lunedì 30 marzo 2020

VITA E OPERE DI HOWARD PHILLIPS LOVECRAFT - SESTA PARTE (1923)

di Sergio Climinti


Illustrazione di Matt Buck (2009)

1923

Marzo. Esce il primo numero di "Weird Tales", rivista pulp che pubblica racconti di genere fantastico, horror e fantascientifico. Fondata a Chicago dall’ex giornalista Jack Clark Henneberger, uscirà regolarmente per un trentennio, fino al settembre 1954, chiudendo col numero 279.
Sulle sue pagine verranno pubblicati i lavori di molti scrittori destinati a diventare famosi: Clark Ashton Smith, Seabury Quinn, Robert E. Howard, Robert Bloch, Fritz Leiber, Ray Bradbury, Henry Kuttner, Theodore Sturgeon, Margaret St. Clair, August Derleth e, naturalmente, H. P. Lovecraft.


Copertina del primo numero della rivista 'Weird Tales' (Marzo 1923)


Aprile. Lovecraft visita la città di Danvers, nel Massachusetts. La città venne fondata dagli abitanti della vicina Salem affinché diventasse, con le sue numerose fattorie, un centro di produzione di derrate alimentari, perché Salem sorgeva su un terreno poco produttivo. Fu a Danvers che, nel 1692, si svolse il famoso processo alle streghe di Salem. Lo scrittore, oltre alla città, esplora anche la circostante “regione delle streghe”.
In questo mese viene pubblicato The Poetical Works of Jonathan E. Hoag, un libro di poesie curato da Lovecraft insieme con gli amici James F. Morton e Samuel Loveman. Jonathan E. Hoag (1831-1827), un poeta legato al mondo della stampa amatoriale, autoproduce il suo libro alla veneranda età di 91 anni. Lovecraft vi contribuisce con sei delle sue poesie e scrivendo la prefazione. Sincero ammiratore dell’anziano poeta, Lovecraft, dal 1918 al 1927, scrive una poesia in occasione di ogni suo compleanno.
Giugno. Lo scrittore visita di nuovo Marblehead, cittadina che terrà bene in mente quando si tratterà di immaginare la planimetria della Kingsport che, alla fine dell’anno, sarà la protagonista di un suo racconto, La Ricorrenza.


Frontespizio del libro di Hoag con foto dell'autore (1923)

Luglio. Il 3 e il 4 si trova a Boston, per una riunione dell’Hub Club.
In questo mese Sonia lo raggiunge a Providence. Da qui i due organizzano una gita a Narragansett Pier, nel Rhode Island.

Agosto. Il 10 agosto Maurice W. Moe si reca a Providence per conoscere HPL. È in questa occasione che i due si vedono di persona per la prima volta, nonostante si conoscano per lettera dal 1914.
Lovecraft fa una gita a Portsmouth, nel New Hampshire.



Illustrazione di William F. Heitman per Weird Tales (1924)



I RATTI NEI MURI
(THE RATS IN THE WALLS, agosto-settembre)

Il 16 luglio 1923 mi trasferii a Exham Priory dopo che l’ultimo artigiano aveva finito i suoi lavori. La ristrutturazione era stata un’impresa straordinaria, perché dell’edificio era rimasto ben poco: un guscio vuoto e in rovina. Il luogo era disabitato dai tempi di Giacomo I, quando una tragedia orribile e in gran parte misteriosa aveva colpito il signore del casato, cinque figli e parecchi servi, e aveva indotto il terzo figlio, mio progenitore in linea diretta e unico sopravvissuto dell’aborrita famiglia, a fuggire sotto l’ombra di atroci sospetti. Poiché l’unico erede legittimo era ritenuto un’assassino, i beni erano passati alla corona senza che il mio antenato facesse nessun tentativo di discolparsi o di tornare in possesso di ciò che gli apparteneva. Sconvolto dall’orrore di qualcosa che andava oltre il rimorso e il timore della legge, pervaso dal desiderio di cancellare l’antico edificio dai suoi occhi e dalla memoria, Walter de la Poer, undicesimo barone di Exham, era fuggito in Virginia e lì aveva fondato la famiglia che nel secolo successivo avrebbe cambiato nome in Delapore.”


Giacomo I (1566-1625) in un ritratto ufficiale eseguito da Daniel Mytens (1590-1648)


Da quel momento nell’antica casa non aveva abitato più nessuno, nonostante fosse stata annessa alle vicine proprietà dei Norrys e fosse diventata oggetto di studio per la sua particolare architettura, piuttosto eterogenea e bizzarra. Torrioni gotici poggiavano su strutture sassoni e romaniche, e nelle fondamenta si trovavano tracce di stile druidico e cimbrico.
L’io narrante conosce solo per sommi capi la storia della sua casata. Il padre gli aveva parlato di un documento che i capofamiglia si erano passati di generazione in generazione, il quale però era bruciato a causa di un incendio nella casa virginiana, durante la Guerra Civile.


Prima tavola dell'adattamento a fumetti di Richard Corben (1972)


Mio padre morì nel 1904 senza poter lasciare nessuna informazione a me o a mio figlio Alfred, un ragazzo orfano di madre che aveva allora soltanto dieci anni. Eppure fu proprio Alfred a capovolgere l’ordine con cui, di padre in figlio, ci trasmettevamo le notizie sul passato: sebbene non gli avessi dato che poche congetture sulla storia di famiglia, quando nel 1917 la Guerra lo portò in Inghilterra, come ufficiale di aviazione, mi informò di alcune interessanti leggende che ci riguardavano. A quanto pare i Delapore avevano una storia colorita e addirittura sinistra, perché un amico di mio figlio – il capitano Edward Norrys dell’Aviazione Reale Britannica – abitava nei pressi dell’antica casa di Anchester e conosceva le superstizioni dei contadini: roba che pochi romanzieri avrebbero potuto eguagliare per delirio e fantasia. Norrys, ovviamente, non prendeva queste cose sul serio, ma mio figlio le trovò divertenti e ne parlò abbondantemente nelle sue lettere. Fu questo corpus di leggende che attirò il mio interesse sulle origini della famiglia oltre Atlantico e che in seguito mi decise all’acquisto di Exham Priory e alla sua restaurazione; Norrys l’aveva mostrata ad Alfred nel suo pittoresco abbandono e si era offerto di fargliela avere a un prezzo molto ragionevole, perché il proprietario era suo zio.”
Tornato invalido dal fronte, Alfred muore due anni dopo e, una volta in pensione, il protagonista decide di vivere gli anni che gli rimangono nella casa dei suoi antenati. Giunto in Inghilterra, fa la conoscenza di Edward Norrys, il quale si offre di aiutarlo nella ristrutturazione.


Statua di Cibele


La prima volta che vidi Exham Priory fu senza particolari emozioni, perché si trattava di un mucchio di vacillanti rovine medievali coperte di licheni e bucherellate dai nidi di cornacchia; rovine che si affacciavano pericolosamente su un precipizio ed erano prive di pavimenti o altri elementi interni che non fossero le mura di pietra delle torri.”
Nessuno degli abitanti della vicina Anchester è però disposto a lavorare al cantiere, così gli operai vengono reclutati fuori, mentre la diffidenza nei confronti del nuovo proprietario da parte degli abitanti del villaggio non viene mitigata neanche dall’amicizia con Norrys.
Quello che non mi perdonavano, probabilmente, era la decisione di ricostruire un antico simbolo di terrore: per irragionevole che fosse, gli abitanti di Anchester vedevano Exham Priory come un covo di orchi e di stregoni. Mettendo insieme i racconti che Norrys raccoglieva per me e le informazioni degli studiosi che avevano esaminato le rovine, mi resi conto che Exham Priory sorgeva sul sito di un tempio preistorico: una costruzione druidica o pre-druidica contemporanea di Stonhenge. Pochi dubitavano che vi venissero compiuti riti abominevoli, ed esistevano racconti poco simpatici che testimoniavano come certe pratiche si fossero trasferite nel culto di Cibele introdotto dai romani. Nei sotterranei erano ancora visibili iscrizioni come DIV… OPS… MAGNA. MAT… rivolte a quella Magna Mater la cui oscura religione era stata un tempo proibita ai cittadini romani, ma invano. Anchester era stata l’accampamento della terza legione di Augusto, come attestato da numerosi resti, e si diceva che il tempio di Cibele fosse splendido e affollato di fedeli che eseguivano riti occulti sotto la guida di un sacerdote frigio.”


Prima pagina di una riduzione a fumetti di Bob Jenney, pubblicata su 'Creepy' n. 21 (1968)


Le cerimonie non smettono di essere celebrate neanche quando i riti pagani vengono soppiantati dal cristianesimo. Intorno all’anno mille diventa la sede di un convento ma subisce un forte declino a causa dell’invasione normanna, per cui nessuno si oppone quando Enrico III lo dona alla famiglia de la Poer nel 1261. Bisogna però aspettare il 1307 - dove in una cronaca del tempo ci si riferisce a un de la Poer come un “maledetto da Dio” accusato, lui e in seguito anche i suoi discendenti, della sparizione periodica di persone del villaggio - per veder fiorire le sinistre leggende sul castello, sopravvissute fino al giorno d’oggi.
Si raccontava che se il primogenito era animato da intenzioni cristiane, questi morisse prematuramente, per far posto a un più tipico rappresentante della schiatta. A quanto pare la famiglia tramandava un culto segreto presieduto dal patriarca ed escluso a chiunque tranne pochi membri fedeli. I requisiti per esservi ammessi dovevano essere più caratteriali che ereditari, perché erano entrati a farne parte uomini e donne unitisi ai de la Poer solo in seguito al matrimonio.”


I Ratti nei Muri by Woschaebedip (2017)

Fra i numerosi racconti spaventosi che si tramandano nel villaggio sulla dimora de la Poer ce n’è uno in particolare che colpisce l’ultimo discendente della famiglia maledetta.
Ma il racconto più impressionante riguardava il flagello dei ratti, un esercito frenetico e disgustoso che si era riversato dal castello tre mesi dopo la tragedia che aveva portato al suo abbandono: un’orda di creature smagrite, sudicie, fameliche, che dilagando dappertutto avevano divorato polli, gatti, cani, maiali, pecore e perfino due sventurati esseri umani prima che la loro furia si fosse placata. Intorno all’indimenticabile esercito di roditori ruota un ciclo di leggende a parte, perché i ratti si sparpagliarono fra le case del villaggio portando nella loro scia terrore e distruzione.”
Due anni dopo, i lavori vengono completati e il 16 luglio del 1923 il protagonista va ad abitare nella vecchia magione rimessa a nuovo. Insieme a lui, sette servitori e nove gatti, tra cui Nigger-Man, il più anziano e il più amato fra tutti. Sempre più curioso dei fatti che portarono il suo antenato a fuggire dall’Inghilterra, l’uomo è in grado di ricostruire nei dettagli la vicenda grazie a molte informazioni raccolte sul luogo.


The Rats in the Walls by Blanka Dvorak (2010)

Ero in possesso, ormai, di un resoconto dettagliato del dramma che aveva portato alla fuga di Walter de la Poer, e mi convinsi che il documento andato perduto a Carfax durante l’incendio parlasse di questo. A quanto pare il mio antenato veniva accusato, con ragione, di avere ucciso nel sonno tutti gli altri membri della famiglia, con l’eccezione di quattro servitori fedeli; e questo era avvenuto due settimane dopo la devastante scoperta che aveva completamente cambiato il suo carattere, ma di cui non aveva parlato a nessuno tranne ai domestici, e anche a loro per allusioni. Dopo averlo aiutato nell’impresa, i quattro si erano dati alla macchia.
Il massacro deliberato della famiglia, che oltre al padre comprendeva tre fratelli e due sorelle, era stato perdonato dagli abitanti del villaggio, e la legge lo aveva giudicato in modo così blando che l’assassino aveva potuto fuggire in Virginia onorato, illeso e senza bisogno di ricorrere a una falsa identità. La sensazione generale era che Walter de la Poer avesse purgato il paese da un’antichissima maledizione. Quale scoperta lo avesse indotto a compiere il terribile gesto, si poteva difficilmente immaginare: ma i racconti sinistri che gravitavano intorno alla famiglia dovevano essergli noti da anni, per cui il movente non poteva essere questo. Aveva assistito a un rito antichissimo e mostruoso? Si era imbattuto, in casa o nelle sue vicinanze, in qualche simbolo spaventoso e rivelatore? In Inghilterra Walter de la Poer aveva fama di essere un giovanotto timido e gentile; in Virginia non si parlava di lui come di un uomo duro o amareggiato, ma piuttosto apprensivo e confuso. Un gentiluomo e avventuriero del suo tempo, Francis Harley di Bellview, lo descrive nel suo diario come un individuo di specchiata onestà, delicatezza e onore.”


Illustrazione di Kochetov Mihail (2014)


Qualche giorno dopo, il 22 luglio, il felino preferito del padrone passeggia nervosamente davanti alle pareti che formavano una parte della vecchia struttura gotica, annusandole e grattandole ripetutamente. Il giorno successivo anche gli altri gatti manifestano la medesima irrequietezza. La sera, il protagonista si ritira nella sua stanza per dormire in compagnia dell’amato gatto.
A un certo punto devo essermi addormentato, perché quando il gatto trasalì, abbandonando il solito posto, stavo sognando. Lo vidi nel debole chiarore della finestra, con la testa protesa in avanti, le zampe anteriori sulle mie caviglie e quelle posteriori tese indietro. Nigger-Man fissava intensamente un punto della parete che si trovava un po’ a occidente della finestra e in cui io non vedevo niente di strano, pur osservandolo con la massima attenzione. All’improvviso mi resi conto che l’eccitazione del gatto non era ingiustificata, e anche se non sono certo che l’arazzo si muovesse (ma penso di sì, almeno un poco), giuro che dietro di esso sentii un inconfondibile trepestio di topi. In un attimo il gatto balzò sul rivestimento di stoffa, lacerandolo in parte con il suo peso e mettendo a nudo un antico tratto del muro di pietra. I restauratori lo avevano riparato qua e là e nessuno si era accorto dei ratti. Nigger-Man passeggiava lungo il muro, lacerando con le unghie il pezzo di arazzo caduto e cercando a volte di infilare la zampa fra il punto in cui finiva il muro e il pavimento di legno: non trovò niente e dopo un poco tornò al suo posto, ai miei piedi. Io non mi ero mosso, ma quella notte non dormii affatto.”


Attis, servitore della dea Cibele


Il giorno dopo l’uomo si procura delle trappole e del topicida, poi si appresta a trascorrere un’altra notte nella sua camera.
Quella sera andai a letto presto perché ero molto stanco, ma fui tormentato da sogni orribili. Avevo l’impressione di guardare, da grande altezza, una caverna immersa nella penombra e piena di rifiuti fino al ginocchio; un demone-porcaro dalla barba bianca guidava con una lunga pertica un gregge di bestie flaccide e pallide come funghi, il cui aspetto mi riempì del più assoluto ribrezzo. Poi, quando il porcaro si fermò e annuì compiaciuto per aver portato a termine il suo compito, un enorme sciame di ratti si precipitò nella caverna appestata e divorò contemporaneamente gli animali e il guardiano.
Da quella terribile visione mi svegliò un brusco movimento di Nigger-Man, che come al solito dormiva sui miei piedi. Stavolta non fu necessario domandarmi il perché dell’inquietudine e del miagolio del gatto, né dello scatto con cui mi piantò le unghie nelle caviglie, senza preoccuparsi del mio dolore: le pareti erano vive d’un trepestio sconvolgente, la marcia velocissima di giganteschi topi affamati. Dalla finestra non giungeva il chiarore della notte prima e non potevo giudicare lo stato della tappezzeria (la cui parte rovinata era stata sostituita dai camerieri), ma non ero così spaventato da non poter accendere la luce.


Disegno di Lukas Svrcek (2017)


Al chiarore della lampadina vidi che l’arazzo tremava da cima a fondo, e il disegno, piuttosto bizzarro, eseguiva una strana danza di morte sulle pareti. Quasi immediatamente il movimento si arrestò e con esso il rumore. Balzai in piedi, tastai la tappezzeria con il lungo manico di uno scaldaletto e ne sollevai un lembo per vedere cosa si nascondesse dietro. Niente, a parte il muro di pietra, e anche il gatto non avvertiva più le presenze estranee. Esaminai la trappola rotonda che avevo piazzato in camera e scoprii che in qualche modo era scattata, anche se non restava traccia di ciò che era rimasto imprigionato e poi era fuggito.”
Interrotto ormai il sonno, Delapore esce dalla camera, seguito dal suo gatto, e si dirige verso il suo studio, situato al piano inferiore. Mentre scende le scale, sente lo stesso baccano provenire dalla stanza e, una volta entrato, vede le pareti rivestite di legno brulicanti di topi in corsa e il suo gatto balzare da un punto all’altro dello studio intento ad afferrare gli invisibili roditori. Poco dopo sopraggiungono due servitori, non per il trepestio, che non hanno avvertito, ma per lo strano comportamento degli altri gatti, i quali si sono precipitati rapidamente per le scale, fino a fermarsi davanti alla porta della cantina. Intanto, il rumore nello studio è cessato, gli uomini scendono in cantina ma non trovano più alcun felino. Le trappole sono scattate, però sono tutte vuote.


Illustrazione di M. Fersner (2013)

Il giorno successivo il padrone di casa chiama il suo amico Norrys e insieme decidono di esplorare i sotterranei della casa.
Non trovammo niente di anormale, ma non potemmo reprimere un brivido al pensiero che quei cunicoli erano stati costruiti da operai romani. Gli archi bassi e le colonne massicce parlavano di Roma, non delle goffe imitazioni fatte dai sassoni in ardore di latinità, ed esprimevano il severo e armonioso classicismo dell’età dei Cesari. Le pareti abbondavano di iscrizioni familiari agli archeologi che avevano più volte visitato il luogo: parole come ‘P.GETAE.PROP… TEMP… DONA…’ e ‘L.PRAEC…VS…PONTIFI…ATYS…’ Il riferimento ad Attis mi fece accapponare la pelle, perché avevo letto Catullo e sapevo qualcosa degli orribili riti del dio orientale, il cui culto era profondamente collegato a quello di Cibele. Alla luce delle lanterne Norrys e io cercammo di interpretare i bizzarri disegni – quasi del tutto cancellati – che ornavano i rozzi blocchi di pietra che la maggior parte degli studiosi riteneva altari. Non riuscimmo a ricavarne nulla, ma ricordammo che un motivo ricorrente (una specie di sole con i raggi) era, secondo gli archeologi, di origine non romana e sembrava testimoniare che i sacerdoti di età imperiale avessero ereditato gli altari da un più antico tempio aborigeno edificato nello stesso luogo. Su uno dei blocchi c’erano macchie brune che mi insospettirono; la superficie del più grande, al centro della sala, recava tracce di fuoco o di utensili per appiccare il fuoco: probabilmente vi si bruciavano sacrifici.”


Tavola di Richard Corben per un adattamento a fumetti (1972)

I due decidono di trascorrere la notte all’interno del sotterraneo, dormendo su delle brande e in compagnia dell’immancabile Nigger-Man. Delapore sogna ancora lo spaventoso porcaro con le sue bestie pallide e abominevoli, ma quando queste si avvicinano tanto da riuscirne a studiare i lineamenti, si sveglia con un urlo. Successivamente, i gatti rimasti all’esterno cominciano a mostrare gli stessi segni d’inquietudine della notte precedente, con miagolii e graffi alla porta della cantina. Contemporaneamente, anche le antiche pietre romane sembrano percorse dalla moltitudine dei ratti delle notti passate, ma anche in questo caso, solo Delapore e il suo gatto avvertono l’infernale trepestio, perché Norrys sente unicamente i gatti all’esterno. Poi improvvisamente tutto cessa, sia il rumore dei gatti che il trepestio dei roditori. Solo Nigger-Man si aggira irrequieto attorno alla base dell’altare di pietra al centro della sala.
A questo punto il mio terrore dell’ignoto era grande. Si era verificato qualcosa di straordinario e mi resi conto che lo stesso capitano Norrys – un uomo più giovane, più forte e presumibilmente più materialista – era impressionato quanto me, forse a causa della sua familiarità con le leggende locali. Ma per il momento non potevamo fare altro che guardare il vecchio gatto nero, il quale zampettava intorno all’altare con meno fervore di prima e ogni tanto mi guardava miagolando, con l’aria di quando vuole che gli faccia un piacere.


Disegno di Sheree Domingo (2019)


Norrys prese una lampada vicino all’altare ed esaminò il punto dove si aggirava Nigger-Man, quindi si inginocchiò in silenzio e grattò i licheni accumulati da secoli che univano il rozzo blocco preromano al pavimento tassellato. Non trovò niente e stava per abbandonare ogni sforzo quando io notai un particolare insignificante che, pur non indicando nulla che non avessi già immaginato, mi fece trasalire. Ne parlai a Norrys e osservammo il quasi impercettibile fenomeno con l’intensità di chi ha appena fatto una scoperta affascinante e in qualche modo attesa. Tutto si riduceva a questo: la fiamma della lampada vicino all’altare tremolava per una corrente d’aria che prima non aveva ricevuto, e che indubbiamente veniva dalla fessura fra il pavimento e l’altare dove Norrys aveva grattato i licheni.”
I due amici trascorrono il resto della notte nello studio, indecisi sul da fare, ma la mattina dopo stabiliscono di scavare sotto l’altare, contando però di farsi aiutare da cinque esperti da reclutare a Londra. Qualche giorno dopo rientrano a Exham Priory, dove i domestici li informano che durante la loro assenza non è accaduto nulla di strano. Gli ospiti si sistemano nelle loro stanze e la notte scorre tranquilla, a parte i soliti incubi di Delapore con protagonisti il banchetto romano e il demone porcaro con le sue bestie.
Alle undici del giorno seguente il gruppo di uomini (tra cui un archeologo, un esperto in fenomeni psichici e un antropologo) scende nei sotterranei e inclina il pesante altare grazie all’uso di un contrappeso.


Copertina di un E-book (2018)

Ai nostri occhi si presentò uno spettacolo che ci avrebbe sopraffatti se non fossimo stati preparati. Attraverso un’apertura grossolanamente squadrata nel pavimento scendeva una rampa di gradini talmente consunti che al centro sembravano un piano inclinato o poco più; e su di essi, in disordine, erano sparpagliati macabri resti di ossa umane o semi-umane. Gli scheletri in qualche misura integri erano in posizioni tali da suggerire un vero e proprio terror panico e su tutti notammo le tracce di morsi di topi; i crani facevano pensare a individui poco lontani dalla condizione scimmiesca, primitivi o vittime del cretinismo. Sugli orribili gradini si apriva un corridoio a volta, in discesa, che sembrava scavato nella roccia e da cui proveniva una corrente d’aria. Non era il miasma improvviso che sale da una tomba appena aperta, ma anzi una brezza piuttosto fresca. Non ci fermammo a lungo e rabbrividendo cercammo di farci strada verso il basso. Fu allora che Sir William, esaminando le pareti del budello, fece la strana osservazione che a giudicare dalla direzione dei colpi di piccone il corridoio doveva essere stato scavato dal basso.”
Dopo aver sceso qualche gradino, gli uomini si trovano di fronte a qualcosa che li lascia senza fiato. Una enorme caverna semi-illuminata e dalla volta altissima, con resti architettonici di varia natura: “un fantastico intreccio di tumuli, un cerchio selvaggio di monoliti, un rudere romano dalla volta bassa, una rovina di sassoni e un antico edificio inglese in legno… ma tutto questo era niente a confronto dell’orribile spettacolo offerto dalla semplice superficie della caverna. Per metri e metri intorno ai gradini si stendeva un folle miscuglio di ossa umane, o meglio ossa che sembravano umane come quelle sui gradini. Simili a un mare spumeggiante, alcune erano fracassate ma altre in tutto o in parte articolate fino a formare veri e propri scheletri; questi ultimi giacevano invariabilmente in posture allucinate, come se avessero tentato di allontanare un pericolo o di afferrare altri corpi con l’intento di divorarli.”


Illustrazione di Evan Thomas (2010)

L’antropologo, il dottor Trask, esaminando le ossa scopre che gli scheletri hanno le più svariate origini, da antichissimi esemplari evolutivamente collocabili a prima della comparsa dell’uomo di Piltdown fino ad arrivare a resti più recenti, oltre che a probabili incroci degeneri. Fra questi non mancano quelli di numerosi ratti, mentre tutte le ossa mostrano segni di morsi, sia da parte di roditori che di umani. Alcuni di questi scheletri poi, appartengono a esseri che hanno assunto nel tempo una postura quadrupede per almeno venti generazioni.
Orrore si aggiunse a orrore quando cominciammo a osservare i resti architettonici. I quadrupedi – con qualche occasionale compagno reclutato nella classe dei bipedi – erano stati tenuti in recinti di pietra dai quali erano riusciti a evadere in un ultimo delirio di fame e terrore dei topi. Inizialmente dovevano aver costituito un grosso gregge, ingrassato a quanto pareva con i grossolani vegetali i cui resti formavano una sorta di muffa velenosa in fondo a grandi contenitori di pietra più antichi di Roma. Ora sapevo perché i miei antenati avevano tenuto orti così grandi… volesse il cielo che potessi dimenticarmene! Lo scopo per cui il gregge veniva ingrassato era evidente.
Sir William, che stava con la torcia nel rudere romano, tradusse ad alta voce il rituale più macabro che abbia mai udito e ci rivelò la dieta del culto antidiluviano che i sacerdoti di Cibele avevano assimilato al loro. Norrys, pur essendo un soldato, non riusciva a reggersi in piedi quando emerse dall’edificio inglese. Era una macelleria e insieme una cucina, ma questo se l’era aspettato; tuttavia vedere in un posto simile strumenti familiari e leggere semplici graffiti nella nostra lingua, alcuni risalenti appena al 1610, era stato troppo. Io non ebbi la forza di entrarci, ma ricordai che solo la lama del mio antenato Walter de la Poer era riuscito a fermare le diaboliche attività che fervevano in quell’edificio.


I ratti nei muri by Ron Miller (2017)

Trovai la forza, invece, di varcare la soglia della costruzione sassone, la cui porta di quercia era caduta. All’interno scoprii dieci terribili celle di pietra con le sbarre arrugginite; tre di esse custodivano ancora i loro occupanti, scheletri umani evoluti al dito d’uno dei quali trovai un anello con il sigillo della mia famiglia. Sir William scoprì una cripta con prigioni molto più antiche sotto la cappella romana, ma erano vuote. Sotto di esse correva un’altra cripta, piuttosto bassa e piena di casse dove le ossa erano sistemate in bell’ordine; su alcune erano incise formule terribili in latino, greco e nella lingua di Frigia.
Nel frattempo il dottor Task aveva scoperchiato uno dei tumuli preistorici e aveva portato alla luce crani poco più simili a quelli umani che a quelli dei gorilla, su cui erano incisi ideogrammi indescrivibili. Solo il mio gatto camminava indisturbato fra tanti orrori. Una volta lo vidi mostruosamente arcuato su una montagna d’ossa e mi chiesi quali segreti nascondessero i suoi occhi gialli.
Ormai avevo afferrato, sia pur in piccola parte, le spaventose rivelazioni della caverna che il sogno mi aveva anticipato. Insieme agli altri mi volsi verso la parete scura dell’antro, quello in cui la luce non penetrava affatto. Non sapremo mai quali mondi infernali si spalancassero, invisibili, oltre il breve tratto che percorremmo, anche perché decidemmo che all’umanità non conviene svelare segreti del genere; ma dove arrivammo ce n’era abbastanza per annichilirci. Non eravamo avanzati di molto che le torce mostrarono l’infinita successione di cunicoli maledetti in cui i ratti avevano banchettato finché l’improvvisa scarsità di cibo non li aveva spinti ad assalire il gregge di creature flaccide e a uscire dal castello, nello storico flagello che i contadini non sapevano dimenticare.


Illustrazione di Julian Callos (2012)


Dio! Cunicoli neri come la pece e colmi di ossa morsicate, fracassate e crani aperti! Abissi d’incubo strozzati dai resti di pitecantropi, celti, romani e inglesi per secoli e secoli! Nessuno poteva dire quanto fossero profondi e alcuni erano pieni fino all’orlo… Altri, letteralmente senza fondo, si offrivano alle più sfrenate fantasticherie. Che ne era stato, mi chiesi, dei ratti che durante la corsa cieca e famelica in quella specie di Tartaro erano precipitate in trappole del genere?
Una volta il mio piede vacillò sul bordo di un orribile pozzo e fui preso da un panico indicibile; probabilmente ero rimasto indietro a riflettere, perché, a parte il grasso capitano Norrys, non vedevo nessun altro membro del gruppo. Mi sembrò di riconoscere un suono che saliva dalle profondità tenebrose e incommensurabili, vidi il mio fido gatto nero sfrecciarmi accanto come una divinità alata dell’Egitto e precipitarsi nell’abisso. Non mancò molto perché lo seguissi, e ormai non c’erano dubbi: quello che sentivamo era il trepestio antichissimo dei roditori, sempre in cerca di nuovi orrori e intenzionati a guidarmi nelle fosse al centro della terra dove Nyarlathotep, il dio folle e senza volto, urla ciecamente al suono di due flautisti amorfi e idioti.”
FINALE: “La mia torcia si era spenta, ma continuavo a correre. Sentivo voci, urla, echi e soprattutto l’empio, insidioso trepestio; saliva lentamente in superficie, saliva come un gonfio cadavere che affiora alla superficie placida d’un fiume sotto infiniti ponti d’onice, un fiume destinato a sfociare nell’oceano nero. Qualcosa dentro di me batteva forte, qualcosa di morbido e leggero. Dovevano essere i topi, l’esercito vischioso, famelico, peloso che banchetta sui resti dei vivi e dei morti… Perché i ratti non dovrebbero divorare un de la Poer, come i de la Poer divoravano carni proibite…? La Guerra ha divorato mio figlio, maledizione…. Gli Yankee hanno distrutto Carfax col fuoco, e il vecchio signor Delapore è morto col suo segreto… No, no, vi dico, non sono io il demone porcaro di quella grotta in penombra! Non è la faccia pasciuta di Edward Norrys che ho riconosciuto, in sogno, guardando l’essere biancastro! Chi ha detto che sono un de la Poer? Lui è sopravvissuto, ma il mio ragazzo è morto! Un Norrys deve godersi le terre dei de la Poer? È magia vudù, ecco cosa… Il serpente maculato… Maledetto Thornton, ti insegno io a svenire davanti agli atti della mia famiglia… Io t’ammazzo, vilissimo, ti faccio vedere come si fa… oseresti resistermi? Magna Mater! Magna Mater!... Atys… Dia ad aghadih’s ad aodanr .. agus bas dunach ort! Dhonas’s dholas ort, agus leat-sa!... Ungl.. ungl… rrrlh… chchch…
Sono queste le parole che urlavo quando, tre ore dopo, mi trovarono accoccolato sul cadavere semidivorato del capitano Norrys, col mio gatto che minacciava di squarciarmi la gola con gli artigli. Hanno fatto saltare Exham Priory, hanno portato via Nigger-Man e mi hanno rinchiuso in questa stanza ad Hanwell, mormorando cose spaventose sulle mie esperienze ereditarie. Thornton si trova nella cella accanto, ma non mi permettono di parlargli. Stanno cercando di occultare tutte le prove di ciò che è avvenuto nell’ex-monastero. Quando parlo del povero Norrys mi accusano di cose orribili, ma devono sapere che non sono stato io a farle. Devono sapere che sono stati i ratti, i ratti veloci e inafferrabili il cui trepestio non mi farà più dormire; i ratti diabolici che continuano a precipitarsi dietro le pareti imbottite della cella e vogliono guidarmi verso orrori più grandi di quelli che ho mai conosciuto; i ratti che essi non sentiranno mai: i ratti, i ratti nei muri.”


Veduta aerea dell'ospedale di San Bernardo, chiamato anche col nome di Hanwell, in una foto del 1920 ca.


Scrivono Sebastiano Fusco e Gianni Pilo a proposito del racconto: The Rats in the Walls rappresenta il primo tentativo, in Lovecraft, di costruire coerentemente una ‘storia occulta’ che corra parallela a quella reale. Una storia tenebrosa, che procede per varie degenerazioni: del sangue, della religione, dei luoghi, della mente, fino alla definitiva confusione del linguaggio e la perdita del senso di identità nel caos finale. Questo schema verrà ripreso, in modo più complesso, nelle storie legate al ciclo dei “Miti di Cthulhu” (Lovecraft. Tutti i romanzi e i racconti, 4ª edizione, Newton Compton Editori, 2011).
Nell’introduzione all’edizione da lui curata, Giuseppe Lippi afferma: The Rats in the Walls costituisce l’ultimo (e il più perfetto) dei racconti gotici di Lovecraft ambientati in Inghilterra, sulla scia di Arthur Jermyn ma anche della Palude della Luna. Sono storie in cui HPL affina i suoi mezzi e cerca di trovare il modo espressivo più adatto a comunicare i suoi incubi ma ancora si puntella sulla struttura del racconto di fantasmi classico, sia pur visto con l’occhio dell’esteta e del conoscitore. I Ratti nei Muri riprende, all’apparenza, il motivo della maledizione familiare di Arthur Jermyn e quello della casa maledetta della Palude, ma con una tale perizia stilistica e sintattica da far impallidire i due esempi anteriori. Questo è senz’altro – fra i numerosi dedicati all’argomento – il più bel “racconto di topi” della letteratura nera, a confronto del quale sbiadisce anche la famosa Casa del giudice di Bram Stoker. È interessante notare, infine, come Lovecraft cannibalizzi le opere precedenti per arrivare a risultati sempre più soddisfacenti, e come torni costantemente sugli stessi temi per arricchirli di nuove prospettive. Val la pena di notare che con I Ratti nei Muri HPL inaugura una delle sue più riuscite operazioni artistiche, la ricreazione di uno sfondo storico dettagliato e plausibile che, in perfetta linea con i capolavori del genere nero, diventa il teatro su cui interviene poi il soprannaturale. Come ha osservato lo studioso Giacomo Todeschini: ‘Lovecraft applica al racconto fantastico i metodi dello storico’. La fondamentale scoperta del piacere che gli dà questo tipo di scrittura condurrà, di lì a un anno, alla creazione di un altro capolavoro del genere, The Shunned House (da H. P. Lovecraft. Tutti i racconti 1923-1926, Oscar Mondadori, Milano, 1990).


Giuseppe Lippi (1953 - 2018) fu uno dei massimi esperti di Lovecraft in Italia

Si tratta indubbiamente di uno dei capolavori dello scrittore, nel quale confluiscono diversi elementi che ricorrono spesso nella sua opera: la maledizione che colpisce una famiglia da generazioni, la follia che coglie improvvisamente il protagonista, e la Storia - di cui Lovecraft si dimostra puntiglioso conoscitore, o perlomeno abilissimo ricercatore - che contribuisce a calare in un contesto realistico il lettore, tale da venire ancor più sorpreso dalla dimensione orrorifica nel quale viene improvvisamente catapultato.
In questo caso, centrale all’interno della cornice storica appare la divinità conosciuta col nome di Cibele, o Magna Mater. In origine venerata in alcune regioni dell’Anatolia (l’odierna Turchia), rappresentava la forza della Natura, con accezione, allo stesso tempo, sia positiva che negativa. Il santuario più importante si trovava a Pessinunte, nella Frigia, una regione interna dell’Anatolia. Entrò a far parte del pantheon dei greci grazie alle colonie di questi ultimi sulle coste della penisola, per poi arrivare successivamente ad essere venerata anche a Roma, nel 204 a. C., durante gli ultimi anni della seconda guerra punica (219-201 a. C.). Il suo culto però, fondendosi con i culti dionisiaci, degenerò in riti orgiastici e sanguinari nei quali i suoi sacerdoti praticavano l’autocastrazione. Questo perché inizialmente Cibele, in alcuni miti, era una divinità androgina che venne evirata, e dal suo sangue generò Attis. La dea fece di quest’ultimo il suo fedele servitore, oltre che suo amante. Quando però Cibele lo scopre a tradirla con un’altra donna, lo stesso Attis, preso dal rimorso, si autoevira.
Ma sono molti i riferimenti storici presenti in questo racconto. L’autore nomina antichi popoli (i Cimbri, i Frigi), copre un ampio arco temporale della storia d’Inghilterra (dall’eptarchia a Enrico VIII, dal medioevo a Giacomo I) e si rifà ai suoi amati classici, citando Catullo (a proposito di Attis, servitore di Cibele, che appare nel carme LXIII) e Trimalcione, protagonista del Satyricon di Petronio.
Nella caverna dove gli studiosi trovano migliaia di resti di ossa umane, Lovecraft ha modo di inserire anche l’uomo di Piltdown. Questo è il nome che gli scienziati attribuirono a una nuova specie di ominide, i cui resti fossili furono ritrovati nel 1912 nella località di Piltdown, nell’East Sussex. Lo scrittore non poteva immaginare che si trattasse di un falso, visto che la truffa venne definitivamente smascherata solo quaranta anni dopo, nel 1953.


I falsi resti fossili dell'uomo di Piltdown sono esposti al Museo naturale di storia di Londra



L’autore trova il modo di citare anche la morte del presidente americano Warren G. Harding, avvenuta il 2 agosto di quell’anno, senza nominarlo esplicitamente: “Quando prendemmo il treno per Anchester mi parve di essere sull’orlo di rivelazioni mostruose, sensazione rafforzata simbolicamente dall’aria abbattuta di molti americani che incontrammo, in lutto per l’improvvisa morte del Presidente all’altro capo del mondo.”
Lovecraft inserisce nel racconto alcuni elementi autobiografici. Il nome dell’edificio (Exham Priory), richiama la famiglia inglese d’origine della nonna paterna, la quale proveniva da Hexham, nel Northumberland; mentre il nome del felino del protagonista (Nigger-Man), è lo stesso del suo amato gatto dell’infanzia, quando risiedeva nella grande casa di famiglia dei nonni materni.
Infine, si diverte a citare sé stesso nominando Nyarlathotep, “il dio folle e senza volto che urla ciecamente al suono di due flautisti amorfi e idioti.”

Luoghi. Inghilterra: Exham Priory, antica magione dei de la Poer; villaggio di Anchester, nei pressi di Exham Priory. Londra: manicomio di Hanwell.
USA: Carfax, casa dei Delapore in Virginia, sulle sponde del fiume James. Richmond (solo citata), il padre del protagonista, arruolato nell’esercito sudista, ha contribuito alla sua difesa durante la guerra di secessione. Bolton (solo citata), città del Massachusetts dove il protagonista abitava prima di trasferirsi in Inghilterra.


Warren Gamaliel Harding, 29° presidente degli Stati Uniti(1865-1923)

Personaggi. Antenati della famiglia Delapore: Gilbert de la Poer, primo barone di Exham, al quale Enrico III donò il monastero nel 1261. Lady Margareth Trevor, giunta dalla Cornovaglia per sposarsi con Godfrey, secondogenito del V barone. Mary de la Poer, sposata al Conte di Shrewsfield e da quest’ultimo uccisa (con l’aiuto di sua suocera) poco dopo il matrimonio; entrambi assolti e anche benedetti dal sacerdote dopo aver ascoltato la loro confessione. Walter de la Poer, XI barone di Exham, l’antenato che uccise i suoi familiari e fuggì negli USA, in Virginia. Randolph Delapore, cugino del protagonista, anch’egli di Carfax, che dopo essere tornato dalla guerra contro il Messico andò a vivere tra i neri del posto e divenne poi un sacerdote vudu.
Alfred Delapore, figlio del protagonista, invalido di guerra; Edward Norrys, capitano dell’aviazione britannica e amico di Alfred; Sir William Brinton, archeologo chiamato a Exham Priory da Londra insieme ad altri studiosi, conosciuto nel mondo per i suoi sensazionali scavi nella Troade; Thornton, esperto in fenomeni psichici; Dottor. Trask, antropologo.


L’INNOMINABILE
(THE UNNAMABLE, settembre)

Era tardo pomeriggio, in un giorno d’autunno, ad Arkham. Sedevamo su una tomba in rovina del diciassettesimo secolo, nel vecchio cimitero, e speculavamo sull’innominabile. Guardando il gigantesco salice che sorgeva in mezzo al cimitero, e il cui tronco aveva quasi divorato l’antica lapide illeggibile, avevo fatto un’osservazione fantastica sul macabro nutrimento che le colossali radici dovevano aver succhiato in quella terra di morti. Il mio amico mi prese in giro dicendo che erano sciocchezze: non c’erano state sepolture da più di un secolo e quindi non poteva esserci nulla che alimentasse l’albero in modo diverso dall’ordinario. Inoltre, aggiunse, il mio insistere su cose ‘innominabili’ e ‘indicibili’ era un sotterfugio puerile che ben si addiceva alle mie deboli qualità letterarie. Ero troppo affezionato all’espediente di concludere i miei racconti con visioni che paralizzavano le facoltà dei miei eroi e che li lasciavano senza coraggio, senza parole, né sufficiente lucidità mentale per rivelare con chiarezza le loro esperienze. Il mio amico osservò che la nostra percezione del mondo avviene soltanto attraverso i cinque sensi o l’intuizione religiosa: quindi è impossibile riferirsi a un qualsiasi oggetto, a una qualunque apparizione senza essere in grado di limitarla entro solide definizioni materiali o entro canoni delle dottrine teologiche - meglio se dottrine Congregazionaliste, con le eventuali modifiche suggerite dalla tradizione e da Sir Arthur Conan Doyle.


Copertina di un Ebook (2012)

Con questo amico, Joel Manton, mi piaceva discutere a tempo perso. Era preside della East High School, nato e cresciuto a Boston, e degli uomini della sua terra possedeva una sorta di compiaciuta sordità alle sfumature meno ordinarie della vita.”
Infatti, pur credendo nel soprannaturale forse più di Randolph Carter – estensore dei fatti qui narrati – l’amico non ritiene che questo debba essere oggetto di attenzione da parte della letteratura, che dovrebbe invece occuparsi solo della vita di tutti i giorni, poiché solo le esperienze quotidiane, concrete, hanno valore estetico.
Mi rendevo conto che qualunque risposta fantasiosa o metafisica sarebbe cozzata contro il muro d’indifferenza di quell’ortodosso abitatore del sole, ma nello scenario di quel pomeriggio c’era qualcosa di speciale che mi spingeva a difendere il mio punto di vista; non era semplice litigiosità. Le lapidi in rovina, gli alberi secolari, i tetti a spiovente della città stregata che si stendeva intorno a noi, tutto contribuiva a sollevarmi in difesa del mio lavoro; anzi, ben presto passai all’offensiva sul terreno del nemico.”
Randolph fa leva sulle credenze di Joel – tra cui la convinzione dell’apparizione dei defunti – per fargli notare che si tratta di fenomeni che trascendono la realtà e la materia. “Il ‘buon senso’, assicurai al mio amico con un certo calore, è soltanto mancanza d’immaginazione e di elasticità mentale, quando si tratta di certe questioni.”
La discussione si fa sempre più animata, ognuno è convinto delle proprie argomentazioni, così i due continuano a parlare fino al calare della sera. Dalle finestre delle case in lontananza si accendono le prime luci, mentre loro sono immersi nell’oscurità, anche a causa dell’ombra di un’antica magione, la quale si frappone fra i due amici e la strada illuminata che costeggia il cimitero.


La città di Arkham, immaginata digitalmente da MIchele Botticelli (2016)


Continuammo a parlare dell’innominabile in quelle tenebre, su una tomba screpolata a poca distanza dalla casa deserta; e quando il mio amico ebbe terminato la sua requisitoria, gli esposi le prove spaventose che suffragavano uno dei racconti da me scritti e che lui aveva condannato con particolare veemenza.
Il racconto si intitolava ‘La finestra della soffitta’ ed era apparso nel numero di gennaio 1922 di Whispers. In molte località, specie nel sud e sulla costa del Pacifico, la rivista era stata tolta dalle edicole per le proteste di alcuni sciocchi moralisti; il New England, dal canto suo, non si era nemmeno accorto dello scandalo e s’era limitato a stringersi nelle spalle per la mia stravaganza. Tanto per cominciare, il soggetto concerneva un’impossibilità biologica: non era che uno dei tanti aneddoti di cui si sente parlare nelle campagne, ma che Cotton Mather aveva ospitato con tanta credulità nel suo Magnalia Christi Americana. Gli elementi a sostegno erano così scarsi che neppure l’autore di quel libro caotico aveva osato nominare il luogo esatto in cui si era verificata l’orribile vicenda. E il modo in cui avevo gonfiato l’annotazione del vecchio mistico… bè, non fu che un espediente degno di uno scrittore da strapazzo! Cotton Mather aveva parlato, in effetti, della nascita di una creatura orribile, ma solo un autore in cerca di sensazionalismo avrebbe pensato di farla crescere, spiare di notte dalle finestre della gente e nascondersi, anima e corpo, nella soffitta di una vecchia casa, finché qualcuno l’aveva vista dietro ai vetri a distanza di secoli. E questo sfortunato testimone non sapeva, esattamente, che cosa gli avesse fatto diventare i capelli bianchi… Era pura e semplice spazzatura, e il mio amico Manton non aveva esitato a dirmelo; ma a quel punto decisi di rivelargli ciò che avevo scoperto in un vecchio diario tenuto fra il 1706 e il 1723 e che avevo scoperto fra le carte di famiglia a nemmeno due chilometri dal punto in cui eravamo seduti. Non solo: gli avrei raccontato la storia, ampiamente suffragata, delle cicatrici che il mio antenato aveva sul petto e sulla schiena e di cui si accennava nel diario; gli avrei parlato del terrore che per anni era serpeggiato nella regione e della follia, non certo dovuta a un’allucinazione, che aveva colpito un ragazzo entrato in una certa casa abbandonata nel 1793 per esaminare le tracce di qualcosa che si sospettava nascondersi all’interno.”


Ritratto di Cotton Mather realizzato da Peter Pelham (1700 ca.)

Carter continua citando ancora Mather, il quale, nel suo sesto libro, asserisce che la bestia aveva una cataratta sull’occhio. Proprio come quella di un povero ubriaco che, per questo motivo, fu impiccato dalla furia fanatica dei puritani.
Qualcuno mormorava a proposito di un vecchio eccentrico che viveva isolato e senza figli in una casa dalla soffitta eternamente sbarrata, e che aveva sistemato una lapide senza iscrizioni su una tomba evitata da tutti.
Le leggende affermano anche che la misteriosa creatura aveva un aspetto antropomorfo, scimmiesco, munito di corna e zoccoli. E ancora: “Una volta un postiglione aveva riferito di aver visto un vecchio che cercava di fronteggiare, o scacciare, una creatura mostruosa e indescrivibile sulla Meadow Hill, nelle ore piccole che precedono l’alba; molti gli avevano creduto. Le voci si erano moltiplicate quando, una notte del 1710, il vecchio solo e senza prole era stato seppellito nella tomba dietro la propria casa, in vista della lapide senza nessuna iscrizione. La porta della soffitta non era stata aperta e la gente aveva lasciato la casa così come l’aveva trovata, temuta e deserta.”
Manton, scosso dal racconto dell’amico, ammette che possa essere esistito un mostro del genere, ma continua a sostenere la sua tesi, ovvero che perfino le più atroci perversioni della natura non sono ‘innominabili’ o indescrivibili scientificamente.
Ammirai la sua chiarezza di mente e la sua perseveranza, ma aggiunsi ulteriori rivelazioni che avevo ottenuto dai vecchi della zona e precisai che si trattava di leggende connesse con qualcosa di più orribile e spaventoso di qualunque essere organico: apparizioni di gigantesche forme bestiali, a volte visibili e a volte solo tangibili, che volteggiavano nelle notti senza luna e infestavano la vecchia casa, la cripta alle sue spalle e la tomba dove uno stelo era cresciuto davanti alla lapide illeggibile.


Illustrazione di Muzski (2012)

Secondo alcune tradizioni non corroborate da testimonianze, le entità misteriose avevano ucciso o smembrato un certo numero di persone, ma che questo fosse vero oppure no avevano prodotto una tremenda impressione sui vecchi della regione e solo le ultime due generazioni le avevano quasi del tutto dimenticate.
Forse, azzardai, le manifestazioni erano cessate proprio perché nessuno le teneva in vita col pensiero. Inoltre, e per quello che riguarda il lato estetico, si poneva un’interessante domanda: se l’immaginazione degli esseri umani può dare corpo a grottesche aberrazioni, quale coerenza avrebbe la proiezione mentale di una creatura caotica e perversa, essa stessa macabra bestemmia contro la natura? Emanato dal cervello morto di un ibrido mostruoso, un orrore di questo genere, di questa informe vaghezza, non sarebbe veramente l’innominabile?”
Manton domanda a Carter se la misteriosa casa con la finestra sulla soffitta esiste ancora, e se è tuttora disabitata. Carter conferma che lo è, ma dice anche che sotto le grondaie della soffitta ha trovato un mucchio di ossa, le quali “se provenivano tutte dallo stesso corpo dev’essere stato quello di un mostro tremendo”. Aggiungendo: “«Sarebbe stato un sacrilegio lasciarle nel mondo, così le ho raccolte in un sacco e le ho portate alla tomba dietro casa. C’era un’apertura in cui ho potuto calarle. Non pensare che sia pazzo, avresti dovuto vedere quel teschio: aveva corna lunghe dieci centimetri, ma una faccia e una mascella come la tua e la mia.»”
L’amico, pur se visibilmente turbato, chiede a Carter dove si trovi la casa, perché sarebbe curioso di visitarla.


Autunno in un antico cimitero


«L’hai già vista… finché non si è fatto buio.» Il mio amico doveva essere più teso di quanto avessi immaginato, perché il mio piccolo colpo di scena lo fece trasalire e scostarsi da me. Con un grido strozzato sfogò il nervosismo represso: un grido strano e tanto più terribile perché ricevette una risposta. Il grido non s’era smorzato del tutto che nel buio impenetrabile sentii un cigolio di legno e mi resi conto che nella vecchia casa dietro di noi si era aperta una finestra dai vetri romboidali. E poiché tutti gli altri telai erano caduti da tempo, capii che si trattava della terribile finestra nella soffitta.”
FINALE: “Da quella temuta direzione arrivò un soffio d’aria fredda e poi, proprio accanto a me, un urlo si levò dalla tomba spaccata che conteneva il vecchio e il mostro. Un attimo dopo un’entità invisibile ma gigantesca, di cui era impossibile determinare la natura, mi scaraventò dal mio macabro sedile: finii nel fango solcato di radici del terribile cimitero, mentre dalla tomba si levava un gemere, un ansimare soffocato che mi portò alla mente l’immagine di legioni di dannati brulicanti nel buio. Ci fu un vortice di vento gelido e uno schianto di mattoni e intonaco che cedevano: per fortuna svenni prima di sapere che cosa li avesse provocati.


Copertina di Weird Tales dove venne pubblicato il racconto (Luglio 1925)



Manton, che pure è più piccolo di me, è più resistente: aprimmo gli occhi nello stesso momento anche se le sue ferite erano più gravi. I nostri letti erano uno accanto all’altro e in pochi secondi ci rendemmo conto di essere al St. Mary’s Hospital. Le infermiere, incuriosite, erano intorno a noi e aspettavano che ci svegliassimo per rinfrescarci la memoria e spiegare come ci fossimo arrivati. Apprendemmo che un contadino ci aveva trovati, a mezzogiorno, in un campo isolato oltre la Meadow Hill, a circa un chilometro e mezzo dal vecchio cimitero. In quel punto si ritiene che sorgesse un antico mattatoio. Manton aveva due brutte ferite al petto e graffi o tagli meno profondi sulla schiena. Io me l’ero cavata meglio ma ero coperto di lividi ed ecchimosi del tipo più sorprendente, fra cui l’impronta di uno zoccolo fesso. Era chiaro che Manton sapeva qualcosa più di me, ma non disse niente ai medici incuriositi finché non gli fu spiegata la natura delle nostre ferite. Allora raccontò che eravamo stati vittima di un toro incattivito, anche se non era facile spiegare di dove fosse sbucato e dove fosse andato a finire.
Quando medici e infermiere se ne furono andati, gli feci una domanda a mezza voce: «Buon Dio, Manton, che cos’era? Quelle cicatrici… era come te l’ho descritto
Ero troppo sconvolto per cantar vittoria quando mi sussurrò una risposta che in parte mi aspettavo: «No, non era affatto così… Era dappertutto, un fango, una gelatina… eppure aveva forma, mille forme orrende che non riesco a ricordare. Aveva occhi… e uno era coperto dalla cataratta. Era l’abisso, il maelstrom, l’estremo abominio. Carter, era l’innominabile!»”


L'innominabile di Malcolm J. Matthews III (2011)



Si tratta senza dubbio di uno dei racconti più rappresentativi dell’autore. Il protagonista è un certo Carter, del quale non ci viene rivelato il nome, ma nessuno ha mai messo in dubbio che si tratti di quel Randolph Carter protagonista del racconto omonimo scritto quattro anni prima. Lo troviamo di nuovo conversare con un amico in un vecchio cimitero. Evidentemente, l’esperienza vissuta in passato non gli è bastata… Si tratta, come già detto, di un personaggio che rappresenta l’alter ego di Lovecraft, anch’esso amante dei cimiteri, come scrivono Gianni Pilo e Sebastiano Fusco nella nota al racconto dell’edizione integrale da loro curata per la Newton Compton: Se nella storia precedente l’incubo rimane confinato nelle viscere della terra [riferimento a La testimonianza di Randolph Carter, 1919], in questo The Unnamable, viene alla luce e si manifesta ai temerari che l’hanno sfidato. Il racconto ha un connotato autobiografico, in quanto prende le mosse da una autentica passione di Lovecraft: le escursioni notturne negli antichi cimiteri e la composizione di liriche consone all’atmosfera, in compagnia di amici altrettanto eccentrici. Al riguardo de Camp, nella sua biografia di Lovecraft, racconta un episodio curioso. Quando lo scrittore ricevette la visita di una sua corrispondente, aspirante scrittrice giovane e bella, nel condurla a visitare i luoghi notevoli di Providence, non trovò di meglio che accompagnarla, nottetempo, in un cimitero abbandonato, dove cominciò a recitare versi macabri e spaventosi, ottenendo come risultato la fuga precipitosa della giovane in questione (Lovecraft. Tutti i romanzi e i racconti, 4ª edizione, Newton Compton Editori, 2011).


La finestra della soffitta
Se però nel primo racconto abbiamo una località indefinita, per il secondo Lovecraft decide di ambientarlo ad Arkham, la città da lui inventata ricalcandola su quella di Salem.
Anche Carter, come Lovecraft, afferma di aver scritto e pubblicato su rivista delle storie macabre. E qui la corrispondenza con lo scrittore è totale, soprattutto per le critiche rivolte al suo indirizzo. Scrive a tal proposito Giuseppe Lippi (H. P. Lovecraft. Tutti i racconti 1923-1926, Oscar Mondadori, Milano, 1990): Come molti racconti brevi di Lovecraft, anche questo trae origine da un episodio reale e dall’autentica passione di HPL per le chiacchiere con gli amici fra le ombre di un cimitero. Il timore che i suoi tentativi in campo letterario non fossero bene accolti, che è un po’ il tema di fondo della storia, rivela la difficile corrispondenza con Alfred Galpin, uno dei suoi più affezionati ma meno lusinghieri conoscenti. È interessante notare che già all’epoca le critiche mosse dai lettori meno condiscendenti fossero le stesse cui ci si è abituati in anni di denigrazione lovecraftiana, e che l’autore ne fosse del tutto cosciente: il racconto è anche un tentativo di vendetta e rivalsa nei loro confronti.


(per Innominabile) L'innominabile visto da Blanka Dvorak (2010)

Lo scrittore infatti risponde a tali accuse usando proprio l’oggetto che è alla base delle critiche che gli vengono rivolte. Decide di usare tutta quella terminologia dell’”indescrivibile” e, non pago, dà al racconto un titolo-manifesto: Innominabile. Non si può certo dire che Lovecraft non avesse il senso dell’umorismo.
S. T. Joshi e David Schultz (due dei maggiori critici e studiosi di HPL), invece che Alfred Galpin hanno visto in Joel Manton un altro amico e corrispondente di HPL, ovvero Maurice Winter Moe - curiosamente, fu proprio quest’ultimo a introdurre il giovane Galpin, allora adolescente, a corrispondere con lo scrittore di Providence, visto che Moe e HPL si spedivano lettere fin dal 1914 – e il motivo è presto detto. Il personaggio di Joel Manton è preside e una persona di fede, Moe era un insegnante e un fervido cristiano ortodosso. Molte lettere che HPL e Moe si scrivono hanno per oggetto varie discussioni sulla religione, naturalmente su fronti contrapposti, visto che Lovecraft era un convinto materialista.
All’inizio del racconto HPL nomina i Congregazionalisti e Arthur Conan Doyle. Il primo è un movimento protestante che nasce in Inghilterra in contrapposizione ai puritani, nel XVI secolo, e si diffonde in seguito soprattutto negli Stati Uniti. Professa l’indipendenza di ogni comunità religiosa (congregazione) nelle questioni di fede e la separazione completa dallo stato. Dunque, in netta opposizione con la Chiesa anglicana, che invece è sottoposta al potere civile.


Variant cover di Providence n. 11 firmata Raulo Caceres (Aprile 2017)



Arthur C. Doyle è il famoso scrittore che ha inventato Sherlock Holmes, ma moltissimi dei suoi racconti hanno per tema il fantastico e il soprannaturale. Doyle era nato e cresciuto in un contesto cattolico, ma si allontanò dal cattolicesimo ai tempi della sua frequentazione universitaria, a causa dell’ammirazione nei confronti di Thomas Henry Huxley, per poi optare per l’agnosticismo. Huxley era un filosofo e biologo inglese che aderì convintamente alla teoria evoluzionista di Darwin, tanto da essere soprannominato “il mastino di Darwin”.


Locandina di un film del 1988 ispirato al racconto di HPL, tradotto in Italia col titolo 'La Creatura'



Cotton Mather (1663-1728) è stato uno dei personaggi più influenti in ambito religioso nel New England puritano. Autore di 450 opere, ebbe un ruolo importante anche durante il famoso processo alle streghe di Salem. L’opera citata da Lovecraft, il Magnalia Christi Americana, del 1702, è composto da sette “libri” raccolti in due volumi, nei quali viene descritto lo sviluppo religioso del Massachusetts e delle altre colonie del New England tra il 1620 e il 1698.
Un’ultima curiosità. Il racconto che Randolph Carter dice di aver pubblicato sulla fittizia rivista "Whispers", La finestra della soffitta, ha lo stesso titolo di un racconto di August Derleth pubblicato nel 1957 e attribuito erroneamente a Lovecraft, tanto da essere stato pubblicato, nel 1966, in una delle prime raccolte italiane dedicate allo scrittore di Providence, H. P. Lovecraft. I mostri all’angolo della strada, a cura di Fruttero e Lucentini. Con molta probabilità, Derleth ha scritto il racconto basandosi su un’idea di HPL.


Magnalia Christi Americana, l'opera in sette volumi di Cotton Mather (1702)

Luoghi. Arkham: Meadow Hill, luogo dove, intorno al 1700, un vecchio fu visto fronteggiare una creatura mostruosa, ed è poco oltre questa collina che Carter e Manton vengono trovati; il vecchio cimitero e la casa misteriosa; il St. Mary’s Hospital, ospedale dove vengono ricoverati i due amici.
Boston, solo citata. Città di provenienza di Joel Manton.


Arthur Conan Doyle (1859-1930) in una foto del 1923

Personaggi. Randolph Carter, alter ego di Lovecraft; Joel Manton, preside della East High School di Boston, alter ego di Alfred Galpin, o di Maurice Winter Moe, entrambi amici e corrispondenti dello scrittore.


Thomas Henry Huxley (1825-1895)



CENERI
(ASHES)
in collaborazione con Clifford Martin Eddy jr. (r. s.)

Malcolm Bruce risponde a un annuncio su un giornale in cui un affermato chimico cerca assistenti; viene così assunto e comincia a lavorare. Oltre a lui, a coadiuvare lo scienziato c’è anche la sua segretaria, poiché anche lei ha studiato chimica. Il professore un giorno convoca i due per farli assistere a una scoperta eccezionale. In una teca di vetro dove è stato introdotto un coniglio, l’uomo versa del liquido incolore e poco dopo, al posto dell’animale, resta solo un mucchietto di cenere, che viene raccolto in una scatola di vetro ed etichettato. Lo scienziato ha la ferma intenzione di utilizzare la scoperta in ambito militare. Sconvolti dal pericoloso liquido, capace a detta dello scienziato di distruggere qualsiasi materiale con l’eccezione del vetro, i due, che già nutrivano un certo interesse l’uno per l’altra, trovano conforto in una passione amorosa che si salda man mano che passa il tempo. Un giorno, Malcolm non riceve notizie dalla sua amata. La cerca dappertutto, ma non riesce a trovarla in alcun modo. Convocato nel laboratorio dal professore, nota su una sedia il cappello e il soprabito della donna; al centro della stanza si trova una grande teca con il liquido incolore, mentre a fianco della scatola che contiene le ceneri del coniglio se ne trova un’altra, anch’essa etichettata. L’uomo, furibondo, si getta allora contro lo scienziato, che nella lotta finisce nella teca del liquido, riducendosi in cenere. La storia viene raccontata da uno sconvolto Malcolm a un suo amico, di nome Prague, nella casa di quest’ultimo, il quale gli suggerisce di recarsi insieme nel laboratorio. I due trovano la ragazza nascosta e legata in casa, perché lo scienziato, dopo aver eseguito l’esperimento su un cane (sue le ceneri nella seconda scatola), aveva intenzione di sperimentare il liquido su un essere umano: Malcolm.


Copertina del numero di Weird Tales dove venne pubblicato il racconto 'Ceneri' (marzo 1924)

L’intervento di Lovecraft in questo racconto è limitato, ce se ne rende conto da molti particolari. Soprattutto dall’uso massiccio del discorso diretto, inconsueto per il Maestro di Providence, e comunque piuttosto limitato, quando qui invece occupa quasi tutto il racconto. La storia è un po’ ingenua, ma si lascia leggere. Purtroppo i momenti da brivido sono davvero rari e c’è di mezzo perfino una storia d’amore - cosa assolutamente impensabile in un racconto di Lovecraft.
Clifford M. Eddy, l’autore della storia, era uno scrittore che pubblicava su "Weird Tales" ed era anche lui di Providence, di sei anni più giovane di HPL. I due si conobbero e divennero amici. Lovecraft gli revisionò quattro racconti chiedendo in compenso, a lui e a sua moglie, di battergli a macchina i propri manoscritti, operazione che detestava.


Clifford M. Eddy jr. (1896-1967)

Personaggi: Prof. Arthur Van Allister, chimico ed ex docente universitario; Malcolm Bruce, assistente di Van Allister; Prague, un amico di Bruce; Marjorie Purdy, segretaria e assistente del professore.


IL DIVORATORE DI SPETTRI
(THE GHOST-EATER)
in collaborazione con Clifford M. Eddy jr. (r. s.)

Follia? Un accesso di febbre? Vorrei poterlo credere, ma quando mi ritrovo solo dopo il calar del sole nei luoghi deserti dove mi conducono i miei vagabondaggi e odo, attraverso gli spazi sconfinati, gli echi demoniaci di quei ringhi bestiali, di quelle urla e del rumore d’ossa frantumate, rabbrividisco ancora al ricordo della notte maledetta. All’epoca conoscevo molto poco la vita nei boschi, sebbene già allora esercitasse su di me una forte attrattiva. Fino a quella notte avevo sempre preso la precauzione di servirmi di una guida, ma all’improvviso le circostanze mi costrinsero a mettere alla prova la mia abilità personale. Era mezza estate nel Maine e, nonostante avessi urgente bisogno di recarmi da Mayfair a Glendale entro mezzogiorno della giornata seguente, non riuscii a trovare una sola persona disposta ad accompagnarmi. A meno che non prendessi la strada che passava per Potowisset, e in tal caso non sarei giunto in tempo a destinazione, avrei dovuto attraversare fitte foreste; ma quando chiesi una guida incontrai dinieghi e risposte evasive.”




Non trovando nessuno ad accompagnarlo, l’uomo decide di incamminarsi da solo attraverso il sentiero tra i boschi. Dall’alba a mezzogiorno non si concede soste, però il caldo torrido lo costringe a fermarsi. Consumato il pranzo al sacco preparato in albergo, decide di riposarsi all’ombra degli alberi, ma avendo bevuto del vino, cade in un sonno profondo.
Lo straniero si sveglia al crepuscolo, mentre in lontananza nubi nere minacciano un temporale. Consapevole di non potergli sfuggire, si mette in cammino per trovare un rifugio. Poco dopo nota una luce tra le fronde degli alberi e, avvicinatosi di più, nota con stupore che si tratta non di una baracca, come ci si può aspettare in un bosco, bensì di una casa a due piani ben curata.
Dopo aver bussato una voce lo invita a entrare. All’interno viene investito da un forte afrore animale e, una volta arrivato in presenza del padrone di casa, rimane stupito dal suo bell’aspetto: alto, snello, volto regolare, capelli biondi ben pettinati, dentatura perfetta, dita affusolate. Unica nota stonata le braccia, particolarmente villose.
Il proprietario, dalla gamba claudicante, lo invita a trattenersi per la notte e a sistemarsi al piano superiore. Il protagonista accetta volentieri, visto il temporale che infuria all’esterno, ma mentre sale le scale nota che gli occhi dello sconosciuto assumono per qualche istante un’improvvisa fosforescenza.
Colto da un’istintiva diffidenza, il viandante piuttosto che stendersi sul letto preferisce vegliare su una poltrona che si trova in un angolo della stanza, lontana dalla luce lunare che nel frattempo si è fatta largo fra le nubi del temporale appena cessato. Poi per maggiore sicurezza impugna la sua pistola. Poco dopo, ode dei passi salire le scale. Si tratta di passi regolari che si dirigono verso la sua stanza, fino a quando una massiccia figura umana, vestita all’antica, entra e si sistema nel suo letto. Incredulo, l’uomo cerca di svegliare quello strano individuo scuotendogli la spalla, ma la sua mano lo attraversa e arriva ad afferrare il lenzuolo sottostante.


Copertina del numero di Weird Tales dove venne pubblicato il racconto (Aprile 1924)

Poco dopo si ode di nuovo un rumore di passi per le scale, ma stavolta si tratta di passi felpati e irregolari. A entrare nella stanza è un grosso lupo grigio che zoppica, il quale si accorge della presenza dell’uomo e si gira per osservarlo. Ha due occhi fosforescenti che lo fissano, ma la sua attenzione è unicamente per colui che giace sul letto. Infatti, la bestia si lancia sull’uomo disteso e gli si avventa alla gola. Il viandante spara con la sua pistola ma le pallottole attraversano il lupo e si conficcano nella parete.
I miei nervi cedettero. Un cieco terrore mi spinse a correre verso la porta e a voltarmi una sola volta, durante la quale vidi che il lupo aveva affondato le zanne nel corpo della preda. Fu allora che provai la più inaudita delle sensazioni, e il pensiero devastante che ne seguì. Il corpo era lo stesso attraverso cui la mia mano era passata qualche minuto prima… eppure, mentre mi precipitavo giù per quella scala d’incubo, udii lo scricchiolio delle ossa mangiucchiate.
L’uomo riesce ad arrivare a Glendale sano e salvo, per scoprire dalle parole di un anziano del posto una storia risalente a sessanta anni prima. All’epoca alcuni russi abitavano la regione e uno di questi si sospettava fosse un licantropo. Venne ucciso dagli altri compaesani dopo aver trucidato un membro benvoluto dalla comunità.


Illustrazione di William F.  Heitman per Weird Tales (1924)

Racconto scritto da Eddy e revisionato da Lovecraft, dove si affronta sia il tema del fantasma che quello della licantropia. Scrivono G. Pilo e S. Fusco nella loro introduzione alla novella: “The Ghost-Eater è il secondo racconto ‘rivisto’ da Lovecraft per conto di Clifford M. Eddy. Di queste revisioni, lo scrittore parla in una lettera indirizzata il 28 ottobre 1923 a James F. Morton: «Sono riuscito», scrive, «a far accettare al signor Baird, il direttore di Weird Tales, due racconti del mio figlio adottivo Eddy, che in precedenza aveva rifiutato. Dopo le correzioni apportate da parte mia, si è detto disposto a pubblicarli nei prossimi numeri; sono intitolati rispettivamente Ashes e The Ghost-Eater… Fra poco farò visita a mio figlio Eddy nella Provincia Orientale, e lo aiuterò con il suo nuovo racconto, un piacevole e morboso studio sulla necrofilia isterica, intitolato The Loved Dead». Queste righe di Lovecraft ci fanno capire la misura del suo impegno per questo gruppo di storie. Le prime due già esistevano, e si limitò dunque a correggere un testo già predisposto. Le due successive erano basate su semplici idee di Eddy (e forse neppure quelle), e Lovecraft le scrisse interamente: questo è ciò che intende quando parla di ‘aiutare’ qualcuno a scrivere un racconto. Il lettore giudicherà da solo la differenza di qualità fra i primi due testi e i secondi due” (Lovecraft. Tutti i romanzi e i racconti, 4ª edizione, Newton Compton Editori, 2011).


Indice di Weird Tales dell'aprile 1924. Divertitevi a vedere quali sono gli altri autori. Nemesis è una poesia di HPL


Luoghi. Maine: Mayfair; Potowisset, solo citata; Bosco del Diavolo; Glendale, bagnata dal fiume Cataqua.
Personaggi. Io narrante; Vasili Oukranikov; Conte Feodor Tchernevsky.


The Ghost Eater by Susante (2020)


Ottobre. Un racconto di Lovecraft appare per la prima volta su una rivista professionale. Si tratta di Dagon, che viene pubblicato sul numero di ottobre del mensile "Weird Tales". Il direttore della rivista, Edwin Baird (1886-1954), sollecitava da tempo la collaborazione del Maestro di Providence, da quando cioè aveva letto i racconti Herbert West e The Lurking Fear, pubblicati su "Home Brew".
Baird sarà il direttore del famoso mensile per il biennio 1923-1924. Di questa partecipazione alla rivista – niente affatto occasionale, anzi – ne parla in una lettera a Frank Belknap Long, datata 8 novembre 1923: […] Il piccolo Baird è diventato mio grande amico e progetta di pubblicare i miei lavori con assoluta regolarità. Ti accludo una sua lettera, con preghiera di restituzione: dopo quella data mi ha accettato “Arthur Jermin” e nutro non poche speranze per “Hypnos” e “The Rats in the Walls”, che gli invierò oggi… (H. P. Lovecraft. Lettere dall’altrove. Epistolario 1915-1937, Oscar Mondadori, Milano, 1993).


Il mensile Weird Tales dove venne pubblicato 'Dagon' (ottobre 1923)

Durante l’autunno esplora Providence e la campagna circostante. Talvolta ad accompagnarlo nelle sue peregrinazioni troviamo la zia Annie o gli amici Clifford M. Eddy jr. e James Ferdinand Morton.
Sempre nella lettera dell’8 novembre spedita a F. B. Long, lo scrittore riporta il resoconto di due escursioni. La prima fatta insieme alla zia, la seconda con Clifford M. Eddy. Vale la pena prendersi del tempo per leggerle entrambe, poiché non si tratta di fredde e dettagliate descrizioni. Lovecraft infatti, per ricostruire l’atmosfera dei luoghi che perlustra, usa la medesima sensibilità e perizia che dedica ai suoi racconti.


Vista di Providence dalla Neutaconkanut Hill


Il 21 ottobre mia zia, signora Gamwell, sollecita come al solito nello scuotermi dalla mia apatia, mi ha condotto in una regione intimamente connessa alla storia della famiglia; ho intrapreso questa passeggiata con riluttanza ma poi si è rivelata insolitamente piacevole. Siamo saliti sulla notevole altura che sorge a ovest della città, la Neutaconkanut Hill, e dalla sua vetta frastagliata abbiamo goduto la più bella vista di Providence e dintorni che avessi mai ammirato (o immaginato). A est appariva la distesa di campanili affusolati e cupole brunite della città antica, con migliaia di tetti fusi in un mare impalpabile d’intagli ornamentali racchiusi dalle colline antichissime, velate e azzurrine le più distanti, allegre ed eccitate dalla violenza dei colori autunnali quelle vicine. Oltre la città si stendevano le aree suburbane e la campagna, spiegate davanti a noi come una carta, sicché, girando lo sguardo a ovest, potevamo scorgere la natura selvaggia: vallate e colline immerse in una desolazione primordiale, nient’affatto contrassegnate dalla presenza o dal ricordo dell’umanità degenere. E tutta questa varietà e contrasto dall’alto di un ripido colle: ai nostri piedi la città e il movimento, la tana della moderna corruzione e il territorio di caccia degli antichi selvaggi Pocasset – tutto in un colpo d’occhio, un semplice movimento del collo. Un osservatorio dalla struttura gotica, e alquanto malandato, sormonta quetsa maestosa altura.


Gli indiani Pocasset erano una delle molte tribù che costituivano la federazione Wampanoag

Da Neutaconkanut proseguimmo a nordovest attraverso un territorio molto familiare ai nostri antenati, eppure mostruosamente cambiato negli oltre ottant’anni da quando essi lo avevano abbandonato. Di tanto in tanto, fra le incursioni di squallide e malandate costruzioni industriali che punteggiavano la campagna, potevamo scorgere un’imponente fattoria coloniale con il tetto a spiovente e le finestre dai vetri minuscoli che si annidava con orgoglio o con timore, secondo i casi, sotto il crinale precipitoso della maestosa Neutaconkanut. Alcune erano ridotte a case popolari per italiani, altre, deserte e spettrali, fissavano la scena di decadenza con le finestre coperte da una pellicola, come occhi di pesce; ma alcune, ultimi resti di una razza e una cultura in via d’estinzione, erano ancora abitate dai malinconici e decaduti rampolli dell’antica stirpe. Vicino alla porta di una di queste ultime osservammo le evoluzioni del più bel gattino nero che abbia visto negli ultimi vent’anni: mi fermai a giocarci finché mia zia non mi condusse via.


L'osservatorio della Brown University, a Providence, costruito nel 1891

Quindi ci incamminammo verso il vetusto villaggio di Simmonsville, oggi ribattezzato “Thornton” e divenuto sede di una volgare impresa manufatturiera con relativi antiestetici operai. Dietro una curva della strada del villaggio, su un’altura un po’ discosta dal moderno ammasso plebeo di squallidi edifici, sorge ancora l’arcaica Simmons, del periodo coloniale: bianca e austera come casa Jumel, le regali colonne ioniche del portico si stagliavano enormi nel cielo occidentale. Mia nonna fu portata qui negli anni Trenta del secolo scorso, quando era ancora una bambina: la immaginammo dietro le vecchie finestre lunghe che faceva la riverenza, suonava il clavicembalo, cuciva o disegnava con i pastelli secondo il costume delle giovinette di qualità del suo tempo. Me la ricordo bene, quando a mia volta ero un bambino: una vecchia e imponente signora che morì il 26 gennaio 1896, molto prima che il mio piccolo pupillo [qui si sta rivolgendo al suo giovane corrispondente] vedesse la luce. Ahimè, l’abisso degli anni separa l’aureo passato dai giorni di piombo che conosciamo.


La Morris-Jumel Mansion (New York, Manhattan), costruita nel 1765 da Roger Morris, ufficiale inglese

Ora la scena diventa sublime, grazie a uno dei più splendidi tramonti nella storia della provincia. Tutto l’occidente era in fiamme, come se – per citare Lucian Taylor – si fosse spalancata la porta di una ciclopica fornace; la vecchia dimora coloniale risaltava, scura, contro un vero olocausto di fuoco empireo. Lo spettacolo era un tumulto cromatico, splendente e ultraterreno, in cui ogni colore aveva il suo posto: persino un tono di verde vivido e sinistro che pareva simboleggiare la velenosa corruzione della vecchia America decaduta. Era una frenesia di cembali e ottoni impazziti tradotta in luce e colori; un’esperienza lancinante, terribile finché è durata. E proprio in quanto violenta e terribile, era bella. Prima che svanisse, come tutto svanisce, avevamo oltrepassato la magione dei Simmons per imbatterci in una casa ancora più antica: una possente fattoria del 1720 con la severa porta coloniale incorniciata da pilastri dorici e il frontone triangolare. Indietro, indietro negli anni…


Copertina della prima edizione del romanzo di A. Machen, di cui Lucian Taylor è il protagonista


Nelle ombre del crepuscolo continuammo la gita verso Hughesdale, dov’è il capolinea della corriera. Arrivammo quando le prime luci s’accendevano dietro le finestre dai vetri minuscoli dei cottage bianchi e un po’ discosti dalla strada, ognuno fiancheggiato da un pozzo con la carrucola per l’acqua e circondato da uno steccato di assi imbiancate. Ci fermammo al quadrivio, il venerabile quadrivio dove le strade cominciano a serpeggiare indolenti fra i confini d’erba e i cottage sono immersi dietro alti argini coperti di musco, e la scuola e la Chiesa del villaggio spiccano bianche nella sera. Su un angolo un negozietto luccicava invitante, identico al giorno in cui i ragazzi di quelle campagne e i giovani contadini s’erano fermati a comprar tabacco e polvere da sparo sulla strada per Providence, dove andavano a raggiungere i ribelli del 1775.”


Uno scorcio della Palude Nera

La successiva escursione, in cui ebbi per compagno il mio nuovo figlio adottivo Clifford Martin Eddy jr., avvenne domenica 4 novembre e mi condusse nello stesso territorio in cui mi ero già avventurato il 19 settembre con il nostro confratello Morton. È stato un viaggio alla ricerca dell’orrido e del grottesco, ovvero della Palude Nera nel Rhode Island occidentale, di cui Eddy aveva sentito sinistri racconti fra i rustici. Dicono che sia inaccessibile e misteriosa, e che nessuno l’abbia attraversata completamente per via di certe infide e imprevedibili buche che si aprono nel terreno, ma anche degli alberi che crescono così vicini da rendere difficoltoso il passaggio e il buio assoluto anche a mezzogiorno; ci sono poi altre cose, di cui le meno preoccupanti sono le linci che di notte, sul limitare della palude, fanno sentire il loro lamento semiumano ai contadini. Il posto è molto strano, e nessuna casa è mai stata costruita a meno di tre chilometri e mezzo di distanza. I ragazzi di campagna ne parlano evasivamente e non ce n’è uno che si lasci convincere a guidare i viaggiatori attraverso di essa, benché alcuni intrepidi cacciatori e taglialegna siano stati spinti dalla loro vocazione fin sul limitare. La palude si trova in una conca naturale circondata da una serie di basse e magnifiche colline, lontano da ogni strada frequentata e nota al massimo a una dozzina di persone fuori di quelle campagne.


Biglietto della tratta Providence-Chepachet

Persino a Chepachet, il villaggio più vicino, ci sono solo due uomini che ne hanno sentito parlare. Eddy aveva raccolto le voci all’ufficio postale di Chepachet, una cupa sera d’autunno in cui i cacciatori avevano deciso di raccogliersi intorno al fuoco per raccontare storie e stupirsi che conigli e scoiattoli avessero abbandonato quelle colline per fuggire nel Connecticut attraverso le pianure. Un uomo molto vecchio con una pietra focaia diceva che LA COSA si era stabilita nella Palude Nera e aveva allungato il collo dal pertugio abissale sotto il quale era la SUA antichissima tana. Il vecchio sosteneva che suo padre gliene parlava già nel 1849, quando era un ragazzo, e che ESSA viveva nella palude fin dall’epoca dei primi coloni; gli indiani, poi, credevano che ci fosse sempre vissuta. Il vecchio dalla pietra focaia era l’unico, fra i presenti, a conoscere la Palude Nera.


Villaggio di Chepachet in una cartolina del 1905
Così quella domenica mio figlio e io prendemmo la vettura per Chepachet e a suo tempo scendemmo dinanzi alla taverna. Nella mescita non avevamo mai sentito parlare di una Palude Nera, ma il padrone ci consigliò di domandare al Pubblico ufficiale della città, due case più avanti oltre la chiesa bianca, poiché nella giurisdizione egli conosceva tutto. Bussato alla porta della casa coloniale in cui viveva quel gentiluomo, ci venne aperto dal padrone in persona, uomo cordiale oltre che perfetto signore di campagna e vero cavaliere della contea: nemmeno Sir Roger avrebbe potuto batterlo nel suo bizzarro umorismo. Egli ci disse che la Palude Nera aveva una strana reputazione, e che alcuni vi si erano avventurati senza fare più ritorno; però ammise di saperne poco e di non esservisi mai avvicinato personalmente. Dietro sua raccomandazione attraversammo la strada e bussammo al cottage di un vecchio volontario a nome Sprague, il quale aveva guidato un gruppo di gentiluomini della Brown University in certe zone della palude, dodici anni or sono, a caccia di esemplari botanici. Sprague abitava in un lindo cottage con un gradevole ingresso e mensole e pannelli interni in buono stato; e benché poi risultasse che non era stato lui a guidare i professori, si rivelò insolitamente cordiale e ci disegnò una mappa che ci avrebbe permesso di raggiungere la casa di Fred Barnes, il quale era l’autentica guida.


Hotel Chepachet (Chepachet, 1920)

A questo punto la mia stilografica si esaurì e Sprague mi permise d’intingerla nel suo calamaio: l’inchiostro era un preparato rustico i cui pallidi residui puoi ammirare all’inizio di questa ponderosa epistola. Dopo una lunga camminata per la stessa strada che avevamo già fatto Morton e io, arrivammo alla casa del buon Barnes e lo incontrammo dopo aver atteso ben trentacinque minuti nella sua modesta cucina. Quando arrivò non poté dirci molto, ma ci consigliò di interpellare il possidente James Reynolds, che abita alla biforcazione della strada interna, oltre la grande cisterna e a sud del casello per il pagamento del balzello. Rimessici in moto, non ci fermammo fino a quando arrivammo alla Taverna di Cody, costruita nel 1683 e ancora capace di offrire il miglior foraggio a uomini e bestie.


Casa di Fred Barnes

Benché Eddy temesse che i passeggeri della corriera assorbissero tutta l’attenzione del taverniere, a preferenza di semplici viaggiatori a piedi, fummo accolti con il dovuto garbo e ricevemmo ottimo cibo. Tale circostanza fa ancor più credito al nostro anfitrione in ragione dell’eccitazione da cui la casa era in quel momento pervasa: in un campo non lontano era scoppiato un incendio causato dalla pipa di qualche gitante in vettura e le fiamme minacciavano non solo il bosco del buon taverniere, ma lo stesso antico ostello. Se un edificio tanto venerabile avesse patito la distruzione sotto i miei occhi, ne avrei provato gran sconforto; ma prima che partissimo arrivò una compagine di pompieri da Chepachet e ben presto domò le fiamme minacciose. La taverna si trova sulla strada a pedaggio di Putnam, che è la principale; ma poco dopo averla abbandonata e aver superato la cisterna girammo a sud nel boschetto interno e a tempo debito giungemmo alla proprietà di James Reynolds. Il gentiluomo era nel suo giardino: un signore avanti negli anni e con un forte accento rurale che credevamo estinto ovunque, tranne a teatro.


Casa di James Reynolds

Egli ci suggerì di prendere la biforcazione a destra e risalire la strada verso le colline, fino alla fattoria di Ernest Law; poiché il signor Law è appunto il padrone della Palude Nera ed era stato suo figlio a spingersi fin sul limitare per tagliare la legna. Seguendo le indicazioni del possidente, risalimmo una stradina stretta e piena di fossi che si snodava fra boschi pittoreschi e muriccioli di pietra, e infine giungemmo a una cima che si stagliava misteriosa contro il fuoco e l’oro del tardo pomeriggio. Ancora un momento e fummo in grado di vedere quel che si stendeva oltre: a destra l’antica fattoria del signor Law, a sinistra il più fantastico e spettacolare panorama agreste che avessimo contemplato o anche solo creduto possibile. Affé mia, non posso darne il più pallido ritratto senza passare ai versi:

Fin dove l’occhio giunge, ecco distese
Colline compatte e mai calpestate;
Vetta dopo vetta, sui crinali infuocati
Ascendono i boschi vergini e orgogliosi.
Qui piega una valle, lì un prato si stende,
Ma nella conca erbosa un fiumicello scende:
Le pendici più remote sfumano nel celeste,
E lo splendor del sole indora sotto a queste
L’erba più vicina; corrono a zig-zag le muricciole
Dove gli alberi ben piantati s’accomiatano dal sole;
Stanca dell’arte che i meschini inorgoglisce,
La Natura non parla che una volta, e ci zittisce!



Qui e sopra: resti di quella che probabilmente era la casa di Ernest Law

Fosse questo meraviglioso panorama più vicino alla città, e ne venisse la gente informata, chiassosi vacanzieri l’affollerebbero a frotte ogni domenica e festa comandata; ma l’oscurità ha ottenuto quell’inattesa preservazione che di proposito sarebbe impossibile garantire. Questa regione, infatti, si trova molto più a sud di ogni grande arteria e a nord di un distretto pianeggiante che si distingue per la totale mancanza di scene idilliache. Dubito che a Providence vi siano dieci uomini informati della sua esistenza su questa terra. Qui certo vive lo spirito più autentico dell’antico New England, i vividi boschi che i nostri maggiori, e gli indiani selvaggi prima di loro, comprendevano così bene. Scoprimmo che il signor Law, la cui venerabile fattoria è assai curiosa e interessante, apparteneva alla piccola nobiltà campagnola: è un uomo di piacevole aspetto, altezza media e occhi azzurri intorno ai sessant’anni, e si esprime con l’antica parlata rustica. Ci informò che la Palude Nera si trova in una conca piuttosto lontana, in mezzo a due colline che avevamo già visto, e che da casa sua al punto più vicino di essa corrono all’incirca tre chilometri, percorribili su una strada di campagna e una carrettiera.


"Ci informò che la Palude Nera si trova in una conca piuttosto lontana, in mezzo a due colline che avevamo già visto..."

Aggiunse che i contadini ne esageravano le qualità sinistre, benché sia effettivamente un luogo strano e non convenga visitarlo quando annotta. Lo ringraziammo sentitamente per l’urbanità con cui ci aveva trattati e, fatti i nostri complimenti per la bella ubicazione della sua casa, ci disponemmo a tornare in città con queste informazioni, che avremmo usato nella prossima spedizione. Sappiamo ora come giungere alla palude nel modo più veloce e non perdemmo tempo in inchieste fuorvianti. Sarà una gita piacevole, e se anche non scopriremo orrori nascosti, certo contempleremo uno scenario sufficientemente pittoresco e sinistro da alimentare una decina di racconti. Tornammo dunque a Chepachet sotto il cielo d’onice e oro della notte rurale e in tutto calcolammo di aver compiuto quasi trenta chilometri a piedi. Ero mostruosamente stanco, quasi non mi reggevo in piedi…”


La Palude Nera che i due non sono riusciti a raggiungere



I CARI ESTINTI
(THE LOVED DEAD)
in collaborazione con Clifford M. Eddy (r. s.)

È mezzanotte. Prima dell’alba mi troveranno e mi porteranno in una cella nera dove languirò per sempre, mentre brame insaziabili mi tortureranno le vene e inaridiranno il mio cuore: allora diventerò una cosa sola con i morti che amo. Il mio scranno è il fetido incavo di un’antica tomba; la mia scrivania il dorso d’una pietra sepolcrale levigata dalla devastazione dei secoli; il mio unico lume sono le stelle e un esile spicchio di luna, ma vedo chiaramente come fosse mezzogiorno. Intorno a me, su ogni lato, statue sepolcrali vigilano su tombe dimenticate; e le lapidi cadenti e decrepite sono in parte occultate da viluppi disgustosi di vegetazione putrescente. Su tutto, profilato contro il cielo livido, un augusto monumento innalza la sua guglia severa e rastremata, spettrale condottiero di un’orda di lemuri. L’aria è greve di velenose esalazioni di funghi e dell’umido sentore di terra muffita, ma per me è un aroma paradisiaco. Immota, spaventosamente immota, la terra è gravata da un silenzio la cui profondità presagisce il definitivo, l’abominevole. Potessi scegliere la mia dimora, sarebbe il centro d’una simile città di carne decomposta e d’ossa marcite; perché la loro vicinanza comunica al mio spirito brividi di piacere, fa scorrere il sangue stagnante nelle vene e battere d’ebrezza frenetica il mio torpido cuore: la presenza della morte, per me è vita!”


Il South Street Cemetery (Portsmouth)

Colui che racconta comincia a passare in rassegna tutti gli episodi importanti della sua vita, a partire dall’infanzia, trascorsa in un piccolo villaggio e vissuta per lo più all’insegna di una monotona apatia. Pallido, di statura inferiore alla media e ipocondriaco, si è sempre tenuto alla larga dai suoi coetanei. Nei piccoli centri le malelingue trovano terreno fertile e qualcuna comincia a circolare anche sul suo conto. Data la diversità rispetto ai suoi genitori, c’è chi si ricorda che un suo trisavolo finì sul rogo come negromante.
Adolescente, mi feci ancor più chiuso, morboso e apatico. Alla mia vita mancava uno scopo. Era come se fossi stretto in una morsa che mi ottundeva i sensi, ritardava il mio sviluppo e la mia attività, lasciandomi inesplicabilmente insoddisfatto.”
A sedici anni partecipa al suo primo funerale, quello del nonno, una figura di rilievo all’interno della comunità. Costretto dai suoi genitori, il ragazzo segue svogliato il rito funebre, fino a quando la madre lo invita a seguirla nella camera ardente.
Era la prima volta che mi trovavo faccia a faccia con la morte. Abbassai gli occhi sul volto placido e sereno solcato da una quantità di rughe e non vidi nulla che giustificasse tanta costernazione. Mi sembrò, anzi, che il nonno fosse infinitamente contento, quietamente appagato. Mi sentii inondare da una bizzarra sensazione d’esultanza, del tutto fuori posto: si era insinuata nel mio animo con tanta lentezza e circospezione che in un primo tempo neanche me n’ero accorto. Quando ripenso al quell’ora portentosa, mi sembra che fosse originata dal primo colpo d’occhio della scena del funerale, e che avesse silenziosamente rafforzato la sua stretta in modo sottile e insidioso. Una sinistra e maligna influenza che pareva emanare dal cadavere mi teneva prigioniero d’un fascino magnetico. Era come se una forza estatica, elettrizzante, pervadesse tutto il mio essere, e sentii il mio corpo drizzarsi senza un atto deliberato della volontà. Con sguardo ardente cercavo di penetrare dietro le palpebre del morto e di leggere l’oscuro messaggio che nascondevano. All’improvviso il cuore aumentò i battiti, colmo di un’empia gioia, e martellò le costole con forza demoniaca per liberarsi dalla soffocante prigione del mio gracile corpo. Una sensualità sfrenata, irrefrenabile, appagante mi travolse.”


Un villaggio del New England

Dopo questa esperienza, il ragazzo torna alla solita, apatica normalità, fino a quando, per un incidente improvviso, muore la madre. Pur provando sincero dolore per la terribile perdita, il protagonista non può nascondere di avvertire la diabolica estasi provata la prima volta.
Avevo capito che, in seguito a una maledizione vera e propria la mia vita traeva la sua forza dalla morte, e che nella mia natura esisteva un carattere che reagiva soltanto alla tremenda presenza dell’argilla esanime di un cadavere. Qualche giorno dopo, folle di desiderio del tossico bestiale da cui dipendeva la pienezza della mia esistenza, mi incontrai con l’unico impresario di pompe funebri di Fenham e lo convinsi ad assumermi come apprendista.”
Dopo circa un anno, gli muore anche il padre, e nonostante l’ottuagenario principale cerchi di dissuaderlo di occuparsi del corpo del proprio genitore, il ragazzo riesce a convincerlo. “Non tento neppure di esprimere i pensieri indicibili riprovevoli che tumultuavano nel mio cuore frenetico, in onde di passione, mentre lavoravo su quella spenta argilla. Un amore insuperabile, un amore più grande – infinitamente più grande – di quello che gli avevo portato in vita, fu la nota dominante dei miei pensieri.”
Dopo aver sbrigato le questioni ereditarie, il ragazzo lascia il villaggio di Fenham per trasferirsi nella città di Bayboro. Qui si fa assumere dalla più grande azienda di pompe funebri della città e il suo zelo fuori dal comune gli consente che gli venga concesso il permesso di dormire all’interno della ditta.




Temevo i giorni in cui non mi portavano cadaveri da contemplare avidamente, pregavo gli osceni dei dell’abisso perché donassero morte rapida e certa agli abitanti della città.”
Purtroppo le preghiere non danno il risultato sperato. Così, il giovane prende la decisione di forzare la sorte e non esita a diventare un assassino, pur di procurarsi il deprovevole piacere che gli deriva dalla morte.
Un giorno però il titolare della ditta, giunto di buon mattino a lavoro, trova il ragazzo addormentato al tavolo mortuario abbracciato al corpo nudo di un cadavere.
Mi svegliò da sogni lascivi, negli occhi un’espressione frammista di disprezzo e pietà. Gentilmente ma con fermezza mi disse che dovevo andarmene, che avevo i nervi scossi, che mi occorreva un lungo periodo di riposo lontano dai doveri repellenti richiesti alla mia professione, e che la mia impressionabile giovinezza era troppo turbata dalla macabra atmosfera che mi circondava. Quanto poco sapeva dei desideri diabolici che mi spingevano ad abbandonarmi alle mie disgustose debolezze!”
Dopo questo episodio, il protagonista comincia a girovagare, toccando varie città e villaggi, senza fermarsi più di un certo periodo e lavorando presso morgue, cimiteri e crematori.
Fino a quando non scoppia la Grande Guerra, per la quale si arruola sui fronti europei e che definisce come quattro anni di piacere sublime.
Finita la guerra trona a Bayboro, dove ricomincia a uccidere; finché un giorno, braccato dalla polizia, decide di suicidarsi tagliandosi le vene dei polsi.


L'Odio, di Pietro Pajetta (1896)

In questo caso il racconto di Eddy si rivela più appassionante dei due precedenti. Probabilmente perché il tema della necrofilia è sempre stato nelle corde di Lovecraft. Si pensi a racconti come La Tomba, L’estraneo, Herbert West, col quale il protagonista di questo racconto ha più di qualcosa in comune.
Inoltre, l’infanzia del protagonista del racconto somiglia molto a quella passata dallo stesso Lovecraft. Si tratta di un racconto schietto, senza fronzoli, e per queste ragioni, anche a distanza di cento anni, ha un’efficacia non indifferente.


Un obitorio abbandonato

Scrive Giuseppe Lippi nella sua introduzione al racconto: The Loved Dead apparve nel numero di maggio-giugno-luglio 1924 di “Weird Tales”, che avrebbe potuto benissimo essere l’ultimo. La rivista era in acque così cattive che il suo editore, Jacob Clark Henneberger, aveva dovuto indebitarsi con tutti: tipografo, distributore, collaboratori. Pare che in un anno avesse perso quarantamila dollari, e la decisione di non sospendere definitivamente le pubblicazioni fu resa possibile solo grazie a un accordo che faceva del tipografo il nuovo proprietario della testata. Per giunta, il numero di maggio-giugno-luglio 1924 (l’ultimo per qualche mese, poiché le pubblicazioni sarebbero riprese in novembre) fu sequestrato in diversi Stati a causa del racconto che segue. The Loved Dead è una storia potente su un tema caro a Lovecraft (la necrofilia), ma qui trattata con un’evidenza drammatica e toni così espliciti da farne in caso a parte. Merito di Eddy e del suo approccio diretto, meno macchinoso, quasi in stile true confession? Forse, ma la pagina iniziale ha la forza di un “manifesto del negativo” che ci sembra provenga direttamente dal mondo tenebroso di Lovecraft (da H. P. Lovecraft. Tutti i racconti 1923-1926, Oscar Mondadori, Milano, 1990).




Altri critici ritengono invece che il Maestro di Providence abbia concepito e scritto il racconto addirittura per intero. Una tesi che sposano anche Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, i quali nella loro introduzione alla storia affermano: Quando The Loved Dead apparve su Weird Tales, con la firma di C. M. Eddy, la rivista venne pesantemente criticata e, in certe zone degli Stati Uniti, tolta dalle edicole: l’urtante tema necrofilo del racconto aveva infatti ferito la sensibilità dei benpensanti. A quasi cinquant’anni di distanza, nel 1972, il critico e romanziere Colin Wilson, nel suo saggio Order of Assassin (trad. it.: La filosofia degli assassini, Longanesi, Milano 1974) «riabilita» la storia affermando che essa “centra più coraggiosamente di qualsiasi altro scritto di Lovecraft l’emotività che sta alla base della narrativa dell’orrore e ciò che la sostiene. L’adolescente schivo e malaticcio, che i compagni sani evitano, si sente un estraneo nella realtà delle persone comuni, fino al momento in cui scopre di appartenere a un mondo diverso, quello dei morti”.


Un antico cimitero del Rhode Island

È, tutto sommato, la stessa tematica che si ritrova in un altro dei più celebri racconti di HPL, The Outsider, in cui però il senso di estraneità non si traduce in un impeto di violenza necrofila, ma si sublima in una ricerca dell’oblio. The Loved Dead, a differenza dei primi due racconti revisionati per Eddy, appare scritto interamente da Lovecraft, forse (ma non è neppur certo) sulla base di una trama fornita dall’amico.
(Lovecraft. Tutti i romanzi e i racconti, 4ª edizione, Newton Compton Editori, 2011).

Luoghi: Fenham, villaggio di campagna; Bayboro, città a ottanta chilometri da Fenham; Gresham Corporation, ditta funebre di Fenham.


Copertina del numero di Weird Tales dove apparve il racconto (Mag-Giu-Lug 1924)


LA RICORRENZA
(THE FESTIVAL, ottobre)

Ero lontano da casa, sotto l’incantesimo dell’oceano orientale: al crepuscolo lo sentivo frangersi sulle rocce e sapevo che si trovava appena al di là della collina dove i salici curvi fremevano contro il cielo limpido e le prime stelle della sera. Poiché i miei padri mi avevano convocato nell’antica città costiera, mi inoltrai nella neve appena caduta e imboccai la strada che dirigeva, solitaria, verso il puntolino di Aldebaran lassù tra gli alberi e il vecchio borgo che non avevo mai visto ma spesso sognato.
Era Yuletide, la commemorazione che gli uomini chiamano Natale, pur sapendo in cuor loro che è più antica di Betlemme e Babilonia, più di Menfi e della stessa umanità. Era Yuletide e finalmente giungevo all’antica città di mare dove la mia gente aveva vissuto e celebrato il rito anche nei tempi andati, quando era proibito farlo. I padri avevano raccomandato ai figli di osservare la cerimonia almeno una volta ogni secolo, in modo da non dimenticare gli antichi segreti, perché il mio era un popolo già antico quando questa terra era stata colonizzata trecento anni prima. Era gente strana, arrivata di soppiatto come uno scuro popolo del meridione da terre di sogno ricche di giardini e di frutteti, e prima di imparare la lingua dei pescatori dagli occhi azzurri ne parlava un’altra.”


Kingsport vista da Russell Smeaton

Il narratore giunge a Kingsport, antico paese dei suoi avi (quattro dei quali furono impiccati per stregoneria nel 1692) mai visitato prima, per partecipare alla celebrazione di un’antica festività. La città è stranamente silenziosa e per le anguste vie il protagonista non incontra nessuno, fino a quando non arriva all’antica casa di famiglia. Ad aprire la porta è un vecchio in vestaglia e pantofole che lo fa accomodare all’interno, in un ambiente fermo al XVII secolo. Su una panca immersa nell’oscurità gli sembra di vedere le sagome di alcune persone, mentre una donna, vicina al camino spento, è intenta a filare. Nessuno gli rivolge la parola.
Non tutto quello che vedevo mi piaceva e provai un senso di paura. La mia inquietudine fu rafforzata da ciò che prima mi aveva calmato, perché più guardavo la faccia banale del vecchio, più mi sentivo allarmato da quella stessa banalità. Gli occhi non si muovevano affatto e la pelle somigliava a cera, finché fui sicuro che non si trattasse affatto di una faccia ma di una diabolica mascheratura. Tuttavia le mani flaccide e curiosamente guantate scrissero parole rassicuranti sulla tavoletta, dicendomi che dovevo aspettare un po’ prima di essere condotto al luogo della ricorrenza.”
Il vecchio lo invita a sedersi e si allontana. Sul tavolo accanto, l’uomo nota una serie di antichi libri di stregoneria. Fra questi, il famoso Necronomicon, nella sua versione proibita in latino, a opera di Olaus Wormius.


The Festival by Zayrot (2014)

Cercai di leggere e presto fui assorbito da qualcosa che trovai nel maledetto Necronomicon, un concetto o una leggenda troppo orribile per essere sopportata dalla mente senza perdere la ragione. Tanto meno mi piacque ciò che leggevo quando mi sembrò di sentire chiudersi una delle finestre di fronte alla panca, come se qualcuno l’avesse aperta di soppiatto, e prima del rumore alla finestra c’era stato un fruscio che non mi era sembrato quello del filatoio.”
Mentre il protagonista riflette sul fatto che la panca non gli sembri più occupata, entra il vecchio con un antico costume largo e, prima di uscire, prende due mantelli con cappuccio (uno per lui e uno per la donna) e afferra il Necronomicon.
Ci avventurammo nel labirinto di stradine della città, senza il conforto della luna, nel momento in cui le luci delle case si spegnevano a una a una. La stella del Cane guidava orribilmente la folla di incappucciati che si riversava da ogni porta, formando una mostruosa processione che si snodava fra le insegne cigolanti e gli abbaini antidiluviani, i tetti coperti di paglia e le finestre con i vetri a losanga; poi la folla si arrampicò sulle erte dove le case più antiche stavano ammucchiate una sull’altra e andavano in rovina insieme. Di qui il corteo proseguiva nei cortili e tra i piccoli camposanti dove i lanternoni che oscillavano al vento formavano inedite costellazioni ubriache. Seguii le mie guide nella folla silenziosa, spinto da gomiti molli e compresso fra petti e stomaci che davano l’impressione di esser fatti di gelatina. Non riuscivo a distinguere una sola faccia, non sentivo una parola. La fantastica colonna scivolava su per il colle e mi resi conto che i pellegrini di tutte le vie convergevano verso un nodo di vicoli inestricabili in cima a un’altura al centro della città. Lì stava appollaiata una gran chiesa bianca, la stessa che avevo visto dal punto più alto della strada quando avevo ammirato Kingsport al crepuscolo: ricordo che avevo tremato, perché per un attimo mi era parso che Aldebaran stesse in equilibrio sul campanile diafano.”


Modulo di espansione per il gioco di ruolo 'Call of Cthulhu' ispirato al racconto di Lovecraft (2003)

Il corteo arriva fino alla chiesa e da qui, attraversando le cripte, si inoltra nelle profondità della terra scendendo per una ripida scala a chiocciola.
Quello che più mi turbava era il silenzio e la mancanza di eco in cui procedeva la miriade di pellegrini, e dopo altre interminabili discese mi accorsi che nella roccia si aprivano corridoi laterali simili a tane: da ignoti recessi di tenebra portavano fino al pozzo in cui ci trovavamo noi, avvolto nel buio e nel mistero. Ben presto i corridoi diventarono fin troppo numerosi, come empie catacombe che nascondessero una minaccia indefinibile.”
Alla fine del percorso, il corteo giunge a una vasta spiaggia biancastra, costeggiata da un fiume oleoso e illuminata da una colonna di fuoco verdastro. A questo punto, il rito di Yule ha inizio: le persone incappucciate si dispongono a semicerchio attorno alla colonna e cominciano a gettare nella fiamma vegetali vischiosi.
Vidi tutto questo e qualcosa di amorfo che stava acquattato a distanza di sicurezza dalla fonte di luce, soffiando instancabilmente in un flauto. E mentre la creatura suonava mi sembrò di udire rumori più odiosi, come un frullar d’ali nelle tenebre maleodoranti dove non riuscivo a vedere. Ma ciò che mi spaventava di più era la colonna fiammeggiante, che sprizzava come l’eruzione di un vulcano da profondità inimmaginabili e non proiettava ombre, ma copriva il fondo umido della caverna di un’orribile patina verdastra. Era un fuoco che non dava calore, ma anzi trasmetteva il gelo della morte e della corruzione.”
Il vecchio solleva il Necronomicon e tutti si inchinano, poi fa un cenno alla misteriosa creatura nell’ombra che inizia a suonare lo strumento con un’altra estensione.


Kingsport vista da Mihail Bila (2016)

All’improvviso, dalle tenebre arriva un’orda di ibridi alati, zoppicanti e dai piedi palmati che avanzano verso i celebranti e gli consentono di salirgli in groppa, per portarli in volo verso le sponde del fiume sotterraneo.
La vecchia che filava si era allontanata con la folla e l’uomo era rimasto solo perché mi ero rifiutato di prendere un animale e cavalcarlo come gli altri. Barcollando vidi che l’amorfo suonatore di flauto non si vedeva più, ma che due bestie stavano aspettando pazientemente. Poiché esitavo, il vecchio prese lo stilo e la tavoletta e scrisse di essere l’unico rappresentante dei miei padri, i quali avevano stabilito che il rito di Yule si celebrasse in questo antico luogo; quanto a me, era scritto che sarei tornato. I misteri fondamentali non erano stati celebrati. Scriveva con una grafia arcaica, e vedendo che ancora esitavo estrasse dalla tunica un anello col sigillo e un orologio, tutti e due con l’insegna della mia famiglia, per dimostrare che ciò che aveva detto era vero. Era tuttavia una prova orribile, perché sapevo dai vecchi documenti che quell’orologio era stato sepolto con un mio trisavolo nel 1698.”
FINALE: “Finalmente il vecchio tirò indietro il cappuccio e si indicò il volto per sottolineare una qualche rassomiglianza dovuta alla parentela: io rabbrividii, perché ero certo che la faccia non fosse altro che una maschera di cera. Gli animali alati grattavano i licheni con le zampe, inquieti, e mi accorsi che ormai anche il vecchio lo era. Quando una delle creature fece per allontanarsi, la mia guida cercò di fermarla e il brusco movimento spostò la maschera di cera da quella che avrebbe dovuto essere la sua testa. Poi, siccome la bestia d’incubo si frapponeva fra me e la scala da cui eravamo venuti, mi tuffai senza più esitare nel fiume sotterraneo che mi avrebbe condotto alle grotte marine della baia; preferii buttarmi in quel fiotto di liquami della terra, sì, piuttosto che rischiare di attirarmi addosso, con un urlo di terrore, le legioni spaventose.”


Illustrazione di Pedro de Lima (2019)

L’uomo si sveglia in un ospedale, dove gli riferiscono di averlo trovato all’alba nelle acque del porto di Kingsport. Inoltre, lo informano che la sera precedente hanno trovato le sue impronte sulla neve che si perdevano sul versante opposto della collina, lontano dalla città. Dall’ampia finestra l’uomo può constatare che Kingsport è una città moderna, ma quando scopre che l’ospedale si trova nei pressi della vecchia chiesa, perde il controllo. Viene così ricoverato al St. Mary’s Hospital di Arkham, dove medici di mente più aperta gli consentono perfino di consultare una copia del Necronomicon, custodito nella biblioteca della Miskatonic University.
Lessi una volta ancora quell’odioso capitolo e tremai da capo a piedi, perché in qualche modo lo conoscevo già. Lo avevo visto in un’altra occasione, le impronte dicano quel che vogliono; quanto al luogo in cui mi era successo, meglio dimenticarlo. Nessuno, nelle ore diurne, avrebbe potuto aiutarmi a ricostruire dov’ero stato, ma i miei sogni sono pieni di terrore e ci sono brani del libro che non oso citare nemmeno qui. Posso riferire un solo paragrafo, tradotto alla meglio dal basso latino.


Disegno di Andrey Fetisov (2014)

«Le caverne degli abissi profondi» scriveva l’arabo pazzo «non sono fatte per occhio umano, a causa delle loro straordinarie e terribili meraviglie. Maledetto il terreno dove morti pensieri vivono in nuovi e bizzarri corpi, e malvagia la mente che non è racchiusa in nessuna testa. Ibn Schacabao disse saggiamente che è felice la tomba dove nessuno stregone ha giaciuto, e felice è la città, di notte, se dei suoi negromanti non è rimasta che cenere. È antica la tradizione secondo cui l’anima venduta al diavolo non abbandona la creta del corpo, ma ingrassa e istruisce i vermi stessi che la divorano; finché dalla corruzione nasce un’orrida vita e mentre il monotono lavorio dei saprofagi della terra si adopera a tormentarla, si gonfiano mostruosamente per ricoprirla di terribili piaghe. Grandi caverne vengono scavate in segreto dove i pori della terra dovrebbero bastare, e cose che dovrebbero strisciare hanno invece imparato a camminare.»”


Illustrazione di Joel Kilpatrick (2014)

Il racconto viene introdotto da una citazione in latino di Lattanzio (250-317), scrittore che si convertì al cristianesimo: I demoni fanno sì che le cose irreali, agli occhi degli uomini, appaiano reali.
Lovecraft si dimostra sempre particolarmente abile nel creare suggestioni e in alcuni punti il racconto ricorda molto i suoi amati prose poems, se non fosse per la lunghezza, davvero considerevole rispetto a questi ultimi.
Giuseppe Lippi, nella sua introduzione al racconto, non gli risparmia però alcune critiche: The Festival appartiene alla famiglia dei racconti d’atmosfera, i prose poems volutamente evocativi che avevano caratterizzato la prima fase della carriera di Lovecraft. Stilisticamente difficoltosi, sono pervasi da un irritante motivo di fondo per cui sembra che l’autore la sappia lunga su qualcosa che tutti gli altri mortali, invece, devono ignorare. The Festival ha notevole importanza per la lunga citazione dal Necronomicon (quindi per lo sviluppo della tematica mitica in Lovecraft) e perché prefigura la successiva e molto più appassionante Ombra su Innsmouth, di cui può considerarsi l’idea larvale. È un racconto a cui manca quel realismo e quel gusto per il dettaglio che caratterizzeranno il Lovecraft successivo, ma a cui non manca una sequenza terrificante degna di figurare nelle antologie dell’incubo. È un pezzo totalmente onirico, come Nyarlathotep e altre storie in questa vena: leggendolo, si ha l’impressione di guardare una tela di Munch o uno scherzo di Max Ernst (da H. P. Lovecraft. Tutti i racconti 1923-1926, Oscar Mondadori, Milano, 1990).


Copertina di 'Weird Tales' dove fu pubblicato per la prima volta il racconto (Gennaio 1925) 

Torna dunque di scena il Necronomicon, però nella versione latina di Olaus Wormius, e ne viene perfino citato un passo nel finale del racconto.
Ma oltre a questo vengono nominati altri libri proibiti. Il Marvells of Science di Morryster è un altro testo inventato: viene menzionato per la prima volta in alcuni racconti di Ambrose Bierce. Il Saducismus Triumphatus di Joseph Glanville (pubblicato nel 1681) e la Demonolatreia di Remigio (stampata nel 1595 a Lione) sono invece testi realmente esistenti che trattano entrambi di stregoneria.
Ritorna un tema presente in molti racconti dello scrittore, ovvero quello della famiglia dai culti (e dagli incroci) innominabili, dove il protagonista ignora il passato dei suoi avi ma, nonostante questo, raramente scampa alle loro colpe passate, come una maledizione destinata a perseguitare gli ignari discendenti. Questo ricorda molto le tragedie greche, dove gli errori di un individuo ricadono su tutta la sua discendenza.


Il Necronomicon immaginato da MrZarono (2013)

Luoghi. Kingsport: Back Street, Circle Court, Green Lane, Market House, Orange
Point, Central Hill.
Arkham: St. Mary’s Hospital, Miskatonic University.
Personaggi: Io narrante; abitanti della vecchia Kingsport; Ibn Schacabao, saggio arabo, solo citato.


'L'oeil du silence', opera del surrealista Max Ernst (1943-44)


Novembre. Continuano le esplorazioni di Lovecraft per le vie della propria città. In una lunga lettera spedita a Maurice W. Moe del 24 novembre, racconta all’amico di essere stato accompagnato, un paio di giorni prima, da Clifford M. Eddy in alcune zone periferiche che non aveva mai vistitato. Il resoconto è, come al solito, suggestivo e ricco di descrizioni. Ne riporto uno stralcio che decrive le proprie impressioni sul quartiere italiano di Providence.


Federal Hill (anni '20)


[…] Colpito così dalla varietà metropolitana di una città che avevo sempre considerato alla stregua di un villaggio perché non ne avevo mai visto più che la zona degli affari e i migliori quartieri residenziali, ho deciso di farmi guidare da Eddy anche nel grande e celebrato quartiere italiano – Federal Hill – che avevo sentito tante volte descrivermi e magnificarmi come più pittoresco anche del quartiere italiano di Boston. Gli italiani costituiscono la comunità straniera più numerosa di Providence e dispongono di un loro territorio particolare in cui hanno edificato le loro case e trascorrono quasi interamente l’esistenza, scendendo solo di rado ‘giù in città’ (come dicono) per abbandonare il loro elevato isolamento. La collina di Federal Hill ha cominciato ad accogliere qualche sparso insediamento nel periodo coloniale; l’incisione di Avery, del 1777, vi raffigura già una Chiesa e alcune abitazioni. Successivamente fu una specie di roccaforte degli irlandesi, finché dopo il 1870 gli italiani non li spinsero dapprima giù lungo il costone settentrionale, occupando la cima, e poi li estromisero del tutto, impadronendosi dell’altura fin dalla base, su tutti i lati… le legioni di Cesare vittoriose sui Celti…


Atwells Avenue, Providence (1912-13)

Siamo saliti su lungo la zona meridionale del quartiere che era già notte, incontrando subito gruppi pittoreschi di persone – vecchi contadini in abiti di velluto a coste e donne anziane con i fazzoletti attorno alla testa. Le case, costruite dagli irlandesi, sono della tipica edilizia economica americana della metà del secolo scorso. Soltanto nella zona a nord, nei viali ombrosi che si addensano attorno alla ferrovia, si trova ancora qualche resto degli antichi edifici coloniali. Ma la vita peculiare della comunità è interessante di per se stessa. Atwells’ Avenue, la strada principale, è in pratica un allegro tipico Corso italiano, con insegne sfolgoranti e negozi vivacemente illuminati sui quali campeggiano insegne nella morbida favella toscana – ‘G Narducci, Pasticceria’ … Alcune zone, in particolare presso l’intersezione con la larga arteria Arthur Avenue, si elevano molto al di sopra dei quartieri popolari di periferia, giungendo a conseguire un’esotica brillantezza tutta particolare.


Tra Atwells Avenue e Spurce Street (1900)



È lì che il teatro La Sirena accende il suo policromo richiamo e i principali ristoranti esibiscono le loro insegne elettriche. Ci siamo fermati a mangiare in uno di questi, e ho potuto godere del primo piatto di veri spaghetti da quando ho lasciato New York. [Lovecraft si riferisce a quando è stato invitato l’anno precedente a N.Y. da Sonia Greene, insieme con l’amico Loveman] Seduti in quel locale straniero, dove soltanto noi due parlavamo inglese, e osservando nella via luminosa le scintillanti insegne in italiano, stentavamo a credere che il quartiere degli affari di Providence si trovasse soltanto a poco più di un chilometro a sud-est. Per me, era tutto completamente e assolutamente nuovo: l’avevo attraversato una volta sola, senza scendere dalla carrozza, un giorno che avevo accompagnato una persona a visitare la Chiesa del Santissimo Sacramento, nota per le vetrate e gli affreschi di La Farge, che si trova nel quartiere irlandese. […]”
(H. P. Lovecraft. L’orrore della realtà. La visione del mondo del rinnovatore della narrativa fantastica, Edizioni Mediterranee, 2007).


Alcune vetrate ralizzate da John La Farge (1835-1910) per la Chiesa del Santissimo Sacramento



(fine 6° parte)

Sergio Climinti


Note.
Per stilare la seguente biobibliografia ho fatto riferimento ai quattro volumi editati dalla Mondadori tra la fine degli anni ’80 e gli inizi dei ’90, Tutti i racconti (più volte ristampati) e il volume Lettere dall’altrove (1993), una selezione di lettere estratte dal vasto epistolario dell’autore, tutti curati da Giuseppe Lippi. Più il poderoso mammut dedicato a Lovecraft dalla Newton Compton, Lovecraft Tutti i romanzi e i racconti (2011, quarta edizione) a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco. Oltre naturalmente a una serie di siti sul web, su tutti The H. P. Lovecraft Archive, consultato per una più precisa cronologia delle sue opere.
- La sottolineatura che appare nei titoli dei racconti originali (tra parentesi), sta ad indicare il filo comune che li lega al famoso “Ciclo di Arkham”, o “Miti di Cthulhu”.
- I titoli dei racconti non in grassetto sono quelli giovanili, quelli scritti in collaborazione e quelli che destinava ai suoi corrispondenti, che non era interessato a pubblicare.
- La data che compare, a volte, dopo il titolo in lingua originale (che si trova tra parentesi) si riferisce a quella di stesura.
- I racconti scritti in collaborazione sono divisi fra “revisioni primarie” (r. p.) per quei lavori scritti per la maggior parte dall’autore, e “revisioni secondarie” (r. s.) fatte di interventi tesi per lo più a migliorarli. Tali sigle sono riportate tra parentesi, dopo il nome dell’autore che ha lavorato con Lovecraft.
- Il corsivo usato all’interno dei racconti ne individua il testo originale, nella traduzione offerta dai quattro volumi della Mondadori sopra indicati, nella maggior parte dei casi di Giuseppe Lippi.
- Al termine di alcuni racconti la parola FINALE avverte il lettore che nelle prossime righe viene svelato il finale della storia.

(s.c.)


N.B. Trovate i link alle altre puntate della Vita di HPL sulla Biblioteca di Altrove e su Cronologie & Index!