venerdì 3 dicembre 2021

LA COVER PIU' CITATA - VENTITRÉ

A cura della Redazione

Torniamo per la ventitreesima volta (a un anno di distanza dalla puntata precedente) a occuparci della cover bonelliana più citata nel mondo, sia da esponenti della nona arte, che non. Ovviamente parliamo, per quei pochi che ancora lo ignorassero, della copertina del numero uno di "Dylan Dog", realizzata da Claudio Villa nel 1986. Partiamo da Dylan Dogui - L'aperitivo dei morti viventiautoproduzione pubblicata nella collana “Le grandi parodie della Kalifano Edizioni” nel maggio 2019, con protagonista l'attore e cabarettista Guido "Dogui" Nicheli, presenza fissa nei "cine-panettoni". La seconda invece è stata pubblicata dal Dylan Dog Fan Club e vede il cantante "nazionalpopolare" Albano "Al Bano" Carrisi nei panni dell'Indagatore dell'Incubo. Alla prossima citazione!





N.B. Trovate i link alle altre cover più citate in Cronologie & Index!

giovedì 2 dicembre 2021

SECRET ORIGINS: TEX CLASSIC 124

di Saverio Ceri
con la collaborazione di Francesco Bosco e Mauro Scremin

Bentornati a Secret Origins l'appuntamento quattordicinale che ci conduce alla scoperta delle origini delle copertine di Tex Classic e di eventuali altre cover ispirate alle pagine a fumetti dell'albo in edicola. 


Sulle pagine del Classic 124, si conclude la ristampa degli albetti a striscia delle Serie Leopardo Nero e inizia la riproposta degli albi della Serie Apache, rispettivamente ventinovesima e trentesima collana nel formato originale di Tex. I sei albetti in questione furono pubblicati per la prima volta a cavallo tra il dicembre 1962 e il gennaio 1963.
Allarme a Fort Summer, scelto come titolo del Classic, è preso in prestito dal primo episodio della Serie Apache, ed è probabilmente, proprio a causa di questo titolo che la redazione è andata a rintracciare una copertina "militare". La scelta è caduta sulla copertina di Tex 33, La valle tragica, che ha una genesi multipla, internazionale e prolungata, tanto da coprire arco temporale di trent'anni, come abbiamo già visto nella puntata 26 di questa rubrica. Riassumiamo brevemente nell'immagine sotto i passaggi salienti.


Nel novembre del 1935 viene pubblicata in chiusura di una tavola di Flash Gordon firmata da Alex Raymond la vignetta usata come fonte di ispirazione da Galep per la copertina del sesto numero della Prima Serie gigante di Tex del 1955. In quel caso a fianco del ranger, c'è  Jim Brandon intento, insieme al ranger, a proteggere il giovanissimo Kit Willer. Nella versione più famosa di questa cover, pubblicata nel luglio 1963 e ripresa oggi dal Classic, Jim diventa un soldato pronto a sparare e Tex perde le pistole per impugnare una bandiera. 
In questa evoluzione della cover però c'è un anello mancante, e per trovarlo dobbiamo recarci in Francia dove, due anni dopo la prima pubblicazione italiana di questa immagine, i cugini transalpini decisero di usarla per la copertina di Plutos 17, disarmando Tex e munendolo di curioso stendardo, e per Jim  scelsero di lasciargli in mano il fucile, ma... scarico. La bandiera e l'arma che non spara la ritroviamo poi in Italia  sei anni dopo per la famosa cover de La valle tragica


In tempi più recenti anche i lettori spagnoli hanno potuto ammirare questa cover di Tex, nella sua versione più conosciuta, sulla collana della Planeta DeAgostini Biblioteca Grandes del Còmic.


I pionieri della ricerca delle fonti iconografiche texiane, Francesco Bosco e Mauro Scremin, ci segnalano che due delle copertine degli albetti a striscia ristampati su questo Classic, hanno origini "italo-americane". Partiamo dall'ultimo numero della Serie Leopardo Nero, che per la cover si ispira a una vignetta di Alberto Giolitti tratta da Have Gun Will Travel del gennaio/marzo 1961.


Il numero successivo, il primo della serie Apache, si ispira sempre a una vignetta di Alberto Giolitti, sempre tratta da Have Gun Will Travel, ma del numero di luglio/settembre 1962. Nella vignetta americana i due figuri in primo piano sono disarmati e si limitano a osservare in lontananza un cavaliere; nella cover di Galep, armi in pugno, si apprestano ad assaltare un treno.


Tra le pagine di questo Classic troviamo anche un'altra vignetta che ha ispirato copertine texiane: è l'ultimo riquadro di pagina 33 in cui Tex libera Carson legato a un palo dopo essere stato scambiato per un malvivente.

L'atipica e divertente circostanza ispirò subito Galep per la cover di quella stessa striscia del dicembre 1962. Carson non ha fortuna, recita il titolo, e in effetti il vecchio cammello non solo è stato catturato e legato al palo, ma ha avuto nella stessa giornata problemi con il colore dei capelli e in tintoria dove devono avergli lavato pantaloni e camicia insieme a qualcosa di rosso.


L'incresciosa vicenda venne riproposta in copertina anche oltralpe, pochi mesi dopo, nel febbraio 1964 sul numero 150 di Rodeo. La cover francese, realizzata appositamente, contiene tutti gli elementi  della copertina della striscia italiana: la fattoria, la staccionata, la luna piena e ovviamente il palo, il prigioniero e il suo salvatore.


Anche Claudio Villa, nel dicembre del 1988, si è lasciato stuzzicare da questo frangente della storia, realizzando la copertina per il numero 33 di Tex Edição Histórica della brasiliana Globo.  Anche in questo caso ci sono tutti gli elementi: dalla fattoria alla luna piena.


Se per l'edizione brasiliana i colori della copertina sono realizzati direttamente dal Maestro di Lomazzo, il mese successivo su Tex Nuova Ristampa 35, i lettori italiani hanno potuto apprezzare la stessa illustrazione ma con i colori realizzati redazionalmente.


Saverio Ceri

N.B. Vi invitiamo a scoprire anche le precedenti puntate di Secret Origins in Cronologie & Index. 

martedì 30 novembre 2021

LUKE NESS, PHD by MANETTI & PIERI - L'ESECRABILE UOMO DELLE NEVI (strisce 37 e 38)

 di Francesco Manetti & Filippo Pieri


Se queste strisce avessero un titolo la n. 37 potrebbe essere Primo contatto, un po' "a la Star Trek". Ma qui non ci sono titoli, solo risate! Siamo veramente a pochi passi dalla fine: con le prossime 10 strisce (che ci impegneranno fino alla fine di aprile del 2022) il mistero dell'Esecrabile Uomo delle Nevi verrà finalmente chiarito. O forse no! Magari ci sarà un finale "aperto", oppure "a sorpresa", o forse "a bivi", o magari anche "a presa per i fondelli"! Chi vivrà (con noi) vedrà! Buona lettura! (f.m.)



CLICCATE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA E AVERE UN'OTTIMALE ESPERIENZA DI LETTURA!





N.B. Trovate i link alle altre puntate delle avventure di Luke Ness in Cronologie & Index!

giovedì 25 novembre 2021

SECRET ORIGINS: MISTER NO 56

di Saverio Ceri

Approfittando dello spunto datoci delle uscite settimanali della collana cronologica, a colori, collaterale alla Gazzetta dello Sport, andiamo a scoprire le copertine originali di Mister No, le loro eventuali fonti di ispirazione e le loro vicende editoriali in Italia e nel mondo. 


Quasi tutto il 56° albo di Mister No è occupato dall'avventura d'esordio di Bruno Marraffa ai pennelli delle serie. La storia dell'aereo americano scomparso ha condotto Mister No su un'isoletta al largo della costa atlantica brasiliana, dove si trova coinvolto nella guerra di spie per il controllo del carico di uranio stivato nel velivolo perduto. Aiutato dalla bella hostess Eva, Jerry riesce a far sparire in fondo al mare il pericoloso materiale, ingannando tutti. Probabilmente gli ambientalisti avrebbero qualcosa da ridire al giorno d'oggi.
Nella parte finale inizia un'episodio firmato Castelli/Bignotti che già dal titolo, Cayenna, si preannuncia come una storia... d'evasione!


L'albo, e di conseguenza, la cover originale risalgono al gennaio 1980 e ci racconta, crediamo, un frangente dell'avventura in cui Mister No riesce a ingannare i suoi carcerieri e a fuggire a bordo della loro stessa imbarcazione. 
La versione del gennaio 1994, quella di Tutto Mister No, stavolta ve la mostriamo in parallelo all'originale, per meglio far notare che l'immagine di Ferri in fase di ristampa è stata modificata: Lasciando il protagonista della stessa dimensione notiamo come lo sfondo sia stato abbassato e modificato, la nave ridimensionata e il palo del pontile avvicinato e rimpicciolito. Dal punto di vista cromatico segnaliamo l'inversione dei colori tra fazzoletto e camicia del protagonista, il cielo di sfondo, che passa da un improbabile rosa e un poco probabile giallo, e l'inversioni dei colori dell'imbarcazione.
Ca va barder il titolo dell'albo francese si potrebbe tradurre come La resa dei conti; la copertina, a parte il cielo crepuscolare, riprende la cover italiana.


La versione jugoslava, che pare come sempre ridisegnata, risulta più fedele ai cromatismi italici, ma si intitola Carico Mortale, ovviamente riferito all'uranio trasportato dal cargo statunitense.


Col numero 56 la seconda serie greca, nei primi Anni Novanta, si congedò dai lettori. Salutiamo anche noi il Mister No ellenico col tramonto alle sue spalle. Il titolo dell'albo è uguale all'originale, punto esclamativo compreso.


Oltrepassiamo il confine verso est e arriviamo alla versione turca di questa cover, dipinta dal Maestro Aslan Şükür, che trascina il protagonista in una cruenta battaglia, con esplosioni a destra e a manca.


E con questa immagine, concludiamo anche questa 56a puntata di Secret Origins: Mister No. Appuntamento alla prossima.


Saverio Ceri

N.B. Vi invitiamo a scoprire o riscoprire, anche le precedenti puntate di Secret Origins dedicate al Tex Classic e a Mister No in Cronologie & Index.  

domenica 21 novembre 2021

IL MOSAICO DELL'ASSISTENTE DI DYLAN DOG

di Filippo Pieri

Sulla "Settimana Enigmistica" n. 4678 del 18 Novembre 2021, a pagina 32, nella rubrica "Mosaico", c'è una citazione bonelliana. Infatti tra le definizioni B si chiede: l'assistente di Dylan Dog.






N.B. Trovate i link alle altre novità bonelliane su Interviste & News!

sabato 20 novembre 2021

IL GINGILLO DI DYLAN...

di Filippo Pieri

Sulla "Settimana Enigmistica" n. 4676 del 4 Novembre 2021, a pagina 30, all'interno della rubrica "Il gingillo", c'è una citazione bonelliana. Infatti si chiede tra i verticali: Il Dylan dei fumetti.




N.B. Trovate i link alle altre novità bonelliane su Interviste & News!

venerdì 19 novembre 2021

ARRIVA SBAM! COMICS 54

A cura della Redazione

È uscito in rete il numero 54 di Sbam! Comics, la rivista a fumetti sui fumetti scaricabile gratuitamente dal sito dell'editore che segna la definitiva trasformazione della ormai storica rivista, in qualcosa di diverso da quello cui eravamo abituati, diventando in generale sempre più organo informativo della casa editrice.





IN QUESTO NUMERO
Vi presentiamo tutte le novità di Sbam!, in anteprima a Lucca Comics 2021 e da metà novembre in libreria e fumetteria!
Schede di presentazione e preview di tutti i titoli:
The Heroes Union, con le prime pagine del volume: l’ingresso di Startup nell’Unione dei più grandi Eroi del XXI secolo!
Pugaciòff, con una storia completa del grande Giorgio Rebuffi, Far West, con un episodio integrale griffato Adriano Carnevali, e Fra Tino, con alcune tavole di Athos!
– Le tavole iniziali di Sulle tracce di Viviane l’infermiera, di Pieri & Cryx, e Sottosopra, di Zamp!





Tutto questo e molto altro su Sbam! Comics 54.


N.B. Trovate i link alle altre novità su Interviste & News!

SECRET ORIGINS: TEX CLASSIC 123

di Saverio Ceri
con la collaborazione di Francesco Bosco e Mauro Scremin

Bentornati a Secret Origins l'appuntamento quattordicinale che ci conduce alla scoperta delle origini delle copertine di Tex Classic e di eventuali altre cover ispirate alle pagine a fumetti dell'albo in edicola. 


Nel Tex Classic che trovate in edicola in questi giorni, il 123° della serie, vengono ristampati a colori gli albetti a striscia dal numero 26 al numero 31 della Serie Leopardo Nero usciti originariamente tra fine ottobre e inizio dicembre del 1962. Nella prima metà dell'albo termina la vicenda del (mancato) incontro ravvicinato del terzo tipo di Tex, mentre nel finale debutta la breve avventura Missione a Silver Bell, ultima storia pubblicata nella Serie Leopardo Nero. I sei episodi giunsero in edicola per la prima volte nel formato odierno di Tex sul numero 56 del giugno 1955. 


Il titolo del Classic proviene dal secondo capitolo in esso ristampato, mentre la copertina è quella storica di Tex 66, Dramma al circo, risalente all'aprile 1966. Questa iconica immagine texiana oltre ad apparire su tutte le ristampe bonelliane della collana dedicata a Aquila della Notte, l'abbiamo vista in edicola sul quinto numero del collaterale della Gazzetta dello Sport realizzato in occasione del settantennale. Notate, nelle immagini sotto, come nelle tre edizioni il fazzoletto da rosso diviene blu, mentre nel Classic ora in edicola torna del colore originale. Lo sfondo, verde in tutte le precedenti edizioni bonelliane, diviene grigio in occasione del Classic numero 123. Infine la stella del ranger(?) presente finora solo sull'albo originale, ricompare oggi, dopo 55 anni, sulla ristampa in quadricromia appena giunta in edicola.


Questa illustrazione galleppiniana è stata utilizzata come copertina anche per un paio di volumi dedicati a Aquila della Notte e dintorni, molto cari alle tematiche di Dime Web. Il primo è Non son degno di Tex, un bel saggio di Claudio Paglieri edito da Marsilio nel 1997, e poi riproposto nel 2008, dedicato alle più curiose statistiche texiane. In questo caso la versione di Tex è un ibrido: con la stella (come in origine), ma anche col fazzoletto blu (come Tutto Tex e ristampe successive). 

L'altro volume riguarda molto da vicino i nostri Francesco Bosco e Mauro Scremin, che utilizzarono proprio questa cover per rappresentare immediatamente il senso e il contenuto del loro primo volume autoprodotto di Western all'italiana, dedicato alle fonti di ispirazione internazionali e non, utilizzate dagli illustratori bonelliani, per copertine e vignette, dei fumetti di Tex e soci. 



A proposito della coppia Bosco e Scremin, approfittiamo per ricordarvi che è imminente l'uscita del terzo volume della serie Western all'italiana, con promette nuove sorprendenti rivelazioni sulle origini segrete delle copertine di Tex e soci;  seguite la pagina di baci & spari, per conoscerne la data precisa.
Come si intuisce dall'immagine qui sopra, anche la cover di Tex 66, ha una fonte di ispirazione americana: si tratta della cover del numero 23 di Gunsmoke dell'ottobre/novembre dell'ottobre 1960. La foto in copertina rappresenta l'attore James Arness nei panni dello sceriffo Matt Dillon, protagonista della serie Tv Gunsmoke a cui il fumetto edito dalla Dell era ispirato. Questo spiega la presenza della stella - da sceriffo, non da Ranger- sulla camicia di Tex nella prima versione di questa copertina, ripresa oggi dal Classic. 
  

Ci sono altre tre curiosità legate a questa immagine, prima di scoprire le versioni internazionali di questa copertina. La prima: La versione ibrida dell'immagine già vista per il volume di Paglieri (con la stella del marshall, ma anche col fazzoletto blu) è stata utilizzata precedentemente, nell'ottobre del 1993, pure dalla Simulmondo per l'ottavo gioco elettronico di Tex, nella collana Tex il mito interattivo.
 

La seconda: Di questa illustrazione esiste una versione colorata direttamente da Galleppini per una serie di cartoline realizzate dall'editoriale Lo Vecchio negli Anni Ottanta. Nella versione del Maestro il mutevole fazzoletto è nero.
 

La terza: Questa immagine è stata utilizzata nel 2007 nell'ambito dei festeggiamenti per i 90 anni dalla nascita di Galep a Casale di Pari, nell'entroterra grossetano, paese natale del Maestro, per evidenziare l'abitazione in cui il creatore grafico di Tex venne alla luce.


Arriviamo a una veloce carrellata delle versioni straniere di questa cover. Qui sotto nella prima fila trovate le prime due variopinte versioni brasiliane della Vecchi e la versione spagnola della Zinco; nella fila in basso cinque versioni "sinottiche" edite dalla Williams, rispettivamente in Finlandia, Inghilterra, Norvegia, Olanda e Svezia. Tutte rigorosamente con la stella da sceriffo perché derivate dalla prima edizione italiana


Lasciamo la cover principale e dedichiamoci ora alle altre copertine ispirate da questa vicenda, partendo da quella probabilmente più strana di tutte le pubblicazioni texiane. La vignetta di partenza la troviamo a pagina 31 dell'albo in edicola: è la seconda della 22a striscia dell'episodio Una scomparsa misteriosa. Una delle sole due vignette dell'avventura La valle della luna, in cui vediamo una porzione di faccia dell'avversario di turno del nostro ranger.
A partire dalla vignetta in questione, che vediamo qui sopra nella colorazione della Collezione Storica a Colori di Repubblica e quindi del Classic, il grafico bonelliano, dopo aver debitamente ingrandito la parte sinistra della faccia dell'alieno, fino a farci contare le singole pennellate di Galep, ha composto la copertina di un albetto di Tex a tiratura limitata, insolitamente di forma rotonda. 


La pubblicazione, realizzata in occasione di cartoomics 2018 ripropone in pagine da due strisce ciascuna tutto l'episodio de La valle della luna. Per questa copertina si è scelto una colorazione più vicina alla versione in quadricromia dell'alieno vista per l'edizione de Il Sabato di cui abbiamo parlato nella precedente puntata, che potremmo definire "nostalgica", visto che nel periodo in cui è uscita originariamente questa avventura, nell'immaginario collettivo gli alieni erano omini verdi, e non grigi come si tende a raffigurarli da una  quarantina d'anni a questa parte. 
A proposito della precedente puntata: avevamo anticipato una copertina delle strisce contenute in questo albo, quella del numero 26 della Serie Leopardo Nero, nella quale il misterioso avversario di Tex, effettivamente verdognolo, spara al malcapitato cavallo del nostro personaggio preferito con una misteriosa arma a raggi in uno scontro frontale, a viso aperto, che all'interno dell'avventura non troviamo. 


La copertina in questione fu di ispirazione a Claudio Villa quando, nel  dicembre 1998, realizzò il miniposter in appendice a Tex Nuova Ristampa 34. Il verdastro e squamoso avversario in questo caso, per essere più fedeli all'avventura,  è un po' riparato dalle rocce. 


I lettori brasiliani per i quali questi disegni venivano normalmente realizzati in prima battuta, stavolta dovettero aspettare un decennio per vedere questa illustrazione di Claudio Villa, dato che solo in occasione de Os Grandes Clássicos de Tex numero 18 del dicembre 2008, della Mythos, venne utilizzata come copertina.

 

Saverio Ceri

N.B. Vi invitiamo a scoprire anche le precedenti puntate di Secret Origins in Cronologie & Index. 

mercoledì 17 novembre 2021

SECRET ORIGINS: MISTER NO 55

di Saverio Ceri

Approfittando dello spunto datoci delle uscite settimanali della collana cronologica, a colori, collaterale alla Gazzetta dello Sport, andiamo a scoprire le copertine originali di Mister No, le loro eventuali fonti di ispirazione e le loro vicende editoriali in Italia e nel mondo.


Si conclude l'avventura ordita da Missaglia per i pennelli di Bignotti che vede Mister No, suo malgrado, nei panni di investigatore per scoprire chi è l'assassino di Carlos Caldero, il benestante uomo d'affari da cui era stato ingaggiato. A cadere nella trappola ordita da Jerry è Osvaldo, il marinaio innamorato della bella nipote di Caldero, ma anche fratello di un sommozzatore alle dipendenze della vittima, lasciato morire, a suo dire, durante un'esplorazione sottomarina. La cover jugoslava che non via avevamo mostrato nella precedente puntata fa proprio riferimento alle battute finali della storia con Osvaldo che fugge imbavagliando e rapendo al sua amata e lasciando sulla nave una bomba pronta ad esplodere.


Bogdan Ljubičić in arte Pink, si ispira proprio a questo frangente della vicenda per realizzare la cover di Lunov Magnus Strip 688, anche se con personaggi dai tratti non riconoscibili; all'interno della storia infatti non si trovano ne bionde, ne marinai con abbigliamento vagamente balcanico. Il titolo Bomba a orologeria, spoilera uno degli ultimi colpi di scena dell'avventura.
La seconda avventura dell'albo scritta sempre da Missaglia, tiene a battesimo su questa testata Bruno Marraffa, disegnatore poliedrico, ma dal tratto inconfondibile. L'episodio che dà il titolo all'albo si svolge, come il precedente, nell'oceano atlantico e in particolare tra le isole della foce del Rio delle Amazzoni. Jerry viene ingaggiato per una gita turistica, ma ben presto scopre che il suo cliente non è esattamente chi dice di essere e che è coinvolto nella sparizione di un aereo cargo americano con a bordo una merce "preziosa" per alcuni stati nemici: Uranio.


Per l'ultima copertina di Mister No degli Anni Settanta, l'albo originale è del dicembre 1979, Ferri si ispirò chiaramente a uno dei manifesti del film di Alfred Hitchcock Intrigo Internazionale (North by Northwest in originale), uscito nelle sale ben venti anni prima.

La cover del Maestro ligure è ricomparsa in edicola nel dicembre del 1993 nella collana Tutto Mister No, in una versione apparentemente uguale all'originale, anche se, aguzzando la vista, noterete una vegetazione certamente più rigogliosa rispetto alla versione di 14 anni prima. 


Nella versione If dell'agosto 2009, lo sfondo ricalca quello di Tutto Mister No, mentre i colori vengono, come sempre, completamente rivisti dai coloristi della casa editrice di Gianni Bono.



La vegetazione rimane invece quella originale,  nella versione francese della Mon Journal. Il titolo Des plaies et des bosses, letteralmente "piaghe e protuberanze" è un modo di dire transalpino per indicare chi va in cerca di guai, e il nostro Jerry potrebbe aprire una scuola su come mettersi nei pasticci.


La versione Jugoslava di questa storia venne pubblicata a partire da Lunov Magnus Strip 693; il titolo è quello italiano tradotto. Ovviamente  il quadrifoglio portafortuna del pilota viene eliminato dal disegno.


Il simbolo di Mister No riappare nell'area balcanica molti anni dopo, grazie all'edizione croata della Libellus, che nella sua edizione cronologica ripropone esattamente le cover ferriane. Anche in questo caso titolo italiano tradotto fedelmente in croato.
 

Anche l'edizione greca, giunta al penultimo numero, si limita a tradurre il titolo nella lingua e nei caratteri locali.


E con questa immagine ellenica, concludiamo anche questa 55a puntata di Secret Origins: Mister No. Appuntamento alla prossima.


Saverio Ceri

N.B. Vi invitiamo a scoprire o riscoprire, anche le precedenti puntate di Secret Origins dedicate al Tex Classic e a Mister No in Cronologie & Index.  

mercoledì 10 novembre 2021

VITA E OPERE DI HOWARD PHILLIPS LOVECRAFT - OTTAVA PARTE (1925)

di Sergio Climinti


Lovecraft davanti al numero 169 di Clinton Street, a Brooklyn (1925)


1925


Nel mese di ottobre dell’anno precedente Sonia Greene è stata costretta a passare qualche settimana in una casa di cura del New Jersey per problemi gastrici e disturbi nervosi. Ciò ha destato la preoccupazione di Lovecraft, poiché uno dei tre dottori che se ne prendevano cura voleva eseguire un’operazione alla cistifellea, la stessa per la quale era morta la madre qualche anno prima. È dunque lui stesso a dissuaderla, come racconta all’inizio di una lunga lettera destinata a Maurice W. Moe, datata 15 giugno.

Westbrook voleva fare l’operazione alla cistifellea, ma da profano ho persuaso mia moglie a non permetterglielo senza aver prima ascoltato l’opinione di altri chirurghi di vaglia. Un’operazione simile è stata la causa immediata della morte di mia madre, e io so di altri metodi per curare le patologie croniche del fegato. In seguito sono stato molto felice della mia decisione, perché un altro medico – una dottoressa laureata alla Sorbona e molto quotata a Parigi – ha rimesso magnificamente a posto le cose con una semplice dieta e ci ha sconsigliato di ricorrere all’intervento chirurgico.”


1° gennaio. Ripresasi completamente, Sonia decide all’inizio dell’anno di lasciare la città di New York per un’opportunità di lavoro che la spinge nel Midwest, in Ohio, inizialmente a Cleveland e in seguito a Cincinnati. Lovecraft sceglie di non seguirla; è dunque costretto a cambiare casa. Prende una camera in affitto al numero 169 di Clinton Street, sempre a Brooklyn, ma in una zona meno elegante, mentre lei, per quanto le è possible, cerca di tornare almeno una volta al mese, per stare con lui almeno due o tre giorni.

La Public Square, nel centro di Cleveland, in una stampa del 1925


Frequenta spesso i suoi amici e colleghi di penna, come lui stesso scrive - sempre a Moe - nella lettera del 15 giugno: “Il nuovo anno è cominciato per me al 169 di Clinton Street, in un clima di effervescente attività per tutti i membri della nostra gang: Morton, Kleiner, Loveman, Leeds, McNeil, Long, Kirk ecc.; li ospito spesso in casa mia, ricevendo generosi complimenti per la mobilia. Mi fanno l’onore di dire che l’alloggio ha un’atmosfera eccezionalmente classica e riposante, e che la sua dolce tranquillità fa pensare che sia abitato da anni, se non da generazioni.”


Subito dopo però, segue la descrizione di una ricaduta dello stato di salute di Sonia e l’insofferenza per la vita nella Grande Mela.

Quando mia moglie veniva a New York si comportava da perfetta padrona di casa con gli amici, e tutti ritenevano che, nello spazio limitato a nostra disposizione, ce la cavassimo egregiamente. Ma questo stato di cose non è durato a lungo. La tensione del nuovo lavoro ha avuto brutte conseguenze sulla salute di mia moglie, e per due volte è stata ricoverata in un ospedale privato, una ben nota clinica di Cincinnati, finché ha ritenuto meglio lasciare le responsabilità di quell’incarico sfibrante. Dalla metà di febbraio alla metà di marzo è rimasta in clinica, dopodiché ha deciso di seguire (sia pure in ritardo) il consiglio datole dai medici in ottobre e di concedersi un lungo periodo di convalescenza in campagna, questa volta in condizioni ideali e presso la famiglia di una dottoressa a Saratoga Springs. Lì è rimasta fino alla settimana scorsa, quando è tornata a New York a tempo indeterminato. Mi sembra che stia abbastanza bene, anche se si stanca facilmente.

La confusione e la folla di N. Y. la deprimono, fenomeno che del resto ha cominciato a manifestarsi anche in me; speriamo, un giorno o l’altro, di andarcene per sempre da questa babele. Una volta esaurita la novità dei musei, dei grattacieli o dei prodigi architettonici la trovo una città noiosa, e spero di poter trascorrere il resto della mia vita nel New England: in un primo momento nella zona di Boston e poi a Providence, ammesso di trovare il denaro per vivere in quella città come si conviene a un membro della mia famiglia. In realtà il mio passatempo principale, in questi giorni, è come evadere dall’atmosfera di New York.”


Fountain Square, Cincinnati (anni '20)


Purtroppo si aggiunge anche la sfortuna ad accanirsi contro lo scrittore, che già vive in condizioni precarie. Infatti, dopo aver raccontato all’amico i dettagli di una dieta che lo ha fatto dimagrire molti chili, riportandolo all’aspetto che aveva nel 1915, lo informa di una spiacevole disavventura.

Domenica 24 maggio alcuni ladri che agivano dalla stanza accanto (da loro affittata) hanno ripulito la nicchia del mio guardaroba, che una porta sempre chiusa divide dalla camera attigua. Hanno scardinato la serratura e hanno portato via tutto, non lasciandomi neppure uno straccio (a parte il vestito blu che mi avevi visto a Providence, ma che avevo cambiato prima della nostra partenza per Boston perché non ritenevo abbastanza buono per l’occasione!) Lo avevo lasciato su una sedia senza preoccuparmene troppo, e i ladri non sono entrati nella stanza vera e propria: un nobile argomento a favore del disordine, perché se l’avessi appeso come gli altri a quest’ora dovrei andare in giro dentro un barile. È stato un terribile colpo economico: tutto il guardaroba scomparso, e proprio quando l’avevo fatto restringere per adattarlo alle mie nuove misure. La polizia non mi ha fatto sapere niente. Nella perdita devi contare anche una coperta, una valigia di mia moglie e un costoso apparecchio radio che tenevo in serbo per Loveman.”


Un parco della cittadina di Saratoga Springs in una cartolina degli anni '20



L’ORRORE A RED HOOK

(THE HORROR AT RED HOOK, 1 e 2 agosto)


I


Non molte settimane fa a un angolo di strada del villaggio di Pascoag, nel Rhode Island, un viandante alto, robusto e di sana costituzione suscitò mille congetture con il suo strano comportamento. A quanto pare discendeva la collina dalla strada di Chepachet, e dopo aver avvistato il paese aveva piegato a sinistra nell’arteria principale di Pascoag, dove gruppi di modesti edifici danno quasi l’impressione di trovarsi in una città. A questo punto, e senza ragione apparente, l’uomo cominciò a comportarsi in modo bizzarro: dopo aver guardato per qualche secondo gli edifici più alti esplose in una serie di urla isteriche e terrificanti, poi si diede a correre alla disperata; all’incrocio successivo cadde e fu aiutato a rimettersi in piedi da alcuni passanti, che cercarono come meglio poterono di spolverargli i vestiti. Lo sconosciuto era cosciente, non ferito e si era ormai ripreso dal misterioso attacco. Mormorò qualche scusa a proposito di un esaurimento e con gli occhi bassi si avviò di nuovo verso la strada di Chepachet, allontanandosi senza guardarsi indietro.”


Veduta aerea della penisola di Red Hook, Brooklyn


Il misterioso individuo è un poliziotto di New York di nome Thomas F. Malone, il quale si trova attualmente a pensione in una fattoria alla periferia di Chepachet, dopo essersi congedato per malattia. Sembra che durante un’indagine alcuni edifici di mattoni siano crollati mentre era in atto una retata, provocando la morte di alcuni prigionieri e colleghi dell’agente. Alcuni specialisti in malattie mentali scoprono che ogni edificio che gli rievoca questa brutta esperienza provoca nell’uomo delle reazioni scomposte. Per questo un medico della polizia gli consiglia di passare un po’ di tempo lontano da New York, in un posto isolato, lontano dai villaggi più grandi, per evitare che si trovi davanti a fabbricati in grado di suscitargli questo profondo senso d’orrore.


Pascoag (Rhode Island) in una cartolina del 1906


Questo è quanto si riuscì a sapere a Chepachet e Pascoag, e a questo si erano fermati i più noti luminari. La verità è che, in un primo momento, il poliziotto aveva confessato ai suoi medici molto di più, ma aveva smesso di parlare quando si era accorto che le sue parole venivano accolte con assoluta incredulità. Da quel momento si era preoccupato solo della sua pace e non aveva protestato quando le autorità erano giunte alla conclusione che il crollo di certi squallidi edifici nel settore di Red Hook, a Brooklyn, e la morte di numerosi colleghi avessero alterato il suo equilibrio mentale. Tutti concordavano che Malone, nel tentativo di fare pulizia in quel vero e proprio covo di disordini e violenze, avesse lavorato troppo: il caso aveva aspetti abbastanza sinistri e la disgrazia finale era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Questa semplice spiegazione era accettabile da chiunque, ma siccome Malone non era un uomo semplice, si era reso conto che insistere sarebbe stato inutile. Spiegare a gente priva di immaginazione che lui si era trovato di fronte all’orrore di qualcosa che trascendeva ogni umana concezione – l’orrore di edifici, isolati, città intere le cui fondamenta affondavano nella corruzione di malefici giunti sino a noi da mondi antichissimi – sarebbe equivalso a farsi rinchiudere in una cella imbottita invece che assegnare un periodo di riposo in campagna: e lui, nonostante la sua apertura mentale, era un uomo di buon senso.”



Chiesa battista libera di Chepachet (1905 ca.)



II


Prestava servizio da qualche tempo alla stazione di polizia di Butler Street, a Brooklyn, quando la faccenda di Red Hook attirò per la prima volta la sua attenzione. Red Hook è un labirinto di squallore e immigrazione nei pressi del vecchio fronte del porto, di faccia a Governor’s Island: strade sporche risalgono la collina e giungono al quartiere di poco più elevato dove Clinton Street e Court Street conducono al palazzo municipale di zona. Le case sono per la maggior parte di mattoni e risalgono al primo quarto o alla metà del diciannovesimo secolo; alcuni vicoli e le strettoie più scure hanno quel fascino e quel sapore di antico che le letture convenzionali ci spingono a definire ‘dickensiano’. La popolazione è un groviglio inestricabile, un enigma: siriani, spagnoli, italiani e neri vivono gli uni sugli altri, con frange americane o scandinave che prosperano a non molta distanza. È una babele di rumori e di sporcizia, e grida di ogni genere fanno da contrappunto alle onde che lambiscono i pontili sudici e al mostruoso concerto d’organo delle sirene del porto. Molto tempo fa il quartiere offriva tutto un altro quadro, con le strade più basse frequentate da marinai dagli occhi azzurri e il fianco della collina cinto di case di un certo gusto e una certa ricchezza. Tracce di quest’antica felicità si trovano nella forma regolare degli edifici, nelle chiesette aggraziate che spuntano qua e là, nelle testimonianze dell’arte e della cultura originaria che si riescono tuttora a individuare: una scalinata consunta, una porta segnata dalle intemperie, un paio di colonne o pilastri mangiati dai vermi, un fazzoletto di terra un tempo verde con un corrimano arrugginito. Le case sono raggruppate in isolati e ogni tanto spunta un attico con molte finestre a ricordare i giorni in cui le dimore degli ufficiali e dei proprietari di navi sorgevano di fronte al mare.


Baracche a Red Hook (1900 ca.)

Da quel groviglio di decadenza materiale e morale le bestemmie pronunciate in mille dialetti aggrediscono il cielo. Orde di avventori avanzano barcollando per le strade, cantano nelle vie secondarie e in quelle principali, mani furtive spengono all’improvviso una lampada o tirano le tende alle finestre, facce oscure e viziose scompaiono dai loro posti d’osservazione quando un visitatore si avvicina. La polizia non ha nessuna speranza di far rispettare l’ordine o di ottenere migliori condizioni di vita, e il suo sforzo consiste nell’erigere una sorta di barriera che protegga il mondo esterno dal contagio.

Quando arriva una pattuglia cala su tutto un silenzio minaccioso e quelli che ogni tanto vengono arrestati non si mostrano affatto ciarlieri. I reati variano come la gamma dei dialetti e coprono un arco che va dal contrabbando di rum all’immigrazione clandestina, e attraverso vari gradi di criminalità giungono fino all’omicidio e alla mutilazione nelle forme più ripugnanti. Che i reati accertati non siano più numerosi di tanto non depone a favore della comunità, a meno che l’arte di fare del male di nascosto sia un fatto meritorio. A Red Hook entra più gente di quanta ne esca (o almeno, di quanta ne esca per via terra) e quelli che hanno maggiori probabilità di cavarsela sono i soliti ceffi taciturni.


Immigrati sul ponte di una nave in attesa di sbarcare a Ellis Island (1925)


In questo stato di cose Malone percepì il disgustoso sentore di pratiche più antiche di quelle che i cittadini probi, i preti e i filantropi considerano comunemente ‘peccaminose’. Sapeva, come può sapere solo chi possiede una viva immaginazione unita a conoscenze scientifiche, che chi vive al di fuori della legge tende a ripetere, in modo arcano, i più tenebrosi comportamenti istintivi della vita barbara e primitiva, e questo sia nella vita quotidiana sia nei veri e propri rituali di cui si fa portatore. Più volte aveva notato, col brivido dell’antropologo, i canti e le inquietanti processioni di giovani con gli occhi rovinati dalla cataratta e il viso butterato dal vaiolo che cercavano la via di casa nelle ore piccole del mattino. Si vedevano gruppi di questi giovani continuamente: talvolta agli angoli delle strade, dove montavano la guardia con un sorriso strafottente, talvolta sulla soglia delle case dove pizzicavano misteriosi strumenti musicali; ora in preda allo stupore e addormentati, ora immersi in dialoghi indecenti intorno ai tavoli delle caffetterie nei pressi del palazzo municipale. Altre volte confabulavano intorno a un taxi scalcinato e parcheggiato nei pressi di case curve e in rovina con le imposte accuratamente chiuse. Malone ne era affascinato più di quanto riuscisse a confessare ai colleghi della polizia, perché in essi gli sembrava di scorgere una segreta e mostruosa continuità: un modello misterioso, malvagio, antico, che andava infinitamente al di là (o al di sotto) delle sordide informazioni su covi, abitudini e misfatti raccolte dalle forze dell’ordine. Quegli stranieri, pensava, dovevano essere gli eredi di una terrificante tradizione primordiale; coloro che permettevano la sopravvivenza di culti degeneri ma antichissimi, più vecchi della stessa umanità, e di cui qualche scheggia si tramandava ancora.”


Copertina di Weird Tales dove venne pubblicato il racconto (Gennaio 1927)


III


Fu il caso di Robert Suydam a portare Malone nel cuore degli avvenimenti di Red Hook. Suydam, un letterato solitario di antica famiglia olandese, possedeva quel po’ che gli bastava a vivere e abitava, da solo, nella casa grande ma non ben conservata che suo nonno aveva costruito a Flatbush quando il villaggio era poco più che un gradevole gruppetto di case coloniali intorno alla Chiesa Riformata.



Vicolo malfamato di New York (1896). Proprio in questo anno nasceva ufficialmente il fumetto moderno, con Yellow Kid e "Hogan's Alley", serie che aveva come sfondo proprio questi ambienti urbani degradati

La chiesa aveva un campanile aguzzo e pareti coperte d’edera, e un cancello di ferro proteggeva il cimitero olandese. Nella casa del recluso, che sorgeva in mezzo a un parco d’alberi antichi lungo Martense Street, Suydam aveva letto e fantasticato per circa sessant’anni, tranne il periodo che risaliva a una generazione prima e in cui era partito per il vecchio mondo, rimanendoci otto anni. Non poteva permettersi servitori e pochi erano i visitatori ammessi nella sua perfetta reclusione: evitava le amicizie e riceveva i rari conoscenti in una delle tre stanze a pianterreno che manteneva in ordine. Si trattava di una vasta biblioteca dal soffitto alto e le pareti tappezzate di tomi arcaici, sciupati, vagamente repellenti. La crescita della città e il suo assorbimento finale nel distretto di Brooklyn non significavano niente per lui e a sua volta Suydam aveva finito per essere ignorato dalla città. I vecchi lo indicavano per le strade, ma per la maggior parte della nuova popolazione era soltanto un vecchio strano e corpulento i cui capelli bianchi spettinati, la barba mal rasata, i vestiti neri e lisi e il bastone dal pomo d’oro gli facevano meritare un’occhiata incuriosita e niente più. Malone non lo conobbe di persona finché il dovere non lo costrinse a occuparsi del caso, ma indirettamente aveva saputo che era un’autorità in fatto di superstizioni medievali e una volta si era prefisso di cercare un libriccino esaurito, di cui Suydam era l’autore, che si occupava della Cabala e della leggenda di Faust.”


Edifici su Martense Street, oggi

Il caso Suydam scoppia quando i suoi unici e lontani parenti provano a farlo interdire da un tribunale. Il vecchio infatti, oltre a cominciare a frequentare i peggiori ambienti di Brooklyn, inizia a fare bizzarre profezie sulle meraviglie che si verificherebbero di lì a poco, pronunciando parole come Sephiroth, Asmodeo e Samaele. È sempre più trascurato, tanto da andarsene in giro vestito come un mendicante, frequentare le panchine e le stazioni della metropolitana e fermarsi a conversare con stranieri bruni dall’aspetto feroce. L’accusa dei parenti è quella di dilapidare il suo denaro per l’acquisto di misteriosi volumi ordinati dall’Europa e per il mantenimento di uno squallido seminterrato nel distretto di Red Hook, dove riceve fuorilegge, stranieri e officia misteriosi cerimoniali.

Gli investigatori assegnati al caso riferiscono che nella casa, durante i riti notturni, si udivano grida, canti e strascico di piedi e affermano che, nonostante la relativa frequenza di orge e raduni misteriosi in una zona malfamata come Red Hook, il piacere e l’abbandono che s’insinuavano in quei gemiti mettevano i brividi.”


Prima pagina del dattiloscritto del racconto

Davanti al giudice, Suydam si mostra ragionevole e pacato. Afferma di essere impegnato in una ricerca su alcuni aspetti delle antiche tradizioni europee, le quali richiedono uno stretto contatto con gruppi di stranieri. L’idea, portata avanti dai suoi parenti, che una setta voglia approfittare di lui, dimostra la loro limitata comprensione del suo lavoro. Queste spiegazioni sono sufficienti a scagionarlo del tutto, ma l’indagine da parte della polizia prosegue, perché alcuni tra i nuovi amici di Suydam sono noti criminali.

Non è esagerato dire che la cerchia del vecchio studioso coincidesse con le peggiori organizzazioni di delinquenti, specializzate nel portare a New York i rifiuti dell’Asia che a Ellis Island erano stati saggiamente respinti. Nelle strade brulicanti di criminali come Parker Place, che in seguito ha cambiato nome e in cui sorgeva il seminterrato di Suydam, si era formata una colonia di individui inclassificabili, con gli occhi a mandorla e che si serviva dell’alfabeto arabo, ma che erano fermamente respinti dai siriani stabilitisi nei dintorni di Atlantic Avenue. Sarebbe stato facile espellerli per mancanza di visto, ma la legge è lenta a muoversi e non conviene disturbare Red Hook a meno che non accada qualcosa di eclatante.”


Copertina di Dampyr n. 225 (maggio 2018)

Questi individui frequentano una vecchia chiesa di pietra diroccata situata nella parte più malfamata del porto. Nominalmente si tratta di una chiesa cattolica, ma le urla e il battito dei tamburi che ne accompagnano i riti non rientrano nella liturgia ufficiale. Suydam afferma che si tratta probabilmente della sopravvivenza del cristianesimo nestoriano, misto a elementi di sciamanesimo tibetano.

La maggior parte dei fedeli, secondo le sue ipotesi, erano di ceppo mongolide e provenivano dal Kurdistan o da una regione vicina. Malone non aveva potuto fare a meno di ricordare che il Kurdistan è la terra degli Yezidi, ultimi discendenti degli adoratori del diavolo persiani.

Comunque stessero le cose, le indagini sul caso Suydam resero chiaro che immigranti illegali riempivano Red Hook in numero crescente e che entravano nel paese grazie a una rete marittima che l’Ufficio Immigrazione e la polizia del porto non riuscivano a identificare; da Parker Place si diffondevano per tutta la collina e venivano ricevuti fraternamente dagli abitanti assortiti del quartiere. Le figure tozze dai caratteristici lineamenti orientali, grottescamente abbigliate all’americana, erano sempre più numerose tra i fannulloni e i gangster che bazzicavano la zona del palazzo municipale: tanto che alla fine si decise di contarli, accertare la provenienza dei loro fondi e la natura delle loro occupazioni e, se possibile, consegnarli alle competenti autorità dell’Ufficio Immigrazione. Fu questo il compito che Malone si vide assegnare dalla polizia federale e da quella della città, decise ad andare d’accordo. E non appena si fu avventurato nelle vie di Red Hook capì di trovarsi sull’orlo di terrori sconosciuti e che il vecchio e disordinato Robert Suydam era l’avversario da affrontare.”


Copertina del n. 2 di 'Providence', di Jacen Burrows (2015)


IV


I metodi della polizia sono molti e ingegnosi. Grazie a una serie di ‘passeggiate’ fatte senza dare nell’occhio, di conversazioni casuali, di opportune offerte di liquore e interrogatori dei prigionieri spaventati, Malone apprese una serie di fatti isolati sul movimento che si era fatto così minaccioso. I clandestini erano effettivamente kurdi, ma parlavano un dialetto oscuro e ignoto ai filologi.”

Quelli che lavorano svolgono tutti mansioni umili e di fatica, mentre la maggior parte di loro si dedica ad attività illecite. Sono arrivati dalle navi a vapore clandestinamente, e nottetempo sono giunti con piccole imbarcazioni a remi, sfruttando qualche canale nascosto che li ha portati sotto le fondamenta di un edificio. Malone ne è convinto, ma non è ancora riuscito a individuare questo rifugio. Nessuno dei prigionieri rivela il benché minimo indizio e il poliziotto riesce solo a capire che una specie di divinità o un misterioso sacerdote ha promesso loro di ottenere “poteri straordinari, glorie soprannaturali e il dominio di una terra straniera.”


Illustrazione di Fernando Cifuentes Sierra (2021)


Di sicuro, i clandestini e i criminali del porto frequentano i raduni notturni di Suydam, e si sospetta che quest’ultimo dia personalmente asilo a una buona parte di questi.

Poi, a causa di un banale conflitto fra autorità federali e polizia, per diversi mesi le indagini si fermano. Tuttavia Malone, seppur preso da altre investigazioni, non perde mai di vista gli sviluppi che riguardano il bizzarro studioso.

Proprio al tempo in cui un’ondata di rapimenti e di sparizioni gettava nella costernazione la città di New York, lo sciatto studioso ebbe una metamorfosi straordinaria e assurda.”

Suydam appare in pubblico completamente trasformato: ben rasato, dimagrito, vestito elegante, sembra ringiovanito di anni. Ridipinge la sua casa di Flatbush, organizza una serie di ricevimenti durante i quali invita perfino quei parenti che volevano internarlo, dimostrando di averli perdonati. Afferma di aver quasi terminato il suo lungo lavoro e non si reca più a Red Hook. Frequenta invece spesso i membri della società a cui apparteneva.


Scultura che si ritiene raffiguri Gorgo, regina di Sparta, evocata nell'incantesimo

Poi accaddero due fatti che, sebbene distanziati nel tempo, agli occhi di Malone assunsero grande importanza.”

Il primo fu il fidanzamento di Suydam con una giovane donna di ottima posizione sociale e sua lontana parente. Il secondo un’incursione della polizia nella vecchia chiesa adibita a sala da ballo, dopo che qualcuno aveva visto il volto di uno dei bambini rapiti dietro una delle finestre del seminterrato.

Malone partecipò all’incursione e studiò attentamente il luogo, ma non fu trovato niente: anzi, l’edificio era completamente deserto. Il sensibile irlandese, tuttavia, si rese conto che c’era qualcosa che non andava. La chiesa era ornata di rozzi pannelli dipinti che non gli piacquero affatto, e in cui i volti di personaggi sacri erano atteggiati in espressioni mondane o sardoniche. A volte, quegli stessi personaggi erano raffigurati nell’atto di prendersi libertà che avrebbero offeso persino il senso di decoro di un laico. Un’altra cosa che Malone non gradì affatto fu l’iscrizione in greco sulla parete che sovrastava il pulpito; si trattava di un antico incantesimo in cui si era imbattuto una volta a Dublino, quando frequentava l’università, e che tradotto letteralmente significava:

O amico e compagno della notte, tu che ti rallegri dell’abbaiare dei cani e degli spargimenti di sangue, tu che cammini fra le ombre in mezzo alle tombe, che brami sangue e porti terrore ai mortali, Gorgo, Mormo, luna dalle mille facce, accetta con favore i nostri sacrifici!’


Mormo era uno spettro femminile che si cibava del sangue dei bambini. Come la Lamia di questo bassorilievo (400 a.C.)

Malone rabbrividì e ricordò le profonde note d’organo che gli era parso di sentire nel sottosuolo di notte, quando sorvegliava la chiesa. Vicino all’altare c’era un bacino di metallo che lo fece trasalire, perché il bordo era arrugginito o comunque chiazzato di bruno, e le sue narici avvertirono un odore nauseabondo proprio lì vicino. Il ricordo dell’organo lo perseguitava e Malone ispezionò il seminterrato con particolare attenzione prima di andare via. Era un posto odioso, ma le icone e l’iscrizione sul muro potevano essere il prodotto di un gruppo d’ignoranti e niente più…”

Nello stesso periodo in cui si fanno i preparativi del matrimonio di Suydam i rapimenti dei bambini - la maggior parte dei quali appartenenti alle classi più umili - diventano uno scandalo pubblico e la polizia è costretta a intervenire. Malone partecipa a un’incursione in uno degli appartamenti affittati da Suydam. Nessuna traccia di bambini, ma i dipinti e le rozze iscrizioni trovate nelle stanze e il primitivo laboratorio chimico allestito in soffitta convinsero il detective di essere sulle tracce di qualcosa di tremendo.

I dipinti raffigurano mostri di ogni forma e dimensioni, parodie della figura umana, circoli e pentagrammi, scritte in rosso dell’alfabeto arabo, greco, ebraico e latino. Con ogni probabilità, formule magiche e cabalistiche. Poi, in cantina, viene trovata una cosa straordinaria: una pila di lingotti d’oro coperti appena da un pezzo di tela e sui cui lati sono incisi gli stessi geroglifici che coprono le pareti.


Cornelia Gerritsen vista da J. Burrows su una variant cover del n. 2 di 'Providence' (2015)


V


A giugno si celebrano le nozze Suydam-Gerritsen e gli sposi, dopo la cerimonia, si imbarcano su un grosso vapore che prende il largo. In serata, si sente un grido provenire dalla cabina dei Suydam.

Il marinaio che buttò giù la porta avrebbe potuto fare un racconto spaventoso se non fosse impazzito completamente: anzi, le sue urla furono più forti di quelle della prima vittima e da quel momento corse come un forsennato da un capo all’altro della nave finché non lo presero e misero ai ferri. Il medico di bordo, che entrò nella cabina e accese le luci un momento più tardi, non impazzì ma non rivelò a nessuno ciò che aveva scoperto fino al momento in cui, diverso tempo dopo, scrisse una lettera a Malone presso la fattoria di Chepachet. C’era stato un omicidio: strangolamento, ma le impronte sulla gola della signora Suydam non potevano essere né quelle del marito né di nessun’altra mano umana, e la scritta rossa sulla parete, che il dottore vide per un attimo e in seguito trascrisse a memoria, non era altro che la paurosa evocazione in lettere caldee del nome LILITH.”


Altorilievo in terracotta del secondo millennio a.C. Per molti rappresenta Lilith, ma la sua identificazione è controversa

Un attimo prima che il dottore accenda la luce, quest’ultimo si accorge che il boccaporto viene aperto da qualcosa, ma è velato da una strana fosforescenza che scompare subito dopo, mentre ode all’esterno un risolino diabolico.

Intanto un’imbarcazione sconosciuta, una vecchia carretta, aveva attratto l’attenzione generale. Una scialuppa se ne staccò e un’orda di ceffi scuri con divise da marinai sciamarono sulla nave temporaneamente bloccata. Cercavano Suydam o il suo corpo: sapevano del viaggio che avrebbe fatto e per qualche ragione erano sicuri che sarebbe morto. Il ponte di comando era un pandemonio: per un attimo, fra l’allarme lanciato dal medico e le richieste dell’equipaggio sconosciuto, nessuno riuscì a decidere che cosa fare. Finalmente il capo della ciurma straniera, un arabo con un’orribile bocca da negro, estrasse un foglio di carta sporco e spiegazzato e lo porse al comandante. Era firmato Robert Suydam e conteneva questo singolare messaggio:


‘In caso di repentino e inspiegabile incidente, o di mia morte, vi prego di consegnare il mio corpo al latore della presente missiva e ai suoi uomini senza fare domande. La mia salvezza, e forse la vostra, dipendono dall’assoluto rispetto di questa volontà. Le spiegazioni potranno venire in seguito… non abbandonatemi adesso.

Robert Suydam’


Vignetta da Dampyr 225, disegno di Paolo Raffaelli (2015)

Il comandante e il dottore si scambiano un’occhiata perplessa, poi guidano gli strani individui nella cabina, dove si trattengono per un tempo piuttosto lungo. Infine, escono col loro macabro fardello e si allontanano con l’imbarcazione. Il dottore e il suo assistente si accorgono che dal corpo della moglie è stata prelevata fino all’ultima goccia di sangue e che dallo scaffale mancano alcuni flaconi.


VI


Quella stessa sera la polizia fa irruzione nella zona di Parker Place, arrestando diversi individui che fanno resistenza, alcuni dei quali con indosso tuniche, mitre e altri strambi costumi. Nel seminterrato di Suydam, Malone trova una serie di strani libri, strumenti, lingotti d’oro e bottiglie sparpagliate tutt’intorno. Abbattuta la porta della cantina, il detective viene avvolto da un risucchio d’aria gelida e fetida che lo trascina all’interno dell’apertura, giù per spazi bui dove risuonavano lamenti, sussurri e ogni tanto una risata di scherno.

Gli specialisti che hanno visitato Malone sono concordi nel pensare che tutto quello che il poliziotto ha visto, da questo momento in poi, sia stato una specie di sogno a occhi aperti.


Vignetta di Jacen Burrows tratta da 'Providence' n. 11 (2017)


Ma in quel momento sembrò tutto tremendamente reale e niente potrà cancellare dalla sua memoria le catacombe avvolte nelle tenebre, le gigantesche arcate, le figure informi che parevano uscite dall’inferno e che s’aggiravano maestose nel silenzio, reggendo esseri divorati a metà e in qualche caso ancora vivi, imploranti pietà o in preda a risate isteriche. Odori d’incenso e corruzione formavano un insieme ripugnante, e il buio viveva di sembianze nebulose, informi e semi-invisibili, ma fornite di occhi. Da qualche parte onde melmose lambivano moli d’onice, e una volta un suono di campanelle sottolineò festosamente l’insano cachinno di un essere nudo e fosforescente che nuotò a riva, emerse dall’acqua e si arrampicò su un piedistallo d’oro dove rimase acquattato.

Da ogni parte s’irradiavano gallerie di notte eterna: quel luogo era il centro di un contagio destinato a corrompere città e nazioni, a spegnere il mondo in un’ibrida pestilenza.”


Variant cover del n. 11 di 'Providence' by Raulo Caceres (2017)


FINALE: A un tratto appare una barca con una lanterna sulla prua, la quale attracca a un molo e ne scendono alcuni uomini scuri con un fardello avvolto in un lenzuolo. Arrivati al cospetto della strana creatura nuda e fosforescente, lo poggiano ai suoi piedi e scoprono il cadavere di un uomo corpulento coi capelli bianchi. Poi versano del liquido rosso contenuto in alcuni flaconi di vetro ai piedi della creatura, mentre una parte le viene offerta da bere.

All’improvviso, da un corridoio sormontato da arcate che si perdeva in lontananza venne il boato di un organo blasfemo, che riassumeva nei suoi toni bassi tutte le beffe dell’inferno. In un attimo tutto ciò che viveva si galvanizzò e una processione rituale prese forma, mentre l’orda d’incubo strisciava verso la fonte della musica: capre, satiri, fauni, incubi, succubi, lemuri, rospi deformi ed elementali senza nome, creature dal muso di cane che urlavano nel buio e altre che avanzavano in silenzio. Davanti a tutti era l’entità fosforescente che ora, scesa dal piedistallo, camminava insolente e reggeva tra le braccia il cadavere dagli occhi vitrei del vecchio.

Gli uomini dalla pelle scura danzavano verso il fondo, mentre la colonna si agitava ed eccitava con la passione di un baccanale. Malone barcollò dopo aver fatto pochi passi e al colmo della confusione dubitò del posto che gli spettasse in quello o in qualsiasi altro mondo. Si girò, inciampò e scivolò sulla pietra viscida, mentre l’organo demoniaco gli dava i brividi. I fremiti e i cachinni della folle processione si facevano sempre più distanti.”

Prima pagina del racconto pubblicato su Weird Tales del gennaio 1927


Poi, fra tutti gli inni e i gracidii che risuonano nel buio, riconosce l’incantesimo greco che ha letto qualche tempo prima nella chiesa, durante un’incursione della polizia.

Mentre il canto si concludeva, un urlo generale si levò dal corteo e una marea di suoni sibilanti coprì per un attimo le note dell’organo. Poi un gemito di molte gole, una babele di invocazioni a metà ululate e a metà belate: «Lilith, grande Lilith, guarda lo sposo!». Altre grida, rumore di tafferugli e più chiari i passi cadenzati di qualcuno che correva. I passi si avvicinavano e Malone si puntellò sul gomito per guardare.”

Dalle tenebre emerge il corpo del vecchio dagli occhi vitrei e le membra livide, rianimato dalla stregoneria della cerimonia appena conclusa. Lo segue la creatura fosforescente, e per ultimi gli uomini dalla pelle bruna e la masnada di abominevoli intelligenze.

Il vecchio guadagna terreno sui suoi inseguitori, diretto verso il piedistallo d’oro di evidente importanza magica. Non appena lo raggiunge prova a spingerlo, ma il suo corpo comincia velocemente a putrefarsi, fino a dissolversi completamente sull’impiantito. Però il suo slancio riesce lo stesso a far vacillare il piedistallo che, cadendo dalla base di onice, si inabissa nelle acque sottostanti. “In quell’istante la tremenda scena si dissolse davanti agli occhi di Malone ed egli svenne, mentre gli risuonava alle orecchie un fragore di tuono che sembrò cancellare per sempre l’universo del male.”


Illustrazione di Stephen Fabian (1975)

La narrazione si avvale anche di un settimo capitolo, di cui non riporto la sintesi, il quale si apre con il crollo degli edifici in cui muoiono alcuni colleghi di Malone (l’episodio che viene rievocato all’inizio del racconto), per proseguire con un sommario riepilogo degli avvenimenti, interpretati però dal punto di vista realistico della polizia, che non tiene conto dei fatti straordinari e soprannaturali. Una spiegazione razionale plausibile, insomma, che però vacilla nel finale, dove una vecchia megera di Red Hook è intenta a insegnare a un bambino del posto l’antico incantesimo in lingua greca che Malone aveva visto sulla parete della chiesa, all’interno della quale venivano officiati gli osceni, misteriosi riti.

Ecco cosa pensa del suo ultimo lavoro Lovecraft, da una lettera del 2 agosto, subito dopo la stesura, destinata all’amico Frank Belknap Long:

“Mi piace che un racconto sia narrato nel modo più diretto e impersonale possibile, da un punto di vista di assoluto distacco. Il che mi ricorda che ho terminato un nuovo tentativo in questo campo, la storia che ti avevo preannunciato ambientata a Brooklyn. Si intitola The Horror at Red Hook e parla degli orribili culti praticati in segreto dalle bande di giovani sfaccendati e impertinenti la cui ambiguità mi ha così profondamente colpito. Il racconto è piuttosto lungo e dispersivo, e non mi pare molto buono; ma rappresenta il tentativo di far scaturire l’orrore da un ambiente cui si negherebbe ogni qualità, a parte la volgarità del banale.”


Copertina di un'edizione economica del 2014


In questo caso mi trovo d’accordo con l’autore. Il racconto risulta effettivamente troppo lungo per quello che deve narrare, e anche dispersivo. Sembra mancare di organicità ed è tanta la carne al fuoco. Un pot-pourri che mescola la cabala della tradizione ebraica con gli antichi incantesimi ellenistici e medievali, Satana e la Magna Mater, Lilith e Ecate, il mito di Faust con le antiche religioni orientali pre-islamiche, per finire con la processione finale, alla quale partecipano, capitanati da Lilith (la misteriosa entità fosforescente), capre, satiri, fauni, incubi, succubi, lemuri, rospi deformi, elementali senza nome e creature dal muso di cane. Più che l’orrore, in questo racconto sembra prevalere il bizzarro.

Poco lusinghiero è anche il giudizio di S. T. Joshi, il maggior esperto al mondo dell’opera dello scrittore di Providence, che in un’intervista del 2019 (rilasciata per il sito web “Il richiamo di Lovecraft”), afferma che si tratta di uno dei suoi racconti più lunghi e deludenti, perché basato su motivi horror convenzionali, oltre a essere abbastanza confuso e con alcuni deragliamenti della trama.

Eppure, da alcune idee utilizzate per questa storia deriveranno Il richiamo di Cthulhu (1926), anche lì infatti c’è una setta misteriosa che adora una divinità sconosciuta, e Il caso di Charles Dexter Ward (1927), dove un vecchio negromante cerca di sopravvivere alla morte con la magia.


Copertina del libro di Spence, pubblicato per la prima volta nel 1920


Scrive Giuseppe Lippi nell’introduzione al racconto dell’edizione da lui curata per Mondadori: “L’incubo predomina in The Horror at Red Hook e nel racconto si ha lo stesso canovaccio che ritroveremo in The Call of Cthulhu, almeno per quanto riguarda il motivo romanzesco della setta segreta. Senza l’esperienza di New York il mito di Cthulhu probabilmente non sarebbe mai nato, o almeno non sarebbe nato come noi lo conosciamo: perché è dall’intuizione di camminare in una città morta, popolata da organismi animati che nulla hanno a che vedere con quello che essa era da viva (He) che trae origine l’invenzione delle colossali forme non-viventi del ciclo mitico, da Cthulhu agli altri abitanti della metropoli sommersa. Se R’lyeh non è New York, certo ne porta le stimmate…”

A proposito di magia, lo scrittore cercò di documentarsi tra le ‘vere’ formule magiche per poterne inserire una all’interno della storia. Lo testimonia una lettera datata 9 ottobre, indirizzata a Clark Ashton Smith:

“Sono, in effetti, un materialista assoluto per quanto riguarda le credenze vere e proprie e non ho un briciolo di fede in alcuna forma del soprannaturale: religione, spiritismo, trascendentalismo, metempsicosi o immortalità. Può darsi, tuttavia, che dalle attuali tendenze di quel manipolo di fissati che si occupa di occulto io riesca a ricavare una buona idea, e ho spesso pensato di acquistare un po’ della robaccia venduta in una libreria specializzata della Quarantaseiesima strada. Il guaio è che costa troppo, viste le mie attuali condizioni. Quanto costava il fascicolo da lei appena letto? Se una di queste sette di pazzoidi invia opuscoli gratuiti e materiale abbastanza suggestivo, non mi tirerò indietro e farò aggiungere il mio nome al loro ‘elenco di polli’. L’idea che la magia nera esista tuttora e venga praticata in segreto, o che riti infernali del passato sopravvivano nell’oscurità, è già stata usata nei miei racconti e credo che me ne servirò ancora.”


James Lewis Thomas Chalmers Spence (1874-1955)


Segue una breve sintesi di “Red Hook”, per poi concludere: “Il racconto è arricchito da formule cerimoniali che ho copiato dalla voce ’magia’ contenuta nella nona edizione dell’Enciclopedia Britannica, ma mi piacerebbe poter attingere a fonti meno ovvie, se le conoscessi. Lei ha idea di quali opere sulla magia e l’occulto possano fornire spunti e incantesimi di questo genere?”

Tuttavia, a proposito di una formula magica, Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, in una nota in calce al racconto della raccolta da loro curata, scrivono: “Lovecraft riporta una serie di termini (tratti dall’Encyclopaedia of Occultism di Lewis Spence) che riproducono una delle infinite formule consacratorie utilizzate dai maghi ellenistici e medievali nelle loro operazioni di evocazione degli spiriti soprannaturali. Sono termini di origine greca (per esempi Sother, che significa ‘Salvatore’) o ebraica (Eschereheye è l’«Io sono chi sono» indirizzato a Mosè dal Roveto Ardente), in origine attribuiti alla Divinità, ma distorti dalla Magia Nera per scopi malvagi e necromantici. Lovecraft riproduce, citando la formula, un errore di stampa presente nel testo di Spence: Homousion invece di Homoiusion. È un errore particolarmente ‘perfido’. Il primo termine significa infatti «consustanziale», ed è l’appellativo che nella retta dottrina cristiana si dava al Figlio per definirne la natura rispetto al Padre. Il secondo termine significa invece «simile a», ed è la sostanza dell’eresia ariana. Stregoni e negromanti, secondo i dogmi conciliari, erano assimilati agli eretici: per questo, invocando con le loro formule blasfeme la potenza divina, lo facevano in termini non canonici, ma ereticali.” (G. Pilo, S. Fusco “Lovecraft. Tutti i romanzi e i racconti”, 4ª edizione, Newton Compton Editori, 2011)


Due pagine dell'opera di Spence



Le cose sono due: o Fusco e Pilo si sono sbagliati, oppure Lovecarft non si è limitato a documentarsi sulla Britannica.

La frase di apertura che invece fa da introduzione alla novella è di Arthur Machen ed è estrapolata da uno dei suoi racconti migliori: Le creature bianche, steso nel 1899. Lo scrittore di Providence ha più di qualche debito nei confronti dell’autore gallese. Scrive Giuseppe Lippi nell’introduzione a una sua raccolta di racconti: “Lovecraft deve moltissimo ad Arthur Machen: il gusto paesaggistico (il suo pseudo-Massachusetts ha vari tratti del Galles macheniano), la predilezione per l’orrore spinto all’estremo della decomposizione (La polvere bianca dev’essere certo venuta in mente a Lovecraft quando ha scritto La cosa sulla soglia), e infine la decisione di creare un proprio pantheon fittizio la cui natura è molto più orribile delle ‘pietose leggende’ sui diavoli e gl’Inferni. Qui la citazione di Machen è quasi letterale e il modello è fornito da La storia del sigillo nero, che si può considerare la matrice di molti racconti lovecraftiani.” (“Il Gran dio Pan e altre storie soprannaturali”, Oscar Mondadori, 1982).


Arthur Machen (1863-1947)

Per quanto invece riguarda l’ambientazione, ovvero il quartiere di Red Hook, come avrete già letto si trova a Brooklyn e prende il nome dall’antico villaggio di Roode Hoek, datogli dai coloni olandesi, che si stabilirono qui già nel 1636. Venne chiamato in questo modo a causa del colore rosso del terreno argilloso (hoek in olandese significa “punto” o “angolo”).

Nonostante tra gli anni ‘20 e ‘60 del Novecento vi si trovasse il porto mercantile più trafficato del mondo, è sempre stata una zona difficile in cui vivere. E la sorte ci ha messo del suo. Il declino del porto cominciò con l’impiego dei container, che di fatto spostò la maggior parte dell’attività in New Jersey, lasciando gran parte degli scaricatori della zona senza lavoro. Inoltre, la costruzione dalla Gowanus Expressway nel 1946 e del Brooklyn Battery Tunnel nel 1950, creò una cesura netta che divise il quartiere dal resto di Brooklyn, contribuendo al suo isolamento. Ancora negli anni Novanta, la rivista Life definì Red Hook come uno tra i peggiori quartieri degli Stati Uniti, nonché la capitale americana del crak, e proprio quando l’area stava dando segnali di rinascita, nel 2012 venne pesantemente danneggiata dall’Uragano Sandy.


Red Hook nel 1875

Il racconto, poi, è ritenuto uno tra i più razzisti scritti dall’autore. Questo a causa della descrizione degli abitanti del quartiere, abitato soprattutto da immigrati. Della xenofobia di cui era vittima Lovecraft ho già accennato nell’analisi del racconto Il vecchio terribile (nella terza parte di questa biobibliografia), ma ne parlo più avanti, perché è un tema toccato anche dalla prossima novella, Lui.


Luoghi: Rhode Island, Chepachet e Pascoag; New York: Brooklyn (Butler Street, via nella quale si trova la stazione di polizia dove presta servizio Malone), Bayside (quartiere del Queens) Flatbush (Martense Street), Red Hook (Parker Place, Atlantic Avenue).


Personaggi: Thomas F. Malone, poliziotto d’origine irlandese; Robert Suydam, vecchio studioso di pratiche magiche; Cornelia Gerritsen, giovane moglie di Suydam (deceduta).


Fabbrica in stile olandese nel quartiere di Red Hook


LUI

(HE, 11 agosto)


Lo vidi in una delle notti insonni che trascorrevo, disperato, a camminare per la città, tentando di salvare la mia anima e la mia immaginazione. Venire a New York era stato un errore: cercavo meraviglia e ispirazione nei labirinti di vecchie strade affollate che si dipanano da cortili, piazze e moli dimenticati ad altri cortili, piazze e moli dimenticati; ma nelle torri ciclopiche e nelle guglie che si innalzano come oscuri monumenti di Babilonia sotto la luna calante avevo trovato solo un senso di orrore e oppressione che minacciavano di paralizzarmi e distruggermi.

La delusione era stata graduale. La prima volta che ero arrivato in città avevo vissuto il tramonto da un ponte che si inarcava maestoso sulle acque ed ero rimasto colpito dalle vette e dalle piramidi che sorgevano come fiori dai banchi di nebbia azzurrina, giocando con le nuvole d’oro e le prime stelle della sera. Poi una finestra dopo l’altra si era illuminata a specchio nel fiume, dove già scintillavano misteriose lucerne e risuonavano le sirene, tanto che l’acqua pareva a sua volta un firmamento di sogno pervaso da una musica fatata, e faceva venire alla mente le meraviglie di Carcassonne e Samarcanda, dell’Eldorado e le altre città favolose. Poco dopo attraversai le antiche strade così care alla mia fantasia: vicoli stretti e curvi, veri e propri corridoi fiancheggiati da file di case georgiane in mattoni rossi con le finestre dai vetri microscopici che ammiccavano sulle porte d’ingresso fiancheggiate da colonne, le stesse finestre che avevano visto sfilare carrozze eleganti e vetture con fregi preziosi. Nell’entusiasmo del primo momento mi convinsi che queste cose fossero tutto ciò che desideravo, e che col tempo mi avrebbero aiutato a diventare un poeta.


New York notturna in una foto del 1935 ca.


Ma la felicità e il successo non mi erano destinati. Alla cruda luce del giorno vidi solo squallore, alienazione e l’orrenda elefantiasi della pietra cresciuta a dismisura: non c’era posto per l’antica magia suggerita dalla luna. La folla che brulicava ininterrottamente nelle strade simili a fiumane era composta da stranieri tozzi e dalla pelle bruna, con facce indurite e occhi piccoli: miseri forestieri senza sogni e senza legami con la scena che li circondava, per nulla vicini a chi apparteneva al vecchio ceppo dagli occhi azzurri, a un amante dei prati verdi e dei bianchi campanili del New England.

Così, invece di scrivere poesie piombai in una tremenda solitudine e abbattimento; alla fine intuii la terribile verità che nessuno osava ammettere, lo sconveniente segreto che non si vuol nemmeno bisbigliare: il fatto che questa città di pietra e fracasso non è l’intelligente perpetuazione della vecchia New York come Londra lo è della vecchia Londra e Parigi della vecchia Parigi, ma che anzi è morta, e il cadavere mal conservato è infestato da strani esseri animati che non hanno nulla a che fare con quello che la città era da viva.


Skyline di New York nella nebbia in una foto di Samuel H. Gottscho (1932)

Fatta questa scoperta non potei più dormire in pace, anche se trovai una mia tranquillità nell’abitudine di non uscire più di giorno e di passeggiare per le strade solo dopo il tramonto, quando il buio riesuma dal sudario ciò che ancora esiste del passato e le antiche porte bianche ricordano le nobili figure che un tempo le attraversarono. Grazie al sollievo che mi procurava questo esercizio scrissi persino alcune poesie; quanto a tornare a casa dai miei esitavo, perché in questo modo avrei ammesso un’ignobile disfatta.”

Il protagonista del racconto ha scelto di vivere nel Greenwich Village, ritrovo di artisti e poeti. Quando però comincia a frequentarli ne resta deluso. Decide comunque di rimanere nel quartiere per amore verso quelle che definisce “reliquie del passato”: viottoli arcaici, vecchie case e gli improvvisi scorci di piazzette e cortili.

Ed è proprio in un cortile nascosto che incontra un misterioso individuo.


Times Square (1925)

Lo sconosciuto mi rivolse la parola senza essere invitato, dopo aver notato la mia espressione e gli sguardi con cui ammiravo gli antichi batacchi sulle porte delle case; erano porte all’antica cui si accedeva salendo una piccola scalinata e tenendosi a un corrimano di ferro. Il mio volto era illuminato dal pallido alone di una finestra a lunetta, il suo rimaneva nell’oscurità. Aveva un cappello a tesa larga che mi sembrò perfettamente in tono con l’antico mantello che sfoggiava, ma ancora prima che aprisse bocca provai un vivo senso d’inquietudine.

La figura era sottile, quasi scheletrica, e la voce (benché non particolarmente profonda) era eccezionalmente bassa e rauca.

Lo sconosciuto gli dice di averlo notato diverse volte, durante i suoi vagabondaggi, deducendone che, come lui, anch’egli ama i segni del passato. Dopo di che, si propone di fargli compagnia nelle sue esplorazioni, sostenendo di essere un profondo conoscitore di quei luoghi. Nonostante le perplessità del protagonista, alla fine quest’ultimo accetta: Nondimeno lo seguii, perché in quei terribili giorni la ricerca dell’antico, della bellezza e del mistero era tutto ciò che teneva viva la mia anima. L’aver conosciuto qualcuno che aveva approfondito queste cose più di me mi parve un segno favorevole del destino.

I due iniziano così un vagabondaggio notturno, attraversando corridoi e interstizi fra le case, scavalcando muretti, percorrendo vie tortuose alla ricerca di cose antiche e meravigliose. Fino a quando lo strano individuo conduce l’uomo in un vicolo in salita che termina di fronte a un muro con una piccola porta. L’uomo la apre con una chiave pesante e conduce il suo ospite all’interno. I due attraversano un vialetto di ghiaia che li porta all’interno della casa e da qui salgono su una scala a chiocciola, percorrono un lungo corridoio e infine giungono in una stanza che, opportunamente illuminata da un candelabro a dodici braccia, si rivela essere una spaziosa biblioteca rivestita in legno. Lo sconosciuto, toltosi il mantello, è vestito con abiti del primo ‘700.


Patchin Place, un vicolo del Greenwich Village (1925)


I capelli erano raccolti a coda, i pizzi del colletto erano bianchi e larghi, le brache gli arrivavano poco sotto il ginocchio. Portava calze di seta e scarpe con la fibbia che fino a quel momento non avevo notato. Si accomodò su una sedia che aveva la spalliera a liste di legno verticali e mi guardò intensamente.

L’uomo, che si rivela essere una persona anziana, comincia a parlare e confessa al suo ospite di indossare abiti antichi in omaggio a un’epoca ormai scomparsa ma da lui molto amata. Anche la casa, risalente agli ultimi anni del 1700, l’ha ereditata dai suoi antenati.

Il gentiluomo che costruì la casa nel 1768 era dedito a certe arti e fece determinate scoperte connesse con le proprietà di questo pezzo di terreno: scoperte che richiedevano la più stretta sorveglianza. Mi propongo ora di mostrarle i curiosi effetti di tali arti, a patto che lei mi prometta di mantenere il segreto.”

Un suo antenato aveva appreso arcane conoscenze dagli indiani sanguemisto che popolavano la collina e sulla quale eseguivano misteriosi rituali a ogni plenilunio. Poi li aveva avvelenati con del rum di scarsa qualità, per rimanere l’unico depositario dei loro segreti. A questi aveva unito le proprie conoscenze astrologiche e alchimistiche acquisite a Oxford e Parigi.


Copertina di un ebook editato nel 2020


In breve, credeva che il mondo fosse come il fumo del nostro intelletto: ben oltre le possibilità della gente comune, ma pronto a essere aspirato ed espirato dai saggi come una buona pipata di tabacco della Virginia. Quello che vogliamo, possiamo ottenerlo senz’altro e quello che non desideriamo lo possiamo spazzare via. Non dico che sia tutto vero alla lettera, ma di tanto in tanto si può organizzare veramente un bello spettacolo! Lei, signor mio, sarebbe compiaciuto di vedere la vita come si svolgeva in anni che finora ha potuto solo immaginare: si astenga dalla paura e io le mostrerò qualcosa. Andiamo alla finestra, ma stia calmo e zitto.”

L’uomo fa affacciare il protagonista a una delle finestre e, a un suo perentorio gesto con la mano, un fulmine rosso attraversa il cielo; dopo di che, all’esterno si vede solo una foresta e una palude costellata di lucciole, con il fiume Hudson che scorre sulla destra. Allo stupore del proprio ospite, il misterioso personaggio sorride compiaciuto ed esegue un altro imperioso gesto. Alla finestra appare ora una vecchia Greenwich con le sue case, attraversate però ancora da viottoli verdi, campi e persistenti zone paludose, mentre in lontananza si scorgono i campanili delle chiese di una New York che non ha ancora inglobato il vecchio villaggio.


Opera di Mihail Bila, architetto e visualizzatore 3D (2015)

Nonostante sia atterrito da quello che vede, l’ospite osa domandare allo sconosciuto se è capace di andare ancora più indietro nel tempo, ma questi invece lo sorprende, mostrandogli ciò che invece deve ancora avvenire.

Vidi che il cielo brulicava di cose volanti, e sotto il cielo si stagliava una città nera di gigantesche terrazze di pietra, irta di empie piramidi che svettavano alla luna e luci demoniache alle innumerevoli finestre. Le strade erano gallerie sopraelevate in cui sciamava la popolazione della città, uomini gialli e dagli occhi a mandorla, orribilmente vestiti di rosso e d’arancio che si agitavano al ritmo delle nacchere e crotali osceni, di corni soffocati, pazzeschi, le cui note incessanti salivano e si spegnevano a ondate, come il riflusso di un maledetto oceano di pece.”

A questo punto il protagonista viene preso dal terrore e comincia a urlare. Poco dopo, un suono proviene dalle scale, come quello di passi regolari, e il vecchio comincia a tremare di paura. Si agita, inveisce contro il suo ospite e arriva perfino a sputargli in faccia: “La luna piena, maledetto cane che non sei altro! Li hai chiamati e quelli sono venuti per me! Portano mocassini ai piedi… Sono morti… Che Iddio vi stramaledica, musi rossi, non ho avvelenato il vostro rum! Ho rispettato i vostri riti schifosi, no? Siete stati voi a ingozzarvi fino a crepare, semmai dovete prendervela con il vecchio signore… Andatevene, lasciate perdere il lucchetto! Qui non c’è niente per voi!”


Illustrazione di Mihail Bila (2015)


FINALE: Colpi pesanti si abbattono sulla porta mentre il vecchio, nella furia di scagliarsi contro il suo ospite, stacca un drappo della tenda, lasciando inondare la stanza dai raggi della luna. L’ambiente comincia così a corrompersi, il legno appare tarlato, il pavimento pieno di avvallamenti, i mobili in rovina e la tappezzeria a brandelli, mentre l’anziano comincia a rimpicciolirsi, annerirsi, e infine a carbonizzarsi.

Non mi mossi perché non potevo, ma guardai a occhi spalancati l’uscio che cadeva a pezzi e lasciava passare un flusso informe di materia nera come l’inchiostro e costellata d’occhi diabolici. Si riversava nella stanza come una fiumana, simile a una colata d’olio che bruciasse tutto quello che incontrava e che rovesciò una sedia, passò sotto il tavolo e raggiunse la testa annerita i cui occhi ancora mi fissavano, all’altro capo della stanza. La massa si chiuse intorno alla testa, avviluppandola completamente, e dopo un attimo cominciò a ritirarsi. Portò via la preda invisibile senza toccarmi, ma uscì dalla porta fluendo e attraversò le scale avvolte nell’oscurità. Cigolarono anche questa volta, ma dando l’impressione di qualcuno che si allontanasse.”


Una New York del futuro immaginata nel 1925


In quel momento il pavimento cede facendo precipitare il protagonista al piano inferiore. Liberatosi dai calcinacci, l’uomo prende una sedia e rompe una finestra. Raggiunge il giardino, si arrampica sul muro di cinta ma precipita nel buio sottostante.

L’uomo che mi trovò disse che dovevo aver fatto a piedi un bel pezzo, nonostante qualche osso rotto, perché mi ero lasciato alle spalle una lunga traccia di sangue. La pioggia cancellò presto quest’ultimo legame con la scena della mia avventura e tutto quel che si poté concludere fu che ero emerso da un luogo sconosciuto, all’imbocco di un piccolo cortile nella zona di Perry Street. Non ho mai cercato di tornare in quei labirinti tenebrosi, né consiglierei ad alcun uomo sano di farlo. Non so chi fosse l’individuo misterioso che ho incontrato, ma ripeto che la città è morta e piena di orrori. Dove egli sia andato, non so: per quanto mi riguarda sono tornato a casa, fra le tranquille strade del New England, dove la sera soffia il vento del mare.”


Frontespizio del racconto 'Lui' pubblicato su Weird Tales (settembre 1926)


Di questo racconto conosciamo la genesi grazie a Lovecraft, che ne parla in una lettera indirizzata a un destinatario sconosciuto, datata 13 agosto 1925. Racconta di essere andato in traghetto fino a Elizabeth, nel New Jersey, e qui, dopo aver comprato un quaderno, ha cominciato a stendere il suo racconto. Scrive l’autore:

“In un negozietto ho comprato un quaderno a righe di dieci centesimi, ho messo in tasca un astuccio (regalatomi da SH) con matita e temperamatite, e mi sono messo alla ricerca di un posto adatto alla creazione letteraria. La scelta è caduta su Scott Park e lì, piacevolmente intossicato dall’abbondanza di verde antimetropolitano e dai colori giallo e bianco di Casa Scott, un edificio coloniale con il tetto a doppio spiovente, mi sono messo al lavoro. Le idee hanno cominciato a trascolorare nei rossi e violetti di un infernale racconto di mezzanotte: una storia di orrori nascosti fra i vicoli intricati e antichissimi del Greenwich Village, che ho descritto con non poche pennellate poetiche, e del terrore che attanaglia chiunque giunga a New York convinto di trovare un fantastico fiore di pietra e marmo e scopre che si tratta in realtà di un immenso cadavere; una città morta e sepolta dall’alienazione che non ha più niente in comune con il proprio passato e con le tradizioni dell’America in generale. L’ho intitolato He e alle tre l’avevo quasi finito, ma… un impegno mi ha costretto a tornare a Babilonia. Ho terminato il racconto durante il tragitto…”


Copertina di Weird Tales del settembre del 1926


Questa invece l’introduzione di Giuseppe Lippi: “He è un altro incubo metropolitano, ma la narrazione non è del tipo ‘obbiettivo’ che abbiamo visto in The Horror at Red Hook: come se ogni tanto sentisse il bisogno di tornare ai primi amori, Lovecraft tesse qui uno dei suoi racconti poetici, più vaghi e sfumati nei contorni e più evocativi nello stile, che a tratti vuol essere studiatamente lirico. Il vero motivo d’interesse della storia è nel tema settecentesco, che per HPL sta diventando un’autentica ossessione: nella ricostruzione della parlata arcaica raggiunge ottimi risultati espressivi e già questo è un mezzo per slittare, semanticamente, nel fantastico. Assolutamente degna di nota l’immagine apocalittica della città futura, che ritroveremo nei racconti del Ciclo di Cthulhu e nel romanzo breve The Shadow Out of Time. Il tema del tempo è uno dei motivi più affascinanti della narrativa lovecraftiana, che su di esso intesse una cupa riflessione non priva di un suo particolare messianismo.”

Il lungo incipit del racconto è palesemente autobiografico. Lo scrittore, partito con sincero slancio per New York, dopo appena qualche mese è costretto a cambiare idea. Il fallimento del negozio di rivendita di cappelli di Sonia, che di fatto lo mantiene, unito all’impossibilità di trovare un lavoro, delude ogni sua aspettativa. La città che doveva riservargli una nuova vita sembra rifiutarlo, preferendogli le masse anonime degli stranieri che la affollano. Probabilmente è qui che si acuisce l’avversione di Lovecraft nei confronti degli immigrati, alla quale si aggiunge la frustrazione di non riuscire a trovare un lavoro. Basterebbe andarsi a rileggere alcune definizioni che usa per descriverli nel racconto ambientato a Red Hook (come ad esempio rifiuti dell’Asia che a Ellis Island erano stati saggiamente respinti) perché si attiri da parte di alcuni l’accusa di razzismo.


Un antico Greenwich Village immaginato da Mihail Bila (2015)

Questo è un tema che iniziò a emergere dagli anni ’50, quando si cominciò a studiare la sua straripante corrispondenza privata e ci si imbatté in numerosi pregiudizi su neri, ebrei e altre minoranze, e che si è trascinato fino ai giorni nostri. Ad esempio con la polemica portata avanti dalla scrittrice afroamericana Nnedi Okorafor, quando nel 2011 fu premiata al World Fantasy Award, che aveva come trofeo un busto di HPL, la quale si lamentò del fatto che si era messa in casa la testa di un razzista. Oppure nel 2020, quando lo scrittore George R. R. Martin, conducendo il Premio Hugo, ha ricordato HPL e John W. Campbell, due dei padri della fantascienza statunitense, guadagnandosi in questo modo l’accusa di promuovere una visione bianca, patriarcale e razzista della narrativa fantastica.

S. T. Joshi, massimo esperto mondiale di Lovecraft ma anche persona di colore, vista la sua origine indiana, ha preso a cuore la questione e, studiando l’intera produzione di Lovecraft, ha affermato che i suoi pregiudizi sono presenti soltanto in 3 poesie sulle 350 totali e che le tematiche definibili come razziste coprono appena il 2% della sua corrispondenza.


Cartolina di Scott Park, Elizabeth, New Jersey (1912 ca.)


Nel loro saggio L’ultimo demiurgo e altri saggi lovecraftiani (Solfanelli, 1989), Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco dedicano un paragrafo intero al ‘Lovecraft razzista’, ricordando come non solo nei suoi racconti, ma anche in alcune missive, l’autore si scagli contro gli immigrati, e citano una famosa lettera scritta nel 1926 a Frank Belknap Long, dove il Sognatore di Providence descrive i nuovi quartieri della sua città natale, abitati dalle comunità appena arrivate sul continente, e ne offre un ritratto eccessivo, barocco, decisamente sopra le righe.

Scrivono i due:

“Le lettere di Lovecraft sono piene di riferimenti alle ‘orde di stranieri’ che invadevano le antiche zone coloniali della Nuova Inghilterra, ne deturpavano i monumenti, ne alteravano le strutture architettoniche tradizionali, favorivano le mescolanze etniche che indebolivano l’identità dell’antico ceppo inglese. Ecco come, in una lettera del 23 aprile 1926, egli descrive all’amico F. B. Long una sua escursione nei quartieri periferici di Providence: ‘Giovedì scorso mi sono concesso una passeggiata pomeridiana – un pellegrinaggio alla Machen fra i suburbi in cerca di mistero e di orrore – ed ho trovato molte cose di una sorprendente e anche terribile novità. È straordinario quale ricchezza di vicoli nascosti e tortuosi, quali oscuri, incredibili quartieri possieda Providence. Per almeno tre quarti la mia passeggiata si è svolta in territori che mai prima di allora i miei piedi avevano calcato, ed ho trovato un vicinato mostruoso e blasfemo, la cui esistenza assolutamente non sospettavo; una regione abitata da forme di vita degradate e sub-umane, là dove avevo sempre immaginato vi fossero soltanto fabbriche e binari ferroviari. Mio Dio! Che spaventosa e cacodemoniaca vallata di grigie case in rovina, e terra nera, e fumo soffocante, e innominabili labirintici cortili su per le colline sporche di carbone, senza asfalto, senza ordine e senza scopo!


Una famiglia di immigrati osserva la città di New York da Ellis Island (1925)


Le case, spesso molto alte, sono antiche e grigie, con tegole e frontoni vacillanti, e finestre catarrose per antichi morbi immenzionabili. Trasudanti da varie aperture, e vaganti per stretti vicoli, vi sono forme indistinte di entità organiche i cui volti spenti riecheggiano sinistramente i riti, le orge e gli incantesimi che avvengono nell’orribile, cadente sinagoga le cui insegne crude e corrose mostrano strani simboli orientali e marchi blasfemi tratti dalla Cabala e dal Necronomicon. Cose oscene sono state evocate nei pozzi scavati sotto quel tempio maledetto: lo si può leggere nei volti rigonfi e difformi degli esseri simili a lumache (metà negri e metà ebrei, apparentemente) che strisciano all’intorno e sbuffano nel fumo acre dai treni di passaggio… o da qualche segreto antro sotterraneo.’


La scrittrice afroamericana Nnedi Okorafor


[…] Lettere come questa, in cui si mescolano in parti uguali realtà e invenzione, cronaca e fantasia, hanno fatto parlare di un Lovecraft xenofobo, razzista e al limite anche antisemita. Accuse non confortate da dati concreti: basterebbe infatti a smentirlo ricordare la circostanza che sua moglie Sonia Greene era ebrea, ed ebrei erano anche alcuni dei suoi corrispondenti affezionati, tra cui quel Robert Bloch che per recarsi al suo capezzale, se avesse saputo in tempo della malattia di Lovecraft, si sarebbe «trascinato sulle ginocchia», come scrisse. In realtà lo scrittore nutriva un vero risentimento nei confronti di chiunque, venuto da fuori, alterava i connotati dell’amata Nuova Inghilterra ed in particolare della sua Providence, che si avviava a diventare per lui quella ‘città di sogno’, futuro luogo geometrico delle evasioni dal reale.

L’accusa di razzismo mossa a Lovecraft non si basa sul suo comportamento nei confronti del prossimo, che non fu mai tale da giustificarla per testimonianza concorde di tutti coloro che entrarono in contatto con lui, bensì da un suo atteggiamento intellettuale che traeva origine da certe convinzioni ‘etniche’ giovanili che gli rimase caratteristico, pur attenuandosi notevolmente con gli anni. […]”


Lo scrittore del fantastico George R. R. Martin


Inoltre, dal punto di vista del Lovecraft scrittore, è difficile non vedere in queste nuove masse giunte da luoghi così lontani ed esotici - come si evince dai passaggi finali della lettera citata da Fusco e de Turris - un nuovo elemento narrativo da inserire nelle sue opere di fantasia. Restando poi ai due racconti qui analizzati, notiamo che i protagonisti negativi sono rappresentati da due bianchi: l’olandese Robert Suydam, che ci viene presentato come un letterato solitario, e il misterioso anziano di epoca georgiana, un vero e proprio rappresentante WASP. Il primo sfrutta gli immigrati per i suoi scopi malvagi mentre il secondo avvelena i pellerossa dopo averne carpito i segreti. Curiosamente, a entrambi, l’autore riserva una sorte simile, ovvero la dissoluzione completa del proprio corpo.

Dunque, pur non negando la sua intolleranza e diffidenza verso gli immigrati, presenti in lui fin dalla gioventù, quella di razzismo è probabilmente un’accusa eccessiva. Se lo è stato, questo è avvenuto soltanto a livello teorico, perché mai si è concretizzato in azioni verso chicchessia. Basterebbe anche ricordare che tra gli amici newyorkesi che frequentavano la sua casa c’era James Ferdinand Morton, un difensore dei diritti civili dei neri e di altre minoranze, il quale aveva scelto di vivere nel quartiere di Harlem proprio perché abitato soprattutto da persone di colore. Immagino che se Lovecraft fosse stato davvero un razzista, difficilmente Morton lo avrebbe frequentato.


Copertina del saggio firmato da G. de Turris e S. Fusco (1989)


Bisogna anche tenere presente che da Vecchio Gentiluomo, nostalgico e conservatore, ai suoi occhi l’irruzione delle masse di immigrati giunte da ogni dove si inserivano in un quadro d’insieme più vasto e complesso, e rappresentavano solo uno dei molteplici aspetti della decadenza degli Stati Uniti, non meno del capitalismo rampante e del consumismo sfrenato, dello stato di dipendenza causato dalla macchina e dall’industria, delle folle impersonali e delle nuove architetture prive di senso estetico, tutti elementi deprecabili - secondo la sua weltanschauung - della modernità.


Sebastiano Fusco


In un articolo firmato da Marco Maculotti (pubblicato su Studi Lovecraftiani 19, Dagon Press, inverno 2021), dal titolo H. P. Lovecraft, la nuova Babele e la “Caccia alle streghe 2.0” l’autore scrive:

“Nessuno vuole negare che il trauma vissuto da Lovecraft nel momento di venire in contatto con il ‘crogiolo razziale’ di New York abbia influito sulla sua letteratura degli anni a seguire, ma quello che preme notare considerando la polemica innestata dalla Okorafor è che al presunto odio razziale il Sognatore di Providence sempre antepose l’orrore visceralmente provato in prima persone nei confronti dell’avvento del mondo moderno, l’impero delle macchine e della spersonalizzazione totale, in cui ogni individuo e le sue visioni più alte sono fagocitate e inserite in un quadro cosmico di tragedia universale, priva di alcuno sbocco superiore. E New York fu, ovviamente, innalzata a immagine della Nuova Babele, che fagocita le antiche tradizioni e le differenziazioni umane in un continuo, abietto rituale di spersonalizzazione, standardizzazione e disumanizzazione collettiva.


Gianfranco de Turris


È chiaro, dunque, come per Lovecraft lo spettro della ‘regressione atavica’ – influenzata dai romanzi di Arthur Machen – non sia certo da inquadrarsi nell’ambito di un supposto razzismo biologico nei confronti di qualsivoglia razza, ma piuttosto in connessione con un’abiura generale delle stesse caratteristiche – e perché no, anche delle differenze (in questo dovrebbe vedersi un reale, sano e auspicabile multiculturalismo) – che ci rendono umani perché entità culturali, legati antropologicamente prima ancora che geograficamente a una terra e a una stirpe che condivide un’identità comune.”


Illustrazione del 1912 che ricostruisce il linciaggio contro gli italoamericani, avvenuto a New Orleans nel 1891

[…] È lo stesso Joshi a sottolineare la necessità che la questione spinosa del razzismo di Lovecraft si legga all’interno di un quadro concettuale molto più vasto e complesso, e quindi evitando di demonizzare l’autore in questione per una manciata di commenti ‘sopra le righe’ che certo non hanno niente a che vedere con il nucleo centrale della sua poetica.

[…] Il mondo futuro per il Lovecraft di quasi un secolo fa si presentava alla stregua di un inferno di macchine, spersonalizzazione e standardizzazione: una previsione che oggi suona indicibilmente sinistra per quanto sembri essersi regolarmente realizzata, soprattutto negli ultimi vorticosi anni dell’interconnessione globale e delle distopie cinesi fondate sull’utilizzo invasivo della tecnologia nei confronti della popolazione (tra l’altro nel racconto He, pubblicato quasi un secolo fa, HPL predisse persino la presa di potere totale del potentato orientale, immaginando una New York futuristica in cui il popolo cinese ha sostituito integralmente quello occidentale).


Una foto da giovane di James Ferdinand Morton (1870-1941)

[…] In una lettera a Woodburn Harris del novembre del 1929 l’autore scrive: La civiltà delle macchine è inferiore alla nostra [ovvero a quella tradizionale e rurale del New England, NdR] perché tramuta in virtù un insieme di valori assolutamente sterili – la velocità, la quantità, il lavoro fine a se stesso, la ricchezza materiale, l’ostentazione, ecc: perché questa civiltà disprezza le relazioni che normalmente la memoria instaura con l’ambiente e le tradizioni, perché promuove l’omologazione a scapito dell’individualismo, e perché ha come effetto il circolo vizioso di un lavoro che non porta a niente se non al costante indebolimento dei naturali principi di qualità, intraprendenza, personalità e del pieno sviluppo dello spirito umano verso una prospettiva di complessità che lo allontani dall’istintualità animalesca.


Copertina di Studi Lovecraftiani, inverno 2021

Nella medesima lettera a Woodburn Harris Lovecraft aggiunge:

Nel 2100 o 2200 A. D., la situazione sarà, in poche parole, questa: dominio diffuso della barbarie delle macchine, contraddistinta da lussi incredibili e dal predominio di una classe dirigente composta di individui assai intelligenti, allenati a ragionare in termini di denaro, quantità, velocità, profitto e lavoro fine a se stesso. Una tecnologia e una meccanizzazione così perfezionate che ci sarà un surplus di persone capaci in rapporto al numero di posti di responsabilità disponibili; una rimanenza di individui benestanti, abituati a pensare in modo così materialista che le tradizioni estetiche e intellettuali saranno per loro lettera morta. Una nuova aristocrazia, senza l’anima degli aristocratici.

(H. P. Lovecraft. L’orrore della realtà. La visione del mondo del rinnovatore della narrativa fantastica a cura di G. de Turris e S. Fusco, Edizioni Mediterranee, 2007).


Uno dei tanti futuri distopici immaginati nella locandina della serie Altered Carbon (2018)


Anche il già citato Sunand Tryambak Joshi ha detto di recente la sua, in un articolo pubblicato nel 2020 sul web: H. P. Lovecraft’s Racism and Recognition, tradotto in Italia da Pietro Guarriello e pubblicato anch’esso su Studi Lovecraftiani 19 col titolo “Lovecraft e il razzismo”. Il noto studioso ci fa notare innanzitutto quale fosse il contesto culturale e personale dello scrittore di Providence.

Ci sono abbondanti prove che le opinioni razziali di Lovecraft si siano inizialmente formate dall’influenza della sua famiglia e della cultura generale del New England, che ai suoi tempi era estremamente conservatrice, sia socialmente che politicamente. Inoltre Lovecraft – un devoto delle scienze, in particolare chimica, astronomia, antropologia, paleontologia e altre – credeva che le scoperte della biologia e dell’antropologia del diciannovesimo secolo (come si trovano ad esempio nel lavoro di Thomas Henry Huxley, che Lovecraft citò nel 1915) avallavano l’opinione che alcune razze umane fossero superiori ad altre. Ci vollero generazioni di studiosi, a partire dagli anni ’20 e guidati da Franz Boas (1858-1942), professore di antropologia alla Columbia University, per ribaltare questa scienza fasulla, e il lavoro non fu completato se non molto tempo dopo la morte di Lovecraft.


Woodburn P. Harris, attivista politico che si servì del lavoro di Lovecraft come revisionista (1888-1988)


Ciò che Lovecraft desiderava, in sostanza, era la conservazione della cultura – e non solo la sua cultura (anglosassone), ma tutte le culture. Non dimentichiamo che in quei giorni gli Stati Uniti stavano vivendo un afflusso di immigrati senza precedenti. Tra il 1890 e il 1920, più di 15 milioni di immigrati arrivarono in America – e non solo da posti come l’Inghilterra o la Germania, ma dall’Europa orientale, dall’America Latina e dall’Asia.

Lovecraft era tutt’altro che solo nel credere che la sua stessa cultura fosse minacciata da questi nuovi arrivati. La stampa pubblica tuonò fulmini sull’argomento. Uno dei libri più venduti del 1920 è stato The Rising Tide of Color against White World-Supremacy di Lothrop Stoddard. Di conseguenza, il Congresso approvò tre progetti di legge sull’immigrazione altamente restrittivi – nel 1917, nel 1921 e nel 1924 – a maggioranza schiacciante. Queste leggi non sono state modificate fino al 1965.”

A conferma dell’idea sulla conservazione di tutte le culture sopra accennato, più avanti lo studioso non manca di farci sapere che: “[…] espresse ammirazione per gli ebrei chassidici del Lower East Side, che si aggrappavano alle loro tradizioni mentre erano circondati da una cultura aliena.” E ancora: “[…] Nel 1930 si avventurò in Quebec e trovò lodevole il modo in cui i franco-canadesi che vivevano lì – anche dopo la sconfitta militare per mano degli inglesi nel 1759 – conservassero tenacemente la loro cultura. Allora come adesso, il Quebec è completamente francese. Nel 1931 Lovecraft visitò la Florida e rimase colpito dai resti dell’antica cultura spagnola a St. Augustine e in altre città.”


Sunand Tryambak Joshi, il massimo esperto di Lovecraft al mondo

Joshi non manca poi di sottolineare come questa ossessione per le opinioni razziali di Lovecraft sia in gran parte un prodotto della cultura anglo-americana, poiché avendo per lavoro contatti quotidiani con gli appassionati dello scrittore di Providence di tutto il mondo, pochi di loro mostrano interesse verso questo aspetto della sua personalità. E questo sarebbe un argomento interessante da approfondire.

Per concludere, vi lascio riflettere sulle parole che chiudono l’articolo di Joshi.

C’è sempre un pericolo nel formulare giudizi morali su figure del passato – e il pericolo più grande è che noi stessi saremo soggetti a una censura simile tra cinquanta o cento anni per ogni sorta di negligenza di cui siamo consapevoli, o che blandamente accettiamo come parte immutabile della società odierna. Quindi una certa umiltà si rende necessaria. Il continuo insistere su questo aspetto del pensiero di Lovecraft può costituire di per sé una sorta di parzialità o pregiudizio che dovrebbe essere deprecato.”


Luoghi: New York (Greenwich Village).

Personaggi: l’io narrante e il misterioso anziano.


Il Ku Klux Klan marcia per le strade di Washington nel 1928. All'epoca arrivò a raggiungere dai 4 ai 6 milioni di membri.



NELLA CRIPTA

(IN THE VAULT, 18 settembre)


Non c’è niente di più assurdo, credo, dell’idea che ci spinge ad associare una scena familiare con ciò che riteniamo piacevole e tranquillizzante: eppure è una convinzione che pervade profondamente la psicologia della gente. Parlate a chiunque di un ambiente americano di campagna, di un grosso e stupido becchino del paese, di un assurdo errore commesso in una sepoltura, e il lettore normale non si aspetterà che una piacevole farsa, magari con una punta di grottesco. Dio sa, invece, se la morte di George Birch non mi permetta di narrare una storia al cui confronto le più sinistre tragedie sembrano lievi.

Birch cambiò mestiere nel 1881 per motivi di salute, ma se poteva evitava di parlarne: e la stessa reticenza dimostrò il suo medico, dottor Davis, scomparso ormai da molti anni. In genere si riteneva che lo shock e la malattia di Birch fossero il risultato di uno scivolone in seguito al quale era rimasto chiuso per nove ore nel deposito mortuario del Peck Valley Cemetery, riuscendo a fuggirne solo con crudi e disastrosi espedienti meccanici. Se questo è indubbiamente vero, negli ultimi tempi di vita l’interessato mi raccontò, nel suo delirio da ubriachezza, altri e più sinistri aspetti della vicenda. Aveva fiducia in me perché ero medico e perché, dopo la morte del dottor Davis, sentiva probabilmente il bisogno di sfogarsi con qualcuno. Era scapolo e senza famiglia.


Prima pagina del dattiloscritto


Prima del 1881 Birch era stato il becchino di Peck Valley, e in una categoria necessariamente cinica si era sempre distinto per rozzezza e mancanza di scrupoli. Le accuse che gli venivano mosse sarebbero impensabili al giorno d’oggi, almeno in una grande città, e anche Peck Valley sarebbe rabbrividita se avesse saputo con quale faciloneria egli agisse in questioni delicate: l’applicazione delle costosissime molle che bisogna piazzare all’interno delle bare, per esempio, o la considerazione ch’è dovuta ai defunti quando si tratta di stenderli nella cassa. Se non c’era nessuno a guardare, i corpi dei suoi inquilini venivano ficcati invariabilmente in contenitori le cui dimensioni non erano affatto calcolate con precisione. Birch era un pigro, un insensibile, un uomo professionalmente indesiderabile; ma sono convinto che non fosse malvagio. Era grossolano per costituzione e nel modo di agire, non si dava pensiero delle cose e non poneva cura in niente; preferiva risolvere tutto col liquore, come dimostra il suo incidente che avrebbe potuto essere evitato. Gli mancava quel pizzico d’immaginazione che tiene il cittadino medio entro i limiti fissati del buon gusto.”

Tutto ha inizio nel dicembre del 1880: quell’inverno si presenta particolarmente rigido e la terra, gelando, non permette agli scavatori di preparare altre fosse. Per fortuna Peck Valley è un piccolo villaggio e i morti, nel corso della stagione, sono in tutto nove e vengono alloggiati nel deposito mortuario in attesa della primavera. Il brutto tempo rende il becchino ancora più pigro e negligente del solito: costruisce bare poco solide e si disinteressa della ruggine presente sul lucchetto del deposito.


Copertina di un audiolibro per una edizione in inglese (2020)


Con il disgelo primaverile le tombe vengono scavate e a Birch tocca seppellire i corpi delle nove vittime. Comincia con il novantenne Darius Peck, perché la sua tomba si trova vicino alla camera mortuaria, ma una pioggia insistente lo convince a occuparsi degli altri otto il giorno seguente. Aspetta invece tre giorni per seppellire il piccolo Matthew Fenner, scelto perché anche lui ha la fossa vicino alla cripta. La giornata è ventosa, lui è alticcio e tormenta il povero cavallo che traina il carro. Entra nella cripta e comincia a cercare la bara del defunto.

La luce era scarsa ma la vista di Birch era buona e non commise lo sbaglio di prendere la cassa di Asaph Sawyer, che somigliava a quella di Fenner. In origine, è vero, la bara di Sawyer era stata fatta per l’altro, ma poi Birch l’aveva scartata perché troppo leggera e mal riuscita: un gesto sentimentale da parte sua, in ricordo della generosità che il vecchio Fenner aveva dimostrato nei suoi confronti cinque anni prima, quando era andato in bancarotta. Per Matt, dunque, aveva fabbricato la cassa migliore che le sue mani consentissero di fare, ma con furbizia aveva conservato l’altra usata per Asaph Sawyer, morto di febbre qualche tempo dopo. Sawyer non era stato un uomo piacevole e si raccontava che nutrisse una sete di vendetta quasi inumana per qualunque torto subito, reale o immaginario. Birch non aveva provato alcun rimorso nell’assegnargli la bara riuscita male, che ora spinse da parte per cercare quella di Fenner.”


Un numero della rivista 'The Tryout', dove venne pubblicato per la prima volta il racconto, nel novembre del 1925


Ma non appena la riconosce, il vento fa sbattere la porta lasciandolo al buio. Poco dopo si rende conto di essere intrappolato nel deposito mortuario, perché il lucchetto, di cui ha trascurato la manutenzione, si è danneggiato. A tastoni cerca di raggiungere un angolo del locale, dove ricorda trovarsi una cassetta degli attrezzi. Scelti un martello e uno scalpello, prova a rompere il lucchetto, ma quest’ultimo non cede ai suoi colpi.

Sopra la porta, l’uomo nota una feritoia nella facciata dell’edificio in mattoni, e pensa che potrebbe allargarla quanto basta per poterci passare. Purtroppo all’interno della camera mortuaria non ci sono scale, ma a George Birch viene l’idea di utilizzare le bare per raggiungere l’altezza voluta.

"Finalmente decise di disporre tre casse in parallelo con la parete e di erigere, su queste, due strati di altrettante casse ognuno. In cima, un’ultima bara avrebbe fatto da piano di lavoro. In questo modo salire sarebbe stato facile e l’altezza raggiunta più che sufficiente. Poi cambiò idea: avrebbe usato soltanto due casse per formare la base, tenendo di riserva quella avanzata nel caso che per fuggire fosse stato necessario arrivare ancora più in alto.”




Poiché non tutte le bare sono fatte a regola d’arte, l’uomo decide di sistemare quella più solida, ovvero quella appartenente a Matthew Fenner, in cima alle altre, per garantirsi un buon piano d’appoggio. Ma deve farlo al buio. Dopo vari tentativi riesce a trovarla, costruisce così la sua improvvisata scala e comincia a darsi da fare.

Si diede a martellare e il cavallo, all’esterno, nitrì in un modo che non si sapeva se fosse d’incoraggiamento o di scorno. In ogni caso avrebbe avuto ragione: la tenacia con cui i mattoni resistevano la diceva lunga sulla vanità delle speranze mortali e il tentativo di abbatterli richiedeva tutto l’incoraggiamento possibile.

All’imbrunire Birch stava ancora faticando. Ormai andava a naso, visto che le nuvole nascondevano la luna, ma si sentiva rincuorato dall’allargamento dell’apertura. Per mezzanotte, ne era certo, sarebbe stato fuori, ma è tipico di lui che tutto questo non gli suggerisse alcun pensiero macabro. Per nulla turbato dall’ora, dal luogo e dalla compagnia che aveva sotto i piedi, continuava a scalzare filosoficamente i mattoni e mandava una bestemmia tutte le volte che una scheggia lo colpiva in faccia. Quando a essere colpito fu il cavallo, che accanto al vecchio cipresso si faceva sempre più inquieto, Birch scoppiò a ridere di contentezza.”


Illustrazione di Blanka Dvorak (2010)


Col suo alacre lavoro il becchino riesce ad allargare l’apertura quel tanto che basta a fare il tentativo di passarci. Decide allora di riposarsi un po’ per raccogliere le forze necessarie allo sforzo finale.

Mentre risale si rende conto che il suo peso mette a dura prova la resistenza delle casse, che scricchiolano sotto i suoi piedi. Quando raggiunge l’ultima bara si accorge che anch’essa, che avrebbe dovuto essere più resistente delle altre, stride in modo inconfondibile.

A quanto pare era stato inutile scegliere la bara più robusta: il becchino vi era appena rimontato che il coperchio marcio cedette e abbassò i suoi piedi di una quarantina di centimetri, mettendoli a contatto con qualcosa che lui non osava nemmeno immaginare. Atterrito dallo schianto e dal puzzo che immediatamente si diffuse all’esterno, il cavallo fece un nitrito che era quasi un urlo e si tuffò impazzito nella notte, con il carro che sobbalzava e cigolava dietro di lui.”

Birch si trova ora a un livello inferiore rispetto alla feritoia. Prova a tirarsi su ma qualcosa sembra trattenerlo per le caviglie e, per quanto tenti in ogni modo di liberarsi, non riesce a liberarsi dalla morsa che gli stringe i piedi. Questo risveglia in lui, per la prima volta, la paura.



Orribili dolori, come quelli provocati da gravi ferite, gli torturavano le caviglie e nella sua mente la paura scaturiva da un invincibile materialismo, suggerendogli visioni di schegge, chiodi e altri attributi della bara sfasciata. Forse urlò, comunque cominciò a tirar calci e a dibattersi freneticamente, finché fu sul punto di perdere i sensi.”

L’istinto lo spinge a provare lo stesso a passare attraverso la feritoia, riuscendo a sgusciare fuori e a lascarsi cadere sul terreno umido. A causa delle ferite ai piedi si trascina carponi fino al cancello del camposanto, dove viene soccorso dal guardiano del cimitero. Quest’ultimo lo aiuta a stendersi sul letto e manda il figlio a chiamare il dottore.

Il ferito non aveva perso coscienza, ma non riusciva a dire nulla di sensato: borbottava frasi smozzicate come «Oh, le mie caviglie!», «Lasciami andare!» e «Restatevene nella tomba!». Il dottore arrivò con la valigetta dei medicinali e cominciò a fare domande, poi tolse i vestiti del paziente, le scarpe e le calze. Le ferite meravigliarono profondamente il vecchio professionista: tutt’e due le caviglie mostravano orribili squarci al tendine di Achille e il dottor Davis ebbe paura. Le domande, ora, avevano un tono ansioso che andava al di là dell’interesse professionale e le mani gli tremavano nel fasciare le gambe di George Birch. Lavorava con rapidità, come se volesse liberarsi di quella vista il più presto possibile.”

Illustrazioni di Edward Gorey (1968)


Il dottore continua a tempestare di domande il suo paziente, insiste soprattutto nel chiedergli se è sicuro che la bara sulla quale si è appoggiato appartenesse a Fenner e non invece a Sawyer, visto che ha ceduto facilmente. Il medico aveva assistito entrambi durante le rispettive agonie e si era chiesto, durante il funerale di Sawyer, come il vendicativo contadino fosse riuscito a stare in una cassa tanto simile a quella del piccolo Fenner.

Dopo un paio d’ore il dottore se ne va, ma non prima di consigliare al suo paziente di sostenere che le sue ferite sono state provocate da chiodi e schegge e si raccomanda di non farle vedere a nessun’altro medico.

Birch, dopo questa disavventura, rimase zoppo per sempre, perché i tendini gli erano stati recisi. Ma più che il suo fisico fu la sua anima a subire la storpiatura peggiore. Un tempo così flemmatico, da quel giorno aveva reazioni scomposte al solo udire parole come ‘tomba’ e ‘bara’. Cambiò mestiere e la sua abitudine al bere aggravò ciò che avrebbe dovuto alleviare.


Copertina del numero di Weird Tales dove venne ripubblicato il racconto (Aprile 1932)


FINALE: “Quando il dottor Davis lo aveva lasciato, quella notte, si era recato al deposito mortuario con una lampada. La luna brillava sui frammenti di mattoni e sulla facciata deturpata, ma il lucchetto del portale cedette subito alla spinta dall’esterno. Con la forza di chi è stato molte volte in camera anatomica, il medico si era guardato intorno reprimendo la nausea fisica e mentale che l’odore e lo spettacolo gli procuravano. Aveva urlato una volta sola, e poco dopo aveva emesso un gemito che era peggio di un urlo: poi era tornato alla casa del custode e infrangendo tutti i comandamenti della sua professione si era dato a scuotere il paziente e a sussurrargli una serie di cose che a quelle orecchie torturate avevano fatto l’effetto del vetriolo.

«Era la bara di Asenath, Birch, proprio come pensavo! Conoscevo i suoi denti, gliene mancavano due superiori… mai, mai devi mostrare quelle ferite! Il cadavere era quasi completamente putrefatto, ma se ho mai visto un’espressione di vendetta su una faccia… su quella che è stata una faccia… Sai benissimo che si vendicava sempre. Rovinò il vecchio Raymond trent’anni dopo la causa per i confini del podere; l’anno scorso, ad agosto, schiacciò sotto i piedi il cucciolo che l’aveva morsicato… Era il diavolo in persona, Birch, e credo che la sua legge del taglione l’abbia fatta in barba anche alla Morte. Dio, che rabbia deve aver provato! Non posso nemmeno pensare di trovarmi contro un uomo simile.

E tu cos’hai fatto, Birch? Era un malfattore, non ti biasimo per avergli dato una bara di scarto, ma ti è sempre piaciuto strafare… Non ti sei accontentato di dargli una cassa qualunque, hai dovuto infilarlo in quella di un piccoletto come Fenner!

«Non dimenticherò mai quello che ho visto. Devi aver scalciato con forza perché la cassa di Asaph era sul pavimento, la testa era sfondata e il resto del corpo sparso intorno. Ho visto altre volte spettacoli orrendi, ma questo è troppo. Occhio per occhio! Buon Dio, Birch, hai avuto quello che ti meritavi. Il teschio mi ha rivoltato lo stomaco, ma il resto era peggio… Quei piedi tagliati di netto alle caviglie per farlo entrare nella bara scartata di Matt Fenner!»”


Omaggio di Frederic Volante a  'Nella Cripta' (2009)


Scrivono Gianni Pilo e Sebastiano Fusco (in Lovecraft. Tutti i romanzi e i racconti, 4ª edizione, Newton Compton, 2011) a proposito della genesi del racconto: “Il tema di In the Vault venne suggerito a Lovecraft da Charles W. Smith, un corrispondente di Haverhille, nel Massachusetts, editore della rivistina dilettantistica The Tryout, sulla quale apparvero molte composizioni poetiche e qualche racconto dell’autore di Providence. Lo rivela lo stesso Lovecraft in una lettera indirizzata a un altro Smith, lo scrittore Clark Ashton.”

Nella lettera citata, datata 20 settembre 1925, l’autore afferma anche di restare spesso perplesso dal risultato del suo lavoro: Quando il mio materiale è pronto mi delude sempre, perché non rappresenta mai in pieno il quadro che avevo in mente; ma siccome una resa parziale è meglio che niente, vado avanti e faccio quel poco che posso.

Dello stesso avviso sembra essere il massimo esperto di Lovecraft, S. T. Joshi, il quale - nella sua An H. P. Lovecraft Encyclopedia (2001), scritta assieme a David E. Schultz - definisce questo lavoro un banale racconto di vendetta soprannaturale dove Lovecraft tenta senza successo di scrivere in una vena più familiare e colloquiale.

Personalmente la penso come Giuseppe Lippi, che nell’introduzione alla novella afferma: “In the Vault è uno dei racconti più fini e meglio riusciti di questo periodo, soprattutto dal punto di vista stilistico: un ritorno al gusto macabro dei primi anni, ma con un’asciuttezza e una padronanza dei mezzi totalmente nuovi.”

Lovecraft propose la novella prima a Weird Tales, ma venne respinta, poiché l’editore Farnsworth Wright temeva che il suo eccessivo raccapriccio non avrebbe superato le maglie della censura dello stato dell’Indiana. Dopo essere stata pubblicata su Tryout, l’anno dopo venne proposta anche a un’altra rivista pulp, Ghost Stories, ma anch’essa la respinse. Infine venne ripubblicata su Weird Tales, ma soltanto nel 1932.


Charles W. Smith assieme a Lovecraft in una foto del 1931



(fine 8° parte)


Sergio Climinti



Note.

Per stilare la seguente biobibliografia ho fatto riferimento ai quattro volumi editati dalla Mondadori tra la fine degli anni ’80 e gli inizi dei ’90, Tutti i racconti (più volte ristampati) e il volume Lettere dall’altrove (1993), una selezione di lettere estratte dal vasto epistolario dell’autore, tutti curati da Giuseppe Lippi. Più il poderoso mammut dedicato a Lovecraft dalla Newton Compton, Lovecraft Tutti i romanzi e i racconti (2011, quarta edizione) a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco. Oltre naturalmente a una serie di siti sul web, su tutti The H. P. Lovecraft Archive, consultato per una più precisa cronologia delle sue opere.

- La sottolineatura che appare nei titoli dei racconti originali (tra parentesi), sta ad indicare il filo comune che li lega al famoso “Ciclo di Arkham”, o “Miti di Cthulhu”.

- I titoli dei racconti non in grassetto sono quelli giovanili, quelli scritti in collaborazione e quelli che destinava ai suoi corrispondenti, che non era interessato a pubblicare.

- La data che compare, a volte, dopo il titolo in lingua originale (che si trova tra parentesi) si riferisce a quella di stesura.

- I racconti scritti in collaborazione sono divisi fra “revisioni primarie” (r. p.) per quei lavori scritti per la maggior parte dall’autore, e “revisioni secondarie” (r. s.) fatte di interventi tesi per lo più a migliorarli. Tali sigle sono riportate tra parentesi, dopo il nome dell’autore che ha lavorato con Lovecraft.

- Il corsivo usato all’interno dei racconti ne individua il testo originale, nella traduzione offerta dai quattro volumi della Mondadori sopra indicati, nella maggior parte dei casi di Giuseppe Lippi.

- Al termine di alcuni racconti la parola FINALE avverte il lettore che nelle prossime righe viene svelato il finale della storia.


N.B. Trovate i link alle altre parti della biografia lovecraftiana nella pagina dedicata e nella Biblioteca di Altrove!