamento" c'è una citazione bonelliana. Infatti il numero 18 chiede: il Willer dei fumetti.



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venerdì 3 agosto 2018

UN’INFERMIERA OGNI GIORNO… TOGLIE LA VECCHIAIA DI TORNO! VIVIANE L'INFERMIERA

di Andrea Cantucci



Nella seconda metà degli anni ’70 del ‘900, anni di piombo e di tensioni politiche, al cinema ci si rilassava con pellicole di serie C del filone comico-sexy italiano, come “L’Infermiera” di Nello Rosati, “La Dottoressa del Distretto Militare” di Nando Cicero, “L’Infermiera di Notte” e “L’Infermiera nella Corsia dei Militari” di Mariano Laurenti, film dove paramediche e dottoresse avevano le provocanti fattezze di Ursula Andress, Edwige Fenech, Gloria Guida o Nadia Cassini (crocerossine da cui ogni maschietto avrebbe voluto farsi curare…), film volgarotti dall’erotismo contenuto oggi rivalutati per il talento più evidente di cotante attrici, la bellezza del loro cul… pardon, la loro bellezza cult. La formula fissa era mettere l’affascinante infermiera di turno in situazioni in cui, anziché essere lei a far spogliare i pazienti, erano loro a voler vedere spogliata lei, che le fossero affidati soldati di leva dagli ormoni sull’attenti o anziani incapaci di rassegnarsi alla pace dei sensi. 

Giovannona Coscialunga di Sergio Martino (1973)


Il fumetto di cui parliamo oggi è ambientato in una casa di riposo dove di arzilli anziani a cui badare ce ne sono tanti e, come suggerisce il primo episodio in cui l’anziana e formosa infermiera Giovannona (citazione di un’altra famosa interpretazione della Fenech) se ne va in pensione per essere sostituita da una protagonista più giovane e snella, è in quei film che si può rintracciare l’ispirazione principale della serie a fumetti “Viviane l’Infermiera”, scritta con goliardico spirito toscano da Filippo Pieri e disegnata con precisa sintesi moderna da Cristiano “Cryx” Corsani, una serie composta da una trentina di brevi episodi solo in parte scaricabili dal sito omonimo e ora raccolti integralmente in versione cartacea in un agile volumetto della collana Sbam! Libri. 


Le caricature di Cryx e Filippo Pieri visti da Cryx


Per paradosso, mentre in quei film sexy del secolo scorso appariva qualche nudo femminile più o meno integrale, questo fumetto di un terzo millennio in cui il sesso è accessibile in Rete in tutte le salse mostra molto meno. È vero che le prorompenti forme della giovane Viviane sono contenute a malapena dal succinto camice da infermiera e che spesso si disfa dei pochi abiti che indossa, ma le parti intime sono sempre celate alla vista dietro elementi strategici, con una castigatezza che oggi potrebbe apparire perfino eccessiva se non fosse una serie che punta molto più sulla comicità che sull’erotismo. Non è insomma un fumetto per veri e propri voyeur, come certi manga in cui si assiste ad acrobazie erotiche di infermiere sexy ben più disinibite. 


Jane nella versione di Mike Hubbard


Sembra di tornare agli involontari spogliarelli parziali della Jane creata da Norman Pett, che oltre ottant’anni fa, coi primi innocenti strip-tease della Storia del Fumetto, diede il via a quella che nel clima ancora puritano d’allora fu considerata la prima strip erotica. La bruna Viviane è simile alla bionda Jane nel carattere candido e ingenuo, che la rende provocante e allusiva suo malgrado, ricordando le belle svampite interpretate da Marilyn Monroe in film del dopoguerra come “A Qualcuno Piace Caldo” o “Quando la Moglie è in Vacanza”, più che le smaliziate eroine erotiche dei decenni successivi. Ma nel rigurgito moralista dei nostri giorni, ciò non ha impedito a un’associazione del settore infermieristico di protestare per una presunta mancanza di rispetto verso la categoria paramedica, che di certo non passava neanche per la testa a Filippo e Cristiano (è come se i fotografi si indignassero perché la Valentina di Crepax è una fotografa dall’intensa vita sessuale…). 

La misteriosa infermiera di notte Linda Carter, da Daredevil 58 (2004)


È naturale che un fumetto goliardico come questo prenda in giro tutti e non faccia far belle figure a nessuno dei personaggi, lo scopo delle cui disavventure è farci ridere di loro e per riflesso di noi stessi, ma si poteva almeno apprezzare l’aver promosso un’infermiera a titolare di una serie, cosa rara nei fumetti occidentali. Uno dei pochi precedenti è il personaggio di Linda Carter, protagonista di due albi Marvel di genere rosa, “Linda Carter, Student Nurse” (L’Infermiera Studentessa) del 1961 e “Night Nurse” (L’Infermiera di Notte) del 1972. Le sue storie non erano comiche né sexy ma, soprattutto nell’ultima versione apparsa dal 2004 in storie di altri eroi, era una prosperosa brunetta in tacchi alti e camice a mezza coscia di cui Viviane potrebbe benissimo essere la caricatura, a parte il fatto che alla Marvel nel 2006 hanno avuto l’accortezza di rimuovere dall’uniforme della loro infermiera il simbolo della Croce Rossa, sicuramente per evitare troppe polemiche. 


La fatiscente Casa Nova sul retro del libro


Come ovvio, le storie di Viviane non sono incentrate solo su di lei, ma su un variegato cast di personaggi gravitanti attorno alla fatiscente residenza per anziani Casa Nova, nome ironico e plausibile per un ospizio ma anche azzeccato gioco di parole che evoca scherzose atmosfere libertine. Essendo gli autori fiorentini, hanno ambientato le storie nella loro città (infatti nomi e dialoghi contengono vari toscanismi e a un certo punto si vede anche la tramvia di Firenze), di conseguenza è naturale che molti personaggi siano chiamati per soprannome, cosa comunissima in Toscana soprattutto tra chi ha una certa età, per quel caustico spirito locale che non può evitare di prender in giro i difetti altrui, a dispetto di tutte le correttezze politiche di oggi. 

Le vecchiette sedute e Jesus

Il vecchietto più religioso è quindi detto Jesus. Un altro che, come il conte Mascetti di “Amici Miei”, non si rassegna a rinunciare alle donne a costo d’ingozzarsi di pasticche, è chiamato il Principe. Un terzo è detto Macao, probabilmente perché amante dell’omonimo gioco di carte o dei giochi d’azzardo in genere, mentre un mafioso in carrozzella, zio e protettore di Viviane che risolve tutto a rivoltellate, è semplicemente il Don. 

L'eterna partita a carte di Jesus, Principe e Macao

La soluzione universale del Don


Completano il gruppo degli ospiti l’azzimato Prof, un vecchio imbroglione che tenta con qualunque trucco di insidiare le grazie di Viviane, e due vecchiette molto sedentarie di cui una, Lea, ha col vecchio Jesus una storia d’amore che, data l’età di entrambi, è soprattutto platonica… ma fuori campo forse anche un po’ fisica. 
Invece lo staff dell’ospizio comprende la corrotta direttrice Kaputt (coi suoi intrallazzi simbolo del malaffare in ambito sanitario), il cuoco Italo (italiano d’altri tempi con abitudini ben poco igieniche), il robusto inserviente straniero Paco (personaggio positivo relegato ai lavori più umili), la mascolina fisioterapista Diamante e il giovane dottor Noè, di cui Viviane è innamorata senza essere ricambiata, diciamo per differenze di gusti… 

Lo staff di Casa Nova: Macao, Noè, Italo e Diamante


Personaggi esterni all’ospizio sono poi il prete fanatico padre Salvo (fedele al più becero fondamentalismo religioso), il muscoloso e geloso Raulo (ex boyfriend spagnolo di Viviane che sembra uscito da un film di Almodovar), il turpe e senza scrupoli dottor Frank Estine (al servizio delle multinazionali e complice della dottoressa Kaputt nelle peggiori scorrettezze) e la giovane e molto formosa Vesna (amica di Viviane nonché nipote di Giovannona, regolarmente vittima di ricatti sessuali sul lavoro). Anche se gli ultimi due non sono stati molto sviluppati, essendo presenti in pochi episodi, tutti incarnano temi e problematiche attuali. 
L’intero ciclo di Viviane raccolto nel libro è di ventinove storie di due pagine l’una. La breve lunghezza degli episodi, in parte apparsi on line uno alla volta, non è dovuta a pigrizia ma al poco tempo a disposizione degli autori, due dopolavoristi del fumetto che per vivere devono fare altro (nel quindicesimo episodio ne vediamo le caricature nelle vesti di due sfortunati ladri, attività a cui si spera non debbano mai dedicarsi…). 


L'esuberante Chiara di Notte, da Euramaster 2 (1994)


Del resto quello su due pagine è un formato già usato in passato per delle storie comiche con protagoniste sexy, in particolare per due serie scritte dal grande Carlos Trillo, l’una intitolata alla prostituta Chiara di Notte e l’altra alla giornalista Flopi di Giorno. La differenza principale è che gli episodi di Viviane non terminano necessariamente con una battuta finale. Va detto che creare battute sempre sulla stessa lunghezza è meno facile di quanto sembri, richiedendo la padronanza di precisi ritmi narrativi, tanto che anche Trillo per i testi delle due serie suddette dovette collaborare con un esperto di strisce comiche come Eduardo Maicas. 
I ventinove raccontini di Viviane quindi non ricordano tanto delle strip quanto delle brevi situation comedy, collegate insieme come certi telefilm in un’ideale saga a puntate, con le battute più forti (azzardati giochi di parole, poco velate allusioni sessuali o momenti imbarazzanti vari) che sono sparse qua e là e non collocate per forza nell’ultima vignetta. Nonostante ciò il risultato è a tratti divertente, in qualche punto veramente spassoso e comunque sempre simpatico. Lo si deve anche all’aver rievocato il tipico spirito di certi vecchi toscanacci, il cui udito difettoso potrà spesso creare ogni sorta di equivoci, ma che, anche mentre giocano all’irrinunciabile briscola e hanno ormai più d’un piede nella fossa, non rinunciano mai a sfottere tutto e tutti. 

I rischi di Viviane sotto la doccia

Il logo della serie di Viviane


Come dice nell’introduzione un altro toscano, l’umorista e sceneggiatore Moreno Burattini, il gruppo di arzilli vecchietti all’ospizio ricorda il film “Amici Miei – atto III”, solo che qui ci sono meno scherzi e più satira verso certe situazioni di abbandono e incuria. Probabilmente il merito principale dei nostri Pieri e Cryx è proprio l’aver dedicato una volta tanto un fumetto a quella terza età con cui, vista la scarsa natalità interna del paese, nei prossimi anni si ritroverà sempre di più a fare i conti la maggioranza degli italiani. Nonostante ciò gli ultrasettantenni non hanno molto spazio tra i protagonisti dei fumetti, in cui si celebra più che altro l’esuberanza giovanile. Forse quando si accorgeranno che ormai a comprare gli albi sono rimasti soprattutto lettori anziani, gli editori si decideranno a varare anche serie con eroi più in là con gli anni (tra i protagonisti anziani di fumetti si può ricordare la Nonna Abelarda di Carpi, il Mr. Natural di Crumb, il Numero Uno di Alan Ford, il Vecchio Eligio di Clod, i Vecchietti di Lunari, il Pertini di Andrea Pazienza, ma non moltissimi altri). 


Pertini disegnato da Pazienza, da il Male anno II n°34 (1979)

Viviane e i vecchietti

Altro merito della serie di Viviane, è aver evidenziato come l’essere anziani non significa dover rinunciare del tutto alla propria sessualità, né alla voglia di vivere e divertirsi. Mettendo da parte ipocrisie e pregiudizi, non si può negare che, quando saremo ormai molto stagionati e più di là che di qua, a tutti noi uomini etero non dispiacerebbe essere accuditi prima della fine da una crocerossina come Viviane (mentre le vecchie signore probabilmente gradirebbero di più la compagnia d’un altrettanto giovane e aitante infermiere). In fondo l’aver ancora per la testa certe cose, anche senza essere più in grado di farle al meglio, è uno dei modi migliori per continuare a sorridere a oltranza alla vita e scacciare ogni giorno la vecchiaia un po’ più in là…





VIVIANE L’INFERMIERA 
Testi: Filippo Pieri 
Disegni: Cryx 
Introduzione: Moreno Burattini 
Formato: 64 pagine in bianco e nero 
Rilegatura: brossurata con bandelle 
Editore: Sbam! 
Prezzo: € 9,50


Andrea Cantucci

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mercoledì 1 agosto 2018

LA TRAGICA STORIA DELLA CAROVANA DEL DONNER PARTY! LA NEVE INSANGUINATA E L’ORRORE PEGGIORE: IL CANNIBALISMO NEL FAR WEST! – LA STORIA DEL WEST by WILSON VIEIRA (LIX PARTE)

di Wilson Vieira

Nel corso degli anni, il nostro Wilson, ci ha raccontato ogni genere di efferatezze che capitarono durante il turbolento periodo storico della Frontiera americana: stragi, genocidi, impiccagioni, guerre... Ma all'orrore non c'è mai fine e nemmeno il West sfugge a questa ferrea regola, come leggerete qui sotto. Una vicenda da leccarsi i baffi, direbbe il Groucho di Dylan Dog! Anche stavolta le immagini non bonelliane sono state scelte e posizionate nel testo da Vieira in persona. Buon appeti... ehm! Buona lettura! (s.c. & f.m.)






Nell’aprile del 1846, un gruppo di pionieri conosciuti come Donner-Reed Party partì da Springfield, nell’Illinois, diretto verso la provincia messicana dell’Alta California.  Spinti delle gravi epidemie di colera in tutta la Nazione e dalle persistenti conseguenze del panico finanziario del 1837, furono anche ispirati a dirigersi verso Ovest dal grande movimento espansionista Americano, chiamato Manifest Destiny. Il 16 aprile 1846, nove carri coperti lasciarono Springfield, Illinois, per un viaggio di 2500 miglia verso la California, dando inizio a quella che sarebbe diventata una delle più grandi tragedie della storia delle migrazioni verso Ovest. 
A radunare questo gruppo fu James Frazier Reed (1800 – 1874), un uomo d’affari dell'Illinois, desideroso di costruire una maggiore fortuna nella ricca terra di California. Reed sperava che anche sua moglie, Margaret Wilson Keyes Reed (1814 – 1861), che soffriva di mal di testa terribili, potesse migliorare con il clima costiero. Reed aveva da poco letto un libro, Guida per gli emigranti in Oregon e in California, di Landsford W. Hastings, che pubblicizzava il nuovo collegamento attraverso il Great Basin. Questo nuovo percorso, attirava i viaggiatori, perché si diceva che i pionieri avrebbero risparmiato 350-400 miglia muovendosi su un terreno facile. Tuttavia, ciò che non era noto a Reed era che il percorso non era mai stato testato, e che Hastings era un visionario che avrebbe voluto costruire un impero a sud di Sutter's Fort (ora Sacramento). Furono queste informazioni falsificate che avrebbero portato alla rovina il Donner Party. 

Reed trovò presto altri che cercavano avventure e fortuna nel vasto West, tra cui le famiglie Donner, Grave, Breen, Murphy, Eddy, McCutcheon, Keseberg e Wolfinger, oltre a sette guidatori e a un certo numero di scapoli. Il gruppo iniziale comprendeva 32 persone, fra uomini, donne e bambini. Partendo con nove carri nuovi di zecca, il gruppo stimava che ci sarebbero voluti quattro mesi di viaggio per attraversare pianure, deserti, catene montuose e fiumi per raggiungere la California. La loro prima destinazione era Independence, nel Missouri, il principale punto di partenza per le piste dell’Oregon e della California. 

Magico vento n. 110, maggio 2007. Disegno di Mastantuono


Nel gruppo c'erano anche le famiglie di George e Jacob Donner. George Donner, 62 anni, era un agricoltore di successo che era emigrato cinque volte prima di stabilirsi a Springfield, in Illinois, insieme a suo fratello Jacob. Ovviamente avventurosi, i fratelli decisero di fare un ultimo viaggio in California, che sfortunatamente sarebbe stato l’ultimo in assoluto. Con George c’erano la terza moglie, Tamzene, i loro tre figli, Frances, Georgia ed Eliza, e le due figlie avute da George in un precedente matrimonio, Elitha e Leanna. Jacob Donner e sua moglie Elizabeth portarono i loro cinque figli, George, Mary, Isaac, Samuel e Lewis, così come i due figli avuti dalla signora Donner in un precedente matrimonio, Solomon e William Hook. Insieme a loro c’erano anche due compagni di squadra, Noah James e Samuel Shoemaker, nonché un amico di nome John Denton. 




Sul fondo della bisaccia di Jacob Donner c’era una copia della “Guida dell’Emigrante” di Lansford Hastings (1819 – 1870), con il suo allettante discorso su un percorso più veloce verso il Giardino della Terra. Ironia della sorte, proprio il giorno in cui il gruppo dell’Illinois si diresse verso Ovest partendo da Springfield, Lansford Hastings si preparò a dirigersi a est della California, per vedere quale fosse la vera scorciatoia di cui aveva scritto!
Con James e Margaret Reed c’erano i loro quattro figli, Virginia, Patty, James e Thomas, così come la madre settantenne di Margaret, Sarah Keyes, e due dipendenti assunti. Anche se Sarah Keyes era così stanca che riusciva a malapena a camminare, non era disposta a separarsi dalla sua unica figlia. Tuttavia, il successo di Reed fu determinato dal fatto che la sua famiglia non avrebbe sofferto nel lungo viaggio dato che il suo carro era una stravagante casa viaggiante a due piani con stufa di ferro incorporata, sedili imbottiti con molle e cuccette per dormire. Avendo preso otto buoi per tirare il lussuoso carro, la figlia dodicenne di Reed Virginia lo soprannominò “The Pioneer Palace Car”. 


La carovana raggiunse Independence, nel Missouri, circa tre settimane dopo, dove si rifornirono nuovamente. Il giorno successivo, il 12 maggio 1846, si diressero verso Ovest di nuovo nel bel mezzo di un temporale. Una settimana dopo si unirono al grande carro carrozzato dal colonnello William Hunttington Russell (1809 – 1885) che si era accampato a Indian Creek a circa 100 miglia a ovest di Independence. Lungo l’intero percorso, altri si sarebbero uniti al gruppo. Il 25 maggio la carovana fu trattenuta per diversi giorni dall’acqua alta del Big Blue River vicino all’attuale Marysville, nel Kansas. Fu qui che la carovana avrebbe vissuto la sua prima morte, quando Sarah Keyes morì e fu sepolta vicino al fiume. Dopo aver costruito traghetti per attraversare l’acqua, la carovana stava di nuovo procedendo, seguendo il fiume Platte per tutto il mese successivo. Lungo la strada, William Russell si dimise da capitano della carovana e la posizione fu assunta da un uomo di nome William M. Boggs. Pur avendo incontrato alcuni problemi lungo il percorso, i pionieri raggiunsero Fort Laramie con solo una settimana in ritardo sul programma, il 27 giugno 1846. 





A Fort Laramie James Reed conosceva un vecchio amico dell’Illinois di nome James Clyman, che aveva appena percorso la nuova rotta con Lansford Hastings. Clyman consigliò a Reed di non seguire quel percorso, affermando che la strada era a malapena percorribile a piedi e sarebbe stato impossibile farlo con i carri; e lo avvertì anche del Grande Deserto Salato e della Sierra Nevada. Anche se Clyman suggerì fortemente che la squadra prendesse le usuali piste dei carri piuttosto che questa nuova falsa rotta, Reed avrebbe in seguito ignorato l'avvertimento nel tentativo di raggiungere la destinazione più rapidamente. 
Accompagnati da altri carri partiti l'11 luglio da Fort Laramie, i pionieri furono raggiunti 6 giorni dopo da un uomo che portava una lettera scritta da Lansford W. Hastings, che si trovava al Continental Divide. Nella lettera Hastings affermava che avrebbe incontrato gli emigranti a Fort Bridger e li avrebbe condotti sulla sua scorciatoia, che passava a Sud del Grande Lago Salato invece di deviare a Nord-Ovest, passando da Fort Hall (l’attuale Pocatello, Idaho). La lettera ha dissipato con successo qualsiasi timore che la carovana potesse avere sul percorso di Hastings. Il 19 luglio la carovana arrivò al Little Sandy River nell’attuale Wyoming, dove il sentiero si separava in due percorsi: il percorso verso nord e il non collaudato Hastings Cutoff.
Qui la carovana si divise, con la maggior parte dei carri che imboccarono la strada più sicura. Il gruppo che preferiva la rotta di Hastings scelse George Donner come loro capitano e presto iniziò la rotta verso Sud, raggiungendo Fort Bridger il 28 luglio. Tuttavia, al loro arrivo a Fort Bridger di Lansford Hastings, non c’era alcun segno, ma c'erano solo altri emigranti che riposavano al forte. 




Un messaggio diceva che Hastings era partito con un altro gruppo e che i viaggiatori successivi avrebbero dovuto seguirli e raggiungerli. Jim Bridger (1804 – 1881) e il suo socio Pierre Louis Vasquez (1798 – 1868) assicurarono a Donner che la scorciatoia di Hastings era un buon percorso. Soddisfatti, gli emigranti riposarono per alcuni giorni al forte, facendo riparazioni ai loro carri e preparandosi per il resto di quello che pensavano sarebbe stato un viaggio di sette settimane. 
Il 31 luglio, il gruppo lasciò Fort Bridger, raggiunto dalla famiglia McCutchen. Il gruppo contava ora 74 persone su venti carri e per la prima settimana fece buoni progressi, viaggiando a una media di 10 - 12 miglia al giorno. Il 6 agosto, la carovana raggiunse il fiume Weber dopo aver attraversato lo Echo Canyon. Qui giunsero a una battuta d’arresto quando trovarono un biglietto scritto da Hastings che consigliava loro di non seguirlo fin giù al Weber Canyon, che era praticamente impossibile, ma piuttosto di prendere un altro sentiero attraverso il bacino del Salt Lake. Mentre la carovana si accampava nei pressi di Henefer, Utah, James Reed, insieme ad altri due uomini, partì a cavallo per raggiungere Hastings. Trovati i carri di Hastings sulla riva sud del Great Salt Lake, Hastings accompagnò Reed per un tratto sulla via del ritorno, e gli indicò la nuova rotta, dicendogli che sarebbe occorsa circa una settimana di viaggio.
Nel frattempo, la famiglia Graves aveva raggiunto il Donner Party, che ora contava 87 persone su 23 carri. Messa la questione ai voti il gruppo decise di provare il nuovo percorso piuttosto che tornare indietro a Fort Bridger. L’11 agosto, la carovana iniziò il faticoso cammino attraverso le montagne Wasatch, trovando alberi e altri ostacoli lungo il nuovo percorso. All’inizio, la carovana era fortunata se riusciva a fare anche due miglia al giorno, occorrendo anche sei giorni solo per percorrere otto miglia. Lungo il percorso alcuni di essi scoprirono che i loro carri avrebbero dovuto essere abbandonati e in poco tempo, il morale dei pionieri cominciò ad affondare... Molti iniziarono a dare categoricamente la colpa a Lansford Hastings. Quando raggiunsero la riva del lago, incolparono anche James Reed. Il 25 agosto la carovana perse un altro membro, Luke Halloran, che morì nei pressi di Grantsville, Utah. In questo periodo, la paura cominciò a dettar legge. Nei ventuno giorni che avevano impiegato per raggiungere il fiume Weber si erano mossi di sole 36 miglia. Cinque giorni dopo, il 30 agosto, il gruppo iniziò ad attraversare il deserto del Grande Lago Salato, credendo che ci sarebbero voluti solo due giorni, secondo quanto affermava Hastings. Tuttavia, quello che non sapevano era che la sabbia del deserto era umida e profonda, e i carri vi si impantanavano rapidamente, rallentando gravemente il loro avanzare.

Zagor n. 142, maggio 1977. Disegno di Ferri


Il terzo giorno nel deserto la loro riserva d’acqua era quasi esaurita e alcuni dei buoi di Reed scapparono. Quando finalmente raggiunto la fine del deserto, cinque estenuanti giorni dopo, il 4 settembre, gli emigranti si riposarono per diversi giorni ai piedi del Peak Pilot. Nel loro viaggio di ottanta miglia attraverso il deserto di Salt Lak, avevano perso un totale di trentadue buoi; Reed fu costretto ad abbandonare due dei suoi carri, e i Donners, così come Louis Keseberg, persero un carro ciascuno. Sul lato opposto del deserto fu fatto un inventario del cibo, e risultò che era insufficiente per il viaggio di 600 miglia che avevano ancora da compiere. In modo minaccioso, la neve incipriò le cime delle montagne quella stessa notte. Raggiunsero il fiume Humboldt il 26 settembre. Rendendosi conto che il difficile viaggio attraverso le montagne e il deserto aveva esaurito i loro rifornimenti, due dei giovani che viaggiavano con la carovana, William McCutcheon e Charles Stanton, furono inviati in anticipo a Sutter's Fort, in California, per tornare con le vettovaglie.




Dal 10 al 25 settembre, il gruppo seguì la pista in Nevada che correva intorno al Monti Ruby, raggiungendo infine il fiume Humboldt il 26 settembre. È qui che il “nuovo” sentiero incontrava il percorso originale di Hasting. Avevano viaggiato per 125 miglia in più, attraverso i faticosi e aridi terreni del deserto e della montagna, animati da un forte risentimento nei confronti di Hastings. La carovana Donner presto raggiunse il bivio con il sentiero della California, circa sette miglia a ovest dell’attuale città di Elko, in Nevada, e trascorse le successive due settimane viaggiando lungo il fiume Humboldt. Quando la disillusione aumentò, iniziò a divampare nel gruppo qualcosa di strano.
Il 5 ottobre, a Iron Point, due carri si incagliarono, e John Snyder, un membro della carovana, cominciò a frustare i suoi buoi. James Reed ordinò all’uomo di fermarsi e quando lui non volle, Reed afferrò il suo coltello e pugnalò l'uomo nello stomaco, uccidendolo. Donner non ebbe modo di amministrare la propria giustizia. Sebbene uno dei membri, Lewis Keseberg, avesse preferito l’impiccagione per James Reed, il gruppo votò invece per bandirlo. Lasciata la sua famiglia, Reed è stato visto per l’ultima volta a cavallo con un uomo di nome Walter Herron. 




La carovana Donner continuò a viaggiare lungo il fiume Humboldt con i loro rimanenti animali da tiro, ormai esausti. Per risparmiare gli animali, tutti quelli che potevano camminavano. Due giorni dopo l’uccisione di Snyder, il 7 ottobre, Lewis Keseberg si rivelò insensibile nei confronti di un belga di nome Hardcoop, che aveva viaggiato con lui. Il vecchio, che non riusciva a tenere il passo del resto del gruppo con i suoi piedi gonfi e doloranti, cominciò a bussare alle porte del carro, ma nessuno lo fece entrare. Fu visto per l’ultima volta seduto sotto un grande cespuglio di salvia, completamente esausto, incapace di camminare, e fu lasciato lì a morire. 




Le terribili prove della carovana continuarono a farsi più ardue, quando, il 12 ottobre, i loro buoi furono attaccati dagli indiani Piute, che ne uccisero uno con frecce avvelenate, impoverendo ulteriormente il numero degli animali da tiro della carovana. Continuando a incontrare più ostacoli, il 16 ottobre il gruppo raggiunse le porte della Sierra Nevada sul fiume Truckee (l’attuale Reno), quasi completamente a corto di generi alimentari. Miracolosamente, solo tre giorni dopo, il 19 ottobre, uno degli uomini che era andato a Sutter's Fort, Charles Stanton, tornò con sette muli carichi di manzo e farina, due guide Indiane e notizie di un percorso chiaro ma difficile attraverso la Sierra Nevada. Il compagno di Stanton, William McCutchen si era ammalato ed era rimasto al forte. La carovana si accampò per cinque giorni a 50 miglia dalla vetta, facendo riposare i buoi per lo sprint finale. Questa decisione di ritardare la partenza fu uno dei tanti motivi che li avrebbe condotti alla tragedia. 
Nel frattempo, Reed e McCutchen erano tornati sulle montagne per cercare di salvare i loro compagni arenati. Due giorni dopo iniziò a piovere. 




All’aumentare dell’altitudine la pioggia si è trasformò in neve e a dodici miglia dalla vetta la coppia non riuscì andare oltre. Dopo aver messo nelle casse le loro provviste, a Bear Valley, tornarono al Sutter's Fort sperando di reclutare altri uomini e raccogliere altri rifornimenti per il salvataggio. Tuttavia, la Guerra Messicana aveva allontanato gli uomini abili, costringendo i pionieri a un'ulteriore attesa. Non sapendo quanti bovini gli emigranti avevano perso, gli uomini credevano che la carovana avrebbe avuto abbastanza carne da durare diversi mesi. 





Il giorno del Ringraziamento iniziò a nevicare di nuovo, e i pionieri del Donner Party uccisero l’ultimo dei loro buoi per il pranzo del 29 novembre. Il giorno dopo caddero altri cinque metri di neve, e sapevano che tutti i piani per una partenza erano caduti nel nulla. Molti dei loro animali, tra cui i muli di Sutter's Fort, avevano vagato nella tempeste e le loro carcasse erano andate perdute sotto la neve. Pochi giorni dopo che il loro ultimo bestiame era stato macellato per il cibo, il gruppo iniziò a mangiare pelli, rami, ossa, cuoio e cortecce bollite. Alcuni degli uomini cercarono di cacciare, con scarso successo. Il 15 dicembre, Balis Williams morì di malnutrizione e il gruppo si rese conto che doveva essere fatto qualcosa per salvarsi. 
Il giorno dopo cinque uomini, nove donne e un bambino partirono con le racchette da neve verso la cima, determinati a percorrere le 100 miglia fino a Sutter's Fort. Tuttavia, con poche e magre razioni e già indebolito per la fame, il gruppo affrontò una dura prova. Il sesto giorno il loro cibo finì e per i successivi tre giorni nessuno mangiò fino a quando non viaggiarono attraverso estenuanti venti forti e tempo gelido. Un membro del gruppo, Charles Stanton, ormai sfinito, non fu in grado di tenere il passo con il resto della carovana e disse loro di andare avanti. Non è mai rientrato nel gruppo. Pochi giorni dopo la carovana fu colta dalla tormenta e fece molta fatica a tenere acceso il fuoco. 
Antonio, Patrick Dolan, Franklin Graves e Lemuel Murphy morirono e, disperati, gli altri fecero ricorso al cannibalismo. Nutrendosi dei cadaveri di quelli che morirono lungo la strada per Sutter's Fort, i sopravvissuti furono ridotti a sette quando furono in salvo sul lato occidentale delle montagne il 19 gennaio 1847. Solo due dei dieci uomini sopravvissero, tra cui William Eddy e William Foster, ma tutte e cinque le donne non ce la fecero. Degli otto morti, sette erano stati mangiati. 
I primi soccorritori, arrancando tra le montagne della Sierra Nevada durante il feroce l’inverno feroce del 1846-1847, temevano che non avrebbero trovato sopravvissuti sul carro trainato per mesi nella neve alta 20 piedi. Ma quello che trovarono era molto più terrificante. Ai cadaveri che giacevano sulla neve mancavano arti e organi interni, mentre un trio di bambini sedeva su un tronco, divorando con avidità quello che sembrava essere un fegato e un cuore. Il corpo smembrato del loro stesso padre si trovava a pochi metri di distanza, fornendo un macabro indizio a quale terribile tragedia avesse avuto luogo.
Il Donner Party fu il peggior disastro dell’estenuante espansione occidentale del XIX secolo. Fu forse anche il caso più terribile di cannibalismo di massa umano. Delle 87 persone - metà delle quali sotto i 18 anni - che partirono, 41 morirono. Però, quasi nessuno sarebbe sopravvissuto se non avessero rotto il tabù più terrificante di tutti. Per anni, tuttavia, c’è stata un’incertezza persistente sulle dimensioni reali della catastrofe, in gran parte perché molte delle persone coinvolte si rifiutarono di discutere o insistettero sul fatto che il cannibalismo non fosse mai accaduto. I loro discendenti hanno sempre sostenuto che la storia fu sensazionalizzata e che solo una o due mele merce erano colpevoli di aver mangiato i morti. 





Ora, un nuovo libro, basato su approfonditi studi, scritto dallo storico Michael Wallis (n. 1945), arriva alle conclusioni conclude non c'è alcun dubbio che la stragrande maggioranza dei 46 sopravvissuti ricorse a nutrirsi di carne umana. In The Best Land Under Heaven, Wallis prende atto con pesante ironia come i pionieri avessero creduto nel Manifest Destiny, la filosofia secondo la quale gli Anglo-Americani erano popolo eletto da Dio, destinato a prendere il sopravvento e civilizzare l’intero continente. Fu davvero amaramente ironico il fatto che i loro atti di “cannibalismo per la sopravvivenza” facessero sì che fossero proprio quei presunti esempi di civiltà a trasformarsi in “selvaggi”!
Fu James Reed che aveva convinto il gruppo a prendere una presunta scorciatoia chiamata Hastings Cutoff che correva attraverso il Deserto del Gran Lago Salato nello Utah. Si rivelò un errore fatale, che aggiunse settimane alla loro tabella di marcia, così che raggiunsero le alture della Sierra Nevada nella California orientale in ritardo rispetto al programma e già a corto di cibo. Avevano quasi raggiunto le montagne quando si erano imbattuti in una mostruosa bufera di neve il 28 ottobre. Circa 60 di loro si rifugiarono in tre capanne abbandonate vicino al lago Tuskee (ora Donner), mentre il resto rimase all'aperto in un prato a sei miglia di distanza, erigendo ripari di fortuna che furono infine sepolti sotto 20 piedi di neve.
Non c’era quasi nulla da cacciare. Presto ebbero massacrato tutto il loro bestiame e fecero ricorso a pelli di animali bollite per magiare la disgustosa pasta grigia che producevano. Affrontando la fame, un gruppo di nove uomini, cinque donne e un ragazzo, tra cui due guide Indiane, si mise in viaggio dopo sei settimane con le racchette da neve fatte a mano per attraversare il passo e cercare aiuto nella valle di Sacramento. Quello che fu poi soprannominato il gruppo di Forlorn Hope non aveva bussola e solo un fucile.




Accecati dalla neve, indeboliti dall’alta quota e rapidamente soccombendo al congelamento, furono irrimediabilmente persi. Stavano morendo lentamente dalla fame quando uno degli uomini suggerì che l’unica soluzione era che morissero così che la loro carne potesse essere usata per sostentare gli altri. Rimasero in silenzio mentre si chiedevano come farlo. Il gruppo pensò che dovevano tirare a sorte per decidere chi fosse la vittima, o per decidere quali due uomini dovevano duellare fino alla morte. Sebbene le loro inibizioni furono messe a dura prova mentre la loro situazione peggiorava, il gruppo scelse l’opzione meno barbarica: avrebbero semplicemente aspettato per vedere chi moriva prima. Non dovettero aspettare a lungo. La notte seguente, un servo ispanico di nome Antonio fu il primo a morire, seguito poche ore dopo da Franklin Graves, un contadino che informò solennemente le sue due figlie che si aspettava che mangiassero anche la sua carne per rimanere in vita. Quando finì una tempesta di neve di tre giorni, durante la quale avevano solo coperte per ripararsi, un terzo uomo era morto. I sopravvissuti cucinarono il loro primo pasto umano il giorno di Natale. 
Due uomini si offrirono volontari per la macellazione, e fu deciso che nessuno avrebbe dovuto mangiare i propri parenti. Pezzi furono tagliati dalle braccia e dalle gambe dai cadaveri perfettamente conservati al freddo e la carne congelata fu infilzata su bastoncini affilati così da poter essere arrostita sul fuoco. Quando i coloni mangiarono i primi bocconi evitarono il contatto visivo e piansero. Anche fegati, cuori, polmoni e cervelli furono estratti e mangiati. Una parte della carne venne essiccata al sole per conservarla, il che la faceva sembrare meno riconoscibile dall’uomo. 
Tuttavia, il tredicenne Lemuel Murphy, non sopportò di mangiare carne umana, non importava come apparisse; afferrò invece un topo che usciva da una buca e lo mangiò vivo. Quella notte fu il quarto a morire, dopo aver delirato ed essersi agitato mentre cercava di mordere le braccia di quelli che lo tenevano, gridando: Dammi il mio osso!
Una quarta squadra di salvataggio partì a fine marzo ma fu presto bloccata in una tempesta di neve accecante per diversi giorni. Il 17 aprile, il gruppo di soccorso raggiunse l'obbiettivo per trovare solo Louis Keseberg vivo tra i resti mutilati dei suoi ex compagni. Keseberg fu l’ultimo membro del Donner Party ad arrivare a Sutter’s Fort il 29 aprile.

Magico Vento n. 28, ottobre 1999. Disegni di Venturi 


Ci vollero due mesi e quattro carovane di soccorso per salvare i sopravvissuti, trasportando provviste di carne secca; quando lasciarono quello che in seguito fu chiamato il Campo della Morte, nessuno di loro si voltò a guardare i resti di coloro che avevano salvato le loro vite. 
La carne si esaurì presto e furono costretti ad arrostire le scarpe e gli stivali sul fuoco per il sostentamento, avvolgendo i loro piedi insanguinati e congelati di stracci. Nel momento in cui il tragico gruppo era di nuovo abbastanza disperato per considerare la “carne” fresca, alcuni non erano nemmeno disposti ad aspettare che la gente morisse naturalmente. I Nativi Americani erano considerati quasi sub-umani all’epoca e fu suggerito che uccidessero e mangiassero le loro due leali guide indiane Miwock. I due uomini, che ironicamente erano gli unici adulti che si erano rifiutati di mangiare il primo lotto di carne umana, furono avvertiti da un simpatico pioniere e sgattaiolarono via. In loro assenza, il gruppo trovò una temporanea tregua dopo essere riusciti a sparare ai cervi, bevendo poi saggiamente il sangue caldo mentre tagliavano la gola della bestia. Quando la preda fu portata al campo un altro pioniere era morto e nonostante le proteste della sua giovane vedova, le sue membra e gli organi vitali commestibili furono rimossi e arrostiti accanto alla carne di cervo. 






Ormai il freddo estremo, la disidratazione e la fame aggravata dal bere neve sciolta, fatto che aveva abbassato ulteriormente la loro temperatura corporea, aveva reso molti dei sopravvissuti mentalmente instabili. Tutte e cinque le donne erano ancora vive, e i due uomini sopravvissuti, William Foster e William Eddy, discussero se dovevano uccidere una delle signore per il cibo. Tuttavia, la crisi passò. Il giorno dopo aver lasciato Truckee Lake, dopo aver seguito impronte fresche insanguinate sulla neve trovarono le due guide indiane, così deboli dopo nove giorni senza cibo che erano crollate. William Foster sparò loro a bruciapelo in testa e furono mangiati. 
Foster non fu mai accusato e nemmeno rimproverato per il loro omicidio: un’indicazione del disprezzo nei confronti dei Nativi Americani. Fu un'amara ironia quando due giorni dopo, i sette sopravvissuti alla Forlorn Hope, che erano riusciti in qualche modo a superare il passo, furono salvati dai membri della stessa tribù dei due indiani uccisi, quando si imbatterono nel villaggio Miwok. Gli Indiani, che inizialmente pensavano che queste orribili apparizioni fossero fantasmi, li riportarono in salute perché fossero abbastanza forti da essere portati ai più vicini coloni bianchi. Si sparse la voce del terribile destino del Donner Party, la maggior parte del quale era ancora intrappolata dalla neve sull'altro versante delle montagne. Il primo gruppo di soccorso raggiunse Truckee Lake il 18 febbraio e fu salutato da una donna emaciata che emerse da un buco nella neve e chiese con voce spettrale: Siete uomini della California o venite dal cielo? 
I sopravvissuti, la maggior parte dei quali bambini, erano così deboli che ci vollero due mesi e quattro squadre di soccorso per salvarli tutti. A quel punto erano già stati rivelati i più orribili esempi di cannibalismo. 



A marzo, un piccolo gruppo di soccorritori si imbatté in una serie di tende che proteggeva l’estesa famiglia Donner. Era una scena da incubo. Per primo incontrarono un adolescente che stringeva una gamba separata dal corpo del suo proprietario. I tre bambini sopravvissuti di Jacob Donner, uno dei capi della carovana, stavano seduti sul tronco mentre divoravano il fegato mezzo arrostito e il cuore del padre, ha ricordato il soccorritore. A poche iarde c'era la tomba di Donner, aperta. La testa del cadavere era stata tagliata e le sue membra staccate dal suo corpo, che erano stato aperto per rimuoverne gli organi interni. Altre tombe si trovavano nelle vicinanze, ma in esse non rimanevano altro che frammenti. Dopo aver mangiato gli altri quattro, i sopravvissuti erano arrivati al loro ultimo cadavere, come informarono i soccorritori, terrei in volto. Intorno al fuoco c'erano capelli, teschi e frammenti degli arti mezzi consumati. 
In una tenda vicina, il fratello di Jacob, George, leader della carovana, era gravemente malato, ma le sue tre giovani figlie, è stato osservato, erano di aspetto robusto e sano. Come i loro cugini appollaiati sul tronco, anche loro erano rimaste in vita mangiando la carne dei primi tre piloti morti, e poi quella del loro “zio Jake”. Anni dopo, una di quele figlie, Georgia, che aveva appena cinque anni all'epoca, ricordò che era stata la vedova di Jacob a suggerire di disseppellire il suo corpo e di nutrire i bambini con i suoi arti. La ragazza ha scritto: Mentre mangiavo, mi è capitato di alzare lo sguardo, mia madre si era voltata e papà piangeva.
Ma, come se potesse essere possibile, le squadre di soccorso dovevano ancora scoprire le profondità più scioccanti in cui i sopravvissuti erano caduti. A metà marzo, William Foster e William Eddy, i due superstiti maschi della Forlorn Hope, arrivarono sperando di trovare vivi tutti. Ma erano tutti morti, due dei quali solo qualche giorno prima, e furono subito mangiati. Un uomo, che era ancora vivo, ma in delirio, puntò il dito contro l’immigrato tedesco Lewis Keseberg, rannicchiato in un angolo. Keseberg disse, che una bimba aveva preso uno dei figli di Foster a letto con lei per stare al caldo e lo aveva strangolato durante la notte. Il mattino dopo, lei aveva appeso il piccolo corpo su una parete della cabina come un pezzo di carne. 






Keseberg fu l’ultimo membro del Donner Party ad arrivare a Sutter’s Fort il 29 aprile. Ancora oggi si discute sui motivi della la sua sopravvivenza, dal momento che fu trovato con una pistola, pentole di carne umana e gran parte dell’oro della famiglia Donner. I soccorritori trovarono persino carne animale nascosta nell’angolo, che ritenevano comunque abbastanza buona da mangiare. William Eddy fu uno dei soccorritori che trovò Keseberg, solo per rendersi conto che Keseberg aveva banchettato con i resti di suo figlio. Eddy giurò di uccidere Keseberg sul luogo, mentre gli altri membri del gruppo di soccorso pensavano seriamente a linciarlo in base alla natura apparentemente omicida della sua sopravvivenza. Tuttavia, prevalevano le teste più fredde, e Keseberg convinse i soccorritori a lasciarlo tornare a Sutter’s Fort con loro. Evitò ogni accusa, ma visse il resto della sua vita in solitudine, poiché i racconti del suo cannibalismo lo seguivano ovunque andasse. Keseberg, terrorizzato, che a malapena riuscì a salvarsi, negò con veemenza di aver mai ucciso qualcuno, anche se ammise di aver mangiato i tre bambini. Accanto a lui c’era un calderone pieno d’acqua rossa e di quello che sembrava essere fegato e polmoni umani freschi. Non solo aveva mangiato il suo ultimo compagno nel campo quando questi morì, ma gli aveva anche rubato i soldi. Per il resto della sua vita Keseberg fu etichettato come un uomo che era stato cannibale per scelta piuttosto che per necessità. Emarginato socialmente, morì senza casa e senza un soldo, dimenticato da tutti. 
Michael Wallis sostiene che i vittoriani avevano fatto di Keseberg un capro espiatorio perché non volevano ammettere che tanti membri del Donner Party erano stati disposti a indulgere nel cannibalismo. Tuttavia, lo storico sostiene anche che non è giusto stigmatizzare ciò che hanno fatto. Per gli emigranti i corpi dei morti rappresentano il sostentamento e nient’altro; si trattava di mangiare i morti, o morire
Alla fine di aprile del 1847, la tragedia del Donner Party era finalmente finita, quasi un anno dopo l'inizio del viaggio. La scoperta di Keseberg da parte del quarto e ultimo gruppo di soccorso ha fatto sì che tutti i sopravvissuti fossero finalmente arrivati in California.


Mister No n. 210, novembre 1992. Disegno di Diso

Ottantasette uomini, donne e bambini iniziarono il viaggio. Solo 46 sopravvissero, 32 dei quali erano bambini. Quel numero sarebbe stato indubbiamente molto più basso se non fosse stato per le eroiche missioni di salvataggio, l'insistenza di James Reed nel chiedere aiuto e la guida disinteressata di Luis e Salvador. Di tutte le famiglie in viaggio, è stata la famiglia Donner ad avere più perdite. Tutti e quattro gli adulti e quattro dei bambini morirono. Invece, non un singolo membro della famiglia Reed morì, e nessuna delle loro gole si scatenò nel cannibalismo. Grazie a Dio abbiamo superato tutto e la nostra è stata l'unica famiglia che non ha mangiato carne umana.
Si stima che circa la metà dei sopravvissuti sia incorsa nel cannibalismo, mentre quasi tutti i cadaveri sono stati mangiati in una certa misura. 
Virginia Reed, a tredici anni, tornata in Illinois, scrisse a un cugino e gli diede qualche consiglio nel caso in cui si trovasse in una situazione simile: Ricorda, non prendere mai scorciatoie e sbrigati più veloce che puoi
La storia della tragedia di Donner si diffuse rapidamente in tutto il paese. I giornali stampavano lettere e diari e accusavano i viaggiatori di cattiva condotta, cannibalismo e persino omicidio. I membri sopravvissuti avevano punti di vista, pregiudizi e ricordi diversi, quindi ciò che realmente accadde non fu mai chiaro. 

Breve riassunto in ordine cronologico delle date di questo misterioso e indecifrabile viaggio: 

31 ottobre 1846 - Il Donner Party arriva al Lago Donner. 

3 novembre 1846 - Il Donner Party cerca il Donner Summit. Panico e disperazione. 

13 novembre 1846 - 15 persone cercano di raggiungere il Donner Summit. Falliscono. 

22 novembre 1846 - 22 persone e sette muli provano  a raggiungere il Donner Summit. Discutono e falliscono.


Mister No n. 211, dicembre 1992. Disegno di Diso


16 dicembre 1846 - La Forlorn Hope arriva al Donner Summit: 7 dei 17 sopravviveranno per raggiungere la California in 33 giorni. 

21 dicembre 1846 - Charles Stanton muore vicino al lago Cascade. 

5 gennaio 1847 - Quattro persone falliscono nel cercare di raggiungere il Donner Summit. 

18 febbraio 1847 - Il primo soccorso arriva a Summit Valley. La neve era profonda 30 cm. 

22 febbraio 1847 - 30 persone arrivano in cima al passo. 

26 febbraio 1847 - Altri muoiono sul Donner Summit. 

27 febbraio 1847 - Il secondo soccorso incontra il primo sollievo da qualche parte sul Donner Summit. 

3 marzo 1847 - Il secondo soccorso arriva al Donner Summit da Donner Lake - Starved Camp. 

5 marzo 1847 - Il secondo soccorso è accampato nella Summit Valley. Infuria una tempesta. 

6 marzo 1847 - Isaac Donner muore a Starved Camp. 

8 marzo 1847 - James Reed prende quelli che si allontaneranno da Starved Camp. 

9 marzo 1847 - Altri morti a Starved Camp. 

13 marzo 1847 - Il terzo soccorso arriva a Starved Camp. Undici persone giacciono sul fondo di una profonda fossa. 

14 marzo 1847 - Il terzo soccorso arriva da Donner Lake. 







Alcuni incolpavano Lansford W. Hastings (1819 – 1870) per la tragedia, mentre altri incolpavano James Frazier Reed per non aver ascoltato l’avvertimento di Clyman sulla rotta mortale. Dopo la cattiva pubblicità, l’emigrazione in California è diminuita drasticamente e la rotta di Hastings fu quasi del tutto abbandonata. Poi, nel gennaio 1848, l’oro fu scoperto a Sutter's Mill a Coloma, e i viaggiatori affamati d’oro iniziarono a correre di nuovo verso Ovest. Verso la fine del 1849 più di 100.000 persone erano andate in California per cercare l'oro oro nei pressi dei torrenti e e dei canyon dove il Donner Party aveva sofferto.
Il Donner Lake, chiamato così in memoria della carovana, è oggi un popolare resort di montagna vicino a Truckee, in California, e il Donner Camp è stato designato come monumento storico nazionale. Il Donner Camp è stato un sito di recenti scavi archeologici. Gli scienziati hanno usato microscopi elettronici a scansione per studiare 30 dei pezzi più grandi in cerca di ossa umane che erano state bollite, un indicatore di cannibalismo. Sono stati in grado di identificare ossa di cavalli, buoi, cervi e cani, oltre a conigli e roditori, ma non sono state identificate ossa umane. La varietà di ossa di animali nel campo di Alder Creek suggerisce che i pionieri bloccati potrebbero aver avuto più cibo di quanto si pensasse. Gli antropologi ammettono che sulla base dei resoconti che avevano letto, si aspettavano sicuramente di trovare resti umani tra le ossa degli animali, ma sostenere che nessun atto di cannibalismo si sia verificato nel sito di Alder Creek sulla base di questi risultati è una conclusione che alcuni trovano prematura. Esistono tuttavia limiti a ciò che le nuove abilità e attrezzature possono rivelare. Dei quasi 16.000 frammenti ossei recuperati ad Alder Creek, praticamente tutti sono più piccoli di un’unghia umana. 
L’analisi del DNA non è disponibile a causa della rottura del materiale osseo da temperature estreme, acidità del suolo e un andamento climatico di condizioni molto umide e molto secche nel sito. La documentazione storica indica in modo piuttosto conclusivo che il cannibalismo avvenne. Gli scienziati coinvolti in questo studio ancora in corso non hanno affermato che il cannibalismo non si è verificato, eppure i media lo hanno fatto, ponendo le basi per maggiore confusione e disinformazione, un problema che ha afflitto i discendenti e gli storici per oltre 170 anni.

Maxi Tex n. 17, ottobre 2013. Disegno di Villa


Kevin Starr, lo storico, ha detto che la tragedia è diventata un potente simbolo di distopia nell’immaginazione popolare: Ha fornito un anti-tipo all’intero mito dell’Occidente, in particolare la California, ha scritto in Americans and the California Dream, 1850-1915
Molti dei membri sopravvissuti del gruppo Donner continuarono a condurre una vita normale. Mentre furono dapprima guardaticon apprensione, col tempo ottennero il rispetto dovuto per ciò che avevano subito. 
Bill Schutt, uno zoologo che ha pubblicato un libro sul canibalismo, ha sostenuto che il cannibalismo era una “prevedibile”, anche se estrema, risposta alle privazioni affrontate dal Donner Party. Più notevole, ha detto, è stata la durezza dimostrata dagli emigranti. 
Ha detto Scutt: Tutto quello che poteva andar male è andato male e lo hanno affrontato
Tutto bugie, oppure verità? Giudicate voi stessi, cari amici lettori, il terribile viaggio dellDonner Party. Noi storici, non siamo stati capaci fino a oggi, di risolvere questo strano, complesso, misterioso e vero rebus. 






D’altra parte, coloro che uccidono e poi mangiano le loro vittime sono visti con particolare orrore e disprezzo;  sono i temibili e feroci cannibali del Old West. 





John Garrison nacque intorno al 1824 nel New Jersey. Dopo un periodo in Marina, si diresse verso Ovest e imparò a cacciare, intrappolare e l'arte di sopravvivere tra le montagne da un Mountain Man più vecchio, chiamato “Old” John Hatcher. Garrison cambiò il suo nome in Johnston più o meno in quel periodo, anche se la “t” fu abbandonata in successivi resoconti della sua vita. Johnson acquisto una moglie dal padre di lei, un Indiano di Flathead. Costruirono una capanna nel deserto, ma quando Johnson tornò da una solitaria spedizione di caccia nel 1847, scoprì che la baracca era stata bruciata e che la moglie incinta era stata uccisa dalla tribù Crow. Johnson, nei 20 anni seguenti, ebbe una sola missione: uccidere indiani Crows. I corpi furono trovati dappertutto sulle Montagne Rocciose, scalpati e mancanti del loro fegato, che Johnson aveva mangiato. Questo è attribuito da alcuni all’usanza della montagna di mangiare il fegato fresco di animali cacciati, ma altri dicono che è stato un insulto diretto alla tribù Crow, che considerava il fegato una parte sacra del corpo, necessaria per entrare nell’aldilà. 






Conteggi successivi parlano di circa 300 Crow uccisi nel corso degli anni. Ciò includeva un gruppo di venti uomini inviati a catturare Johnson; nessuno di loro tornò alla tribù. Una volta Johnson fu catturato da cacciatori dei Piedi Neri che progettavano di venderlo ai Crow, ma Johnson non solo riuscì a fuggire, ma uccise la sua guardia e gli tagliò una gamba con la quale si sostentò durante il suo viaggio verso casa. Le notizie dell'epoca sulle imprese di Johnson gli valsero il soprannome di “Liver-Eating”. Johnson lasciò i monti abbastanza a lungo da servire nell’Esercito dell’Unione nel 1864 durante la Guerra Civile, per poi tornare sulle Montagne Rocciose. Fece poi pace con i Crow e non mangiò mai più un fegato umano. Circa 25 anni dopo aver iniziato la sua ricerca di vendetta, Liver-Eating Johnson in qualche modo mise da parte la sua sete di sangue. Alcuni storici, e tra l’altro anch’io, credono che un motivo della tregua potrebbe essere la crescente violenza tra le tribù. Grazie all’imminente minaccia di guerra, le tribù si univano e formavano alleanze, e la pace di Johnson avrebbe potuto farne parte. Johnson ha servito pure come vice sceriffo in due città del Vecchio West (Coulson e Red Lodge nel Montana), ed è morto a casa di un veterano nel 1900. 
La prima parte di questa storia ti sembra, diciamo così, familiare?





Sì, perché sulla storia di Johnson si basa il film di Sidney Pollack del 1972, interpretato da Robert Redford: Jeremiah Johnson (Corvo rosso non avrai il mio scalpo). 






Alfred "Alferd" Packer nacque nella contea di Alleghenny, in Pennsilvania, nel 1842 e morì nel 1907 nel contea di Jefferson, in Colorado. Si guadagnò il soprannome di “The Colorado Cannibal” nel 1874. In quell'anno partì da Provo, nello Utah, con diversi altri uomini per cercare l’oro a Breckenridge, in Colorado. A febbraio, sei uomini (Israel Swan, Shannon Wilson Bell, George Noon, James Humphrey, Frank Miller e la loro guida, Packer) furono avvistati in un campo degli indiani Ute in Colorado. Due mesi dopo, Packer si presentò da solo presso l’Agenzia Indiana Los Pinos. Disse che gli altri erano andati in cerca di cibo dopo essere stati bloccati da una bufera di neve e Packer si aspettava che si presentassero in qualsiasi momento. Stranamente, Packer non sembrava affamato, né chiedeva cibo. Altri sospetti sulla sua storia sorsero in seguito quando fu visto spendere soldi senza pensieri. Packer fu arrestato per essere interrogato. Il racconto che rese fu piuttosto diverso: Packer disse che mentre erano bloccati, Israel Swan (il più anziano del gruppo) morì e gli altri mangiarono il suo corpo. Humphrey morì successivamente, per cause naturali; Miller morì per un misterioso incidente. Ciascuno dei corpi fu mangiato dai sopravvissuti. Poi, secondo Packer, Shannon Bell sparò a Noon per mangiarlo. Poi Bell cercò di uccidere anche Packer, ma Packer uccise Bell come autodifesa. Non molto tempo dopo aver raccontato la sua storia, Packer fuggì dalla prigione e non fu più visto fino al 1883.
Nel frattempo, i resti degli altri cercatori furono trovati, mostrando prove di violenza. Tuttavia, erano tutti vicini l’uno all’altro e i loro piedi erano legati con strisce di coperta. 





Passarono nove anni prima che Packer fosse catturato vicino a Fort Fetterman, nel Wyoming, nel marzo del 1883. Fece quindi la sua famosa seconda confessione riguardo alle morti. Confessò di aver ucciso Bell in autodifesa, ammettendo questa volta di aver preso soldi e un fucile dai morti. Il primo processo di Packer avvenne nell’aula del piano superiore del tribunale della contea di Hinsdale durante le prime due settimane dell’aprile 1883. Fu dichiarato colpevole. La sua condanna fu annullata, tuttavia, il 30 ottobre 1885 fu arrestato di nuovo e un secondo processo ebbe luogo a Gunnison nell’agosto del 1886. Fu condannato a 40 anni da scontare nel penitenziario del Colorado. Nel gennaio del 1901 il governatore Thomas emise la libertà su parola per Packer. Si trasferì nella zona di Denver, dove rimase fino alla sua morte, il 23 aprile 1907. 
Nel 1989, è stato condotto un moderno esame forense sui resti delle vittime. Un team guidato dal Dr. James Starrs della George Washington University ha riesumato le ossa delle vittime per uno studio scientifico presso l’Human Identification Lab di Tucson, in Arizona. 





Gli esaminatori hanno scoperto che tre dei corpi hanno avuto colpi violenti alla testa, così come tagli alle braccia e alle mani interpretabili come ferite difensive. Un corpo sembrava avere anche una ferita da proiettile. Questa prova sembra indicare che la seconda testimonianza di Packer è vera. Packer stesso uccise e mangiò gli altri cinque membri del suo gruppo. L’attenzione nazionale si concentrò su Lake City nell'estate del 1989, quando una squadra di archeologi e esperti forensi scoprì la tomba di cinque uomini uccisi 115 anni prima. 




Packer uccise tutti e cinque i suoi compagni e poi visse con la loro carne per settimane? Si uccisero a vicenda? Oppure, gli scienziati non troverebbero nulla sotto il masso commemorativo, che elenca i nomi di quegli uomini sfortunati: James Humphreys, Frank Miller, George Noon, Israel Swan e Wilson Bell? Conclusero che le ossa mostravano prove di cannibalismo e morti violente. Le spoglie furono poi restituite a Lake City e riconsacrate il ​​15 agosto, in un servizio multi-confessionale. Le ossa di ogni scheletro sono state poste in uno dei cinque scomparti in un’unica scatola di legno. I resti di quei cinque cercatori riposano pacificamente sul promontorio che sovrasta il Fork Lake. 







Il nome di Boone Helm è stato tramandato a noi come una legenda americana più malvagia di quelle che coinvolsero gli altri cannibali. Helm nacque nel Kentucky intorno al 1828 e crebbe nel Missouri. Anche se gli Stati Uniti erano ancora in gran parte selvaggi, la notizia del “Kentucky Cannibal” iniziò a diffondersi in tutto il paese. Helm era in fuga fin dall’inizio del suo viaggio, ma la ricerca del divoratore di carne continuava a scaldarsi più si avvicinava alla California. Riuscì a raggiungere San Francisco, dove avrebbe potuto continuare a eludere le autorità, ma Helm era incapace di mantenere un basso profilo. Mentre era in città uccise un uomo che gli aveva fornito un riparo dalla polizia. Al tempo della “California Gold Rush” nel 1849, Helm aveva già una reputazione di piantagrane, e infatti aveva già ucciso almeno un uomo e aveva passato un po' di tempo in un manicomio. In California, viveva di omicidi e furti invece che di estrazione mineraria, poiché i minatori avevano allettanti sacche d’oro. Ma nel 1862, alla fine la sua fortuna girò. Dopo aver sparato in un bar a un uomo disarmato, provò a fuggire, sentendosi ormai immune alla giustizia. Poi, mentre si nascondeva dalla legge, uccise un altro uomo, anch’egli fuggitivo, e cominciò a mangiarlo. Non molto tempo dopo, i Marshall riuscirono finalmente a catturare Helm, e fu processato. Durante il viaggio in California, Helm aveva l’abitudine di fermarsi in ogni saloon lungo la strada. Dopotutto, era un fan dell’alcol. E dal momento che aveva sempre rapinato le sue vittime, ebbe un "flusso di cassa" piuttosto costante, comprese monete d’oro. A volte portava la vittima designata con sé nel saloon, o incontrava una nuova vittima mentre si godeva un drink. Era un ottimo modo per colpire le vittime, dato che la loro guardia era abbassata a causa dell’alcol. Ciò che nessuno di loro sospettava, però, era che mentre erano venuti al bar per un drink, sarebbero finiti sul suo speciale e gustoso menù! Quando Helm raggiunse l’Idaho, lui e gli uomini che lo stavano ancora accompagnando avevano cominciato a perdere tempo con le scorte di cibo. All’inizio, ce la fecero uccidendo alcuni dei cavalli e mangiandoli. Sempre pieni di risorse, Frontier Men usavano le pelli dei cavalli per costruire robuste racchette da neve; tuttavia, l’inverno incombeva su di loro e il viaggio diventò tremendamente difficile.





Alla fine solo due uomini rimasero nella gruppo: Helm e un altro di nome Burton. Entrambi erano duri come chiodi, ma lentamente Burton iniziò a indebolirsi e disse a Helm che non poteva continuare. Helm decise di lasciarlo indietro, ma subito dopo sentì uno sparo. Tornò indietro per scoprire (secondo la sua versione della storia) che Burton si era ucciso. 
Helm tagliò quindi le gambe di Burton e le arrostì, mangiandone una e avvolgendo l’altra in un panno per portarsela dietro nel resto del viaggio. Helm si diresse allora a nord, verso l’Oregon, dove continuò le sue imprese crimonali, fatte di furti e di omicidi di individui scelti a caso. 
Dirigendosi nel deserto dell’Oregon nel 1853 con una banda di fuorilegge, furono bloccati dal maltempo e uno a uno morirono. Sebbene non esista un resoconto ufficiale di quando Boone Helm abbia provato per la prima volta la carne umana, nel suo viaggio verso la California incontrò un gran numero di persone e apparentemente uccise molti di loro a suo piacimento. Di conseguenza, si è quasi sempre sentito obbligato di far rispettare la legge della natura. A un certo punto, mentre stava viaggiando nel deserto con altri sei uomini, una sera attorno al fuoco, confidò loro: 
Molti sono stati i poveri diavoli che ho ucciso, in varie occasioni... e a volte sono stato costretto a cibarmi di loro.
Ma cosa intendeva dire esattamente con questo? Stava forse suggerendo che dal momento che erano già morti non c’era bisogno di lasciare che tutta quella carne andasse sprecata? Helm e un altro sopravvissuto, di nome Burton, cercarono di raggiungere la civiltà, ma Burton, non più in grado di viaggiare, si sparò. Helm lo tagliò a pezzi e si portò via parti di Burton per mangiare mentre viaggiava. Salvato dal geologo ed esploratore John Wesley Powell (1834 – 1902), Helm non espresse gratitudine per l’aiuto, né condivise nulla delle centinaia di dollari che aveva in tasca. 




Powell se ne andò, mentre Helm uccise altri due uomini che potevano procurargli guai. Arrivò dunque nello Utah, dove si vantò delle sue imprese e si guadagnò da vivere come sicario. In Oregon, nel 1862, sparò e uccise un uomo di nome Dutch Fred, che era disarmato e non costituiva alcuna minaccia per Helm. Non sapeva più dove andare, e in seguito dovette sopportare un altro duro inverno nel deserto, ma sopravvisse uccidendo un compagno e mangiandolo. Alla fine Helm fu processato per l’uccisione di Dutch Fred, ma i testimoni si rifiutarono di apparire o di testimoniare, forse perché furono pagati dal ricco fratello di Helm.
Boone Helm collaborò poi con la Henry Plummer Gang, e questo portò al suo arresto, con molti membri della banda. Boone Helm guardò i suoi amici che stavano per morire, e disse a Jack di smettere di fare tante storie, perché non ha senso avere paura di morire”; e in effetti probabilmente non è mai esistito un uomo così privo di ogni accenno di paura. Non ha mai dato valore né alla vita degli altri né alla sua. Vide che la fine era arrivata, e fu incurante del resto. Aveva un dito dolorante, che era stato fasciato, e questo sembrava disturbarlo più di ogni altra cosa. Ci fu un ritardo nelle confessioni e negli ultimi uffici religiosi di coloro che pregavano per i condannati, e questo sembrò irritare Boone Helm. 
Per l’amor di Dio, disse lui al boia, se hai intenzione di impiccarmi, voglio che tu lo faccia subito! E poi: dammi il tuo cappotto, Jack, disse a Gallager, dato che quest'ultimo era stato spogliato per salire sul patibolo.



Fu condotto alla forca il 14 gennaio 1864, a Virginia City, nel Montana, di fronte a una folla di 6.000 persone. Ci furono cinque impiccagioni quel giorno in città:i Jack Gallagher, “Clubfoot” George Lane, Boone Helm, Hayes Lyons e Frank Parrish/Olaf Carl Seltzer 
Ho guardato la morte in tutte le forme, disse Helm, freddamente e poi aggiunse: E non ho paura di morire. Poi chiese un bicchiere di whisky, così come molti di questi assassini quando furono portati al patibolo. Da quel momento si mostrò del tutto indifferente, in un finale degno di una persona ambiziosa. Boone Helm era stato un Confederato rabbioso, e questo fu fino all’ultimo.
Ogni uomo ha le sue proprie idee, gridò. E poi: Evviva Jeff Davis! Diamoci un taglio!
Mentre gli altri membri della banda era stati tutti impiccati, Helm saltò giù dalla casa su cui stava in piedi, impiccandosi da solo prima che potesse farlo il boia. E quello fu il suo ultimo omicidio finale.
Se sei mai stato a Virginia City, saprai di quella una strana sensazione, qualcosa che mescola il sacro e il profano, dando al turista un pizzico di macabre sensazioni. Puoi comprare una maglietta con disegnato sopra un simpatico collezionista di fumetti, oppure puoi vedere il piede mozzato e pietrificato del povero George “Piede storto” Lane, oppure puoi fare entrambe le cose. A Virginia City una delle cose più importanti da vedere è il posto in cui i Vigilantes del Montana impiccarono Boone Helm, "Clubfoot" Lane, Frank Parrish e altri due. Helm esercita da tempo un certo potere sull'immaginario americano, a partire da quello dei suoi contemporanei. Sopravvissuto, assassino, ladro, tagliagole e sedicente cannibale, Helm nacque nel Kentucky ma si fece strada in tutto il West.




Quel celebre spaccone spesso sosteneva di aver mangiato persone, ma la sua unica esperienza accertata di cannibalismo fu quando fu bloccato durante un inverno nell’Idaho con un uomo di nome Burton. Avevano già ucciso e mangiato i loro cavalli, e Helm era già con un piede nella fossa quando sentì quello che poteva essere un suono benvenuto per un uomo senza morale come lui: un colpo di pistola. Il suo ultimo compagno sopravvissuto si era sparato, quindi Helm si servì di quella... opportunità culinaria. Quando Helm fu arrestato dai Vigilantes nel Montana, dichiarò di aver ucciso o mangiato un bel po' di uomini, compresi quelli che lo avevano difeso, che lo avevano nascosto e che gli avevano fornito una seconda possibilità. Helm era un fuorilegge nato, il tipo di uomo che oggi potrebbe essere etichettato come uno psicopatico, ma che ai suoi tempi era una leggenda da romanzo, una leggenda noto come “Kentucky Cannibal”. Era anche uno showman incallito e impenitente. La Storia racconta che nel suo ultimo giorno, dopo aver mentito sotto giuramento circa le sue attività e baciando la Bibbia, fece un’ultima richiesta di whisky. Sebbene alcuni dei presenti si sentirono offesi dal fatto che un uomo avrebbe incontrato il Signore con l'alito che sapeva di whisky, quest’ultima gentilezza gli fu comunque concessa.
Camminare nell’edificio dove furono impiccati, che è ancora in piedi, e vedere la trave che deve aver gemuto sotto il peso di quei cinque uomini è ciò che viene definito colloquialmente come un “Viaggio senza ritorno”. Forse è la storia a volte terribile di Virginia City e di Nevada City che dà loro il loro fascino particolare. Hai la sensazione che la gioia, il trionfo e la disperazione della gente di un secolo e mezzo fa sia solo un po' più vicina, o che la membrana tra noi e la storia sia un po' più sottile in quei posti rispetto alla maggior parte degli altri luoghi. Una sensazione che proprio dietro l’angolo dei negozi di t-shirt e del gelato artigianale ci sia una città senza legge nel mezzo del “boom” aurifero dove i badmen, gli homesteader e i mercanti stanno cercando fortune incerte nei momenti difficili, e dove un uomo come Boone Helm potrebbe semplicemente stare in agguato con un occhio a vigilare sull'oro e lo stomaco malvagio che brontola per mancanza di cibo. Solo il pensiero del cannibalismo, il consumo di carne umana, induce brividi nei viventi. Tuttavia, molte persone concordano sul fatto che, nonostante il tabù culturale, i casi in cui la gente ha ingerito cadaveri perché era l’unico cibo disponibile per sopravvivere possono essere perdonati (se non dimenticati). 
Giudicate voi stessi, cari amici lettori, il terribile viaggio della Donner Party e le vicende di alcuni dei più voraci cannibali del Wild Old West...



Wilson Vieira

N.B. Trovate i link alle altre puntate della Storia del West su Cronologie & Index!