venerdì 20 settembre 2019

DISPERSI, LA NUOVA STRISCIA UMORISTICA DI FILIPPO PIERI, AUTORE DI TESTI E DISEGNI!

di Filippo Pieri

Parte oggi su "Dime Web" la nuova striscia umoristica autoconclusiva "Dispersi", a 7 anni di distanza esatti dal debutto di Filippo Pieri sui "Quaderni bonelliani"! Ecco come la presenta l'autore: 

secondo l'Enciclopedia Treccani "disperso" significa persona scomparsa in occasione di fatti bellici o di una catastrofe, senza che sia stato possibile recuperare la salma o accertare in modo sicuro la sua morte. Ecco, i protagonisti di questa striscia, per motivi che per il momento ignoriamo, sono dispersi e hanno trovato rifugio su un'isola in mezzo all'Oceano. Riusciranno a convivere e a sopravvivere?

Speriamo di sì, così potremo continuare a leggere qui le loro esilaranti avventure! (s.c. & f.m.)


N.B. Troverete i link alle future strisce di "Dispersi" su Cronologie & Index!

giovedì 19 settembre 2019

LA CRISI DEL SETTIMO ANNO? MA NO!

a cura della Redazione

Il 17 settembre 2019 "Dime Web" ha compiuto 7 anni esatti. Stiamo arrivando al MILIONE DI CONTATTI e a 1500 ARTICOLI PUBBLICATI!

Ma nel 2019 siamo stati un po' meno presenti in Rete rispetto al passato, anche se questo è comunque il 122° post dell'anno. Ciò è dovuto per prima cosa alla perdita per strada (i casi della vita) di due importantissimi collaboratori e amici che speriamo, prima o poi, di riagganciare...

Nell'attesa i lettori sono invitati a farsi avanti con recensioni, saggi, interviste e quant'altro per arricchire la nostra offerta da appassionati del buon fumetto ad altri appassionati del buon fumetto!



Dunque: sotto!
Mandate le vostre cose a dimepressweb@gmail.com e non rimarrete delusi!

L'altro elemento che ci ha un po' distratti dai Quaderni Bonelliani, come abbiamo già avuto modo di comunicarvi, è invece sicuramente positivo: ci sono ben due libri in cartaceo messi in cantiere nel 2019 dalla Redazione, entrambi nelle fasi finali di revisione e messa a punto.
Uno è stato scritto da Francesco Manetti, con prefazione di Giuseppe Pollicelli, e deve essere solo impaginato e pubblicato su Amazon.
L'altro è un progetto sempre di Manetti che vede però l'attiva e indispensabile collaborazione di Saverio Ceri. Sarà un qualcosa di mastodontico che pensiamo di consegnare all'editore entro ottobre, per l'uscita entro dicembre.

Non stiamo dormendo: la proverbiale pentola è piena di roba che bolle!

Saverio Ceri & Francesco Manetti

lunedì 16 settembre 2019

RISATE BONELLIANE 27

di Filippo Pieri

Tutte e tre le barzellette grafiche di questa puntata, tratte come sempre dalla settimana enigmistica sono legate in qualche modo al mondo di Dylan Dog, con cimiteri, fantasmi e luna piena! La prima viene dalla "Settimana Enigmistica" n. 3706 del 5 Aprile 2003 (pagina 43), la seconda dal n. 4057 del 26 Dicembre 2009 (pagina 42) e la terza dal n. 4363 del 5 Novembre 2015 (pagina 08). Buon brivido!  



N.B. Trovate i link alle altre Risate Bonelliane su Cronologie & Index!

sabato 14 settembre 2019

IL TEX... FACILITATO!

di Filippo Pieri

Sul "Mese Enigmistico" n. 185 del settembre 2019, a pagina 13, all'interno delle "Parole crociate facilitate", c'è un quesito bonelliano. Il 28 verticale infatti chiede: il Tex a fumetti!




N.B. Trovate i link alle altre novità bonelliane su Interviste & News!

venerdì 13 settembre 2019

SECRET ORIGINS: TEX CLASSIC 67

di Saverio Ceri
Bentornati all'ormai classico appuntamento quattordicinale con Secret Origins, la rubrica che ci conduce, alla scoperta della vicenda editoriale di Tex attraverso le sue copertine, in particolare quelle legate alla collana Tex Classic.
Stavolta, in occasione del 67° numero della più recente ristampa bonelliana dedicata alle avventure del Ranger, la redazione di Via Buonarroti ha scelto una immagine che fa eccezione, rispetto alla regola non scritta di eleggere a copertina del Classic una delle due cover degli Albi d'Oro in esso riproposti.
In questo albo, infatti, troviamo ristampati in quadricromia i sei numeri finali della dodicesima serie a striscia dedicata a Aquila della Notte, la serie Topazio, usciti tra il maggio e il giugno del 1956. Gli stessi episodi furono riproposti nel dicembre del 1957, anche sugli Albi d'Oro numeri 19 e 20, gli ultimi della quarta serie di quella collana quindicinale. 
Come dicevamo a sorpresa, almeno apparentemente, si è scelto di andare a ripescare come immagine di copertina di questo Classic, quella apparsa sul numero 5 della quarta serie degli Albi d'Oro uscito nel maggio 1957. Qui sotto in sequenza trovate rispettivamente la cover odierna e quella vintage.



Tra le due non notiamo differenze segnalabili, a parte l'inevitabile adattamento dell'immagine al nuovo formato quasi quadrato imposto dalla grafica del Classic, e qualche cromatismo modificato.
La scelta di andare a pescare fuori dal dittico classico, in realtà era ampiamente prevista, perché, come sa chi segue regolarmente questa rubrica, in casa Bonelli prediligono usare per questa testata cover poco viste, e le due degli Albi d'Oro stavolta papabili, avevano entrambe già avuto il loro momento di celebrità sulla prima serie gigante dedicata a Tex.
Andiamo in ordine di apparizione: la cover del diciannovesimo Albo d'Oro, nasce dall'ultima striscia del numero 10 della serie Topazio, questa:


I quattro pards arrivano sulla scena di un massacro, compiuto ai danni dell'abitato di Aultman, da Apaches sul piede di guerra. L'albo successivo, l'undicesimo della serie reca in copertina la stessa drammatica scena, ma senza Tiger Jack.

 
La stessa immagine arricchita di qualche particolare, ma decisamente impoverita a livello cromatico è stata utilizzata anche come cover della raccoltina numero 61 della serie rossa.


L'immagine evidentemente fu ritenuta adatta a divenire una cover anche in occasione della ristampa nella collana quindicinale degli Albi d'Oro, e perdendo un altro paio di pard, a causa del formato verticale imposto dalla collana, Tex si ritrova solo a contemplare il massacro perpetrato dai pellerossa, e la cittadina di Aultman sembra ridursi a una sola casa, ovviamente distrutta.


Con un po' più di colore l'immagine viene riciclata anche per il numero 24 della prima serie gigante di Tex nel febbraio del 1960.

 

Curiosamente molti anni dopo, nel gennaio 1981, sulla cover di Tex 243, troviamo quello che normalmente in casa Bonelli si cerca (o almeno si cercava) di evitare: fare una copertina che ne ricordi una passata. Questo per evitare che il lettore distratto decidesse di non comprare l'albo appena uscito scambiandolo per una delle tante ristampe.


Chiudiamo con l'altro Albo d'Oro ristampato in questo volume, il numero 20. In questo caso la vicenda editoriale della cover è molto più lineare: dopo essere stata utilizzata per il Tex quindicinale, l'immagine venne scelta, come cover del volume che raccoglieva, tra gli altri, proprio le rese di quell'albo: il Tex Gigante prima serie numero 19.  Qui sotto in sequenza le cover delle due edizioni giunte in edicola a pochi mesi di distanza l'una dall'altra. La vicinanza temporale non ha tuttavia impedito la lontananza cromatica tra le due versioni.



E anche per stavolta è tutto. Appuntamento tra due settimane.

Saverio Ceri

N.B. Trovate i link alle altre Secret Origins in Cronologie & Index!

giovedì 12 settembre 2019

IL KIT DI TEX

di Filippo Pieri

Sulla "Settimana Enigmistica" n. 4083 del 26 Giugno 2010, a pagina 11, all'interno delle "Parole crociate", si nomina Il Kit compagno di Tex Willer. Di chi stiamo parlando?


N.B. Trovate i link alle altre novità enigmistico-bonelliane su Interviste & News!

mercoledì 11 settembre 2019

RISATE BONELLIANE 26

di Filippo Pieri

Torna la nostra rubrica che propone vignette prese dalla Settimana Enigmistica in qualche modo legate alla Weltanschauung delle serie bonelliane classiche, in questo caso la fantascienza di Nathan Never e Odessa. Le tre di questo numero sono tratte dalla "Settimana Enigmistica" n. 3718 del 28 Giugno 2003 (pag. 43), dal n. 3722 del 26 Luglio 2003 (pag. 42) e dal n. 4007 dell'10 Gennaio 2009 (pag. 46). Buon divertimento!





N.B. Trovate i link alle altre Risate Bonelliane su Cronologie & Index!

lunedì 9 settembre 2019

TEX 2000 COVER!

Diamo i numeri 55
di Saverio Ceri


Quella che vedete qui sopra è la famosissima prima copertina della collana del Tex uscita il 30 settembre di settantuno anni fa. Da allora Tex attraverso varie collane è stato presente nelle edicole italiane fino ai giorni nostri e promette di restarci a lungo visto che è tutt'ora il fumetto più venduto nella nostra penisola.
A noi però in questa breve puntata di Diamo i numeri, interessa soprattutto il fatto che quell'immagine sia una copertina. La cover numero 1 di 973 in quel piccolo formato a cui erano abituati il lettori di Tex del primo ventennio di vita editoriale del personaggio; già allora però si stava imponendo, per le ristampe, quello che è considerato il formato classico bonelliano, quel 16x21, che nei cinquant'anni successivi  ha rappresentato il formato di riferimento per i fumetti in Italia. Per il ranger poi, negli Anni Ottanta, l'editore ha pensato anche a un formato speciale "gigante" per poter meglio apprezzare il lavoro dei disegnatori ospiti, chiamati di anno in anno a festeggiare il personaggio. Dalle primissime strisce, copertina dopo copertina, siamo arrivati, ve lo segnaliamo con un po' di ritardo, allo scorso 7 agosto quando è approdato in edicola Tex 2a serie Gigante 706, albo che presenta la duemillesima copertina inedita bonelliana del personaggio.

Duemillesima copertina inedita di Tex pubblicata dalla Bonelli Editore (disegno di Claudio Villa)
Qui sotto potete scoprire su quali testate della casa editrice sono state pubblicate in questi anni le duemila cover: 


Novecentonovanta sono copertine in formato striscia: tutte quelle degli inediti più le prime 17 cover delle raccoltine. 
Delle 205 cover della prima riproposta delle avventure di Tex in formato "bonelliano", quelle degli albi d'oro, 23 sono state riutilizzate in qualche modo per confezionare le copertine della prima serie gigante di Tex e ben 40 sono state utilizzate per la seconda serie gigante, ovvero la collana attuale del personaggio. Questo spiega perché in graduatoria trovate 666 cover e non 706 per la serie odierna e solo 6 su 29 della prima riproposta in formato brossurato.
Ma chi ha disegnato queste 2000 copertine?
Scoprite i nomi dei 48 copertinisti di Tex nella tabella qui sotto:


Ovviamente Galep dall'alto delle sue quasi mille cover a striscia risulta essere il copertinista più prolifico del personaggio. Villa che ne ha raccolto l'eredità è molto distante, ma ad onor del vero vanno ricordate, oltre i confini della SBE, le sue 256 cover per Repubblica, ma anche le 428 immagini allegate come miniposter a Tex Nuova Ristampa; illustrazioni che sono nate come copertine per edizioni straniere, e successivamente utilizzate pure in volumi extrabonelliani nel nostro paese, che porterebbero il suo score come copertinista texiano oltre quota 1000!  
Una curiosità: Tex 706 per un solo giorno può vantare la cover inedita numero 2000, la 1999 infatti è quella del quindicesimo Color Tex (sempre firmata Villa), approdato in edicola ventiquattr'ore prima.
Ed è sempre per una questione di giorni che l'albo che vedete qui sotto, in uscita il 25 settembre è a suo modo "speciale". Si tratta, infatti del cinquemillesimo volume (compreso edizioni extrabonelliane e ristampe varie) dedicato ai fumetti di Tex. L'albo infatti precede di un paio di giorni sia il Tex Classic 68, che il numero 92 del collaterale della Gazzetta, destinati ad occupare la casella 5001 e 5002.

25 settembre 2019, esce Tutto Tex 582: 4163° albo bonelliano di Tex; se sommato agli 837 albi e volumi non bonelliani usciti fin oggi, rappresenta il 5000° albo a fumetti del personaggio dal 30 settembre 1948. (cover di Claudio Villa)
Con quest'ultima curiosità numerica legata agli albi di Tex, vi diamo appuntamento alla prossima puntata di Diamo i Numeri!

Saverio Ceri

N.B. Trovate gli altri dati bonelliani nelle precedenti puntate della nostra rubrica Diamo i numeri.

giovedì 5 settembre 2019

VITA E OPERE DI HOWARD PHILLIPS LOVECRAFT - QUINTA PARTE (1922)

di Sergio Climinti


Foto di Lovecraft apparsa su "The Rainbow", la fanzine di Sonia Greene (1921)


1922

HERBERT WEST, RIANIMATORE
(HERBERT WEST, REANIMATOR, settembre 1921- metà 1922)

I. Dalle tenebre

Di Herbert West, mio collega fin dai tempi dell’università, non posso parlare che con estremo terrore. Un terrore che non nasce solo dalla sua recente e sinistra scomparsa, ma dall’esperienza complessiva della sua vita e delle sue ricerche, e che provai in forma acuta, per la prima volta, più di diciassette anni fa. Frequentavo il terzo anno della facoltà di Medicina presso la Miskatonic University, ad Arkham. All’epoca in cui lavoravamo insieme, il fascino tra portentoso e proibito delle nostre ricerche mi soggiogava completamente, facendo di me il più fedele assistente di West; ora che se n’è andato e l’incantesimo si è rotto, tuttavia, la paura è maggiore perché i ricordi sfumati e i particolari incerti sono più orrendi della realtà.
Il primo, orribile incidente della nostra avventura fu anche lo shock più grande della mia vita, ed è solo con riluttanza che ne parlo. Come ho detto accadde ai tempi della facoltà di Medicina, dove West si era già fatto conoscere per le sue radicali teorie sulla natura della morte e la possibilità di vincerla artificialmente. Il suo punto di vista, messo in ridicolo dai membri della facoltà e da tutti i colleghi, faceva perno sulla natura essenzialmente meccanica della vita e riguardava il modo di agire sulla macchina umana dopo la cessazione dei processi naturali, per rimetterla in funzione con mezzi chimici. Nei suoi esperimenti con le più varie soluzioni rianimatrici West aveva trattato (e ucciso) un numero enorme di conigli, porcellini d’India, gatti, cani e scimmie, fino a diventare la prima preoccupazione del college.

Illustrazione di Dan Woods per un audiolibro - Cap. I (2010)

Parecchie volte aveva ottenuto segni di vita in animali che si ritenevano morti, e in alcuni casi si era trattato di manifestazioni violente; ma presto si era reso conto che il perfezionamento della terapia, ammesso che fosse possibile, avrebbe richiesto una vita di studi. Era altrettanto chiaro che, siccome i farmaci non avevano mai lo stesso effetto su due specie diverse, per ottenere progressi reali e specifici si sarebbe dovuto sperimentare sull’uomo. Fu su questo punto che West si scontrò per la prima volta con le autorità accademiche: il preside della facoltà in persona, quel dottor Allan Halsey che tutti gli abitanti di Arkham ricordano per la sua lotta a favore degli ammalati, gli proibì di continuare su tale strada.”
Per il freddo e calcolatore West la vita non è altro che un processo chimico-fisico dove il concetto di anima non trova spazio, per cui la rianimazione artificiale dipende unicamente dallo stato di conservazione dei tessuti. Poiché anche l’intelletto può essere compromesso da un piccolo deterioramento delle cellule cerebrali, teorizza che occorra una cavia freschissima, alla quale iniettare la sua soluzione rianimatrice un attimo dopo la morte, per ottenere il successo sperato.
Non molto tempo dopo che la facoltà gli ebbe proibito di continuare su quella linea, West mi confidò l’intenzione di procurarsi comunque cadaveri freschi e di continuare in segreto gli esperimenti che non poteva più effettuare apertamente. Sentirlo discutere di metodi e soluzioni era davvero macabro, perché al college non ci eravamo mai procurati gli esemplari anatomici da soli. Quando l’obitorio non era in grado di soddisfare tutte le richieste ci pensavano due negri, ma nessuno faceva loro troppe domande. All’epoca West era un giovanotto piccolo, magro, occhialuto, con i lineamenti delicati, i capelli biondi, occhi azzurro chiaro e una voce morbida: era assolutamente fantastico sentirlo parlare dei meriti del cimitero di Christchurch o di quello comunale. Alla fine ci orientammo per il cimitero comunale perché a Christchurch quasi tutti i cadaveri erano imbalsamati e quindi inadatti alle ricerche di West.”

La Miskatonic University vista da Igor Kirdeika (2018)

Per proseguire gli esperimenti lontano da occhi indiscreti, l’assistente di West propone di usare la fattoria abbandonata dei Chapman, oltre Meadow Hill. Lentamente il laboratorio prende forma, un po’ acquistando del materiale a Boston e un po’ sottraendolo di nascosto al college.
In seguito ci munimmo di badili e picconi per le numerose sepolture che avremmo dovuto effettuare in cantina. All’università usavamo un inceneritore, ma era un apparecchio troppo costoso per il nostro laboratorio clandestino. I corpi delle cavie erano sempre un problema, persino quelli dei porcellini d’India che West usava per i piccoli esperimenti clandestini eseguiti nella sua stanza della pensione dove soggiornava.”
I due tengono d’occhio i necrologi locali come due sciacalli, alla ricerca della cavia migliore, ma passano settimane senza alcun riscontro, fino a quando non si presenta l’occasione giusta: un uomo giovane e robusto viene trovato annegato nel laghetto di Sumner e seppellito nel cimitero comunale. Nottetempo, i due decidono di appropriarsi del suo cadavere.
Portammo badili e lanterne cieche ad olio, perché sebbene si trovassero in commercio le prime torce elettriche non erano efficaci come quelle al tungsteno che si fabbricano oggi. L’operazione fu lenta e sordida e avrebbe avuto un suo fascino macabro se invece che scienziati fossimo stati artisti, ma fummo felici quando le pale toccarono legno. Portata alla luce la bara di pino, West rimosse il coperchio e tirò su il contenuto. Io lo aiutai a portarlo fuori dalla tomba e quindi ci mettemmo al lavoro per restituire alla fossa il suo aspetto originario. L’operazione ci rese nervosi, specialmente per la presenza rigida e inespressiva del nostro primo trofeo, ma riuscimmo a cancellare tutte le tracce della nostra visita. Dopo aver spianato l’ultima palata di terra infilammo l’esemplare in un sacco di tela e ci dirigemmo alla vecchia fattoria Chapman oltre Meadow Hill.”

Un Herbert West  'giapponese', by umi (2012)

Portato il cadavere nel laboratorio, West inietta nel suo braccio la soluzione di sua invenzione, preparata secondo i calcoli e le proporzioni giuste per i soggetti umani.
Per il suo assistente l’attesa è angosciante, mentre West rimane impassibile per tutto il tempo. Passano quarantacinque minuti ma non accade nulla, così Herbert decide di apportare una modifica alla formula del suo farmaco per poter fare un altro tentativo.
L’avvenimento spaventoso si verificò all’improvviso e in modo inatteso. Stavo versando qualcosa da una provetta a un’altra e West era occupato con un bruciatore ad alcool (nella casa non c’era gas e quindi non potevamo usare un becco Bunsen), quando dalla stanza buia dove avevamo lasciato il cadavere esplose la più agghiacciante e diabolica serie di urla che avessimo mai sentito. Se l’inferno si fosse spalancato e avesse fatto trapelare le grida dei dannati, il pandemonio non sarebbe stato più tremendo: quell’orribile cacofonia, infatti, esprimeva tutto il terrore e l’innaturale disperazione dell’essere rianimato. Umano non era più: nessun uomo sarebbe capace di emettere urla come quelle. West e io, senza preoccuparci oltre dell’esperimento e della sua possibile scoperta, balzammo verso la finestra come animali terrorizzati e rovesciammo lampada, provette e alambicchi con l’unica preoccupazione di fuggire sotto il cielo stellato della notte. Mentre correvamo verso la città urlammo a squarciagola, ma una volta raggiunta la periferia ci imponemmo un minimo di contegno: avrebbero potuto scambiarci per due ubriachi che tornassero a casa dopo una notte di bagordi.”

Trafugatori di  cadaveri a Tewksbury, Massachusetts (1883)

Raggiunta la pensione dove alloggia West, si chiudono nella sua stanza, dove discutono fino all’alba. Dopo aver dormito tutto il giorno successivo, saltando così le lezioni universitarie, decidono di indagare sull’accaduto, ma un paio di notizie pubblicate sui quotidiani gli impediscono di nuovo di prendere sonno. La prima riguarda un misterioso incendio che ha ridotto in cenere la fattoria dei Chapman, dovuta alla lampada che i due hanno rovesciato nella fuga. La seconda riporta che “qualcuno aveva tentato di violare una tomba recente del cimitero comunale, scavando inutilmente la terra a mani nude. Questa notizia era inspiegabile, perché noi avevamo livellato il terriccio con la massima cura. Per diciassette anni, dopo quella notte, West si sarebbe guardato furtivamente alle spalle e sarebbe stato ossessionato da passi immaginari che risuonavano dietro di lui. Ora è scomparso.”

Copia di 'Home Brew' dove uscì la prima puntata del racconto (Febbraio 1922)


II. Il demone della peste

Non dimenticherò mai la terribile estate di diciassette anni fa, quando come un vento scatenato dall’Erebo il tifo dilagò ad Arkham. È a quella pestilenza che molti associano l’anno in questione, perché il terrore aleggiava allo stato puro, con macabre ali, sui mucchi di bare che si ammassavano al Christchurch Cemetery. Per me, tuttavia, quella fu l’epoca di un orrore più grande, un orrore di cui solo io conservo il ricordo ora che Herbert West è scomparso.”

Illustrazione di Dan  Woods per un audiolibro - Cap. II (2010)

Dopo la sua esperienza col cadavere urlante, West rinuncia per un po’ ai suoi esperimenti, ma la sua ossessione non tarda a riaffiorare. All’università pretende di usare la sala anatomica per i suoi esperimenti, che ritiene fondamentali e per i quali chiede di disporre anche di cadaveri freschissimi. Così si scontra di nuovo con i professori, capitanati da Halsey, il preside della facoltà, che gli negano con fermezza ogni sua richiesta.
Che quei vecchi parrucconi si rifiutassero di riconoscere i successi che aveva ottenuto con gli animali e insistessero col negare le possibilità della rianimazione, era ripugnante e quasi incomprensibile a un giovane dal carattere logico come West. Per capire le limitazioni del tipo accademico ci sarebbe voluta una maggiore maturità: allora si sarebbe reso conto che i professori sono il prodotto di generazioni di puritanesimo, che sono gentili e coscienziosi, a volte cortesi e amabili, ma sempre ristretti, intolleranti, oppressi dal rispetto per l’autorità e privi di autentica immaginazione.”
Poi, l’arrivo della pestilenza. I due studenti si sono da poco laureati quando scoppia l’epidemia di tifo, ma nonostante non siano ancora abilitati per esercitare la professione di medico, vengono arruolati per l’emergenza.
L’università era praticamente chiusa e tutti i medici della facoltà erano impegnati nella lotta al tifo. Il dottor Halsey, in particolare, si era distinto per spirito di sacrificio e aveva applicato la sua grande bravura, e le infaticabili energie di cui era dotato, ai casi che gli altri evitavano per maggiore pericolosità o perché giudicati senza speranza. Prima che fosse trascorso un mese il preside era diventato un eroe popolare, benché lui non se ne rendesse conto e cercasse semplicemente di resistere alla stanchezza e all’esaurimento nervoso. West non riusciva a nascondere l’ammirazione per la forza del suo nemico, ma proprio per questo era deciso a dimostrargli la verità delle sue stupefacenti teorie.”

Herbert West by Menton J. Matthews III (2011)

Il giovane approfitta del caos e della disorganizzazione dell’università per poter eseguire un nuovo esperimento su un altro cadavere, il quale ha come unica reazione quella di spalancare gli occhi, ma solo per fissare il soffitto con uno sguardo che agghiacciava l’anima e per crollare in un oblio da cui nessun rimedio poté svegliarlo. West, dopo aver bruciato il corpo nell’inceneritore, decide che è meglio non rischiare troppo nell’usare i locali universitari.
Il culmine dell’epidemia avviene durante il mese di agosto, quando tra le vittime si conta anche il coraggioso dottor Halsey, seppellito con tutti gli onori. Dopo il funerale, gli affranti studenti di medicina trascorrono il pomeriggio al bar della Commercial House, per poi tornare la sera ai propri alloggi. Tranne West, che convince il suo complice a sfruttare la nottata. Così, alle due del mattino, la padrona della pensione dove alloggia West vede tornare i due inseparabili colleghi in compagnia di un terzo individuo, immaginando che siano alticci. Un’ora dopo, tutta la pensione viene svegliata da alcune urla provenienti dalla stanza del neolaureato. Abbattuta la porta, vengono trovati i due studenti svenuti e coperti di lividi, il tappeto macchiato di sangue e la finestra spalancata. In molti si chiedono come possa essere sopravvissuto il loro assalitore dopo un salto di due piani. Alla polizia i due riferiscono di non conoscere il loro compagno di sbronza, un simpatico sconosciuto incontrato quella notte, e dunque di non volerlo denunciare.

Mary Mallon, portatrice sana della febbre tifoide a New York, agli inizi del '900, in un'illustrazione del 1909

Quella notte cominciò il secondo orrore di Arkham, l’orrore che ai miei occhi cancella persino l’epidemia. Il Christchurch Cemetery fu teatro di un orribile delitto: la vittima, un guardiano, fu dilaniata in modo orrendo e la tecnica dell’uccisione fece escludere che l’assassino potesse essere umano.”
Infatti la polizia interroga il direttore di un circo che si è fermato nella vicina città di Bolton, ma non risulta fuggita alcuna belva dalla propria gabbia.
La notte seguente i demoni si scatenarono sui tetti di Arkham e la follia cavalcò il vento ululando come una belva. Sulla città colpita dalla pestilenza si era abbattuta una maledizione che alcuni giudicavano peggiore del tifo e che secondo altri era il demone incarnato dell’epidemia. Otto case furono visitate da un essere senza nome che si lasciava alle spalle una scia di sangue; diciassette cadaveri, dilaniati e senza forma, furono il bilancio dei delitti perpetrati dal mostro sadico e muto che strisciava per le strade. Qualcuno lo aveva intravisto nel buio e lo descriveva bianco, simile a una scimmia deforme o a una belva antropomorfa. L’essere non si lasciava alle spalle tutto ciò che uccideva, perché a volte era affamato…”

Copia di "Home Brew" dove apparve il secondo capitolo del racconto (Marzo 1922)


La terza notte la polizia, aiutata da alcune squadre di volontari, riesce a catturare l’uomo in una casa di Crane Street, vicino al campus universitario.
Era muto, scimmiesco, feroce come un demonio e aveva due occhi che incutevano terrore, ma era un uomo. Lo medicarono e lo portarono al manicomio di Sefton, dove per sedici anni ha battuto la testa su una parete imbottita… Poi sono avvenuti i recenti incidenti ed è fuggito in circostanze che a molti non piace ricordare. La cosa che aveva nauseato i cercatori di Arkham, quando avevano pulito la faccia del mostro, era la sua grottesca, orribile somiglianza con un martire della scienza seppellito solo tre giorni prima, il dottor Allan Halsey, pubblico benefattore e presidente della facoltà di Medicina alla Miskatonic University. Per lo scomparso Herbert West e per me l’orrore e il disgusto furono enormi. Rabbrividisco anche stanotte, quando ci penso; rabbrividisco più di quel mattino, quando attraverso le medicazioni West borbottò: ‘Accidenti, nemmeno questo era abbastanza fresco!’”.

Il Dottor Allan  Halsey visto da Maximiliano Bárbaro (2012)

III. Sei spari a mezzanotte

West e io ci eravamo conosciuti all’università, dove ero stato l’unico a provare interesse nei suoi orribili esperimenti. Poco a poco ero diventato il suo inseparabile assistente e adesso che ci eravamo laureati intendevamo restare insieme. Non era facile trovare uno sbocco adeguato per una coppia di medici, ma finalmente l’influenza dell’università ci permise di aprire uno studio a Bolton, una cittadina industriale vicino ad Arkham. I Lanifici di Bolton sono i più grandi nella valle del Miskatonic e i loro operai, gente della più varia provenienza etnica, non sono i pazienti ideali per i medici già affermati del luogo.”
I due neolaureati scelgono la loro abitazione con estrema cura, un cottage malandato e abbastanza isolato, non troppo distante dal cimitero pubblico. I clienti non tardano ad arrivare, e anche numerosi, ma ai due interessa solo proseguire i loro esperimenti nel nuovo laboratorio, allestito nella cantina della casa. Qui riescono a iniettare il siero ad altri quattro cadaveri, ma senza conseguire alcun progresso rispetto a quanto già fatto ad Arkham.
Una notte di marzo, finalmente, ottenemmo un esemplare che non proveniva dal cimitero. A Bolton la vecchia mentalità puritana aveva messo al bando il pugilato… con il solito risultato. Incontri clandestini e spesso cruenti erano comuni fra gli operai dei lanifici e qualche volta veniva importato un professionista di infimo livello.”

Illustrazione di Dan Woods per un audiolibro - Cap. III (2010)

Durante un incontro uno dei due pugili, Buck Robinson detto “il fumo di Harlem”, viene messo k.o. e i due ne approfittano. Si offrono di far sparire il cadavere discretamente, guadagnandosi così la gratitudine degli operai.
Anche stavolta però, il siero non ottiene alcun effetto. I due si sbarazzano del corpo seppellendolo nel bosco che costeggia il cimitero. Qualche voce su uno scontro clandestino però trapela, e la polizia comincia a fare alcune indagini.
Pochi giorni dopo sparisce un bambino italiano. La mamma, una paziente di West, muore di crepacuore per il dolore e il marito minaccia di ucciderlo ritenendolo responsabile di non averla salvata.
Una notte i due vengono svegliati da alcuni rumori provenienti dalla porta posteriore. West, preoccupato dalle intimidazioni dell’italiano, porta con sé, oltre alla torcia, una pistola.

Un vecchio cimitero  di Bolton (Massachusetts)

Così scendemmo a pianterreno in punta di piedi, in preda a una paura che in parte era giustificata e in parte era quella delle ore piccole che sale incontrollabile dall’anima. Il rumore alla porta continuò, anzi si fece più forte. Arrivati di sotto tirai cautamente il chiavistello e aprii. Quando la luna delineò la sagoma del nostro visitatore, West fece una cosa insolita: senza considerare il pericolo di attirare l’attenzione e di provocare la temuta inchiesta della polizia (cosa che ci fu risparmiata dall’isolamento del cottage), il mio amico vuotò rapidamente, febbrilmente e senza che ce ne fosse bisogno l’intero caricatore della pistola sul visitatore notturno.
Perché non si trattava né dell’italiano né della polizia. Disegnata contro la luna spettrale vedemmo la figura gigantesca e informe di un essere che solo l’incubo può generare… Un’apparizione nera come l’inchiostro, con gli occhi vitrei, prostrata a quattro zampe e coperta di terra, foglie, viticci e sangue raggrumato. Fra i denti stringeva un oggetto terribile, cilindrico e bianco come la neve che terminava in una piccola mano.”

Copia di "Home Brew" dove apparve la terza parte del racconto (Aprile 1922)

IV. L’urlo del morto

Negli ultimi tempi del nostro sodalizio provavo orrore del dottor West. Tutto cominciò con l’urlo di un morto: ora, è ovvio che un fatto del genere provochi raccapriccio, non è certo un episodio comune o piacevole, ma ormai ero abituato alle esperienze straordinarie e in quell’occasione rimasi profondamente sconvolto per un altro motivo. Come tenterò di far capire, non fu del morto in sé stesso che ebbi paura.”
Nel luglio del 1910 comincia un periodo sfortunato, perché i due non riescono a procurarsi alcun cadavere fresco. L’assistente allora decide di andare a trovare i suoi genitori in Illinois. Al suo rientro, West asserisce di aver trovato la soluzione al problema della freschezza dei cadaveri: la conservazione artificiale, realizzata grazie a un particolare ritrovato per l’imbalsamazione di sua invenzione. Dopo di che, gli annuncia di essersi procurato un cadavere fresco grazie a un colpo di fortuna. Uno straniero aveva bussato alla sua porta per avere un’informazione, ma a causa di un eccessivo affaticamento era morto poco dopo d’infarto. Una volta iniettato il suo siero per la conservazione, ha voluto aspettare il suo ritorno per procedere alla rianimazione.

Illustrazione di Dan  Woods per un audiolibro - Cap. IV (2010)

La notte del 18 luglio 1910, dunque, Herbert West e io scendemmo in laboratorio e guardammo la bianca, silenziosa figura sotto l’abbagliante luce ad arco. Il farmaco preservante aveva funzionato magnificamente, al punto che domandai a West se l’uomo fosse effettivamente morto; era lì da due settimane e non aveva nemmeno cominciato a irrigidirsi. Lui me lo assicurò e mi ricordò che non usava mai la soluzione rianimatrice senza aver accertato la morte del soggetto: l’effetto sarebbe stato nullo se nel corpo fosse rimasta una scintilla dell’originaria vitalità.”
West proibisce al suo assistente di avvicinarsi al corpo, stavolta l’esperimento è più complesso e solo lui è in grado di effettuare tutte le operazioni necessarie a far rianimare la preziosa cavia.
Non riesco a esprimere la fantastica, spasmodica tensione con cui aspettammo l’esito dell’esperimento sul primo esemplare veramente fresco: il primo da cui ci potessimo aspettare che aprisse bocca per dire cose ragionevoli e magari ci spiegasse che cosa aveva visto oltre l’incommensurabile abisso.”
Trascorrono solo pochi minuti e i due capiscono che stavolta l’esperimento non potrà essere un insuccesso. La pelle comincia ad assumere un colorito roseo, i muscoli cominciano a contrarsi, poi il petto inizia ad alzarsi e abbassarsi regolarmente a causa del respiro.

Illustrazione leonardesca di Javier García Ureña (2010)

Poi gli occhi si aprirono: grigi, calmi, vivi ma ancora non intelligenti e nemmeno curiosi. Seguendo un impulso fantastico sussurrai qualche domanda alle orecchie che cominciavano a imporporarsi: domande sui mondi della morte di cui la sua memoria poteva ancora conservarne traccia. Il terrore di ciò che avvenne poi me le ha fatte dimenticare quasi tutte, ma credo che l’ultima, ripetuta più volte, fosse: ‘Dove sei stato?’ Non so se mi abbia risposto oppure no, ma ho l’impressione che per qualche secondo le belle labbra non abbiano detto niente, e che poi si siano aperte per emettere un fievole ‘appena adesso’, come se quella frase possedesse un senso o un’importanza. In quel momento, comunque, provai la gioia di aver raggiunto una grande meta, perché per la prima volta un cadavere rianimato aveva pronunciato parole chiare e dettate dalla ragione. L’attimo dopo non potemmo più dubitare del trionfo, non potemmo negare che la soluzione, almeno per il momento, aveva compiuto appieno la sua missione, restituendo a un morto la vita razionale e il movimento.
Ma fu proprio quel trionfo a causare l’orrore più grande: non orrore del corpo rianimato che parlava, ma l’atto di cui ero stato testimone e dell’uomo al quale avevo legato le mie fortune professionali. Perché il nostro soggetto, riacquistando piena e terrificante memoria dell’ultima scena che aveva visto sulla terra, dilatò gli occhi e protese le mani nell’aria in una lotta senza quartiere con un nemico invisibile; poi stramazzò in una seconda e finale dissoluzione, non senza aver urlato le parole che mi riecheggiano per sempre nel cervello: - Aiuto! Stammi alla larga, maledetto criminale… Allontana da me quell’ago!”

Copertina di Weird Tales dove venne ristampato 'Herbert West' (1942)


V. L’orrore dalle ombre

Molti hanno raccontato cose orribili, che la stampa non osa pubblicare, a proposito della Grande Guerra. Alcune mi hanno fatto rabbrividire, altre mi hanno riempito di una nausea sconvolgente, altre ancora mi hanno indotto a guardarmi indietro nel buio, tremando. Ma ritengo di poter io stesso riferire l’episodio più terribile: l’orrore sconvolgente, innaturale, incredibile che emerse dalle ombre. Nel 1915 ero primo tenente medico in un reggimento canadese nelle Fiandre, uno dei tanti americani che precedettero il loro governo nell’entrata in guerra. Non mi ero arruolato di mia iniziativa, ma al seguito dell’uomo che servivo, il celebre chirurgo di Boston Herbert West. Il dottor West era ansioso di prestare i suoi servigi nel grande conflitto e quando ne ebbe l’opportunità mi portò con sé quasi contro la mia volontà. Avevo buone ragioni per sperare che la guerra ci dividesse, ragioni che rendevano l’esercizio della professione e la compagnia di West sempre più irritanti. Ma quando egli si recò a Ottawa e, grazie alla raccomandazione di un collega, ottenne la nomina a maggiore medico, non potei resistere alle insistenze di chi aveva già deciso che lo seguissi e svolgessi le mie solite mansioni.
Quando dico che il dottor West era ansioso di prestare la sua opera su un campo di battaglia, non voglio dare a intendere che fosse un uomo particolarmente bellicoso o che gli stessero a cuore le sorti della civiltà: era e rimaneva una fredda macchina intellettuale. Magro, biondo, con occhi azzurri ed occhiali, probabilmente disprezzava i miei entusiasmi marziali e gli attacchi che ogni tanto muovevo ai neutralisti a oltranza. Ma nelle Fiandre insanguinate c’era qualcosa che voleva, e per ottenerlo doveva indossare una divisa. L’oggetto delle sue ricerche non era dei più popolari, ma aveva a che fare con una particolare branca della medicina cui si era dedicato clandestinamente e in cui aveva ottenuto risultati stupefacenti e a volte orribili. Il suo obbiettivo era un’abbondante provvista di uomini ammazzati di fresco, in qualunque stadio di smembramento: né più, né meno […]

Illustrazione di Dan Woods per un audiolibro - Cap. V (2010)

Mi convinsi che Herbert West fosse più tremendo delle cose che faceva: il suo anormale zelo scientifico nel prolungare la vita era sottilmente degenerato in semplice curiosità morbosa, in un gusto del colore macabro che avrebbe fatto onore a un avvoltoio. I suoi veri interessi risiedevano in un’infernale, perversa devozione a tutto ciò che di ripugnante e mostruosamente anomalo esiste al mondo: ammirava, calmo e soddisfatto, orrori che avrebbero fatto cadere morti dal disgusto o dalla paura molti uomini sani; il pallido intellettuale si era trasformato in un Baudelaire dell’esperimento anatomico, in un languido Eliogabalo delle tombe.”
La ricerca ossessiva porta West a compiere un notevole balzo in avanti nelle sue ricerche. Grazie a esperimenti effettuati sulle uova di uno sconosciuto rettile dei tropici, lo scienziato riesce a creare artificialmente un tessuto praticamente immortale, in grado di rianimare singole parti staccate del corpo umano. Per questo motivo West non si risparmia, praticando senza sosta i suoi tentativi di rianimazione all’interno del laboratorio privato, che è riuscito a farsi allestire dopo insistenti richieste.
West lavorava come un macellaio in mezzo alla sua macabra merce e io non sono mai riuscito ad abituarmi alla leggerezza con cui maneggiava e classificava certi reperti. A volte compiva miracoli di chirurgia a favore dei soldati, ma il suo divertimento principale era di natura meno pubblica e filantropica e lo costringeva a inventare sempre nuove scuse per giustificare i rumori che venivano dal laboratorio, rumori che sarebbero parsi eccezionali anche in mezzo a un pandemonio. Fra i più frequenti c’erano i colpi della sua pistola, che in un campo di battaglia non dovrebbero stupire ma in un ospedale sì; gli esemplari rianimati del dottor West non erano destinati a lunga vita né ad apparire davanti a un grande pubblico.”

Un ospedale da campo della Prima Guerra Mondiale

La ricerca dello scienziato si concentra sul tessuto ricavato dall’embrione di rettile, determinante per il mantenimento delle singole parti staccate dal corpo, il quale viene conservato all’interno di una vaschetta posta sopra un bruciatore che funge da incubatore. Qui, il materiale cellulare si riproduce velocemente e disgustosamente.
Una notte i due dottori si trovano a operare su un soggetto particolarmente adatto, un uomo fisicamente possente e di tale intelletto che potevamo contare su un sistema nervoso sensibilissimo.
Ironia della sorte, si tratta dell’ufficiale che ha trovato il posto a West, nonché ex compagno di studi e attualmente chirurgo della divisione militare. A seguito di un incidente aereo è stato semi decapitato e quando West si appropria del corpo finisce di staccargli la testa riponendola nella vaschetta con la coltura di rettile, pensando di utilizzarla per esperimenti futuri. “Poi aveva sezionato il corpo: dopo aver iniettato nuovo sangue aveva legato vene, arterie e terminazioni nervose che sporgevano dal collo e aveva chiuso l’orrida apertura con un ritaglio di pelle proveniente da un altro esemplare in uniforme.”
In seguito inietta il suo siero nel corpo mutilato, che poco dopo comincia ad agitarsi, fino ad arrivare a contorcersi spasmodicamente.


Copia di "Home Brew" dove apparve il quinto capitolo del racconto (Giugno 1922)

Le braccia tremavano inquiete, le gambe si alzarono, i muscoli si contrassero in maniera ripugnante. Poi l’essere acefalo gettò le braccia in avanti, in un gesto di inequivocabile disperazione che, nella sua intelligenza, sembrava confermare tutte le teorie di Herbert West. Il sistema nervoso riviveva l’ultima scena della sua vita: la lotta per uscire dall’aereo colpito. Quello che avvenne poi non lo saprò mai con certezza. Forse fu un’allucinazione prodotta dallo shock nell’istante in cui venimmo colpiti dagli obici tedeschi e tutto andò in pezzi… Chi può dirlo, visto che West e io fummo gli unici superstiti accertati? Il mio amico ha cercato di illudersi fino al giorno della sua scomparsa che fosse davvero così, ma c’erano momenti in cui non poteva: sarebbe fin troppo strano, infatti, che tutti e due avessimo avuto la stessa allucinazione. L’avvenimento in sé fu molto semplice, orribile solo in ciò che implicava.
Il cadavere sul tavolo si era alzato, gesticolando alla cieca, e poi aveva emesso un suono. Non la definirò una voce perché era troppo spaventosa, eppure non era il suo timbro la cosa più terribile, né il contenuto delle sue parole. Infatti si era limitato a urlare: ‘Salta, Ronald, salta per l’amor di Dio!’. No, la cosa veramente mostruosa era la sua provenienza. Perché il grido ci era arrivato dalla vaschetta coperta, nell’angolo più buio del laboratorio.”


VI. Legioni della tomba

Quando il dottor West scomparve, un anno fa, la polizia di Boston mi interrogò ripetutamente. Sospettavano che nascondessi qualcosa, forse avevano intuito verità più gravi, ma non potei dire quello che realmente era avvenuto perché non mi avrebbero creduto. Sapevano che West si occupava di una branca della medicina che andava al di là di ciò che comunemente riteniamo possibile: gli esperimenti di rianimazione si erano fatti troppo vasti per potersi svolgere in perfetto segreto; tuttavia la catastrofe finale, la scena che mi aveva sconvolto l’anima, conteneva elementi così grotteschi e incredibili da farmi dubitare per primo della realtà di ciò che avevo visto.”
L’assistente rievoca gli ultimi giorni in compagnia di West. A sei anni dalla loro esperienza al fronte, il rianimatore ha scelto come abitazione una casa signorile di Boston che si affaccia su uno dei più antichi cimiteri della città. Stavolta però la sua scelta è di puro carattere estetico, visto che il cimitero non può offrire cadaveri freschi. Il nuovo laboratorio si trova in un vano che ha fatto ricavare sotto la cantina da alcuni operai, ed è dotato di un grande incineratore, per poter eliminare i risultati dei suoi esperimenti senza lasciare tracce. Durante i lavori i muratori, abbattendo le pareti sottostanti, scoprono una galleria che collega la casa al cimitero. Stavolta però sembra davvero che la paura sia più forte dell’indole degenerata di West, il quale decide di far murare la parete.

Illustrazione di Dan Woods per un audiolibro - Cap. VI (2010)

La fine cominciò una sera in cui eravamo insieme nello studio e West distribuiva le sue occhiate curiose fra il giornale e me. Uno strano titolo l’aveva colpito tra le pagine spiegazzate e un artiglio gigantesco ci era balzato addosso dalla distanza di sedici anni. Qualcosa di spaventoso e incredibile era avvenuto al manicomio di Sefton, a circa ottanta chilometri da noi; la gente che abitava nei dintorni non sapeva che pensare e la polizia navigava nel buio. Nelle ore piccole dopo mezzanotte una fila di sconosciuti era penetrata nel manicomio e il loro capo aveva svegliato gli infermieri. Si trattava di un militare, figura piuttosto minacciosa che parlava senza muovere le labbra e la cui voce sembrava provenire, come quella di un ventriloquo, da una grossa scatola nera che aveva con sé. La faccia, pur essendo priva di espressione, era bella in modo quasi stereotipato e aveva sconvolto il sovrintendente quando la luce dell’atrio l’aveva illuminata: perché era di cera, con gli occhi di vetro dipinto. L’uomo doveva aver subito un pauroso incidente. Un individuo più grosso lo aiutava a camminare: era un colosso ripugnante la cui faccia bluastra sembrava corrosa da un’ignota malattia.”
Quando, alla richiesta del militare di prendere in consegna il cannibale catturato ad Arkham sedici anni prima, gli infermieri si erano opposti, si era scatenato l’inferno. Gli sconosciuti avevano aggredito il personale uccidendo quattro infermieri, poi avevano liberato il prigioniero e si erano dileguati.
Finito di leggere l’articolo di giornale, West rimane quasi paralizzato. A mezzanotte suona il campanello e il suo assistente va ad aprire la porta. Gli viene recapitata una scatola da un gruppo di strani personaggi che poi si allontanano a passo incerto verso l’antico cimitero, sul retro della casa. West legge il nome del mittente: Eric Morland Claphman-Lee, St. Eloi, Fiandre.

Copia di "Home Brew" dove apparve il sesto capitolo del racconto (Luglio 1922)

FINALE: “A questo punto West non era nemmeno eccitato. Le sue condizioni erano spaventose, e disse rapidamente: ‘È la fine, ma incineriamo… questa’. Portammo la scatola in laboratorio, tendendo le orecchie. Non ricordo molti particolari, e del resto potete immaginare le mie condizioni, ma è una menzogna dire che fu il corpo di Herbert West a finire nell’incineratore. Ci limitammo a mettere la scatola nel vano, a chiudere il portello e dare corrente. Dal pacco non venne, dopotutto, il minimo suono. Fu West a notare l’intonaco che cadeva dalla parete dietro la quale si nascondeva la galleria murata. Stavo per darmela a gambe ma lui mi fermò. Vidi una piccola apertura nera, sentii un alito d’aria fredda e respirai l’odore di carogna delle viscere della terra. Non ci fu nessun rumore, ma proprio in quel momento la luce andò via e nella fosforescenza dei mondi sotterranei vidi un’orda di creature che solo la follia – o peggio – avrebbe potuto creare.
I profili erano umani, semiumani, men che umani e a tratti del tutto estranei. Era un’orda eterogenea e toglievano le pietre tranquillamente, una ad una, smembrando il vecchio muro. Poi, quando la breccia diventò abbastanza grande, entrarono in laboratorio in fila indiana, guidati da un essere zoppicante con una bella faccia di cera. Una specie di mostro dall’occhio folle che si trovava subito dietro il capo afferrò Herbert West, che non fece resistenza e non proferì suono. Allora le creature gli balzarono addosso e lo fecero a pezzi sotto i miei occhi, portando i resti con sé nel sotterraneo delle abominazioni. Della testa di West s’incaricò l’individuo con la faccia di cera, che indossava una divisa canadese. Mentre scompariva vidi che gli occhi azzurri dietro gli occhiali brillavano di un lampo di disperazione: la sua prima emozione tangibile.
I servitori, la mattina dopo, mi trovarono svenuto. West era scomparso. L’incineratore conteneva solo ceneri irriconoscibili. Gli investigatori mi hanno interrogato, ma che posso dire? Non vogliono saperne di collegare la tragedia di Sefton col destino di West e negano l’esistenza degli uomini con la scatola. Raccontai dell’intrusione nel laboratorio, ma mi mostrarono la parete intatta e risero. A questo punto ho smesso di parlare. Sospettano che sia un pazzo o un assassino, e forse la verità è che sono pazzo. Tuttavia non lo sarei, se quelle maledette legioni della tomba non fossero state così silenziose.”

Indice del primo numero di "Home Brew" (Feb. 1922). Dove il serial è stato reintitolato da Houtain...
...col nome di  Grewsome Tales, ovvero, Storie raccapriccianti. Prima pagina del  racconto.

George Julian Houtain, giornalista dilettante e corrispondente di Lovecraft, nel 1921 decide di improvvisarsi editore e fonda insieme a sua moglie il periodico "Home Brew", diffuso per abbonamento. Houtain chiede a HPL, che ha avuto modo di conoscere personalmente nell’estate del 1920 a Boston, di realizzare un racconto strutturato in più puntate.
Per lo scrittore di Providence si tratta del primo racconto su commissione che gli viene pagato. La rivista avrà vita breve, ma Houtain farà in tempo a pubblicare un’altro racconto di HPL, sempre a puntate, La paura in agguato, scritto anch’esso nel 1922.
Ma cosa ne pensava Lovecraft della sua prima esperienza da scrittore professionista? Ecco cosa scrive a due suoi amici di penna.
Il nostro comune amico George Julian Houtain si è imbarcato nell’impresa di pubblicare una rivista professionale, intitolata "Home Brew", da porsi in vendita per 25 centesimi la copia. Mi ha chiesto di scrivergli una serie di storie truculente per un compenso di cinque dollari l’una, in modo da formare una serie di almeno sei vicende con un protagonista centrale. È una cosa decisamente non artistica. Scrivere su ordinazione, e tracciare un personaggio attraverso una serie di episodi artificiali, comporta la violazione di ogni spontaneità e unità di espressione, che sono caratteristiche fondamentali della narrativa breve. Riduce l’infelice autore a discendere al livello dei pennivendoli meccanici e privi di immaginazione. Tuttavia, quando si ha bisogno di denaro, non è lecito farsi scrupoli: perciò, ho accettato il lavoro…” (da una lettera a Frank Belknap Long, 8 ottobre 1921).

Foto della signora  Houtain, apparsa nell'annuncio del suo matrimonio sul 'The New York Herald' (19 marzo  1922)


Io non tento mai di scrivere un racconto: aspetto finché dev’essere scritto. Così è stato con Nyarlathotep e Randolph Carter, che ho sognato. Quando mi metto deliberatamente all’opera per scrivere una storia il risultato è piatto e misero. Penso di averle parlato della serie a puntate che sto scrivendo per la rivista di Houtain "Home Brew". Le serie sono sempre antiartistiche poiché si basano su tediose ripetizioni e sul debole stiracchiamento di un’idea. Se ha ricevuto il primo numero avrà visto il miserevole risultato che ho raggiunto!” (da una lettera a Frank Belknap Long, 8 febbraio 1922).
Il serial che le invio con questa lettera Herbert West, Reanimator, è il mio lavoro più scadente: roba fatta su commissione per una rivista volgare e scritta per soddisfare il basso livello del gregge. Ma è un buon sistema per raggranellare un dollaro extra di quando in quando, e infatti sto per cominciare un’altra storia nefasta per la stessa pubblicazione: la intitolerò The Lurking Fear.” E poiché il suo corrispondente è un talentuoso illustratore, dopo averlo informato di aver dato il suo nome e indirizzo al direttore della suddetta rivista, conclude scrivendo: “Non bisogna vergognarsi di scrivere o disegnare per riviste del genere: Poe e Bierce, credo, pubblicavano su qualsiasi vecchio foglio.” (da una lettera a Clark Ashton Smith, 12 novembre 1922).


Copertina per un'edizione della Necronomicon Press (1985)

Nonostante i fondati dubbi dello scrittore sulla serializzazione - a suo modo di vedere colpevole di tutti quei difetti che elenca in questi estratti e nei quali anche lui, vista la natura del prodotto, è costretto a incorrere - il giudizio finale non merita questa severità. Nella prima puntata vengono introdotti i personaggi e il tema, ossia la rianimazione di corpi umani deceduti. Niente di nuovo, apparentemente. La seconda parte riassume gli eventi raccontati nella prima, per poi procedere senza grande qualità, anche se si riprende nel finale, quando svela l’identità del mostro antropofago, seppur prevedibile. Nel terzo capitolo i due si spostano in una città vicina per continuare i loro esperimenti, creando un altro mostro antropofago. In pratica si replica ciò che è accaduto nei precedenti capitoli, cambia solo la location. Sin qui il giudizio negativo di Lovecraft appare più che fondato, perché la vicenda si trascina fino a questo punto con una certa ripetitività.
Ma nel quarto capitolo c’è una svolta, West inventa un nuovo siero per conservare al meglio la carne in decomposizione e non esita a diventare un assassino pur di perseguire i suoi scopi. La sua follia si palesa definitivamente e soverchia la naturale curiosità dello scienziato, figura che spesso per le sue ricerche deve compiere delle azioni che possono apparire poco ortodosse. Non dimentichiamoci che anche quel genio di Leonardo da Vinci non aveva alcuna remora a dissezionare cadaveri per i suoi studi sull’anatomia umana.

Alcuni studi  anatomici di Leonardo da Vinci

Nella quinta parte ci si sposta nelle Fiandre della Grande Guerra, dove West inventa una soluzione in grado di rianimare i singoli tessuti umani, non più i corpi interi. Qui il racconto fa un ulteriore balzo in avanti con un gusto per il macabro e il grottesco che rende la storia decisamente più interessante, oltre che ironica. Nel sesto e ultimo capitolo avviene l’epilogo, dove West subisce la vendetta delle sue ex vittime.
La figura di Herbert West è davvero singolare. Freddo, cinico, crudele, così accecato dal suo folle sogno da passare sopra a tutto, legge e morale, e a tutti, animali e persone. Ma è anche un incapace e un pasticcione, perché in ogni suo nuovo esperimento c’è sempre qualcosa che non funziona come dovrebbe, in un accumulo continuo di errori e imprevisti che alla fine si presentano a saldargli il conto.
Sul personaggio e sul suo rapporto con l’autore è interessante ciò che scrive Giuseppe Lippi nell’introduzione al racconto, nell’edizione Mondadori da lui curata: “Herbert West è un esercizio dei più interessanti nel campo dell’orrore totale, della necrofilia e della spassionata adulazione della morte. Come succede a molti autori quando affrontano un tema cruciale, Lovecraft si sdoppia e nel racconto diventa due personaggi: il pavido ma soggiogato narratore e il biondo, ascetico, irriducibile ‘automa intellettuale’ che risponde al nome di Herbert West. West è uno dei più bei autoritratti di Lovecraft in nero, sorta di geniaccio del macabro tratteggiato con crescente ironia e impassibile fino all’ultimo di fronte al suo fato. Non è una vittima, un reietto della natura e del cosmo come l’Estraneo, è anzi un enforcer delle proprie macabre tendenze.”
Dunque Lovecraft sembra incarnare entrambi i protagonisti, sia il pavido assistente - così debole da non avere la forza di opporsi al suo mentore, ma che non esita a seguire in ogni sua malefatta - sia il freddo e determinato West. Probabilmente l’autore si sentiva più vicino al primo, anche se avrebbe voluto essere più simile al secondo.

Mary Shelley,  particolare di un ritratto eseguito nel 1831.

Copertina di "Pall  Mall Gazette Christmas Extra" a opera di F. Morgan (1884)

Due sono gli evidenti riferimenti letterari usati da Lovecraft per la sua storia. Il personaggio di Victor Frankenstein, scienziato che dà vita alla sua più famosa Creatura nel romanzo Frankenstein (1818), di Mary Shelley, deprivato però di qualsiasi alone romantico che lo caratterizza, e il racconto Il ladro di cadaveri (1884), di Robert Louis Stevenson.
A questi potremmo aggiungere i traguardi e le speranze che animavano certa ricerca scientifica dell’epoca. Poiché sappiamo che Lovecraft, fin da giovane, ha nutrito una curiosità e un’attenzione particolare per la scienza, difficilmente gli sarà sfuggito un tema pieno di suggestioni come quello affrontato all’epoca in un articolo pubblicato sullo "Star".

Alexis Carrel  (1873-1944)

Ecco cosa scrive in proposito Cuccolini per un dossier apparso su un "Almanacco" dedicato a Martin Mystère, il famoso personaggio a fumetti ideato da Alfredo Castelli: “Nel 1913, a seguito degli esperimenti condotti dal biologo, premio Nobel, Alexis Carrel, nell’Istituto Rockefeller per la ricerca medica di New York, l’inevitabilità della morte fisica, fino ad allora considerata una certezza assoluta, pare poter essere superata. Lo "Star" ne dà l’annuncio con un articolo intitolato La mitica fantasia dell’eterna giovinezza diventa realtà. Il servizio illustra così gli esiti della ricerca: Le cellule umane possono essere tenute in vita indefinitamente, se nutrite in un ambiente adatto e conservate alla giusta temperatura… Le cellule sono uccise da influenze esterne o da mancanza di alimentazione. Conseguentemente, se i vari organi vitali sono salvaguardati, nutriti e rinnovati ogni tanto, non c’è motivo perché l’uomo non debba raggiungere l’immortalità fisica. La ricerca di Carrel, che si protrae da diversi anni, era partita chiedendosi se un piccolo frammento di tessuto corporeo, una cellula, poteva vivere separata dal corpo in un contenitore di vetro o, come si dice in gergo scientifico, ‘in vitro’. Carrel ha scoperto che essa può continuare a vivere se viene immersa in una determinata soluzione composta principalmente da plasma sanguigno. I recenti esperimenti hanno confermato che le cellule possono crescere e formare un nuovo tessuto se mantenute in una soluzione, composta da due parti di plasma sanguigno e una parte di liquido derivato da un embrione, mantenuto a trentanove gradi. Ogni due o tre giorni, il tessuto viene rimosso, lavato, diviso in diverse parti se nel frattempo è cresciuto troppo, e riposto in vitro in una nuova soluzione… Nel corso degli esperimenti, è emerso che il processo di crescita delle cellule, come succede nell’organismo dal quale esse provengono, produce determinati veleni, chiamati sostanze cataboliche, che si accumulano nel corpo umano e sono responsabili della morte delle cellule. Se fosse possibile rimuovere queste sostanze tossiche dagli organi del corpo umano, le cellule che li compongono potrebbero vivere per sempre.
(I mysteri del passato prossimo. Notizie insolite e curiose uscite sulla stampa americana tra il 1890 e il 1940, a cura di Giulio Cesare Cuccolini con il contributo di Alfredo Castelli, in "Almanacco del Mistero 1998", SBE 1997).

George A. Romero circondato dai suoi amati zombi.

Il resto è tutto farina del sacco dell’autore, il quale non sembra rendersi conto delle innovazioni apportate dai suoi peculiari cadaveri rianimati. Inserendo i temi del cannibalismo e della necrofilia lo scrittore affronta alcune tematiche tabù che con abilità riesce a far virare verso il grottesco (pensate ai numerosi pezzi anatomici che vivono di vita propria), riuscendo così a gestire la narrazione con un equilibrio frutto del distacco usato per gli eventi narrati, tali da diventare essi stessi bersaglio del suo scherno.
Non mi risulta che in campo letterario tale associazione (morto vivente e antropofagia) abbia dei precedenti, e neanche nel cinema. Il tema verrà ripreso solo nel 1968 dal regista George A. Romero, con la pellicola La notte dei morti viventi. Fino a questa data l’industria cinematografica aveva affrontato il tema degli zombi rifacendosi alla tradizione vudu haitiana, dove i morti riportati in vita da uno stregone sono destinati a essere comandati come schiavi da quest’ultimo. A Lovecraft spetta dunque anche questo primato, quello cioè di aver anticipato di decenni i futuri zombi cinematografici, non solo quelli di Romero ma anche dei suoi numerosi epigoni. Non è un caso infatti che proprio alle gesta di Herbert West venga dedicato un film nel 1985, Re-Animator, di Stuart Gordon, che vanta ben due seguiti, uno del 1991 e l’altro del 2003. Gli anni ’80 infatti sono il decennio in cui impera il sottogenere horror dello splatter, dove gli effetti speciali mirano a inorridire la platea con efferatezze mostrate in tutta la loro truculenza. L’efficacia di queste soluzioni destinate a spaventare lo spettatore durano più o meno fino alla metà del decennio, quando il pubblico, ormai assuefatto, non reagisce più come di fronte alle prime pellicole. Allora i cineasti cambiano registro: portano al massimo livello il grado di esagerazione in modo da non ottenere più spavento e orrore ma, al contrario, un volontario effetto comico, dove la risata può anche diventare liberatoria e catartica. In questo contesto si inserisce perfettamente la riduzione cinematografica del nostro Herbert West il quale, già nel racconto originale, dimostra di avere tutti i requisiti di un horror movie della seconda metà degli anni ottanta.

Locandina del film di  Stuart Gordon (1985)


Arkham, nominata solo di sfuggita per la prima volta ne L’illustrazione nella casa (1920), diventa in questo racconto uno dei luoghi principali in cui si svolge la vicenda. La città e la sua famosa accademia, la Miskatonic University, saranno al centro di tutte le storie legate ai famosi "Miti di Cthulhu", che l’autore invece definì col nome di "Ciclo di Arkham", appunto.
Appare anche la città di Bolton che, al contrario di Arkham, è una città reale, anche se non è un centro industriale, come viene affermato nel racconto. Questa apparirà in altre due novelle: I ratti nei muri (1923) e Il Colore venuto dallo spazio (1927).

Luoghi. Arkham: la Miskatonic University, frequentata da West e dal suo assistente; il Christchurch Cemetery; il Cimitero Comunale, destinato ai meno abbienti; Meadow Hill, collina oltre la quale si trova la fattoria abbandonata dei Chapman; il laghetto di Sumner; il Manicomio di Sefton; la Commercial House; Crane Street.
Bolton, cittadina industriale vicino ad Arkham, situata nella valle del Miskatonic: i Lanifici della città; Pond Street, in fondo alla quale si trova il cottage dei due rianimatori; Cimitero pubblico.
Boston. Ottawa. Belgio: St. Eloi (Fiandre).

Personaggi. Herbert West, rianimatore; l’assistente di West, senza nome; Il dottor Allan Halsey, preside della Facoltà di Medicina; Kid O’Brien e Buck Robinson, pugili di incontri clandestini; Robert Leavitt, uomo d’affari di St. Louis; maggiore Sir Eric Moreland Claphman-Lee, chirurgo ed ex compagno di studi dei due dottori; tenente Ronald Hill, pilota di aerei.

Un fotogramma del  film di Stuart Gordon (1985)


HYPNOS
(HYPNOS, marzo)

Che gli dei misericordiosi, se esistono, ci proteggano nelle ore in cui né il potere della volontà, né le droghe inventate dagli uomini possono tenerci lontani dall’abisso del sonno. La morte è compassionevole, perché da essa non c’è ritorno, ma chi emerge, pallido e carico di ricordi, dai recessi della notte, non avrà più pace. Che imbecille sono stato a intraprendere con tanta incoscienza lo studio di misteri che l’uomo non dovrebbe affatto conoscere! Che sciocco, che folle divino è stato il mio amico, colui che mi ha preceduto e alla fine ha conosciuto terrori che forse saranno i miei.


Copertina per un Cine-Book (2019)

Ricordo che ci incontrammo in una stazione ferroviaria, dove egli era al centro di una folla volgare e curiosa. Era svenuto, e il piccolo corpo vestito di nero stava rattrappito sul marciapiede, come in preda alla paralisi. Penso che avesse una quarantina d’anni, perché la faccia pallida e incavata, ovale e veramente bella, era segnata da profonde rughe; nei capelli ondulati e nella piccolo barba che dovevano essere stati neri come penne di corvo c’erano tracce d’argento. La fronte, di un’altezza e un’ampiezza divine, era bianca come il marmo pentelico. Mi dissi, con l’ardore dello scultore, che quell’individuo era la statua di un fauno dell’antica Grecia disseppellita fra le rovine di un tempio e portata alla vita nella nostra età opprimente solo per sentire il freddo e la pressione dei millenni. E quando aprì gli enormi occhi incavati, luminosissimi, capii che sarebbe diventato il mio unico amico, il solo amico di chi non ne aveva mai posseduto uno.
Quegli occhi dovevano aver contemplato la grandezza e il terrore di regni al di là della coscienza e della realtà normali: gli stessi regni che avevo amato nell’infanzia ma non ero riuscito a ritrovare. Così, mentre allontanavo la folla, gli dissi che doveva venire a casa mia, essere il mio maestro e la mia guida sulla via dei misteri insondabili.”
L’uomo accetta senza esitare, e durante la sua permanenza nella casa dello sconosciuto scultore posa per busti e teste in avorio, che l’artista produce in quantità per immortalare le diverse espressioni del suo amico.

Copia del National  Amateur dove venne pubblicato per la prima volta il racconto (Maggio  1923)

È impossibile riassumere i nostri studi, perché avevamo tenuissimi legami con il mondo come lo concepiscono i vivi: ci occupavamo di un universo più vasto e spaventoso, un universo di sostanza impalpabile ed elusiva che tuttavia ha radici più profonde del tempo, dello spazio e della materia, e di cui sospettiamo l’esistenza solo in certi momenti del sonno; facciamo allora sogni molto rari, sogni oltre i sogni che non capitano mai agli uomini comuni e solo una volta o due volte nella vita dei più fantasiosi. Il cosmo della veglia nasce da quest’altro universo e somiglia a una bolla di sapone fatta da un burlone; certo, può capitargli di sfiorare la sua matrice, ma solo nel senso in cui una bolla di sapone sfiora la bocca ironica di chi la soffia, quando è risucchiata per suo capriccio. Persino gli uomini più colti non sospettano l’esistenza di tali sfere, o ne sanno pochissimo. I saggi hanno interpretato i sogni e gli dei ne hanno riso. Un uomo con gli occhi da orientale ha detto che il tempo e lo spazio sono relativi e gli uomini hanno riso. Ma persino l’uomo con gli occhi da orientale non ha intuito che una piccola parte della verità. Io volevo qualcosa di più, e il mio amico era quasi riuscito a ottenerla.”

Immagine tratta dal sito www.ahith.com

I due intraprendono viaggi straordinari, spingendosi pericolosamente sempre oltre, anche con l’aiuto delle droghe, fino a perdersi in un infinito che porta a un altro mondo, a un’altra dimensione.
Per descrivere le nostre esperienze in termini di linguaggio umano dovremmo chiamarle tuffi, impennate: ad ogni rivelazione una parte della nostra mente rompeva coraggiosamente i legami con tutto ciò che è presente e reale e si precipitava, libera, in abissi sconvolgenti e senza luce dove aleggiava la paura, infrangendo di tanto in tanto i tipici ostacoli di laggiù: rozze e viscose nuvole di vapore, come posso approssimativamente descriverli.”
Col passare del tempo i due inseparabili amici scoprono che, grazie ai loro viaggi onirici, non invecchiano. Inoltre un desiderio di onnipotenza pervade l’amico dello scultore, il quale non condivide le sue ambizioni.
Una notte i due si spingono in luoghi molto più lontani di quelli finora visitati. L’amico riesce a passare attraverso un ostacolo che invece blocca l’artista. Lottando con la massa fredda e viscosa che lo imprigiona, lo scultore si sveglia e nota il corpo dell’altro sognatore rannicchiato in un angolo, ancora incosciente.

Screenshot dal sito www.cine-books.com (2019)

La luna proiettava raggi d’oro sui lineamenti statuari, rendendoli fantastici e ascetici insieme. Dopo un breve intervallo il corpo si agitò: possa il cielo pietoso risparmiarmi un’altra vista e un altro spettacolo come quelli che avvennero davanti a me. Non so descrivere le sue urla, la luce impossibile dei suoi occhi impazziti dal terrore in cui si accesero, per un istante, visioni d’inconcepibili inferni; so solo che svenni e non mi ripresi fino a quando lui stesso mi scosse, ormai sveglio e alla disperata ricerca di qualcuno con cui condividere l’orrore e la desolazione.”

L’episodio segna la fine delle ricerche oniriche dei due. Il sognatore più intraprendente, colui che ha superato la barriera, annuncia al compagno che non dovranno più oltrepassare gli abissi del sogno, preferendo non parlare dell’esperienza che lo ha segnato.
Da questo momento in poi, i due cercano di rimanere svegli il più possibile, anche con l’aiuto delle solite droghe, ma dopo ogni breve sonno l’io narrante diventa ogni volta più vecchio, mentre l’altro degenera con una rapidità addirittura sconvolgente.
Il mio amico, che non mi aveva mai confessato il suo nome e le sue origini, ma che conoscevo per un recluso, era ossessionato dalla paura della solitudine. La notte rifiutava di stare da solo e non gli bastava la compagnia di poche persone. Il suo unico sollievo consisteva nel far baldoria in modo chiassoso e il più sfrenato possibile, sicché poche comitive di giovani e gaudenti ci erano sconosciute. Il nostro aspetto e la nostra età a volte suscitavano un ridicolo offensivo, ma il mio amico lo considerava un male minore della solitudine.”


Illustrazione di William F. Heitman per la pubblicazione del racconto su Weird Tales (1924)

Ma la cosa che più sembra temere è un punto della volta celeste ben preciso, che l’artista scopre corrispondere alla costellazione della Corona Boreale.
I due si trasferiscono a Londra e vi aprono uno studio e quando, ormai invecchiati e deboli, sono costretti a vendere ogni statua, busto e teste d’avorio in loro possesso, una notte l’amico si addormenta per non svegliarsi più. Mentre da nord-est, dove si trova la costellazione boreale, un fascio di luce rosso-oro entra nella casa e, invece di disperdersi nell’ambiente, si concentra sul capo dell’amico, formando un duplicato del suo volto da giovane. “La stessa faccia che avevo visto per l’ultima volta prima che il mio amico superasse la barriera di quelle segrete, profonde e insondabili caverne d’incubo.”
Poi la testa comincia a sollevarsi, mentre la bocca si spalanca in una smorfia da urlo senza emettere un suono. L’io narrante segue lo sguardo dell’amico verso l’alto, dalla direzione da cui proviene la luce, e quello che vede gli fa perdere il controllo, comincia a urlare e a essere preda di convulsioni tali da richiamare l’attenzione dei vicini e poi della polizia.

Un'altra schermata  tratta dal sito www.cine-books.com (2019)

FINALE: “Il senso ultimo della tragedia resta ignoto, perché la mia mente era sconvolta e quelle degli astanti si rifugiarono in un rifiuto della realtà che sconfina nella pazzia. Mi dissero, non so per quale ragione, che non avevo mai avuto un amico e che la mia tragica vita si era riempita esclusivamente di arte, filosofia e follia. Inquilini e poliziotti cercarono di calmarmi e il medico mi diede un sedativo, ma nessuno sembrò accorgersi della terrificante tragedia. La sorte del mio amico non li commosse, ma ciò che trovarono sul divano dello studio li indusse a lodarmi con parole che mi disgustarono e che oggi mi hanno portato a una deprecabile fama. Calvo, con la barba lunga, affranto e divorato dalle droghe, me ne sto seduto per ore davanti all’oggetto che fu trovato nello studio, adorandolo e pregandolo.


Una foto della Corona Boreale

La gente nega che avessi venduto la mia ultima statua e indica con meraviglia ciò che il fascio di luce rossa aveva tramutato in pietra muta, incapace di emettere un ultimo grido. Eppure è tutto quel che rimane del mio amico, l’amico che mi ha spinto sull’orlo della follia e del naufragio: una testa divina, di un marmo che solo l’Ellade può dare; un volto giovane, di una giovinezza che trascende il tempo, con le labbra curve e incorniciato dalla barba; una fronte olimpia con i capelli mossi e cinti di fiori. Dicono che quel volto stregato sia modellato sul mio quando avevo venticinque anni, ma sulla base di marmo è scritto un altro nome, nelle lettere dell’Attica: HYPNOS.”

Un fermo-immagine presente nel sito www.cine-books.com dedicato al racconto 'Hypnos'  (2019)

Una citazione di Baudelaire fa da introduzione alla vicenda, la quale recita: “A proposito del sonno, sinistra avventura di tutte le nostre notti, possiamo dire che gli uomini vadano a letto quotidianamente con un’audacia che sarebbe incomprensibile, se non sapessimo che dipende dall’ignoranza del pericolo.”
Dunque, ancora una volta ci troviamo alle prese con i mondi onirici, solo che stavolta tutto il racconto è impregnato di angoscia e pessimismo. Non siamo più di fronte alle magnifiche visioni di mondi affascinanti, come in altre storie del "Ciclo del sogno" (La Nave BiancaCelephaïsEx Oblivione), le quali costituiscono una felice fuga dalla banale quotidianità, bensì in luoghi completamente alieni, ostili e pericolosi.

Statua del dio del sonno (testa originale su torso moderno) presente al British Museum


Il sogno come veicolo per esplorare gli abissi più insondabili dello spazio e del tempo è il tema centrale di Hypnos, un singolare racconto in cui notazioni fantascientifiche si accoppiano a esplicite venature mistiche”, scrivono Gianni Pilo e Sebastiano Fusco (Lovecraft. Tutti i romanzi e i racconti, 4ª edizione, Newton Compton Editori, 2011). Una fantascienza che però affonda anche nella ricerca scientifica del tempo. Non a caso viene citato Albert Einstein (Un uomo con gli occhi da orientale ha detto che il tempo e lo spazio sono relativi…), il quale pubblicò la sua teoria della relatività generale nel 1916. A questa l’autore aggiunge mirabolanti visioni mistiche (tali da rendere a tratti ostica la lettura), gusto per la classicità greca, astronomia, e il tema ricorrente del pericolo costituito della conoscenza, alla quale è preferibile una beata ignoranza o incoscienza, unica forma di salvezza per l’essere umano.

Albert Einstein (1879-1955) in una foto del 1921

Audiolibro del 2018

Compaiono di nuovo Baudelaire e l’uso della droga (usata dai protagonisti per facilitare i loro viaggi dimensionali) già citati nel racconto Il caos strisciante (1921).

Luoghi. Inghilterra: una vecchia magione nel Kent e uno studio a Londra.



Lovecraft a Brooklyn (Aprile 1922)

6-12 aprile. Lovecraft di reca a New York e qui si incontra col suo amico Samuel Loveman. Entrambi vengono ospitati da Sonia Greene nella propria casa, al numero 259 di Parkside, a Brooklyn. Rheinhart Kleiner e James Ferdinand Morton, entrambi residenti nella metropoli, fanno volentieri da cicerone a HPL per le vie della città.
Una testimonianza del suo primo soggiorno a New York si trova in una lettera indirizzata a Maurice Winter Moe, datata 18 maggio 1922, nella quale si nota l’ironia dell’estensore, usata soprattutto per arricchire fatti senza grande interesse, meramente informativi, usata anche nei confronti dei suoi amici, Sonia compresa. “… la sera del 5 la conventicola Loveman-Greene-Morton-Kleiner mi ha telefonato per invitarmi a unirmi a loro. […] Ho accettato, fatto la valigia e il luminoso mattino successivo ho preso il treno delle 10 e 6 […]. Ho visto per la prima volta il ciclopico profilo di New York. Una visione mistica nella luce dorata del tardo pomeriggio; un oggetto di sogno di un grigio pallido, delineato contro un fumo perlaceo. La città e il cielo erano così simili che nessuno avrebbe potuto dire con certezza che lì ci fosse davvero una città… le sue eleganti torri e i pinnacoli sembravano mere illusioni. […] Arrivato puntuale in stazione, era previsto che incontrassi Loveman e Mrs Greene, ma a causa di qualche errore di tempistica il comitato di accoglienza si era perduto nel labirintico atrio degli arrivi. […] Era doveroso che prendessimo il 206 per raggiungere George Julian Houtain. […] Loveman era non poco in imbarazzo, dacché, vedi, Mrs Greene odia Houtain e soffre parecchio del fatto che nessun altro condivide tale sentimento, ma il vecchio Theobald non ha perso tempo in inutili preoccupazioni: un vero cinico è indifferente a ciò che pensano gli altri. Se Mrs Greene non è d’accordo, ha il mio permesso di andarsene all’inferno ed esporre le sue ragioni al diavolo! Houtain mi avrebbe avuto come ospite in casa sua al 1128 di Bedford anche se Mrs Greene avesse dovuto cacciarmi dal 259 di Parkside! Diamine, nessun essere umano, per quanto valido e generoso, può ordinare al vecchio Gentiluomo chi deve frequentare! […] Tornati senza problemi a Parkside, qui Loveman si è concesso un sospiro di sollievo nello scoprire che Mrs Greene poteva sopravvivere allo shock di apprendere che non solo eravamo stati da Houtain, ma che questi aveva organizzato una cena a casa sua per la sera seguente. […] Il mercoledì eravamo perfettamente puntuali e Madame Greene ci ha guidati lungo la metropolitana fino alla Grand Central Station. Qui Madame ha salutato congiuntamente il nostro duo, quando è stato il momento, per lei, di raggiungere la 57esima e il lavoro; da lì in poi io e Lovemanus abbiamo discusso in una maniera degna di un greco o di un romano su come congedarci in fraterna amicizia…” (Lovecraft. L’età adulta è un inferno. Lettere di un orribile romantico, a cura di Marco Peano, L’orma editore, 2018).

Una foto di New York  (Lower Manhattan) nel 1922

Durante i giorni di permanenza a NYC il Maestro di Providence incontra di persona, per la prima volta, il suo giovane corrispondente Frank Belknap Long.
HPL, Morton e Long visitano il cottage di Edgar Allan Poe a Fordham, attuale distretto del Bronx. Qui lo scrittore di Boston trascorse gli ultimi tre anni della sua vita. Vi si trasferì nel 1846, dopo il fallimento del suo "Broadway Journal", e fu in questa casa che morì la sua giovane sposa, Virginia, il 30 gennaio 1847.

Long, HPL e Morton davanti al cottage di Poe a Fordham, nel Bronx (11 aprile 1922)


The Edgar Allan Poe Cottage come appare oggi, all'interno del piccolo Poe Park


CIÒ CHE PORTA LA LUNA
(WHAT THE MOON BRINGS, 5 giugno)

Detesto la luna, ne ho paura: anche quando brilla su oggetti familiari e amati, a volte li rende paurosi e irriconoscibili.
Era un’estate spettrale, la luna brillava sul vecchio giardino in cui vagabondavo; era un’estate di fiori narcotici e umidi mari di foglie che portavano sogni fantastici e multicolori. Camminando lungo un basso torrente vidi bizzarre increspature tinte di giallo, come se quelle placide acque venissero risucchiate da correnti irresistibili verso oceani che non sono di questo mondo. Silenziose e scintillanti, malefiche e inargentate, le acque maledette dalla luna precipitavano non so dove, mentre lungo le rive in ombra, bianchi petali di loto fluttuavano verso di me con la sinistra rassegnazione di facce calme e morte.”
L’uomo continua a costeggiare la riva, calpestando fiori addormentati con piedi incauti, quando si accorge che il giardino sembra non avere fine; al posto delle mura ci sono alberi, sentieri, cespugli, idoli di pietra e perfino pagode, mentre sotto la luce della luna il torrente pare curvare all’infinito.


Copertina di un eBook

Le morte facce di loto sussurravano tristezze, invitandomi a seguirle, e non arrestai i miei passi fino a quando il torrente diventò un fiume e tra paludi di canne ondeggianti e spiagge di sabbia lucente sfociò nella riva di un mare vasto e senza nome.
Sul mare brillava l’orribile luna; misteriosi profumi aleggiavano su onde mute. Le facce di loto scomparvero, desiderai avere una rete per catturarle e imparare i segreti che la luna aveva impartito alla notte. Ma quando la luna scese a ovest e la marea si ritirò dalla riva addormentata, vidi antiche guglie svelate dalle onde e bianche colonne festonate di alghe. Sapevo che in quel luogo inabissato si erano dati convegno tutti i morti e tremai, perché non volevo parlare più con le facce di loto.”
Da lontano, arriva a posarsi sulla scogliera un condor, mentre la marea continua a ritirarsi, svelando al protagonista una città morta e, insieme a questa, il fetore di tutti i morti del mondo che sovrasta ogni altro odore. “Perché in quel luogo sconosciuto e dimenticato si era data convegno la carne corrotta di tutti i camposanti, banchetto incommensurabile per i vermi del mare.”
Mentre il sognatore osserva le increspature dell’acqua dovute alle contorsioni delle larve intente a cibarsi dei morti, ha la sensazione che un soffio gelido provenga dal punto in cui si è posato in precedenza il condor.
FINALE: “Non avevo tremato senza motivo, perché alzando lo sguardo vidi che le acque si erano ritirate ancora e avevano scoperto la scogliera di cui prima scorgevo soltanto la cima. Mi accorsi che la scogliera era la corona di una terribile scultura, la cui fronte mostruosa brillava alla luna e i cui zoccoli immondi dovevano pescare nella fanghiglia dell’abisso; urlai perché gli occhi non mi fissassero anche dopo il tramonto della luna gialla e traditrice. Per sfuggire quell’orrore supremo mi tuffai lieto senza esitare nelle secche nauseabonde dove, tra pareti d’alghe e strade sommerse, i grassi vermi del mare banchettano sui morti del mondo.”

Illustrazione di  Ricardo Garijo (2013)

Ancora una volta l’autore scrive un altro dei suoi amati prose poems (poesie in prosa) di cui era un estimatore. Scrive G. Lippi nella sua introduzione al racconto: È bene ricordare che l’atteggiamento di Lovecraft verso questa forma d’arte è sempre stato di grande ammirazione, e per un lungo periodo della sua vita ha scritto prevalentemente versi. Certo, si tratta di componimenti che devono poco al gusto moderno e che paiono ricalcati sui rimatori del ‘700 e dell’800 – Thomas Gray, James Thompson o al massimo Poe – ma a tratti balena nella poesia di Lovecraft la stessa ansia di rompere i legami col presente e di tuffarsi nell’ignoto che è la molla principale dei suoi racconti.”

Questo prose poem inizia con alcune immagini naturali che, pur sottilmente increspate dall’insolita avversione che il sognatore ha per la luna, mantengono un certo lirismo. Questo fino a due terzi del breve racconto quando l’autore, con un cambio repentino davvero efficace, ci precipita in un mondo carnale, macabro e raccapricciante, fatto di cadaveri in putrefazione divorati da vermi e larve, per concludere con una statua colossale che incute un terrore tale che il protagonista preferisce gettarsi fra quel mare di corpi morti piuttosto che vederne svelate le fattezze.
Lovecraft passa così, in breve tempo, attraverso tre gradi di paura diversi. Dapprima l’inquietudine (per la luna e i suoi raggi), poi l’orrore (dovuto al raccapriccio per i morti in putrefazione) e infine il terrore inconcepibile, generato da qualcosa che non riusciamo – e non vogliamo – comprendere.

Illustrazione di Clément Galtier (2016)



AZATHOTH
(AZATHOTH, giugno)

Quando il mondo invecchiò e lo stupore abbandonò le menti degli uomini; quando grigie città alzarono al cielo torri cupe e spaventose all’ombra delle quali nessuno poteva sognare il sole o i prati di primavera; quando la sapienza rubò alla terra il mantello della sua bellezza e i poeti non cantarono più, se non di fantasmi contorti e dagli occhi ciechi che guardavano solo dentro sé stessi… quando avvennero queste cose e le speranze della fanciullezza si furono dissipate per sempre, un uomo fece un viaggio oltre la vita e compì una ricerca negli spazi da cui i sogni del mondo erano fuggiti.”
Nulla si sa di quest’uomo, sappiamo solo che vive in una città dalle alte mura immersa in un perenne crepuscolo, che lavora tutto il dì e torna solo la sera dal suo lavoro, svolto fra le ombre e il frastuono, per rinchiudersi in una stanza che affaccia su alti palazzi. “E siccome un panorama d’infinite mura e finestre rende pazzo chi sogna o legge molto, l’inquilino della stanza si sporgeva ogni sera a guardare il cielo, per afferrare un frammento delle cose che stanno oltre il mondo e il grigiore dei grattacieli.”
L’uomo passa diversi anni a scrutare il cielo e le sue stelle, dando a ognuna di queste un nome e seguendole con la fantasia quando scompaiono alla sua vista. Fino a quando la sua visione si estende a percepire cose che non sono alla portata degli uomini comuni.
E una notte il grande abisso fu superato, i cieli stregati dai sogni premettero alla finestra dell’osservatore solitario e si mescolarono con l’aria della stanza, facendo di lui una parte del meraviglioso.”

Grattacieli al crepuscolo

FINALE: “Scesero nella stanza rivoli di luce purpurea a mezzanotte, misti a polvere d’oro: vortici di fuoco e luce che filtravano dagli ultimi spazi e portavano profumi al di là dei mondi. Mari oppiacei si riversarono dalle finestre, illuminati da soli che l’occhio umano non vedrà mai e che portavano nell’abbraccio delle onde strani delfini e ninfe di immemorabili profondità. L’infinito si stese silenzioso intorno al sognatore e lo portò via senza nemmeno sfiorare il corpo che penzolava, tutto irrigidito, dalla finestra solitaria; e in un tempo che il calendario degli uomini non sa contare, le maree dell’infinito spinsero il visionario verso i sogni che desiderava, quelli che gli uomini hanno perduto. E per molti cicli lo lasciarono a dormire teneramente su una spiaggia verde illuminata dal sole; una spiaggia verde che profumava di fiori di loto ed era punteggiata di fiori rossi.”

In questo breve frammento il protagonista è il solito sognatore che cerca, e riesce, a superare la grigia realtà quotidiana grazie alla sua capacità di immaginazione. Di nuovo l’esaltazione del sogno, che qui non costituisce fonte di angoscia (come in Hypnos) ma traguardo agognato, raggiungimento di un Eden dove il protagonista finisce per addormentarsi su una spiaggia verde che profuma di fiori di loto.

Notte stellata


Doveva essere l’inizio del primo capitolo di un romanzo, mai andato oltre questa semplice “introduzione” che, rimasta così, costituisce l’ennesimo prose poem, anche se per alcuni critici buona parte delle intenzioni qui espresse da Lovecraft convoglieranno nel futuro La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath (1926-1927). Così lo presenta Lippi nell’introduzione al racconto nella raccolta Mondadori da lui curata: Azathoth, che oggi è solo un frammento, doveva costituire l’inizio di un vero e proprio romanzo: un’opera ambiziosa nella quale Lovecraft pensava di esprimere compiutamente, e su basi filosofiche, il proprio distacco dal mondo contemporaneo e la sua preferenza per il fantastico e il sogno.”
L’autore ne parla anche in una lettera, datata 9 giugno 1922 e inviata a Frank Belknap Long: “Come te sono convinto dell’inutilità di ogni sforzo e la sola ragione per cui leggo o scrivo è che mi sentirei ancora più miserabile se non lo facessi. Non studio più come facevo da giovane, quando pensavo che servisse a qualcosa. Oggi il mio unico scopo è ammazzare la noia, ed è già tanto. L’unica motivazione legittima, in arte, è il proprio piacere: dire le cose perché devono essere dette, o perché dicendole si riesce a stare un po’ meglio. L’immaginazione è il grande rifugio ed è questo il tema del romanzo fantastico ‘alla Vathek’ di cui sto scrivendo le prime pagine. Si chiama Azathoth e l’ho progettato molto tempo fa, ma ho cominciato a lavorarci (o meglio a giocarci) solo da qualche giorno. Probabilmente non lo finirò mai, anzi credo che non finirò nemmeno un capitolo, ma ora come ora mi diverte fingere che lo farò.”
Il suggestivo nome che dà il titolo al racconto verrà ripreso da Lovecraft per attribuirlo a una delle future divinità aliene di sua invenzione.

Copertina di un'edizione moderna di "Vathek" (illustrazione del pittore ottocentesco A. H. Tourrier)

Vathek, citato nella lettera, è un libro pubblicato nel 1787, scritto da William Beckford (1760-1844), narra le vicende del califfo Vathek che viene tentato, data la sua sete di conoscenza per le arti magiche, da un demone che lo accontenta solo se compie una serie di efferatezze. Una sorta mix gotico fra il mito di Faust e lo stile orientaleggiante delle Mille e una notte.

Nel mese di giugno Sonia Greene, che si trova a Magnolia (Massachusetts) per lavoro, si reca a Providence per una giornata in visita a Lovecraft. Qui conosce le due zie dell’amico, una delle quali (Lillian Delora Phillips Clark, la più anziana) vive con lo scrittore: si è trasferita nella sua dimora dopo la morte della sorella, ovvero la madre di Lovecraft.

Veduta aerea di  Magnolia (2016)

Un resoconto della giornata lo si può trovare in una lettera all’amico Maurice W. Moe, datata 21 giugno 1922: “… La scorsa domenica Madame Greene si è presentata a Providence all’una e quarantacinque. La mia zia più giovane e io eravamo alla stazione per accoglierla, ma lei non ci ha visti ed è partita in taxi per una caccia all’anatra fino a casa nostra e ritorno! Quando si è infine manifestata, mia zia l’ha portata a mangiare all’Hotel Crown (un posto pessimo come Kleiner’s!) e si è pure presa lo scrupolo di pagare il conto! Di lì in poi si sono susseguiti: una passeggiata a tre fino a casa, una sessione di cinque ore di discorsi a quattro nel corso della quale le tre signore si sono allontanate a tal punto dalla letteratura che il Nonno se ne è tirato fuori e si è fatto un sonnellino come da prerogativa dei gentiluomini, altro cibo (dio!) verso le nove e infine il ritorno a piedi alla stazione con il solo Nonno come guida. Gita che si è conclusa con un sarcofago d’acqua. Il tempo era incerto e Madame Green aveva preso in prestito un paracqua. A metà strada verso il centro città, gli irrigatori sopra le nostre teste si sono messi in moto e le vele issate. Io non avevo paracqua con me, dacché aborro tali aggeggi come il diavolo. Tutto sarebbe andato per il meglio se l’unica trappola di cui disponevamo fosse stata di solido legno, ma proprio ai piedi della collina, a circa cinquecento metri dalla stazione, il nimbo superno ha preso a scaricare il proprio carico a tutta forza e la maledetta cupola del nostro Pantheon portatile si è scomposta nelle sue molecole di base, come il veicolo non a quadrupedi del vecchio Doc Holmes; e i detriti paracqueschi sono finiti nel primo bidone capitato a tiro. Non ancora del tutto dissolti, i nostri navigatori hanno finalmente raggiunto il porto dieci o quindici minuti prima della partenza; e l’unico modo che ho trovato per convincere Madame Greene a non chiamare un taxi per riportare a casa i miei resti per l’identificazione è stato farle notare che neppure tutte le correnti di Padre Oceano avrebbero potuto inzupparmi più di quanto già non fossi! ...” (Lovecraft. L’età adulta è un inferno. Lettere di un orribile romantico, a cura di Marco Peano, L’orma editore, 2018).

David Van Bush  (1882-1959)


A metà giugno lo scrittore si reca al palazzo dei congressi di Boston per una conferenza di David V. Bush, per il quale svolge il lavoro di revisore di testi.
Un ritratto piuttosto impietoso di Bush si trova in una lettera del 14 giugno 1922, spedita da Lovecraft ad Anne Tillery Renshaw, della quale riporto l’incipit: “David V. Bush è un ometto basso e grassoccio di circa quarantacinque anni, con una faccia soave, la testa pelata e ottimo gusto nel vestire. Ha un carattere meraviglioso: è gentile, affabile, ottimista e sorridente. Probabilmente ci è costretto, se vuole che la gente lo lasci vivere dopo aver letto i suoi versi. La nota dominante, in lui, è questa cordiale bonomia che ritengo sincera. Per quel che riguarda le finanze, il suo slogan ‘successo nella vita’ non è uno scherzo: infatti tra la sua cialtronesca attività ‘psicologica’, il libretto di versi sciolti revisionati dal sottoscritto e la rivista che ha appena fondato, "Mind Power Plus", riesce a raggranellare denari a ritmo rincuorante. Se non fosse così non avrebbe una suite al Copley-Plaza...” (in Lettere dall’altrove, a cura di Giuseppe Lippi, Mondadori, 1993).
Il 25 giugno Lovecraft ricambia la visita di Sonia raggiungendola a Magnolia, un villaggio sulla costa vicino a Gloucester, dove resterà fino al 5 luglio.

Lovecraft a Magnolia  (25 giugno 1922)


ORRORE A MARTIN’S BEACH
(THE HORROR AT MARTIN’S BEACH, giugno)
in collaborazione con Sonia Greene (r. p.)

Non c’è mai stata una spiegazione neppure approssimativamente adeguata dell’orrore di Martin’s Beach. Nonostante il gran numero di testimoni, non ci sono due resoconti che concordino e le dichiarazioni raccolte dalle autorità locali offrono le più straordinarie discrepanze. Una certa confusione, tuttavia, è naturale se si tiene conto del carattere inaudito dell’orrore, dello spavento paralizzante di chi vi assisté e degli sforzi fatti dal prestigioso Hotel Wavecrest per mettere tutto a tacere, dopo la sensazione creata dall’articolo del professor Alton intitolato Solo gli esseri umani possono ipnotizzare?
Cercherò di dare una versione coerente dei fatti a dispetto di tante difficoltà, perché ho assistito all’orribile episodio e credo che debba essere divulgato nonostante le spaventose possibilità che suggerisce. Martin’s Beach è di nuovo frequentata come località balneare, ma io rabbrividisco al pensiero: anzi, non posso guardare l’oceano senza tremare.”
Circa tre mesi prima del tragico evento, il 17 maggio del 1922, l’equipaggio del peschereccio Alma di Gloucester, comandato dal capitano James P. Orne, dopo una lotta di quasi quattro ore riesce a uccidere uno strano animale marino di quindici metri. La forma è vagamente cilindrica ed è largo circa tre metri e mezzo, munito di branchie, come i pesci, ma con rudimentali zampe anteriori, piedi a sei dita al posto delle pinne pettorali e un unico occhio.

Storm ship by Daniel Graham

In seguito, quando la comunità scientifica si esprime sulla sua presumibile giovane età – forse non era nato da più di qualche giorno – l’interesse del pubblico comincia a salire. Così, lo scaltro capitano imbastisce una specie di museo marino galleggiante sul suo peschereccio, poi si attracca al molo dell’Hotel Wavecrest per esporre la strana creatura, guadagnando una bella somma di denaro dai biglietti venduti.
La mattina del 20 luglio, a causa di un forte temporale, l’imbarcazione si disancora e non viene più trovata. Gli sforzi fatti dal capitano per recuperare peschereccio e creatura sono infruttuosi e il 7 agosto, persa ogni speranza, l’uomo fa ritorno al Wavecrest per concludere i suoi affari e parlare con alcuni membri della comunità scientifica.
Il giorno dopo, al crepuscolo, alcuni bagnanti e turisti occupano ancora la spiaggia, mentre la luna spunta all’orizzonte. Qualcuno nota un’increspatura del mare sfilare lungo la striscia di luce lunare riflessa sull’acqua avvicinarsi decisa verso la riva, ma all’altezza degli scogli neri che sporgono al largo, scompare. Poco dopo, uno grido di morte giunge dal mare, che nel frattempo si è ricoperto di foschia. I due bagnini in servizio in quel momento accorrono immediatamente e lanciano un salvagente munito di corda verso il punto da cui gli sembra essere arrivato il grido.


Gloucester, scogliera, in una cartolina d'epoca (1912)

Dopo che il salvagente fu scomparso fra le onde gli spettatori cominciarono ad aspettare con curiosità l’apparizione dello sventurato che si era trovato in così grave pericolo, ansiosi di vederlo trarre in salvo dalla robusta fune. Fu presto chiaro che il salvataggio non sarebbe stato né rapido né facile, perché per quanto tirassero la corda i due muscolosi bagnini non riuscivano a smuovere l’oggetto all’altro capo: anzi scoprirono che esso li tirava con forza uguale, se non addirittura superiore, nella direzione opposta e in pochi secondi caddero in ginocchio e furono trascinati in acqua dallo strano essere che si era impossessato del salvagente.”
Prontamente, sei uomini robusti, tra cui anche il capitano Orne, afferrano la corda e cominciano a tirare. Dopo un periodo di stallo in cui la fune rimane tesa, Orne pensa che il salvagente possa essere stato afferrato da una balena. Propone dunque di guidare un gruppo per andare ad arpionare l’animale, ma quando alcuni uomini gli si avvicinano per sostituirlo, il capitano si accorge di non poter mollare la presa.
Dopo qualche urlo e gemito inutile, anche gli uomini alla fune cedettero all’influsso paralizzante e affrontarono con fatalismo, in silenzio, la forza sconosciuta. Li vedevo lottare alla luce pallida della luna, ciecamente, contro un destino mostruoso, ondeggiare avanti e indietro con monotonia mentre l’acqua li lambiva prima alle ginocchia e poi ai fianchi. La luna fu nascosta in parte da una nuvola e nella luce incerta la fila di uomini tesi mi ricordò un sinistro e gigantesco millepiedi che si dibattesse nella stretta di un’agonia tremenda, sconosciuta.”

La creatura di  Martin's beach vista da Cameron A. McCormick (2012)

Poi, la marea comincia a salire. Tutti i testimoni si allontanano dalla battigia e assistono impotenti alla morte di tutti gli uomini legati alla corda.
La fila di teste che sporgevano dalle onde s’intravvedeva appena, rischiarata di tanto in tanto dalla faccia pallida di una vittima che si voltava a guardare indietro.”
Poco dopo scoppia un improvviso temporale. Gli spettatori salgono sui gradini ricavati nella scogliera e si rifugiano sulla terrazza dell’hotel.
FINALE: “Ricordo che pensai a quelle teste e ai loro occhi stravolti, occhi che riflettevano probabilmente la paura, il panico e il delirio di un universo malevolo… il dolore, il peccato, la miseria, le speranze distrutte e i desideri irrealizzati, le angosce, i timori e il disgusto che nascono negli inferi sempre accesi dell’anima e la devastano. E spingendo lo sguardo oltre le teste la mia immaginazione evocò un altro occhio, luminoso ma animato da un proposito così rivoltante nei confronti della mia mente che la visione fu cancellata in fretta.”
La fila degli uomini incatenati alla fune continua a essere trascinata verso la scura acqua del mare, mentre il temporale aumenta di intensità.
Dal cielo si riversò un tale cataclisma di tuoni che persino lo schianto che ci aveva atterrito prima sembrò niente al confronto. Fra i lampi accecanti la voce del cielo risuonava di tutte le blasfemità dell’inferno e le sofferenze delle anime perdute echeggiarono in un culmine planetario, apocalittico, di gigantesco fragore. Fu la fine del temporale, perché con incredibile rapidità la pioggia cessò e la luna proiettò ancora una volta i suoi pallidi raggi sul mare quietato.
La fila di teste era scomparsa. Il mare era calmo e deserto, appena increspato dalle piccole onde di quello che sembrava un mulinello e che corrispondeva al punto da cui era arrivato il primo, strano urlo. Ma mentre guardavo l’infido riflesso d’argento, con la fantasia accesa e i nervi logorati dalla tensione, da profondità abissali arrivò alle mie orecchie l’eco attutita e sinistra di una risata.”


Numero di  Weird Tales dove fu pubblicato per la prima volta il racconto (Novembre  1923)

Racconto breve e suggestivo, con una buona dose di mistero. Si tratta di una storia ideata da Sonia che Lovecraft ha poi revisionato. Ne abbiamo una testimonianza diretta della donna in uno scritto di suo pugno: Mentre visitavamo Magnolia, quella bella, esclusiva località estiva del Massachusetts, andavamo spesso a Gloucester, che si trova a circa quattro miglia. Una sera, mentre camminavamo sul lungomare e la luna piena rifletteva la sua luce sull’acqua, udimmo degli strani rumori distanti, simili a grugniti. La luce scintillante formava un sentiero lunare sulla superficie dell’acqua che collegava fra di loro le cime arrotondate di ammassi indistinti semisommersi, a formare una specie di grande corda. Ciò dava modo all’immaginazione di sbizzarrirsi in una di quelle misteriose storie che tanto ci piacevano.
Oh, Howard”, esclamai, “hai di fronte a te lo scenario adatto per una storia delle tue.” Lui disse, “Scrivila tu.” “Oh, no, non potrei rendergli giustizia”, risposi. “Provaci. Dimmi cosa ti ha suggerito.” E così, mentre ci avvicinavamo all’acqua, cominciai a raccontargli la scena e l’origine dei rumori che mi erano venuti in mente. Il suo incoraggiamento fu così sincero che quando ci separammo mi sedetti e scrissi subito la storia a grandi linee, che successivamente lui ha rivisto e corretto. Il giorno dopo, il suo incitamento fu così genuino che dall’entusiasmo lo baciai. Rimase sorpreso e scioccato. Era talmente agitato che prima arrossì, poi divenne pallido. Quando mi divertii a prenderlo un po’ in giro, mi confessò che non era stato mai baciato da alcuna donna, tranne dalla madre e le sue zie, ma solo quando era un bambino molto piccolo.
Il racconto apparve sul numero di novembre del 1923 di Weird Tales col titolo The Invisible Monster.

Luoghi: hotel Wavecrest, a Gloucester; Boston, solo citata.
Personaggi: capitano James P. Orne; professor Alton.

Vignetta di  Jason Thompson (2012)

Agosto. Fa un viaggio a Cleveland, in Ohio, dove per la prima volta incontra di persona Alfred Galpin, uno tra i suoi più cari corrispondenti.
12 agosto. Comincia la corrispondenza con Clark Ashton Smith (1893-1961) di Auburn, California. Poeta, scultore e pittore praticamente autodidatta, è conosciuto soprattutto come scrittore di molti racconti dell’orrore, di fantascienza e fantasy, tanto da essere annoverato da alcuni critici, insieme a Lovecraft e a Robert E. Howard, fra i tre grandi di Weird Tales. Esordisce a 19 anni col suo primo volume di poesie, The Star-Treader and Other Poems (1912), un’opera accolta favorevolmente dalla critica, che riesce a pubblicare anche grazie all’interessamento del poeta George Sterling.
Lovecraft e Smith avranno un intenso rapporto epistolare, ma non si incontreranno mai.
Tra agosto e settembre HPL è di nuovo ospite di Sonia a New York.


Un giovane Clark Ashton Smith (1893-1961) in una foto del 1912


ALLE QUATTRO DEL MATTINO
(FOUR O’CLOCK)
in collaborazione con Sonia Greene (r. s.)

In piena notte, per l’esattezza alle due del mattino, un uomo si desta ossessionato dalla maledizione lanciatagli da un misterioso pazzo vendicativo il quale ha previsto che qualcosa gli sarebbe accaduto alle quattro di quel giorno. Il pazzo è ormai morto e sepolto, ma la sua casa si affaccia proprio sul cimitero in cui l’uomo è stato seppellito. Una raffica di vento apre la finestra che dà sul cimitero e l’uomo vede una massa indistinta e grigiastra prendere forma fra le tombe e avanzare verso la casa. La forma indistinta assume i contorni di un orologio sul quale è segnato il fatidico orario. Dal quadrante cominciano a prendere forma alcune creature spaventose che avanzano verso la finestra, fino ad assumere un’unica forma tentacolare. “Il mostro fiammeggiante avanza, si fa sempre più vicino, i suoi tentacoli ossuti mi sfiorano il viso: gli artigli si piegano avidi, cercano a tentoni la mia gola. Finalmente posso scorgere il suo volto attraverso le nebbie turbinanti e fosforescenti del cimitero, e in un delirio d’orrore mi accorgo che è una colossale, grottesca caricatura del suo volto: la faccia di colui dalla cui tomba inquieta è uscito.”
Per l’uomo non c’è scampo e la terribile profezia si compie.

Copertina dell'edizione dove apparve per la prima volta il racconto (1949)

Per completezza includo anche questo breve racconto nel mio elenco della produzione dell’autore di Providence, anche se è quasi certo che sia stato scritto interamente da Sonia. Poiché i due all’epoca si frequentavano spesso, non è improbabile che Lovecraft gli abbia dato un’occhiata e abbia corretto qualcosa.
Scrivono Gianni Pilo e Sebastiano Fusco nella loro edizione integrale di Lovecraft editata dalla Newton Compton: Four o’Clock è il secondo racconto scritto con Sonia H. Greene. Non ebbe la fortuna di The Invisible Monster, e a ragione, poiché è senza dubbio una storia minore: una vicenda tra il macabro e il soprannaturale eccessivamente insistita e ridondante. Rimase inedito sino al 1949, quando Derleth e Wandrei, curatori dell’eredità letteraria di H.P.L., l’inclusero nell’antologia Something about Cats. Probabilmente l’apporto di Lovecraft fu minore, nel senso che si limitò a riscrivere alcune frasi di un testo composto per intero dalla donna.” (Lovecraft. Tutti i romanzi e i racconti, 4ª edizione, Newton Compton Editori, 2011).


IL SEGUGIO
(THE HOUND, settembre)

Nelle mie orecchie torturate risuonano, come in un incubo, un fruscio e un battito d’ali, e in lontananza sento l’abbaiare di un segugio gigantesco. Non è un sogno e temo che non sia neppure la pazzia, perché troppe cose sono già avvenute per permettermi di sperarlo. St. John è ridotto a un cadavere maciullato: solo io so perché, ed è una consapevolezza che mi spinge ad accarezzare idee di suicidio poiché temo di finire allo stesso modo. Da oscuri e sconfinati corridoi popolati di chimere m’insegue, nera, la Nemesi dell’autodistruzione. Che il cielo possa perdonare la follia, la morbosità che ci spinse verso un destino così mostruoso!”

Manifesto del Kraine Theater di New York per "The Hound", parte di un ciclo di letture lovecraftiane sul palco all'interno di un festival dedicato a HPL

Due amici sempre in cerca di forti emozioni, ormai sazi delle gioie dell’amore, dell’avventura, dell’arte, annoiati da tutto dopo aver provato di tutto e spinti da un pauroso bisogno emotivo, trovano ciò che li soddisfa nel saccheggiare alcune sepolture.
Non posso rilevare i particolari delle nostre terrificanti spedizioni, o catalogare sia pur parzialmente i trofei che adornavano l’innominabile museo che avevamo allestito nella grande casa di pietra dove vivevamo da soli, senza servitori. Il museo era un luogo blasfemo, inimmaginabile, dove col gusto satanico di due virtuosi impazziti avevamo raccolto un mondo di terrore e corruzione che eccitasse la nostra sensibilità assopita.”
Vecchie lapidi, sarcofagi di antiche mummie, teschi di ogni varietà, crani conservati in vari stadi di dissoluzione, statue e quadri di soggetto necrofilo – in parte eseguiti dai due – e perfino alcuni cadaveri conservati con l’arte della tassidermia, mentre una serie di armadietti d’ebano custodiscono una grande varietà di gioielli trafugati dalle tombe.
Le nostre escursioni erano avvenimenti memorabili dal punto di vista estetico. Non eravamo volgari sciacalli e lavoravamo solo in particolari condizioni di umore, paesaggio e clima; anche le fasi lunari avevano la loro importanza. Quell’attività rappresentava per noi la forma più squisita di espressione estetica e curavamo i particolari con puntiglio tecnico ineccepibile. Un’ora inappropriata, un effetto di luce sbagliato, la manipolazione men che perfetta delle zolle di terra umida avrebbero distrutto immediatamente l’eccitazione che si accompagnava all’esumazione di un beffardo segreto della tomba. La nostra ricerca di nuovi luoghi e situazioni era febbrile, insaziabile: St. John era sempre il capo e fu lui che trovò il posto maledetto che avrebbe segnato la nostra rovina.”

L'empia collezione dei due protagonisti

Il luogo incriminato è un vecchio cimitero olandese e le leggende affermano che vi sia sepolto un uomo da cinquecento anni, anch’egli ai suoi tempi un profanatore di tombe, che custodisce nella bara un potente talismano sottratto a un sepolcro magico. Mentre i due sono intenti a scavare, li accompagna un abbaiare lugubre e profondo del quale non riescono a individuare la provenienza. “Il verso del cane ci fece rabbrividire perché ricordavamo i racconti dei contadini: l’uomo di cui cercavamo la tomba era stato trovato, secoli prima, nello stesso punto dove eravamo noi, maciullato dai denti e dagli artigli di una belva sconosciuta.”
Una volta dissotterrata la cassa di legno i due la scoperchiano, ben contenti di trovare quello che cercano.
I resti erano abbondanti, molto abbondanti per una reliquia di cinquecento anni prima. Lo scheletro, benché a tratti sfigurato dalla belva che l’aveva dilaniato, si teneva insieme con incredibile fermezza e ne apprezzammo il teschio bianco, i lunghi denti e le orbite che dovevano aver brillato di una gioia necrofila simile alla nostra. Nella bara c’era un amuleto esotico e dal disegno bizzarro che, a quanto pareva, si era consumato intorno al collo del cadavere.”
La figura rappresenta una sorta di cane alato stilizzato pronto a balzare, ricavato da un frammento di giada verde, mentre intorno alla base è presente un’iscrizione che nessuno dei due riesce a decifrare.

The Hound by Kyle Grech (2014)

L’amuleto era estraneo, certo, all’arte o alla letteratura familiari alle persone sane di mente, ma lo riconoscemmo per l’oggetto di cui parla il Necronomicon dell’arabo pazzo Abdul Alhazred; lo spaventoso simbolo spirituale dei divoratori di cadaveri, il cui culto è praticato in Asia centrale, sull’altopiano di Leng. Identificammo fin troppo facilmente l’effige di cui parla il demonologo arabo; effige, secondo quanto è scritto, che l’artista avrebbe copiato da oscure manifestazioni soprannaturali delle anime di coloro che violarono e divorarono i morti.”
I due si impossessano dell’amuleto e il giorno dopo salpano dall’Olanda, con l’impressione di udire l’abbaiare lontano di un gigantesco cane.
Tornati in Inghilterra, nella loro vecchia magione sulla brughiera, dopo una settimana cominciano ad accadere cose strane. Curiosi rumori vicino alle porte, insolite ombre che oscurano la pallida luce lunare alle finestre, fruscii e battiti d’ali. Una notte uno dei due uomini sente bussare alla porta della sua stanza. Immaginando che sia il suo amico, lo invita a entrare, ma come risposta arriva una risata isterica e quando la porta viene aperta il corridoio è deserto.
Quattro giorni dopo, mentre si trovano nel loro museo sotterraneo, sentono grattare alla porta della scala segreta che porta alla biblioteca. I due si precipitano all’uscio, ma quando lo spalancano sentono solo una strana combinazione di passi che corrono, una risata e un discorso pronunciato in lingua olandese.

Copertina di Menton J. Matthews III per un adattamento a fumetti della IDW Publishing

Da quel momento in poi i due amici vivono nel terrore. I fenomeni bizzarri si fanno sempre più frequenti mentre l’abbaiare del segugio demoniaco echeggia sempre più forte nella brughiera. Una sera St. John, tornando a piedi dalla distante stazione ferroviaria, viene assalito e dilaniato da una belva. Seppellito l’amico, il narratore fugge a Londra portando con sé l’amuleto, ma non prima di essersi sbarazzato, col fuoco e interrandola, la macabra collezione accumulata negli anni.
Purtroppo per l’uomo, la persecuzione da parte dell’essere misterioso continua anche nella capitale, così si decide a tornare in Olanda, sperando che la restituzione dell’amuleto possa salvarlo dallo stesso destino dell’amico.
Ma una volta giunto a Rotterdam, il talismano gli viene sottratto da alcuni ladruncoli che finiscono sbranati dalla belva. L’uomo si reca lo stesso al sepolcro, con l’intenzione di scoperchiare di nuovo la bara, sperando che le scuse che intende rivolgere all’essere sepolto lo salvino dalla furia del mostro.

Copertina del numero di Weird Tales dove venne pubblicato per la prima volta il racconto (1924)

FINALE: “All’interno della tomba secolare, abbracciata da un nugolo di pipistrelli enormi, giaceva la creatura che il mio amico e io avevamo derubata. Ma non era placida e bianca come la volta precedente: macchiata di sangue, coperta di brandelli di carne e di capelli che non le appartenevano, mi guardava compiaciuta dalle orbite vuote e fosforescenti, con i lunghi denti insanguinati che ridevano di me e della mia inevitabile rovina. Poi dalla bocca ghignante uscì l’ululato di un segugio gigantesco e vidi che in un artiglio insanguinato stringeva l’amuleto verde; allora gridai e fuggii come un idiota, con le urla che si trasformavano in acutissime risa isteriche.
La follia cavalca i venti della notte… artigli e denti affilati su migliaia di cadaveri, nell’arco di secoli… la morte che vomita sangue in mezzo a un festino di pipistrelli e sorge dalle nere rovine dei templi sepolti nel Belial… Ora che l’abbaiare di quella mostruosità defunta e senza carne si fa più forte e il fruscio delle ali si fa sempre più vicino, cercherò nella mia pistola l’oblio che è il solo rifugio da ciò che è innominato e innominabile.”

The Hound by David G. Forés (2016)

Probabilmente l’ispirazione per questo racconto si deve a una visita fatta dall’autore alla chiesa riformata di Flatbush, a Brooklyn, con annesso antico cimitero, fatta insieme all’amico Rheinhart Kleiner il giorno 16 settembre. St. John (nome di uno dei protagonisti) è anche uno dei soprannomi usati da HPL per indicare l’amico Kleiner, mentre l’edificio visitato fa parte della Chiesa riformata olandese.
Nonostante Lovecraft presenti questo racconto tra la cinquina che invierà a Weird Tales per la loro pubblicazione, non ha mai dimostrato di amarlo, definendolo impietosamente con termini quali “cane morto” e “rifiuto”.
Effettivamente, con la sola eccezione della figura dei due protagonisti, coppia di decadenti annoiati alla ricerca di emozioni forti, e il fatto che venga nominato per la prima volta il Necronomicon, la vicenda si trascina stancamente, riproponendo più o meno sempre la stessa situazione (i due minacciati dal mostro), senza riuscire a mantenere il mistero sulla strana creatura, la cui natura ci viene rivelata fin da subito.

Illustrazione di Brian Baugh (2014)

Lippi introduce così la storia, nell’edizione di tutti i racconti da lui curata: The Hound lega l’aspetto propriamente necrofilo dei racconti neri di Lovecraft ai temi di magia e demonologia “cosmica” che di lì a poco daranno vita al ciclo di Cthulhu. Viene nominato ancora una volta il Necronomicon, sia pure marginalmente, segno che Lovecraft comincia a pensare alla possibilità di uno sfondo comune a tutte le sue storie. Di tradizionale, per contro, c’è l’ambientazione europea. Non è impossibile che la solitaria casa sulla brughiera e l’idea della maledizione del segugio (in inglese hound) siano venute a Lovecraft dalla lettura del romanzo di Conan Doyle The Hound of the Baskervilles, tantopiù che HPL ammirava le avventure di Sherlock Holmes. Anche la coppia di amici che è al centro della storia potrebbe servire a portare avanti l’analogia, inducendoci a vedere in St. John una sorta di Holmes (o di Dupin, viste le inclinazioni notturne) e nel più cauto narratore un Watson dell’orrore. In realtà, gran parte della prima narrativa di Lovecraft sfrutta l’espediente della coppia di protagonisti che rappresentano uno sdoppiamento dello stesso personaggio: il sognatore nervoso, inquieto e addirittura pavido e il suo alter-ego impassibile, coraggioso e un po’ cinico. Se il primo dei due “animi” ha l’incombenza di raccontare la storia, è però il secondo che la vive fino in fondo, pagando spesso con la vita. Quest’animus avventuroso e indomabile è un superuomo scientifico il cui più convincente ritratto si ha forse in Herbert West: con gli anni la sua presenza tenderà ad attenuarsi nella narrativa di Lovecraft o a scomparire del tutto, lasciando il posto a figure memorabili e mature di ricercatori e studiosi dell’occulto.”

Tavola di Gou Tanabe per una riduzione a fumetti (2016)

Insieme al Necronomicon vengono citate altre due voci utilizzate dallo scrittore in racconti precedenti: l’estensore del libro, Abdul Alhazred e l’Altopiano di Leng. Quest’ultimo compare rapidamente nel racconto Celephaïs (1920), dove ci viene detto che Kuranes (il protagonista sognatore) fra le tante esperienze straordinarie nei mondi del sogno “una volta fuggì di stretta misura al gran sacerdote che non bisogna descrivere, colui che porta una maschera di seta gialla e vive da solo in un monastero di pietra preistorico sul gelido altopiano di Leng.”
Dunque Leng sembrerebbe un luogo capace di essere presente contemporaneamente sulla nostra Terra (in Asia) e in una dimensione parallela appartenente ai luoghi del sogno.

Luoghi. Inghilterra: una vecchia magione circondata dalla brughiera; Londra, Victoria Embankment. Olanda: Rotterdam.
Personaggi. St. John e l’io narrante, i perversi collezionisti.

The Hound by Joseph Diaz (2017)

Il Segugio nel manga di Gou Tanabe (2016)


LA PAURA IN AGGUATO
(THE LURKING FEAR, novembre)

I. L’ombra sul camino

La notte che andai sulla cima di Tempest Mountain e in una magione abbandonata scoprii la paura in agguato, l’aria era gravida di tuoni. Non ero solo, perché a quei tempi il mio amore per il grottesco e il terribile non si accompagnava necessariamente alla sconsideratezza, anche se aveva trasformato la mia vita in una lunga ricerca di orrori fantastici e reali. Avevo con me due uomini robusti e fedeli che già in passato mi avevano dato una mano, e che grazie al loro fisico eccellente costituivano un’ideale compagnia nelle missioni più pericolose.”
Il protagonista e i suoi due compagni decidono di recarsi in una località montana dove, appena un mese prima, sono avvenuti dei fatti terribili. La vegetazione è fitta e aggrovigliata in modo anomalo e molti alberi sono segnati dall’azione dei fulmini. Uno strano silenzio circonda la zona, abbandonata da ogni tipo di fauna locale.



Nel numero di dicembre 1922 di "Home Brew" viene annunciato, per il mese successivo, il nuovo racconto di HPL (con tanto di foto dell'autore)



Una copia di 'Home Brew' dove apparve la prima puntata dell'avventura (Gennaio 1923)

È una vetta solitaria in quella parte dei monti Catskill dove in passato ha cercato di far breccia la civiltà olandese, riuscendovi superficialmente e per poco tempo; come risultato qua e là rimane un’antica magione in rovina e nei villaggi che sorgono sulle pendici più isolate vive una popolazione di disgraziati al limite della degenerazione. Le persone normali si spingevano raramente da quelle parti prima che venisse organizzata la polizia di stato, ma anche adesso le pattuglie sono poche e sporadiche. La paura, invece, è una tradizione ben presente in tutti i villaggi del circondario, perché costituisce uno dei principali argomenti di conversazione fra i poveri ignoranti che a volte scendono dalla montagna per barattare un canestrino intrecciato a mano e soddisfare le primitive necessità cui non riescono a far fronte con la caccia e un po’ di agricoltura.”
È l’estate del 1921, ma è da circa un secolo che i villici si tengono alla larga dalla vecchia casa abbandonata della famiglia Martense, epicentro di un pericolo mortale e silenzioso che agisce prevalentemente d’estate. Alcune voci parlano di un demone che assale i viaggiatori dopo il tramonto, trascinandoli con sé o abbandonandoli dopo averli fatti a pezzi.


"Home Brew": illustrazione di Clark Ashton Smith (con evidenti simbolismi erotici) per "The Lurking Fear"


The Lurking Fear by Alexandre Deschaumes (2008)

La storia del luogo si prestava a simili leggende, anche se gli investigatori che avevano visitato l’edificio dopo le allarmanti storie dei montanari non avevano mai scoperto alcuna traccia di manifestazioni soprannaturali. Le nonne raccontavano strane cose sul demone dei Martense, cose che, a volte, riguardavano la famiglia stessa, la misteriosa ed ereditaria differenza negli occhi, la straordinaria longevità e il delitto che era all’origine della maledizione.”
Ebbene, il fatidico mese precedente sono stati trovati uccisi e trucidati cinquanta abitanti di un villaggio. Ne mancavano all’appello venticinque. Ma era stata riscontrata anche l’azione di un fulmine, caduto proprio sul villaggio, dunque poteva essere stata quella la causa di un tale numero di vittime, oltre al sospetto caduto sui venticinque scomparsi. Le indagini della polizia non portano a nulla e l’eco della stampa, dopo tre settimane di permanenza, si affievolisce. Poco tempo dopo giungono nella casa i tre amici, che decidono di accamparsi nella vecchia casa. La notte, alcune urla svegliano il protagonista.
Poi venne il fulmine che scosse l’intera montagna, illuminò i recessi della foresta e spaccò in due il maggiore degli alberi nodosi. Nel terribile chiarore della folgore il compagno addormentato si scosse bruscamente e un’ombra apparve sulla canna fumaria del camino, da cui non avevo distolto gli occhi un momento. Che io sia ancora vivo, e che non sia impazzito, è un miracolo che non riesco a spiegarmi, perché l’ombra non era quella di George Bennett o di qualsiasi essere umano, ma di un’anomalia uscita dai più profondi crateri dell’inferno, un abominio informe e senza nome che la mente non può accettare in toto e la penna non può descrivere. Ancora un secondo e rimasi solo nella casa maledetta, tremante e balbettante. George Bennett e William Tobey non avevano lasciato tracce, nemmeno di lotta. Nessuno ne ha sentito più parlare.”


Una casa sui Monti Catskill


II. Un viandante nella tempesta

Dopo la spaventosa esperienza, il protagonista trascorre alcuni giorni in una camera d’albergo di Lefferts Corners. “Tremavo e tentavo di arrivare a una conclusione su quell’ombra terribile, convinto di aver assistito a uno degli orrori supremi della terra. Apparteneva all’ignoto, era una di quelle minacce senza nome che a volte ci pare di sentir grattare ai confini dello spazio ma da cui, per fortuna, la nostra visuale limitata ci garantisce una misericordiosa immunità.”
L’uomo, nonostante ciò, decide di continuare le sue ricerche e durante i primi giorni di settembre trova un collaboratore in uno dei giornalisti rimasti sul posto, Arthur Munroe. Insieme rivolgono molte domande agli abitanti del posto e continuano a fare molte indagini fra i boschi intorno alla vecchia casa olandese dei Martense. Le ricerche proseguono fino alla metà di ottobre, ma purtroppo non danno alcun frutto. I due decidono allora di fare un altro, ennesimo tentativo: esplorare nuovamente e minuziosamente il villaggio luogo della strage. Passano al setaccio ogni angolo, ogni capanna, fino a quando, a pomeriggio inoltrato, alcuni tuoni annunciano un temporale. I due trovano riparo dall’acquazzone che si scatena poco dopo in una baracca.


Un'edizione della Necronomicon Press (1977)

Quell’attesa nel temporale mi ricordava l’orribile notte su Tempest Mountain. Mi feci di nuovo la domanda che mi assillava da quando era avvenuto l’orrore e mi chiesi perché il mostro, avvicinandosi al nostro gruppo dalla finestra o dall’interno della casa, avesse afferrato i due uomini ai lati e lasciato me per ultimo; comunque era stata quella la mia fortuna, perché un tuono più forte degli altri l’aveva spaventato e indotto ad allontanarsi. Ma per quale ragione non aveva afferrato le vittime nell’ordine naturale, con me per secondo? Da qualunque parte si fosse avvicinato, sarebbe stata la cosa più logica. Con che razza di tentacoli predava? O aveva capito che io ero il capo e mi aveva risparmiato per un destino peggiore di quello dei miei compagni?”
Mentre l’uomo si arrovella con queste domande, un fulmine si schianta vicino alla catapecchia. Il giornalista apre le imposte e si affaccia per valutare i danni provocati dal fulmine.


Il numero di Home Brew dove apparve la seconda puntata dell'avventura (Febbraio 1923)

Non appena ebbe scostate le imposte, pioggia e vento irruppero nella capanna urlando; non riuscii a capire quello che diceva, ma aspettai che desse un’occhiata all’esterno e cercai di valutare da solo l’esito di quel pandemonio. Poco a poco il vento si calmò e l’oscurità si disperse, annunciando la fine del temporale. Mi ero augurato che durasse fino a sera per aiutarci nelle ricerche, ma un raggio di sole entrò da una fessura e mi fece abbandonare quella speranza. Dissi a Munroe che sarebbe stato meglio avere un po’ di luce, anche a costo di fare entrare la pioggia, quindi aprii la porta. La terra, fuori, era un impasto di fango e pozzanghere e in buona parte era franata dopo il fulmine, ma non vedevo niente che giustificasse l’interesse del mio compagno, che continuava a sporgersi in silenzio dalla finestra. Andai verso di lui e gli toccai la spalla, ma non si mosse; poi, mentre scherzosamente lo scuotevo, mi sentii afferrare da una paura paralizzante le cui radici affondavano nella notte del passato ancestrale, o meglio nell’abisso senza fine al di là del tempo. Perché Arthur Munroe era morto. E su quello che restava della testa masticata non c’era più faccia.”

Edizione Ballantine per 'La Paura in Agguato' (e altre storie)

III. Il significato del bagliore rosso

L’8 novembre 1921, una sera di tregenda, arrivai da solo alla tomba di Jan Martense e, munito di una lampada che proiettava ombre sepolcrali, cominciai a scavare come un forsennato. Avevo organizzato il lavoro fin dal pomeriggio perché si annunciava tempesta, e adesso che era buio e la violenza degli elementi si abbatteva sulla vegetazione intricata del bosco, ero finalmente soddisfatto.”
L’io narrante è convinto che l’orrore possa essere stato provocato dal fantasma di Jan Martense, deceduto nel lontano 1762, in grado di materializzarsi con i fulmini.
In passato la famiglia Martense si era ritirata sulla cima isolata perché non gli andava a genio che gli Inglesi cominciassero a dominare sui territori americani, nonostante la fastidiosa presenza costante dei tuoni e dei fulmini. A questo fenomeno naturale un membro della famiglia, tale Mynheer Martense, era particolarmente sensibile, gli provocava un effetto dannoso sul sistema nervoso. Per questo motivo si era fatto costruire una cantina dove rifugiarsi quando si scatenavano i forti temporali. I decenni successivi vedono la famiglia Martense sempre più segregata dal resto del mondo, con la sola eccezione di Jan Martense, stanco dell’isolamento della sua famiglia. Costui si era unito all’esercito coloniale e anche per questo fu ripudiato dai suoi famigliari, che lo percepivano come uno straniero, nonostante avesse il segno che contraddistingueva ogni membro della famiglia: gli occhi di diverso colore, uno azzurro e l’altro castano. Sempre più inviso ai suoi famigliari, venne ucciso da questi ultimi. Il fatto suscitò scalpore e emarginò ancor di più i Martense: nessuno volle più aver a che fare con loro. Alla metà dell’800 nessun segno di vita proveniva più dalla casa, all’interno non fu trovato nessun resto umano, così si pensò che gli ultimi discendenti fossero partiti abbandonando la casa di nascosto.


Un adattamento a fumetti della storia (1991)

Mentre l’uomo scava, precipita in un cunicolo orizzontale. Nonostante sia molto stretto decide di percorrerlo. Mentre trascina il suo corpo nel budello, intravede nel buio davanti a lui due occhi nelle tenebre e un lungo artiglio. Appartengono a una creatura che ha poco di umano. Ma il tuono lo salva, perché poco dopo si scatena un temporale e la misteriosa creatura fugge spaventata. Quando l’uomo riemerge vede in lontananza un bagliore rossastro. Qualche giorno dopo, parlando con gli abitanti di un villaggio distante una trentina di chilometri, viene a sapere che il bagliore visto quella notte è stato causato da un incendio, appiccato dai villici per uccidere un essere mostruoso penetrato in una capanna attraverso il tetto sconquassato.



IV. L’orrore negli occhi

Quando il protagonista si rende conto che una creatura come quella che lui ha incontrato nel budello sotterraneo ha agito contemporaneamente a una distanza considerevole, cade in preda alla paura.
Ma la paura era così intimamente mescolata al fascino dell’ignoto e del grottesco da essere una sensazione quasi piacevole. A volte, quando si è nelle spire dell’incubo e poteri invisibili ci trasportano in volo sui tetti di misteriose città morte, verso l’abisso beffardo di Nis, è un sollievo e anche una gioia urlare come pazzi e gettarsi volontariamente, seguendo la corrente del sogno di sventura, nel baratro senza fondo che ci si spalanca davanti.”


La Home Brew dove apparve la terza puntata dell'avventura (Marzo 1923)
The Lurking Fear by Peter Szmer (2009)

Tornato alla tomba di Jan Martense la trova chiusa, sommersa dal fango causato dalla pioggia. Continuando a indagare, l’uomo ha un’intuizione folgorante: il terreno attorno alla vecchia casa è disseminato da gobbe e montagnole che si irradiano allargandosi a tutto il territorio. Dapprima convinto che si tratti di capricci geologici lontani nel tempo, ora immagina che possa essere un lavoro frutto dell’attività umana. In preda all’eccitazione, comincia a scavare freneticamente in una montagnola vicino a lui, scoprendo una galleria simile a quella che ha percorso la scorsa notte.



Copertina per un adattamento a fumetti (2016)


The Lurking Fear by Sergio Lantadilla (2017)

Ricordo di essermi messo a correre, col badile in mano: una corsa a perdifiato tra i campi disseminati di montagnole e nelle macchie di foresta infide che coprivano il fianco della montagna stregata. Urlando e ansimando puntai verso la terribile casa dei Martense, dove mi misi a scavare in ogni parte della cantina affollata di detriti; a scavare, per trovare il centro di quel malefico universo di gobbe nella terra. Ricordo di essere scoppiato a ridere quando individuai la via d’accesso, un buco alla base della vecchia canna fumaria dove le erbacce proiettavano ombre gigantesche alla luce dell’unica candela che avevo portato con me. Che cosa si nascondesse ancora nell’alveare d’inferno, in attesa che il tuono e il fulmine lo ridestassero da quiete, non lo sapevo. Due mostruosità erano rimaste uccise e forse non ce n’erano altre, ma nel profondo del mio essere bruciava la decisione di raggiungere il cuore segreto della paura, che ancora una volta dovevo ritenere materiale, organica e ben definita.”


Copertina della "Home Brew" dove apparve la quarta puntata dell'avventura (Aprile 1923)



Prima pagina della quarta parte (Aprile 1923)

FINALE: Un’improvvisa folata di vento giunta dall’esterno spegne la candela, segnale di un nuovo temporale in arrivo. Nel buio più assoluto l’uomo striscia fino a un cespuglio, senza staccare gli occhi dalla base della canna fumaria. Un tramestio diabolico seguito da un ansimare di belve anticipa la marea di esseri abominevoli che dilaga dall’apertura. “Fremente, ribollente come il fango in cui si muovono i rettili uscì dalla fossa e si diffuse nella cantina come un contagio, per imboccare qualunque via portasse all’esterno. La fiumana si disperse nella notte e puntò verso la foresta maledetta dove avrebbe seminato paura, terrore e morte.”
Quello che l’uomo vede è una torma di nani deformi, simili a scimmie, capaci di divorare un compagno più debole, e quando l’ultima creatura gli passa davanti, l’uomo ha la prontezza di estrarre la pistola e sparargli, coperto dal rumore di un tuono. Tornato rapidamente al villaggio più vicino, il protagonista si ripresenta una settimana dopo con una squadra di uomini venuti da Albany, pronti a far saltare con la dinamite casa Martense, schiacciare tutte le gobbe visibili e riempire le tane sotterranee.


Tavola dell'adattamento a fumetti di Jones e Cariello (2016)

Dopo che ebbero fatto questo potei dormire un poco, ma finché ricorderò il segreto della paura in agguato il vero riposo non verrà più. Il terrore continuerà a perseguitarmi, perché chi può dire che lo sterminio sia completo e che fenomeni analoghi non esistano in altre parti del mondo? Chi, sapendo quello che so io, può pensare alle viscere della terra senza rabbrividire al pensiero di future calamità? Non posso vedere un pozzo o un’entrata della metropolitana senza rabbrividire… Perché i medici non mi danno qualcosa che mi faccia dormire, che mi calmi veramente quando fuori tuona?
Quello che vidi alla luce della torcia, dopo aver sparato all’animale che sgattaiolava davanti a me, è così semplice che passò quasi un minuto prima che capissi e sprofondassi nel delirio. La creatura era nauseante, un gorilla sporco e biancastro con lunghe zanne gialle e la pelle macchiata. Era l’ultimo prodotto della degenerazione nei mammiferi, lo spaventoso risultato della segregazione, degli accoppiamenti fra consanguinei e di una dieta da cannibali sopra e sottoterra. Era l’incarnazione del caos e del terrore che si nascondono sotto il velo della vita. Prima di morire la creatura mi aveva guardato e negli occhi avevo riconosciuto la stessa caratteristica degli altri occhi, quelli che mi avevano fissato nel budello risvegliando in me vaghi e paurosi ricordi. Un occhio era azzurro, l’altro castano: erano gli occhi diversi dei Martense, quelli di cui parlavano le leggende. E in un attimo di orrore supremo avevo capito che cos’era stato della famiglia scomparsa, il terribile casato perseguitato dai tuoni.”


The Lurking Fear by GregOn (2013)

Seconda storia elaborata su commissione per George J. Houtain, editore e direttore di "Home Brew", per il quale Lovecraft ha già scritto il serial Herbert West, rianimatore. Anche di questo lavoro l’autore non è soddisfatto, come si capisce da una lettera del 2 dicembre 1922 inviata al suo nuovo corrispondente Clark Ashton Smith: “Vorrei poterle offrire un racconto migliore, questo è orribilmente legnoso e meccanico perché Houtain pretendeva che ogni puntata non superasse le sette-otto cartelle e culminasse in un massimo di paura e suspense. Condizioni di lavoro impossibili: si voleva qualcosa che avesse la lunghezza di un racconto, ma svolto con strategia e tecnica da romanzo.”
Stavolta il giudizio dell’autore non mi pare ingeneroso, il racconto si trascina stancamente, abbondano le ripetizioni e si dimostra apprezzabile unicamente in alcuni passaggi. D’altronde lo stesso Lovecraft ammette i difetti legati a operazioni del genere, in una lettera già citata per l’Herbert West: “Le serie sono sempre antiartistiche poiché si basano su tediose ripetizioni e sul debole stiracchiamento di un’idea.”


Numero di Weird Tales dove fu ristampato il racconto (Giugno 1928)

L’idea in questione, riassumendo, è la seguente: un’antica famiglia olandese, allontanatasi dal mondo perché non vuole accettare le regole degli Inglesi, nuovi padroni del territorio americano, si isola sempre più col trascorrere del tempo, limitando i contatti con l’esterno, fino a quando scompare del tutto dalle cronache. In realtà si è rifugiata sottoterra e col passare del tempo si è mutata in una progenie oscena, degradata e cannibale, frutto delle numerose unioni tra consanguinei, portando i loro isolati discendenti alla degenerazione fisica e cerebrale, a una sorta di regressione evolutiva.
Se però in Herbert West, rianimatore sono presenti alcuni elementi di novità, qui abbiamo un’idea che pesca da materiale già sfruttato dallo scrittore, ossia da La bestia nella caverna (1904), racconto giovanile che affronta il tema della degenerazione fisica dovuta all’isolamento, e ne Gli avvenimenti riguardanti il defunto Arthur Jermyn e la sua famiglia (1920), dove la corruzione fisica e cerebrale colpisce un’intera famiglia e i suoi discendenti.
Pubblicata a puntate tra il gennaio e l’aprile del 1923, la storia ha il merito di essere stata notata (e con lei anche il suo autore) da Edwin Baird, futuro direttore di "Weird Tales", memorabile rivista che esordirà nel marzo del 1923.
Tornano i monti Catskill come luogo di ambientazione - Lovecraft li aveva usati per Oltre il muro del sonno (1919) - mentre cita sé stesso nominando la valle di Nis (A volte, quando si è nelle spire dell’incubo e poteri invisibili ci trasportano in volo sui tetti di misteriose città morte, verso l’abisso beffardo di Nis…), luogo immaginario usato in un suo prose poem del 1919, Memoria.


The Lurking Fear in una illustrazione di GrafGunther (2013)


Luoghi. La magione abbandonata dei Martense, fondata nel 1670 sulla cima di Tempest Mountain, nella catena dei monti Catskill; Lefferts Corners, il villaggio più vicino alla montagna, diventato quartier generale delle ricerche dopo la strage; Cone Mountain e Maple Hill, le due cime fra le quali si snoda una piccola valle dove si erge il villaggio nel quale si è consumata la strage; Albany, solo citata.

Personaggi. George Bennett e William Tobey, i due compagni d’avventura del protagonista; Arthur Munroe, giornalista, nuovo compagno d’indagine dopo la scomparsa dei primi due; Jan Martense, ucciso dalla sua famiglia nel 1762; Gerrit Martense, ricco mercante di Nuova Amsterdam, fondatore della casa di famiglia; Mynheere Martense, un discendente della famiglia; Jonathan Gifford, un amico di Jan Martense.


Altra edizione della Ballantine (1971)

Nel mese di novembre, a New York, nella casa di George J. Houtain, Lovecraft viene nominato presidente dell’associazione di giornalisti dilettanti di cui fa parte (la National Amateur Press Association - NAPA) dopo le dimissioni di William Dowdell. Resterà in carica fino a luglio del 1923.


George J. Houtain (1884-1945)


Edward H. Cole (1892-1966)


Edith Dowe Miniter (1867-1934)


A dicembre si reca a Boston, dove si incontra con Edward Cole e Edith Miniter, due colleghi del giornalismo dilettante. Cole, conosciuto nel 1914, è uno dei corrispondenti di Lovecraft della prima ora ed è l’editore di una rivista letteraria, "The Olympian". La Miniter, che è anche una giornalista professionista, ha pubblicato un romanzo nel 1916 e una serie di racconti.
Dopo essersi accompagnato ai due, Lovecraft visita prima la città di Salem e poi Marblehead, che vede per la prima volta ammantata di neve.

Veduta aerea di Marblehead sotto la neve

Un resoconto di questo viaggio lo si trova in una lettera indirizzata a Rheinhart Kleiner, datata 11 gennaio 1923, dove descrive le bellezze architettoniche e la storia coloniale della seconda, oltre alle proprie personali sensazioni, come si può capire da questo estratto. “Sono arrivato a Marblehead al crepuscolo e ho contemplato a lungo la sua antica magia. Ho camminato nelle strade tortuose, a precipizio, in alcune delle quali un cavallo può a stento salire e in cui due carri non passano contemporaneamente. Ho parlato con i vecchi e ho goduto gli antichi panorami, quindi mi sono inerpicato ansando sui colli ammantati di neve, verso l’altura battuta dal vento ove raffiche gelide soffiavano sui tetti desolati e uccelli malefici volteggiavano su un lago deserto, vitreo, ghiacciato. E su tutto torreggiava la vetta: Old Burying Hill, dove le lapidi annerite uscivano dalla neve fresca come le unghie spezzate di un cadavere immenso. […] Il mio ritorno a Providence è avvenuto senza incidenti più notevoli di un ritardo di tre ore causato da un deragliamento a Readville, ma ormai non avevo nulla a che spartire con i pensieri di questa regione decadente: avevo visto Marblehead e avevo camminato, sveglio, nelle strade del XVIII secolo. Chi ha fatto questo non può più essere moderno.”


Biglietto di Lovecraft dedicato a Sonia. Probabilmente accompagnava un regalo di Natale

(fine 5a parte)

Sergio Climinti

Note. 

Per stilare la seguente biobibliografia ho fatto riferimento ai quattro volumi editati dalla Mondadori tra la fine degli anni ’80 e gli inizi dei ’90, "Tutti i racconti" (più volte ristampati) e il volume "Lettere dall’altrove" (1993) una selezione di lettere estratte dal vasto epistolario dell’autore, tutti curati da Giuseppe Lippi. Più il poderoso mammut dedicato a Lovecraft dalla Newton Compton, "Lovecraft Tutti i romanzi e i racconti" (2011, quarta edizione) a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco. Oltre naturalmente a una serie di siti sul web, su tutti "The H. P. Lovecraft Archive", consultato per una più precisa cronologia delle sue opere.
- La sottolineatura che appare nei titoli dei racconti originali (tra parentesi), sta ad indicare il filo comune che li lega al famoso “Ciclo di Arkham”, o “Miti di Cthulhu”.
- I titoli dei racconti non in grassetto sono quelli giovanili, quelli scritti in collaborazione e quelli che destinava ai suoi corrispondenti, che non era interessato a pubblicare.
- La data che compare, a volte, dopo il titolo in lingua originale (che si trova tra parentesi) si riferisce a quella di stesura.
- I racconti scritti in collaborazione sono divisi fra “revisioni primarie” (r. p.) per quei lavori scritti per la maggior parte dall’autore, e “revisioni secondarie” (r. s.) fatte di interventi tesi per lo più a migliorarli. Tali sigle sono riportate tra parentesi, dopo il nome dell’autore che ha lavorato con Lovecraft.
- Il corsivo usato all’interno dei racconti ne individua il testo originale, nella traduzione (la maggior parte dei quali di Giuseppe Lippi) offerta dai quattro volumi della Mondadori sopra indicati.
- Al termine alcuni racconti la parola FINALE avverte il lettore che nelle prossime righe viene svelato il finale della storia. 

N.B. Trovate i link a tutte le puntate della Vita di HPL su Cronologie & Index e nella Biblioteca di Altrove!