di Giampiero Belardinelli
Introduzione
In questa tipica avventura nolittiana, Zagor finisce al centro di una caccia al principe Alexis e al conte Boris, tra falsi emissari dello Zar, doppi giochi, avidità e una comunità russa nascosta oltre i confini di Darkwood. Ne nasce un racconto fitto di colpi di scena, ambientazioni nordiche e tensioni politiche, che conduce fino allo scontro finale con il dispotismo del conte Boris. Ho scelto di rileggere una storia meno celebrata della golden age – secondo me da riscoprire – perché conserva ancora oggi un fascino narrativo notevole. Guido Nolitta dimostra qui una grande abilità nel fondere avventura, ritmo e costruzione psicologica dei personaggi, mentre Franco Donatelli accompagna il racconto con tavole solide ed evocative, capaci di dare spessore sia agli spazi innevati sia alla varietà dei protagonisti. L’avventura uscì negli albi Zenith 176-179 (ZG 125-128), tra il dicembre 1975 e il marzo 1976.
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| Il colonello Potosky |
La trama
Al Forte Twin Rocks arrivano uomini guidati dal colonnello Potosky, sulle tracce del conte Boris e del principe Alexis, esuli dalla colonia russa di Novograd in Alaska. Si presentano come inviati dello Zar, ma poco dopo giunge un secondo gruppo guidato da un certo Korsakoff, che accusa Potosky di essere un sicario mandato a uccidere Alexis e Boris. Zagor, già al Forte con Cico, si unisce a lui, ma scopre presto che anche Korsakoff è un impostore interessato alla corona di Novograd. Quando arrivano i veri Cosacchi, tutti vengono condotti a Borisgrad, dove si scopre che Dimitri Zukoff era solo un sosia del principe Alexis. Zagor tenta la fuga, finisce nella fossa della morte, ma viene salvato grazie all’aiuto di Alexis, di Doc, dei trapper e dei Mohawk. La rivolta finale travolge gli uomini di Boris, che tenta un ultimo tradimento prima di essere ucciso da Rochas. Alla fine, Alexis sceglie di unirsi ai trapper di Darkwood.
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| Ivan Korsakoff |
Una frontiera insolita
Il motore dell’avventura nasce da un grande classico del racconto d’azione: la valle irraggiungibile che custodisce una comunità fuori dal mondo. Nolitta riprende questo schema e lo sposta in una dimensione insolita per Zagor, inserendo nella frontiera americana una colonia russa che altera in parte lo scenario narrativo abituale di Darkwood. È una trovata molto efficace, perché amplia l’orizzonte della serie senza snaturarla. Dopo aver portato nella foresta personaggi e immaginari lontani come i sicari indiani e i samurai, l’autore introduce anche i Cosacchi, aggiungendo un ulteriore elemento esotico e insieme storico. Il risultato è un racconto che combina il gusto dell’avventura popolare con un impianto quasi da romanzo d’appendice, dove il senso della distanza, del mistero e dell’eccezione resta sempre vivo.
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| I Cosacchi del Don |
Suggestioni cinematografiche e figure in scena
Nolitta dichiarò di essersi lasciato suggestionare dal film Il mondo nelle mie braccia del 1952, con Gregory Peck e Anthony Quinn, e questa matrice cinematografica si avverte chiaramente. La storia funziona come un meccanismo ben calibrato, in cui si intrecciano tradimenti, spie, sicari, avidità, usurpazioni e identità ambigue. In apparenza i personaggi sembrano muoversi nel perimetro dei cliché del genere avventuroso, ma la scrittura di Nolitta impedisce loro di restare semplici maschere. Potosky, per esempio, è più di un sicario: la sua fedeltà cieca alla missione lo rende una figura dura, quasi tragica nella sua ostinazione. Korsakoff, al contrario, incarna un opportunismo meschino e corrosivo: si presenta come patriota, ma si rivela per quello che è davvero, cioè un uomo dominato soltanto dal desiderio di arricchirsi. È anche attraverso personaggi come questi che Nolitta trasforma un intreccio di genere in una riflessione, nemmeno troppo nascosta, sulla debolezza morale e sull’avidità umana.
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| L'avidità di Korsakoff lo porterà a breve alla morte |
Il potere, la violenza, il comando
Al centro dell’avventura, però, ci sono soprattutto il conte Boris, il principe Alexis e Zagor. Boris è la rappresentazione di un potere che si regge sulla sopraffazione: un uomo che vuole riprendersi ciò che ha perduto e che concepisce il comando come dominio assoluto sugli altri. In lui la violenza non è soltanto uno strumento pratico, ma una vera idea del mondo. La tortura, per esempio, non serve solo a eliminare il nemico, ma anche a spezzarne la dignità. In questo senso Boris è molto più di un antagonista tradizionale: è il portatore di un pensiero politico e morale fondato sulla crudeltà. Nel racconto la distorta concezione della vita del conte viene esplicitamente messa in scena anche attraverso le parole rivolte al principe Alexis: Nessun regnante può reggere le sorti di un popolo senza essere pronto a usare sistemi sanguinari o crudeli...
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| Il conte Boris |
Zagor e l’idea di giustizia
A questa idea del potere si oppone, in modo quasi speculare, la figura di Zagor. Anche lui, per certi aspetti, è una forma di sovrano, ma di tutt’altro tipo: non governa attraverso la forza imposta, bensì attraverso l’autorevolezza conquistata sul campo. Il titolo di re di Darkwood non ha nulla di monarchico in senso stretto; è piuttosto il riconoscimento simbolico di una funzione di equilibrio, difesa e giustizia. Proprio per questo Zagor rappresenta l’alternativa più netta al modello incarnato da Boris. Nel finale, quando trapper e Mohawk marciano insieme per liberarlo, il racconto visualizza in modo molto chiaro questa idea: Darkwood funziona come uno spazio utopico in cui la convivenza tra mondi diversi diventa possibile grazie a una guida morale, non a un dominio. È anche in passaggi come questo che si capisce perché Zagor abbia saputo imporsi, nell’immaginario dei lettori, come una figura quasi leggendaria.
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| La leggenda di Zagor |
Alexis tra libertà e destino
Alexis è forse il personaggio in cui affiora con maggiore evidenza una componente autobiografica o, almeno, una sensibilità molto vicina a quella di Nolitta. Non desidera il potere, non sogna il comando, non si riconosce nel ruolo che gli è stato assegnato. Cerca invece una forma di libertà personale, quasi privata, che passa dal rifiuto delle convenzioni e delle gerarchie. Per questo rimanda ad altri personaggi nolittiani segnati dalla stessa insofferenza verso i vincoli imposti. Pensiamo a Smiling Joe e soprattutto a Wandering Fitzy. Il suo fascino sta proprio qui: Alexis non è un principe romantico in senso tradizionale, ma un giovane che intuisce quanto il privilegio possa trasformarsi in prigione. Le sue parole, e il dialogo con Zagor, rendono bene questa tensione tra destino sociale e desiderio di autenticità, facendone una figura sorprendentemente moderna. […] Mentre, non visto, osservavo le sue modeste occupazioni [Alexis si riferisce a Dimitri Zukoff, N.d.R.], i gesti rituali della sua vita di tutti i giorni... bene, in quel momento io ho invidiato quel giovane che nella sua povertà e nella sua umiltà era sicuramente più libero e felice di me! dice Alexis. In quanto a questo, mi trovi completamente d’accordo, Alexis! O devo continuare a chiamarti principe? risponde Zagor. Per carità! Odio quel titolo, come odio tutte queste cose che mi circondano quali tangibili simboli del destino che mi attende.
Una piccola contraddizione dell’eroe
Se c’è un limite nel racconto, sta forse nel modo in cui Nolitta, a volte, continua a lasciare a Zagor qualche ingenuità di troppo. Il punto più evidente è il finale, quando l’eroe cade nel tranello del conte Boris in una maniera che contrasta con la statura quasi eccezionale costruita fino a quel momento. È come se l’autore oscillasse ancora, almeno in certi passaggi, tra un protagonista più grande della vita e una figura più esposta all’errore, quasi vicina alla tradizione dell’eroe ingenuo. Si tratta di una sfumatura interessante, ma qui finisce per creare una piccola frizione interna al personaggio. Non a caso, la gestione editoriale di Boselli e Burattini (intrapresa dal 1994 in poi) tenderà a rendere Zagor più coerente con l’esperienza accumulata nel corso delle sue avventure.
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| La fine di un tiranno |
Donatelli in digitale
Il lavoro di Donatelli accompagna la storia con grande solidità narrativa. I personaggi sono sempre leggibili, riconoscibili, ben presenti nello spazio della tavola, mentre gli ambienti innevati acquistano un fascino particolare che contribuisce in modo decisivo all’identità dell’episodio. Borisgrad, soprattutto, ha un impatto visivo notevole: sembra emergere da una dimensione sospesa, quasi fiabesca, ma senza perdere concretezza.
Donatelli riesce così a sostenere sia il ritmo avventuroso sia l’atmosfera più rarefatta del racconto, dimostrando ancora una volta quanto il suo contributo grafico sia essenziale nell’economia della storia. La rilettura in digitale sullo schermo del mio laptop esalta l’essenzialità del segno di Franco Donatelli e allo stesso tempo ne conferma la grande qualità. Secondo me, questa è una delle prove migliori dell’autore nato ad Alessandria.
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| Borisgrad |
Giampiero Belardinelli


































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