martedì 3 febbraio 2026

LITTLE NEMO: QUANDO IL FUMETTO COMINCIÒ A SOGNARE IN GRANDE

di Sergio Climinti


Little Nemo (1905)


Alla fine del 2025 è uscito, per i tipi di NPE, un volume che nessun amante del fumetto che si ritenga tale può lasciarsi sfuggire. Sto parlando di Little Nemo in Slumberland, meglio conosciuto col più breve Little Nemo.

Pubblicato per la prima volta sul supplemento domenicale del quotidiano “New York Herald” il 15 ottobre 1905, il giovane Nemo proseguì la sua folgorante galoppata tra mondi onirici e siderali fino al 1914 e, dopo una pausa di dieci anni, fu portato avanti del suo autore ancora per qualche tempo, tra il 1924 e il 1927, anno della definitiva interruzione.

Fin dalla sua prima apparizione si capì immediatamente che si trattava di qualcosa di straordinario, fuori dai canoni dell’epoca. Per spiegare meglio il contesto, però, è necessario un breve excursus storico.


Yellow Kid (Ottobre 1896 - 1897)


Happy Hooligan (Fortunello) 1905


Happy Hooligan (Fortunello) 1911



Il 1895 è l’anno ufficiale della nascita del fumetto (curiosamente, lo stesso del cinema), a opera di Richard Felton Outcault, l’inventore di Yellow Kid. Qualcuno più pignolo lo anticipa di un anno, poiché Yellow Kid apparve, seppur saltuariamente, già nel 1894, ma c’è anche chi, ancor più pignolo, lo posticipa al 1896, perché il primo balloon – in bocca sempre a Yellow Kid – apparve solo a ottobre di quell’anno. Ad ogni modo, per circa un trentennio i fumetti furono principalmente comici, ed è proprio per questo motivo che in America sono definiti ancora col termine di comics, nonostante l’introduzione del fumetto d’avventura realistico, a partire dalla metà degli anni ’20. Caratteristiche ricorrenti dei primissimi fumetti erano l’uso della violenza, un umorismo rozzo e volgare, una buona dose di crudeltà e l’utilizzo di personaggi etnici, presi in prestito dal teatro del vaudeville. Gli autori si ispiravano, per i loro protagonisti, alla gente che popolava le strade: vagabondi, poveri, straccioni e, soprattutto, monelli terribili. Alcune di queste peculiarità si ritroveranno qualche anno dopo - a partire dal 1910 - anche nel cinema comico muto, che utilizzava un tipo di umorismo definito slapstick, dove gli attori si picchiavano o erano vittime di cadute mortali senza alcun tipo di conseguenze fisiche. Pensate al personaggio più conosciuto, il vagabondo Charlot, ideato e interpretato da Charlie Chaplin. Questo rifletteva la realtà degli Stati Uniti del tempo, in grande trasformazione in quegli anni, il quale, da paese agricolo si stava trasformando in un paese industriale, con milioni di immigrati giunti da ogni parte del mondo a riempire, oltre che le fabbriche, anche le strade delle città.

The Katzenjammer Kids (Bibì e Bobò) 1900 ca.



In un contesto del genere, dunque, Little Nemo precipitò sulla scena fumettistica come qualcosa di completamente alieno.

Il successo della serie (tradotta in sette lingue) portò il suo autore, Winsor McCay, a occuparsi della sua creatura non solo in campo fumettistico. Un gran numero di prodotti venne commercializzato, cartoline, libri, carte, giochi e perfino abiti per bambini. Nel 1908 esordì a Broadway come musical e, vista la calorosa accoglienza, lo spettacolo fece un tour per tutti gli Stati Uniti. McCay seguì il suo personaggio in tournée, ritagliandosi dietro le quinte dei teatri un ufficio nel quale, oltre a realizzare le sue tavole domenicali per i quotidiani, forniva schizzi per gli sfondi e i costumi degli attori, oltre che suggerire consigli spassionati al cast.


Winsor McCay in una foto del 1906



Ma perché Little Nemo era così diverso dagli altri fumetti? Innanzitutto per la capacità tecnica del suo autore, che è impeccabile. La raffinatezza del segno di McCay è decisamente più elevata rispetto alle produzioni fumettistiche di quegli anni. Rimanda all’Art Nouveau (Liberty in Italia) e ricorda molto, infatti, il tratto di Alfons Mucha, famoso pittore, scultore e pubblicitario ceco, autore di spicco di questo movimento artistico. Le anatomie dei personaggi e la plasticità di cui li dota McCay conferiscono a queste figure una tridimensionalità che non si riscontra in nessuno dei personaggi dei suoi colleghi fumettisti, mentre le sue architetture, ricche ed elaborate, sono in grado di suscitare nel lettore autentico stupore.


Manifesto pubblicitario di Mucha (1897)



Inoltre, basterebbe guardare una tavola a caso fra le tante per rendersi conto della loro bellezza. Partiamo dalla prima. La tavola è organizzata in sei strisce, la prima delle quali è introduttiva.

Morfeo, il re dei sogni, manda a chiamare Little Nemo da un suo servitore affinché lo convinca a diventare il compagno di giochi di sua figlia Principessa - che lo è di nome e di fatto, per questo è scritto con la maiuscola. Little Nemo, durante la sua cavalcava verso il paese dei sogni, viene però disarcionato e la sua caduta nel vuoto termina ai piedi del letto, perché si è appena risvegliato. Quello che colpisce alla prima occhiata è l’equilibrio compositivo della tavola, dovuto sia alle figure che ai colori. Caratteristica che verrà mantenuta per tutte le tavole realizzate da McCay. Questo significa che, oltre all’intenzione di raccontare una storia inanellando una vignetta dietro l’altra, all’autore premeva anche la resa complessiva della tavola, con la quale si divertiva a sperimentare diverse soluzioni grafiche. Le storie sono autoconclusive, tutte le avventure, infatti, Nemo le vive mentre sogna e terminano ogni volta col suo risveglio. Però ogni tavola costituisce la piccola parte di un progetto più grande, un’unica grande storia ambientata nel paese dei sogni, Slumberland appunto.


Tavola 1 (15 ottobre 1905)

Tavola 7 (26 novembre 1905)



Anche la settima tavola inizia con la solita striscia introduttiva, e qui McCay gioca con la sintassi dei comics, divertendosi a spezzare la suddetta striscia in tre parti, che possono essere considerate tre vignette, oppure una cornice, ma anche una finestra dalla quale il lettore sta osservando la scena. Al centro, in una sorta di occhio di bue, giganteggia un tacchino mastodontico che sbatacchia la casa dove vive il protagonista. Da notare anche il sapiente uso dei colori che accompagnano adeguatamente la narrazione. Quello del pavimento e delle pareti della stanza – che non è mai lo stesso e che serve a staccare le figure dallo sfondo per renderle ben distinguibili – è il medesimo usato per collo del tacchino e per il lago in cui precipita Nemo, e ciò contribuisce a dare equilibrio all’intera tavola.


Tavola 15 (21 gennaio 1906)


Nella tavola quindici è sbalorditivo l’uso del bianco, le sfumature che danno corpo alla vegetazione, l’effetto della neve che cade e le linee, sempre morbide e plastiche, delle figure rappresentate, mentre la tavola ventidue offre una ricchezza e una vivacità impressionanti.

MaCay però non realizzava direttamente i colori dei suoi disegni, ma dava indicazioni precise e dettagliate a specialisti che si occupavano appositamente della colorazione delle sue tavole. Questa efficacia era dovuta alla tecnica del ben day, in sostanza i retini, che contribuivano a dare profondità agli sfondi, a creare le adeguate sfumature e a ottenere numerose varietà di toni. Il successo di Little Nemo si deve anche a questi misconosciuti tecnici specializzati.

Tavola 22 (11 marzo 1906)

Tavola 38 (1 luglio 1906)



La grandezza di McCay, però, non si deve solo alla sua bravura tecnica. Come accennato prima, aveva una consapevolezza del mezzo superiore ai suoi colleghi fumettisti coevi. Prospettiva, destrutturazione della vignetta, composizione della tavola, nonché utilizzo di tecniche che saranno in futuro proprie del cinema, come la profondità di campo, la ripresa aerea, la carrellata, la soggettiva e lo zoom. Tecniche messe al servizio di una capacità immaginativa sontuosa e sfrenata.


Tavola 49 (16 settembre 1906)


Tavola 50 (23 settembre 1906)



Infine, è interessante notare come l’autore sappia utilizzare le possibilità che gli permette il medium fumetto, sia che si tratti dei personaggi disegnati, come nella tavola centoventuno, dove opera una serie di stiramenti e schiacciamenti dei protagonisti, sia con i contorni della vignetta stessa. La tavola 161 ne offre un caso esemplare. Nemo, alla fine della tavola, se la prende con McCay perché non gli ha disegnato il pavimento su cui farlo stare in piedi e, subito dopo, i margini della vignetta si staccano per aggrovigliarlo.

Little Sammy Sneeze (24 settembre 1905)



Un espediente simile l’artista lo aveva già sperimentato con un altro personaggio di sua invenzione, Little Sammy Sneeze (1904-1906), dove lo starnuto di cui il protagonista è famoso frantuma i contorni della vignetta che lo contengono e i suoi frammenti vi si depositano sopra, lasciando sul volto di Sammy uno sguardo perplesso che rivolge allo stesso lettore. Due chiari esempi di metafumetto.


Tavola 121 (2 febbraio 1908)

Tavola 161 (8 novembre 1908)



Little Nemo in Slumberland è considerato da critici e fumettisti un capolavoro senza tempo, eppure, anche di un capolavoro di tale fattura se ne possono perdere le tracce. Qualche anno dopo la morte del suo autore, avvenuta nel 1934, un incendio distrusse la maggior parte delle tavole originali. Tornò alla luce a partire dalla metà degli anni ’60 grazie a Woody Gelman, autore e editore, che ritrovò un buon numero di disegni originali e diverse strisce in uno studio dove aveva lavorato il figlio di McCay, Robert, il quale, dopo la morte del genitore, aveva provato a rilanciare la serie tagliando e rimontando le tavole, ma senza successo. Vari collezionisti hanno poi contribuito a colmare i vuoti, fino alla completa ricostituzione dell’intera opera.


Apertura volume

La dimensione del volume messo a confronto con il formato bonelliano



La casa editrice NPE ripropone in questo primo volume tutte le tavole uscite dal 1905 al 1911. Un altro volume è previsto per il futuro, e conterrà tutte le altre tavole realizzate dall’autore, presentando così, per la prima volta in Italia, l’intero ciclo dedicato a Little Nemo. L’edizione è arricchita anche da una corposa parte introduttiva, con le firme di Paul Gravett, Benoît Peeters, François Schuiten e Luca Raffaelli, corredata da una notevole parte iconografica. Le dimensioni di questa vera e propria Bibbia fumettistica sono oltremodo imponenti. Una scelta felice, fatta per restituire al pubblico il formato originario delle pagine dei giornali che avevano ospitato l’opera in origine, oltre che offrire la migliore resa possibile dell’arte di McCay. La carta spessa e la sua consistenza completano il tutto, facendone un prodotto editoriale di tutto rispetto. Procurarsi un leggio per consultare l’opera è altamente consigliato.




























Winsor McCay
LITTLE NEMO IN SLUMBERLAND 1905-1911
a cura di Benoît Peeters e François Schuiten
pagg. 368 - € 65,00
Edizioni NPE, 2025


Sergio Climinti

venerdì 23 gennaio 2026

SECRET ORIGINS: TEX CLASSIC 232

di Saverio Ceri
con la collaborazione di Francesco Bosco e Mauro Scremin

Bentornati a Secret Origins l'appuntamento quattordicinale che ci conduce alla scoperta delle origini delle copertine di Tex Classic e di eventuali altre cover ispirate alle pagine a fumetti dell'albo in edicola.


Su Tex Classic 232 prosegue l’episodio Tra due bandiere, uno dei classici del ranger, illustrato da Aurelio Galleppini su soggetto di Gianluigi Bonelli. Le 64 tavole riproposte in questo volume apparvero per la prima volta su Tex 114, Quando tuona il cannone, pubblicato nell'aprile del 1970.

La copertina scelta per l’albo è un’illustrazione di Claudio Villa, realizzata originariamente per il Miniposter allegato a Tex Nuova Ristampa 422 del giugno 2017. Per l'occasione sono stati eliminati i rilievi montuosi sullo sfondo.


Claudio Villa realizzò questa illustrazione ispirandosi alle pagine finali dell'episodio La rivolta dei Cheyennes, di Nizzi e Del Vecchio, apparso su Tex 589 e 590 del novembre e dicembre 2009. Per la precisione il copertinista di Tex prese spunto dalla vignetta che appare a pagina 110 di Tex 590. Del Vecchio ci mostra Tex, già lanciatosi dal cavallo, che è riuscito ad aggrapparsi al treno in corsa. Villa, preferisce mostrarci l'attimo precedente, quello più pericoloso per l'eroe. Tra l'altro aggiunge a terra un tronco, un ulteriore ostacolo, che costringe il cavallo ad allontanarsi dal treno proprio mentre Tex sta per spiccare il salto.

L'illustrazione di Villa era già diventata una copertina pochi anni dopo, nel gennaio del 2022, in Brasile, grazie alla Editora Mythos che la usò per  il numero 119 della collana Tex Edição Histórica.


Tra le pagine del Classic in edicola, troviamo anche una vignetta che ha ispirato una copertina di Tex. La striscia in questione è la prima di pagina 43.


La copertina che ne ha tratto Maurizio Dotti è quella di Sabotaggio, il numero 10 della collana fuoriserie estiva Tex Willer Extra uscito nel settembre del 2023.


Facciamo ora, come di consuetudine, un salto nel passato per riscoprire l'origine di una copertina  di Galep, che avevamo tralasciato in attesa venisse scelta come cover del Classic, o solo sfiorato, non approfondendone la genesi, come nel caso di quella del numero 55 della prima serie degli albi d'Oro


In prima battuta, Francesco Bosco e Mauro Scremin, i migliori segugi per quanto riguarda la ricerca delle fonti iconografiche texiane, avevano individuato una splash-page di Gunsmoke dell'ottobre 1951 firmata da Doug Wildey, e pubblicata su un comic book dell'americana Atlas, come riferimento di Galep per quella storica copertina.


In realtà la sovrapposizione, pur ribaltando l'immagine, non è perfetta, soprattutto la posizione delle braccia sia di Tex che del suo avversario.


Convinti che la fonte fosse un'altra Bosco e Scremin si sono rituffati nella ricerca, fino a  scoprire una foto di scena del film della Republic Pictures, Ranger of Cherokee Street del 1949, che somiglia moltissimo alla copertina di quel Tex.


Ribaltando l'immagine, la sovrapposizione è decisamente migliore; dall'espressione di Tex, alla camicia a quadretti dell'avversario. A ulteriore conferma che Galep si sia ispirato alla foto di scena del film statunitense, ci sono anche le baracche e i barili, presenti sullo sfondo sia della cover di Tex, che della foto.


Quindi sia Wildey che Galep si sono ispirati alla solita foto, seguiti poi anche dalla coppia Giolitti-Ticci che ha usato lo stesso riferimento, ma in tempi successivi, in un altro paio di occasioni, su albi della Dell Comics: un Gunsmoke nel 1960 e Laredo nel 1966. La fonte anche in questi due casi venne ribaltata. 

La vita editoriale della copertina del 55° albo d'oro proseguì poi, alcuni anni dopo, quando la redazione decise, come si usava in quel periodo, di ritagliarla, ridisegnarla parzialmente e aggiungere uno sfondo neutro, per confezionare la cover del numero 11 della Prima Serie Gigante di Tex. 
  

Anche in Francia questa illustrazione ebbe una doppia vita, editorialmente parlando; inizialmente fu usata, nel novembre del 1955,  per il numero 15 di Fox; poi, nel Febbraio del 1969 per la quarantacinquesima uscita della collana Bronco. Entrambe le pubblicazioni erano marchiate Lug e in entrambe venne utilizzata la versione originale dell'Albo d'Oro. 



Chiudiamo con la versione brasiliana, pubblicata dalla Globo nel febbraio 1990, in copertina del numero 244 della collana dedicata al ranger. E' l'unica versione in cui si vede completamente la gamba sinistra dell'avversario di Tex e in cui il protagonista veste la classica camicia gialla.


Saverio Ceri

N.B. Vi invitiamo a scoprire anche le precedenti puntate di Secret Origins in Cronologie & Index. 

lunedì 19 gennaio 2026

PETER KOLOSIMO: IL COMUNISTA CHE HA INVENTATO LA FANTA-ARCHEOLOGIA, MA CHE SI È DIMENTICATO DI ESSERE STATO FASCISTA

di Riccardo Rosati

Proprio nei giorni in cui si commemora lo scrittore svizzero Erich von Däniken (1935 - 2026) - uno dei massimi studiosi di "archeologia misteriosa", "antichi astronauti", etc., fonte inesauribile per i soggetti del "Martin Mystère" di Alfredo Castelli, posizionato politicamente a destra - il nostro Riccardo Rosati ritorna su "Dime Web" con un denso, pungente, sorprendente e sicuramente stimolante intervento su Peter Kolosimo, esperto italiano negli stessi ambiti di indagine che furono del von Däniken e anche lui "padre putativo" del BVZM. Ne vien fuori un ritratto del Kolosimo che potremmo definire "controcorrente" oppure "politicamente scorretto". Rimarrete a bocca aperta! (s.c. & f.m.)


Peter Kolosimo con la moglie



Capita alle volte che alcuni mentori possano rivelarci notizie che vanno a ridimensionare, talora persino a screditare, delle figure che fino a quel momento ritenevamo degne di stima. In un bel pomeriggio estivo capitolino, il nostro barbuto e occhialuto saggio (del resto un mentore altro aspetto non può certo avere) ci consegna degli sconcertanti articoli di Peter Kolosimo, apparsi nel 1942.
Lo diciamo chiaramente, questo nostro scritto un po' di dispiacere ce lo ha causato; da anni infatti ci rimproveriamo di non aver dedicato abbastanza tempo allo studio di questo particolarissimo intellettuale, malgrado il suo essere stato un comunista al limite dell'eccesso. In nome del contributo dato da Kolosimo alla cultura, glielo avevamo “perdonato”. Invece, non avremmo dovuto! Egli è stato e rimane per noi una mente stimolante, ma dal passato politico davvero contraddittorio. In poche parole, altro che paladino del socialismo reale come molti credono e scrivono da anni, Peter Kolosimo è stato un fascista, con non poche simpatie addirittura per il nazismo. Le chiacchiere non serviranno per smentire questa nostra affermazione: carta canta, anzi potremmo dire urla.
Modenese multietnico, il padre era generale dei carabinieri originario della Calabria, mentre la madre era statunitense; Peter Kolosimo (al secolo Pier Domenico Colosimo, 1922 – 1984) è stato un uomo dal poliedrico e bizzarro ingegno. Vive a lungo a Bolzano, il che gli permette di padroneggiare indifferentemente l'italiano e il tedesco, per poi laurearsi in filologia germanica moderna presso l'Università di Lipsia. Durante la seconda guerra mondiale, come altoatesino, opta – facciamo bene attenzione a questo dato, egli scelse di combattere per la Germania – per l'arruolamento come carrista nella Wehrmacht, ma alla fine diserta, diventando partigiano in Boemia fra Plzeň e Pisek. Termina qui la prima parte “ufficiale” su Kolosimo.





Fondatore dell'“Archeologia Misteriosa”, che noi preferiamo chiamare fanta-archeologia, Kolosimo studiò per gran parte della vita le origini delle antiche civiltà, pubblicando libri che non di rado furono dei bestseller: “Non è terrestre” (1968) e “Astronavi sulla preistoria” (1972). Dotato di ottima scrittura, egli seppe raccontare la storia meglio di tanti parrucconi cattedratici, e magari un giorno i suoi libri potessero entrare nelle nostre scuole; siamo certi che leggendoli numerosi giovani sarebbero presi dall'impeto di diventare archeologi, filologi, storici e, soprattutto, scrittori. Fine della seconda e ultima parte del “Kolosimo conosciuto”, ovvero ciò che di lui si sa, si scrive e si dice.
A marzo del 2014, Wu Ming ha pubblicato un pezzo su di lui, con tanto di sua foto col pugno chiuso (quello destro!), dal titolo: “Peter Kolosimo, 30 anni 'across the universe' (1984 – 2014)”. Il “collettivo” bolognese ha proposto un elegiaco ricordo del “compagno Kolosimo”. Beh, come abbiamo scoperto noi il passato “nero” di questo scrittore, magari loro avrebbero potuto fare la stessa cosa. Ma si sa il modo in cui agiscono i benpensanti del progresso, in piena vecchia scuola PC: cancellare il passato scomodo di coloro, come nel caso di Kolosimo, che si sono redenti e hanno sposato la causa comunista/sinistra; Bocca, Fo e, in modo minore, pesino Guttuso e Pasolini... tutti sono stati mondati dai trascorsi legati al fascismo. Ci dispiace per il nostro caro Kolosimo, ma questo favore non glielo vogliamo proprio fare e intendiamo raccontare quel suo passato che si vuole dimenticare.


Peter Kolosimo col pugno chiuso





Nell'articolo di Wu Ming, vengono citate varie dichiarazioni rese dallo scrittore negli anni. Alla domanda, ad esempio, “Cos’è la tua più grande paura?”, egli rispose: “Il fascismo” (intervistato da Playboy nel novembre 1974). Alla faccia della mancanza di memoria, poiché nel 1942, Kolosimo scrisse alcuni articoli per “Testa di Ponte” (TdP): periodico del Gruppo Universitario Fascista (GUF) di Rimini, uscito tra il 1940 e 1943, nel quale figura tra i contributori anche Sergio Zavoli. Il futuro fanta-archeologo non collaborerà alla testata del Regime come un redattore qualsiasi, bensì egli firmerà pezzi arditissimi, mostrandosi come un giovane intellettuale con idee assolutamente chiare e schierate; persino più di tanti studiosi poi messi all'indice nel Dopoguerra, tra tutti Julius Evola. Difatti, come avremo modo di leggere, le posizioni di Kolosimo, in materia di razza, vanno ben oltre quelle del filosofo romano. Sia come sia, lo scrittore comunista per eccellenza, viene così presentato su TdP: “camerata Colosimo” (ancora non aveva il vezzo di utilizzare la “K” per il suo cognome), dove pubblicherà non solo articoli, ma pure delle poesie guerriere. Come dovremmo rispondere allora alla seguente affermazione di Wu Ming?: “Ecco una cosa che molti hanno dimenticato: Peter Kolosimo era un comunista di quelli duri”. Per non parlare poi di questa: “Attenzione, però, a non confonderlo coi vari Voyager e Kazzenger odierni, [… ] con le vagonate di ricostruzioni paranoidi e complottiste disponibili in rete. […] Poteva ben dirlo, lui che il nazifascismo lo aveva combattuto mitra alla mano”. Vada per il mitra, ma carrista dell'esercito del Reich lo è pur sempre stato. Ecco, qui notiamo la solita faziosità sinistrorsa. Ovvero, nessuno nega la “conversione” dello scrittore, ma questa andrebbe inquadrata, per onestà intellettuale, in tutto il suo percorso politico e non propagandare tali parziali inesattezze, spesso sostenute dallo stesso Kolosimo: “L’educazione politica me la son fatta in gran parte in Jugoslavia, quando la Jugoslavia era ancora comunista, ho fatto scuola di partito per due anni […] Sono simpatizzante di Lotta Continua, perché penso che anche la sinistra debba avere le sue punte avanzate, voto ovviamente PCI (1974, cit.)”.
“Sì è un mito meravigliosamente reale, quello del nostro sangue, della nostra razza, il nostro Mito”. Chi lo ha scritto? Heidegger o forse Evola? No, Peter Kolosimo su TdP, nel gennaio 1942, in un articolo dal titolo “Il Mito della Razza”. In quegli anni, egli arrivò, come del resto fece proprio Evola, a individuare le due principali forze dell'Arianesimo: il Germanismo e la Romanità. La corruzione della razza fu per Kolosimo la causa del crollo del mondo romano. In questo suo scritto sembra in alcuni passaggi persino auspicare una pulizia etnica in Europa; tale punto sarà chiarito più avanti da altri estratti presi dai suoi contributi per la pubblicazione dei GUF di Rimini.
A febbraio esce un altro suo articolo: “Nikudan, il proiettile umano”. In esso, Kolosimo riprende ancora una volta, sebbene non certo con la stessa qualità, idee di matrice evoliana; nella fattispecie, la esaltazione quasi mistica dei kamikaze nipponici: “[...], dell'uomo che si deifica, che trascende dalla terra verso le sfere più eccelse della gloria [...]”. Sia ben chiaro, e lo diciamo anche in qualità di yamatologi, se c'è un Paese che la sinistra mondiale ha sempre guardato con un certo astio questo è proprio il Giappone e, specialmente, per quanto concerne il periodo della II Guerra Mondiale. Purtuttavia, sulla nippofilia giovanile del nostro autore si tace puntualmente.


Kamikaze



Arriviamo a marzo, con lo scritto sulla fratellanza ario-romana, pomposamente intitolato: “La fratellanza più vera”. Se sinora nutrivamo ancora qualche ragionevole titubanza nell'inquadrare l'ideologia dell'intellettuale italiano, le incertezze qui svaniscono, schiarite dalle sue perentorie parole, le quali esaltano quel: “[...] blocco formidabile di forze costituente il nucleo principale della nuova Europa che va formandosi sulle basi indistruttibili della giustizia e del lavoro”. Per non parlare di: “Francia bastarda”; il sentimento irredentista antifrancese era un cliché del fascismo, così diverso dalla adorazione per la Terra d'Oltralpe, svilendo immancabilmente l'Italia, che è un dogma per la sinistra nostrana. Nell'articolo figura anche un: “polizia venduta agli ebrei”, che lascia ben pochi dubbi sulle sue idee razziali.
Concludiamo con il suo contributo di aprile, il cui titolo è tutto un programma: “Noi e Giuda”. Beh, qui le posizioni di Kolosimo vanno quasi oltre quelle di Louis-Ferdinand Céline – senza però averne mai pagato il costo come capitò al romanziere francese – con frasi del tipo: “peste giudaica” o “È ora che si sappia cosa sono gli ebrei, lebbra del mondo [...] negazione di ogni spiritualità”. Questa ultima riflessione, per quanto possa essere discutibile, conferma la profonda capacità di analisi di Kolosimo in fatto di politica, anticipando di decenni quella che ritroviamo in un ottimo e scomodo film come “The Believer” (2001), diretto da Henry Bean, tratto da una storia realmente accaduta. Ciò ci preme per l'appunto chiarire: come la pellicola appena citata narra la vera vita di un nazista americano (Daniel Burros), benché fosse ebreo; noi qui riportiamo solamente delle frasi del Kolosimo fascista, malgrado poi costui sia diventato comunista. “Giuda è potenza occulta, subdola, vile” e “Combattemmo il comunismo folle”... cari Wu Ming, sono due le cose, vi siete documentati davvero male, oppure non avete voluto dir tutto. A noi non è data conoscere la ragione del Vostro occultamento sul passato reazionario di Kolosimo. In ogni modo, si è riscritta la sua biografia, come è accaduto per tanti altri sia chiaro, è sufficiente ricordare, oltre ai suddetti Bocca e Zavoli, i nomi di Amintore Fanfani ed Eugenio Scalfari; ma la lista sarebbe lunga.





Una cosa però la condividiamo in toto con Wu Ming: “Lo diciamo da anni: Kolosimo è una figura da riscoprire, su cui interrogarsi, che può ancora dire e dare molto. Lo abbiamo scritto, lo abbiamo addirittura cantato.” Certo, ma se ci si ritiene intellettualmente validi, allora è necessaria coerenza. Ragion per cui, tale “riscoperta” dell'autore deve obbligatoriamente anche affrontare quel “folle”, per il Kolosimo degli anni seguenti, 1942; quando è stato tanto fascista, da scrivere cose fascistissime sui giornali del Regime. Vero, ha fatto la Resistenza, si è sicuramente convertito, abiurando gli articoli per TdP, adducendo probabilmente a un “errore di gioventù” e nessuno gli ha detto più nulla. Però gli si deve rinfacciare questa parte della sua vita che ha sempre nascosto; differentemente da un Indro Montanelli. Tutto qui, Peter K(C)olosimo resta per noi un autore da tenere in alta considerazione, da studiare e da consigliare specialmente agli adolescenti. Sullo scrittore ben nulla abbiamo perciò da dire, anzi. Non lo stesso possiamo pensare dell’intellettuale. Per simpatia non andiamo oltre, ma un uomo colto, e lui lo era, che si comporta così è solo fonte di delusione. Magari la sua coscienza si sarà smarrita tra quelle stelle che egli ha tanto amato raccontare. Ci illudiamo di questo, meglio così.


Riccardo Rosati

sabato 17 gennaio 2026

FRANK WOOL A XMAS COMICS & GAMES - TORINO 2025!

di Franco Lana

Dopo qualche tempo accogliamo nuovamente il nostro grande amico e collaboratore Franco "Frank Wool" Lana (colui che inaugurò la nostra serie di interviste) con un gustoso reportage fotografico da XMas Comics & Games che si è tenuto a Torino il 13 e il 14 dicembre 2025. Le prime due foto non sono state messe a caso, e vi invitiamo a scoprire perché... Buona visione! (s.c. & f.m.)





























N.B. Trovate i link alle altre novità su Interviste & News!