martedì 7 ottobre 2014

THE DARK SIDE OF TEX! "G": DA "GHUNDAR" A "GUERRIERI LUPO"!

di Massimo Capalbo

Arriviamo così alla lettera G (con tre voci da far accapponare la pelle, una delle quali tutta illustrata in Technicolor, riferendosi a Tex n. 600) dell'enciclopedia dell'horror texiano che sta compilando per Dime Web il nostro instacabile Massimo "Max" Capalbo. E, come abbiamo fatto per l'introduzione alla lettera H degli Zagor Monsters, diamo uno sguardo sul Web in cerca di voci che parlano di The Dark Side of Tex - in ordine sparso! Partiamo dunque dal blog Il Gatto con la Scure, continuiamo con Zagor e altro (a cura di Baltorr) e proseguiamo con Il diario di un pessimo autore. Come al solito siamo anche su Liquida (et similia) e ricordiamo infine il bell'intervento sul prestigioso sito portoghese Tex Willer Blog (che riprende, in traduzione, anche alcuni nostri Diamo i Numeri). Una lista sicuramente parziale: vi preghiamo dunque di segnalarci altri link!
Ribadiamo, infine, che tutte le illustrazioni delle schede sono selezionate da Max stesso, mentre quelle introduttive sono state "pescate in Rete" dalla redazione (e stavolta abbiamo voluto omaggiare i tre pards), citando le fonti: vi invitiamo però a indicarci eventuali errori e omissioni. (s.c. & f.m.) 

Tiger Jack di Dante Spada (dal Tex Willer Forum)


LEGENDA 
  • I nomi in stampatello e grassetto rimandano a una voce dell’opera. Fanno eccezione i nomi del protagonista della serie, TEX, e quelli dei suoi pards – KIT CARSON, TIGER JACK, KIT WILLER - che sono sempre scritti in questo modo, tranne quando sono inseriti nei crediti di una storia o fanno parte del titolo di un libro (ad esempio: Atlante di Tex). 
  • Con l’unica eccezione di TÉNÈBRES, RAPHAEL, i personaggi dalla doppia identità sono stati indicati con la loro identità fittizia piuttosto che con il nome vero (ad es.:TAGLIATORE DI TESTE invece che BARRERA, JUAN; SVENTRATORE invece che BARLOW, SALLY).
  • Alcuni personaggi sono stati indicati con il soprannome piuttosto che con il nome vero (ad es.: COLORADO BELLE invece che MORROW, ALICE; EL MORISCO invece che JAMAL, AHMED). Riguardo al citato EL MORISCO, la voce a lui dedicata è stata inserita sotto l’iniziale del soprannome vero e proprio – quindi la M -, invece che sotto la E, cioè l’iniziale dell’articolo. 
  • Per quanto riguarda la serie regolare, il titolo attribuito a ciascuna storia è tratto da uno degli albi che la compongono ed è quello, a nostro avviso, più rappresentativo, quello che meglio sintetizza la trama o che, rispetto ai titoli degli altri albi, richiama la storia alla memoria dei lettori in modo più efficace (anche se, in alcuni casi, il nostrotitolo non coincide con quello usato abitualmente dai lettori). Ad esempio, la storia dei nn. 265-268 viene indicata con il titolo del n. 267, Tex contro Yama, perché esso è, per l’appunto, più rappresentativo rispetto a L’ombra di Mefisto (n. 265), La strega (n. 266) e I Figli del Sole (n. 268) 
Carson con Tex (disegno di  Beniamino Del Vecchio)




Nota sui collegamenti ipertestuali

The Dark Side of Tex è un "lavoro in corso" che si svilupperà nei prossimi mesi, abbracciando numerosi post - uno per ogni lettera dell'alfabeto - fino ad arrivare alla conclusione.
I collegamenti ipertestuali fra le varie voci non saranno dunque possibili tutti e subito... e vi spieghiamo subito perché!
Collegheremo con link diretti ogni riferimento ad altre voci dell'opera partendo necessariamente dalle voci già apparse.
Ci preme dunque ribadire e sottolineare che, non essendo possibile creare link a post futuri, ricostruiremo tutti i link a ritroso solo quando sarà possibile. I link saranno però sempre e soltanto fra URL diverse e non all'interno di uno stesso post. Vorrete perdonarci (e segnalarci!) eventuali errori e omissioni! I link - essendo come abbiamo detto sopra fra URL diverse - porteranno sempre e comunque all'inizio di un altro post e non esattamente alla voce di riferimento.

Per facilitare fin dall'inizio l'uso dell'opera, abbiamo creato una pagina apposita di collegamenti alle varie voci, alla quale potete accedere dovunque siate, andando sotto al logo Dime Web: anche in questo caso il link vi porterà al post giusto, scorrendo il quale troverete in un attimo la voce cercata!


 
Kit Willer di Dante Spada (dal Tex Willer Forum)


G
GHUNDAR 
GRANCHI GIGANTI
GUERRIERI LUPO


GHUNDAR 

Compaiono in Un mondo perduto (G. L. Bonelli [sog.&scen.] - E. Nicolò/V. Monti [dis.], nn. 282-283) e sono un misterioso popolo che vive sul monte Rainier (Stato di Washington). Da qui i Ghundar – che, a causa di una mutazione, hanno la pelle squamosa e unghie che sembrano piccoli artigli - compiono razzie ai danni degli indiani Klamath, rapendo le loro donne. Per chiarire il mistero dei rapimenti, il trapper canadese Gros-Jean chiama in aiuto i quattro pards, che lo raggiungono nella cittadina di Yakima. Nel saloon Old Fox, Gros-Jean mostra a TEX e agli altri la fibbia perduta da uno degli enigmatici rapitori, sulla quale è inciso uno strano disegno.


Tex n. 282, aprile 1984. Disegno di Galep

 
I Ghundar attaccano gli avventurieri di Yakima - TEX 282, p. 65


L’oggetto è in oro massiccio e il simpatico trapper non nasconde ai suoi amici di essere interessato, oltre che a liberare le squaw rapite, a scoprire il giacimento da dove tale oro proviene. I Nostri organizzano subito una spedizione, alla quale prendono parte anche il capitano Olden (comandante della nave, la Silver Star, che ha condotto i pards da Kennewick a Yakima) e il professor Hans Steiner, che spera di ritrovare suo padre Friedrich, scomparso anni prima sul Rainier. A loro insaputa, i pards e i loro amici – a cui si aggiungono due guide Klamath - sono seguiti da quattro avventurieri di Yakima, desiderosi di mettere le mani sull’oro della montagna. Costoro però, accampatisi durante una forte nevicata notturna, vengono assaliti e massacrati dai Ghundar, i quali hanno il volto interamente coperto da un cappuccio, indossano guanti e lunghi mantelli e usano lance sulla cui punta – come notano i pards quando trovano i cadaveri degli sfortunati avventurieri - è inciso lo stesso disegno delle loro fibbie. La notte successiva, i Ghundar attaccano anche i Nostri (che hanno già perso il capitano Olden e una delle guide), i quali si stanno ormai avvicinando al loro rifugio, ma dei quattro assalitori solo uno riesce a scampare ai proiettili di TEX e CARSON. Spuntata l’alba, i pards e gli altri si addentrano nel covo dei Ghundar, imboccando una stretta galleria – che si apre nella parte più alta del Rainier - sulle cui pareti sono incise bizzarre figure. Dopo aver attraversato un’altra galleria e un ponte roccioso (sotto il quale scorre un fiume in cui i Ghundar gettano i propri morti), i Nostri sbucano in una caverna di ghiaccio, al cui centro sorge, incastrata nella roccia, un vascello cosmico (ma solo Steiner, grazie alle sue conoscenze, ha intuito che si tratta appunto di un’astronave), all’interno del quale si trova una sala piena di strani macchinari, ancora in funzione.

I pards e i loro compagni osservano da vicino un Ghundar - TEX 282, p. 88

Tex e gli altri entrano nell’astronave - TEX 282, p. 103



Usciti dall’astronave, TEX e gli altri s’infilano in un’altra galleria e giungono in una vasta sala naturale dove è stato riprodotto, in piccolo, un villaggio Klamath: è qui che vivono le squaw rapite. I Nostri vengono però catturati dai Ghundar, che agiscono agli ordini di un misterioso incappucciato, il quale altri non è che Friedrich Steiner (vedi SIGNORE DEI GHIACCI). Costui svela ai suoi prigionieri, rinchiusi nella Sala del Grande Cristallo, il mistero del vascello cosmico – una delle tante astronavi con cui, anticamente, una razza extraterrestre era discesa sulla Terra, insediandosi sui monti più alti del pianeta con l’intento di colonizzarlo. Ma, purtroppo, - racconta l’incappucciato – qualcosa non funzionò… alcuni dei vascelli cosmici si schiantarono… …e l’atmosfera terrestre si rivelò letale per i pochi colonizzatori superstiti, che morirono uno dopo l’altro… . Steiner senior racconta, inoltre, come sia riuscito a diventare il capo dei Ghundar, i quali avevano massacrato i suoi compagni di spedizione e avrebbero fatto lo stesso con lui se, vedendolo uscire dall’astronave, non lo avessero creduto un dio. Di quei miseri esseri feci il primo drappello della mia armata: li istruii, li rivestii utilizzando le stoffe contenute nella stiva del vascello… stoffe sottilissime, ma che proteggono dal freddo molto più delle pellicce… …organizzai le razzie ai villaggi Klamath, studiando poi gli incroci tra i Ghundar e le donne indiane … . Rifiutata la proposta dell’incappucciato di diventare i suoi più fedeli servitori, i Nostri - grazie all’aiuto di una delle squaw prigioniere, la coraggiosa Dorkan – riescono a fuggire e, dopo aver sconfitto un gruppo di Ghundar ed essersi impossessati delle loro lance, penetrano nel laboratorio del SIGNORE DEI GHIACCI.

I Ghundar catturano i Nostri - TEX 282, p. 110

Tex e i suoi compagni si fanno largo tra i Ghundar - TEX 283, p. 20


A difendere il loro capo, arriva un altro gruppo di Ghundar; Gros Jean scaglia contro di essi la sua lancia, che però colpisce i sofisticati macchinari del laboratorio, facendone scaturire una grande fiammata. A questa ne seguono subito altre, una delle uccide Steiner senior e una parte dei suddetti Ghundar. Gli altri muoiono invece sotto le zanne dei feroci lupi – i Guardiani del Tempio - liberatisi in seguito alla distruzione del laboratorio, alcuni dei quali sono poi uccisi dai Nostri. Mentre alle loro spalle si scatena un autentico inferno, TEX e gli altri, guidati da Dorkan, s’infilano in una galleria che sbuca in una grande caverna dove si trova uno stretto ponte di ghiaccio. I pards e i loro compagni lo attraversano; la squaw invece esita, perché ha paura che il ponte, che già sta tremando, crolli del tutto. Dorkan si decide solo quando dalla galleria spuntano i Ghundar superstiti, ma, sotto il peso della squaw e dei suoi inseguitori, il fragile ponte inizia a vibrare ancora di più, fino a spezzarsi, facendo precipitare nel crepaccio sottostante sia la sfortunata Dorkan che gli incappucciati. Superate altre peripezie, i Nostri riescono alla fine a uscire sani e salvi dal Rainier. 

La terribile fine dei Ghundar - TEX 283, p. 29

Il monte Rainier (Stato di Washington)

 
Curiosità: Nell’Atlante di Tex (Il Minotauro, 2001), Aurelio Sangiorgio scrive, alla voce Ghundar, che questi sono una popolazione extraterrestre precipitata sul monte Rainier con la sua astronave. In realtà, i Ghundar non sono affatto extraterrestri, ma, per l’appunto, indiani mutanti. A renderli tali, sono state, quasi certamente, le radiazioni emesse dal vascello cosmico schiantatosi sul Rainier. Gli unici, veri alieni della storia – il cui titolo cita dichiaratamente Il mondo perduto (1912) di Arthur Conan Doyle - sono gli uomini delle stelle di cui parla il SIGNORE DEI GHIACCI, i quali, essendo una sorta di lucertoloni bipedi, richiamano alla mente i Rettiliani o Rettiloidi che, secondo alcune deliranti teorie complottiste, dominano segretamente il nostro pianeta, spesso nascondendosi sotto le sembianze di uomini politici e industriali. Tornando ai Ghundar, è probabile che a confondere Sangiorgio sia stato il fatto che anche essi, al pari dei suddetti extraterrestri, hanno una pelle simile a quella delle lucertole.


Identikit di un Rettiliano, il cui aspetto ricorda molto quello degli alieni precipitati sul Rainier




GRANCHI GIGANTI 

Gli ultimi mostri che TEX, suo figlio KIT e TIGER JACK affrontano nella seconda parte della storia Le Terre dell’Abisso (G.L. Bonelli [sog.&scen.] – A. Galleppini [dis.], nn. 47-48). I tre pards hanno appena respinto l’assalto dei MAKANDRA, quand’ecco che i granchi giganti spuntano dal lago sotterraneo e salgono verso il sentiero roccioso dove si trovano i Nostri e i loro amici Kotomi - un giovane Hopi - e Moya, la sua ragazza. Poiché i proiettili dei winchester rimbalzano sulla robusta corazza dei granchi, i pards lanciano dei grossi massi contro di essi, riuscendo a ributtarli nel lago. I mostruosi crostacei, però, riemergono e raggiungono il sentiero, decisi a non lasciarsi sfuggire le potenziali prede. Per l’inferno! Via!... – grida TEX agli altri – Sono in troppi e vedo che ne continuano a emergere dal lago!. KIT, da parte sua, manda avanti Kotomi e Moya, e, dopo aver sparato a uno dei granchi negli occhi (l’unico punto vulnerabile di questi bestioni corazzati), raggiunge il resto del gruppo. 


Tex n. 47, settembre 1964. Disegno di Galep

I granchi giganti insidiano i pards e i loro amici - TEX 48, p. 39

I tre pards scagliano grossi massi contro i mostruosi crostacei - TEX 48, p. 40

Kit spara spara negli occhi a un granchio - TEX 48, p. 41

 
Curiosità: La seconda parte de Le Terre dell’Abisso (riguardo alla prima parte vedi MAH-SHAI) è vistosamente ispirata a uno dei più famosi romanzi di Jules Verne, Viaggio al centro della Terra (1864). Tuttavia, dimensioni a parte, i famelici crostacei della storia texiana hanno poco a che vedere con le creature presenti nella suddetta opera, ma ricordano piuttosto i granchi mutanti del film L’assalto dei granchi giganti (Roger Corman, 1957). Bisogna dire, però, che i mostri di Galep sono molto più efficaci di quelli di Corman, i cui film, seppur interessanti per diversi aspetti, sono caratterizzati da scadenti effetti speciali.


Non potendo fronteggiare da solo gli altri granchi, Kit fugge - TEX 48, p. 42

Jules Verne, autore di Viaggio al centro della Terra (1864) e di tanti altri romanzi fantastici

Un fotogramma del film L’assalto dei granchi giganti (Roger Corman, 1957)



GUERRIERI LUPO 

Sono i demoni del Nord della storia omonima (M. Boselli [sog.&scen.] – G. Ticci [dis.], n. 600), ambientata nell’attuale Columbia Britannica (precisamente, nel Caribou Country del distretto di Mackenzie). Si tratta di feroci indiani cannibali che adorano il fuoco, indossano pelli di lupo e si limano i denti per renderli simili a zanne. Vivono sulle Colline delle Nebbie e compiono periodiche incursioni ai danni non solo delle altre tribù della zona (Cree, Dogrib, Yellowknife), ma anche dei bianchi. E’ il caso delle Giubbe Rosse di Fort Hope, che, in una gelida notte di nebbia, vengono attaccate e massacrate dai Guerrieri Lupo. Alcuni soldati vengono divorati sul posto, e le loro teste infisse su dei pali; altri, invece, sono fatti prigionieri e trascinati, insieme a uno dei due scout Yellowknife, nel villaggio dei cannibali. Due mesi dopo la strage, Jim Brandon, colonnello delle Giubbe Rosse e grande amico di TEX e CARSON, decide di fare luce sul terribile – e, per lui, ancora misterioso - avvenimento. A tale scopo, Brandon chiama in aiuto i quattro pards, i quali, già allertati da un sogno premonitore di NUVOLA ROSSA, lo raggiungono a Fort St. John. Qui, i Nostri vengono messi al corrente di quanto accaduto a Fort Hope e fanno la conoscenza dell’ufficiale medico Stevenson, etnologo di fama. Questi spiega loro che, in base al racconto dei due trapper Métis - Paul Danglard e Petit Louis - che hanno scoperto il massacro, i responsabili non appartengono a nessuna tribù conosciuta.

Tex n. 600, ottobre 2010. Disegno di Villa
 
L’inizio del massacro di Fort Hope - TEX 600, p. 45


Tra gli Inuit di quelle terre – dice Stevenson - c’è una leggenda… quella del “popolo che vive nascosto nella nebbia”, uomini che hanno corpo umano, ma animo e voracità da lupi… è a questo che ho pensato, quando ho saputo del massacro di Fort Hope. Il giorno seguente, i Nostri partono con Brandon e Stevenson per il Caribou Country, assieme ad altre dieci Giubbe Rosse e cinque guide Cree. Lì giunta, la spedizione deve subito guardarsi dai Dogrib: infatti, lungo il cammino verso il villaggio Yellowknife (che si trova a poca distanza dal forte dove è avvenuta la strage), i due ranger e Volpe Nera (il capo delle guide) subiscono un agguato a opera di un gruppo di giovani guerrieri, che però hanno la peggio. Costretti ad arrendersi, i Dogrib -tra i quali vi sono Detah e Gwinee, rispettivamente figlio e nipote del sakem Retzoh - negano di essere i responsabili del massacro di Fort Hope, che attribuiscono invece agli spiriti maligni del Nord, guerrieri della nebbia, demoni spuntati dalle viscere buie della terra e che appaiono solo di notte perché odiano la luce del sole e tutto ciò che appartiene al Grande Spirito!. Qualche ora dopo, i pards e i loro compagni arrivano all’accampamento degli Yellowknife (che sono acerrimi nemici dei Dogrib), dove incontrano, oltre a Danglard e Petit Louis, l’indiano Lontra, l’altro scout di Fort Hope. Questi racconta ai Nostri ciò che è successo la notte della strage e come egli sia riuscito, fortunosamente, a salvarsi. Riflettendo sul racconto di Lontra, Volpe Nera e Stevenson ipotizzano che i Guerrieri Lupo compiano le loro sanguinose incursioni solo nelle notti di luna piena, probabilmente perché essa ha un significato sacro per loro.

Uno dei Guerrieri Lupo attacca di sorpresa Kit - TEX 600, p. 59

Lo spaventoso aspetto di un Guerriero Lupo - TEX 600, p. 64


Questa ipotesi, che non convince TEX, viene avvalorata dalle parole di Danglard, il quale, oltre a ricordare ai Nostri che mancano solo due notti alla prossima luna piena, dice loro che, guarda caso, da un mese – cioè dalla precedente luna piena – non si hanno più notizie di una banda di Yellowknife che vive più a nord. Il giorno dopo, mentre TEX e CARSON – i quali restano scettici sulle teorie di Stevenson - si recano a Fort Hope, trovandolo ancora in buono stato, KIT e TIGER, accompagnati da Danglard, giungono al villaggio degli Yellowknife scomparsi, scoprendo che essi sono stati effettivamente attaccati dai Guerrieri Lupo. Poiché sta calando il buio e dalle Colline delle Nebbie s’intravedono delle luci inquietanti (le torce dei cannibali), i tre decidono di ritornare in fretta dai loro compagni. Mentre attraversano la foresta, vengono però assaliti dalle avanguardie dei Guerrieri Lupo, che uccidono il cavallo di KIT e feriscono il trapper. I due pards riescono a respingere il primo assalto, ma è necessario l’intervento di TEX, CARSON e Brandon per chiudere la partita. Finalmente ricredutosi, TEX porta il corpo di uno dei cannibali al villaggio Yellowknife, per convincere Lontra e la sua gente che i demoni del Nord non sono affatto spiriti immortali, ma uomini in carne e ossa. All’alba del giorno seguente, dato l’imminente attacco dei Guerrieri Lupo, i quattro pards e le Giubbe Rosse organizzano il trasferimento di tutta la tribù a Fort Hope, intorno al quale vengono sistemate delle trappole (pali acuminati e candelotti di dinamite nascosti sotto il terreno). Non visti, Detah e i suoi Dogrib spiano gli Yellowknife, per poi entrare nel villaggio abbandonato, dove TEX ha lasciato, legato a un palo, il cadavere mostrato a Lontra, in modo da far vedere ai Guerrieri Lupo che né lui né i suoi compagni hanno paura di loro.

Gli indiani cannibali assaltano Fort Hope - TEX 600, p. 87

Il tempio sotterraneo dei Guerrieri Lupo - TEX 600, p. 103


L’assalto dei demoni del Nord a Fort Hope inizia, come previsto, al tramonto, ed è preceduto da un duro scontro nella foresta con TEX e CARSON, i quali - prima da soli, poi affiancati da TIGER e dai Cree di Volpe Nera - respingono una parte degli aggressori e, inseguiti dagli altri, si rifugiano in tempo tra le palizzate. I Guerrieri Lupo attaccano il fortino da ogni parte, e sebbene subiscano grosse perdite, riescono - scagliando numerose frecce incendiarie - a far crollare il lato sud e, infine, a sfondare il portone. Per fortuna, i Nostri ricevono l’inaspettato e provvidenziale aiuto dei Dogrib, i quali disperdono i cannibali. Il mattino seguente, Detah e Gwinee spiegano a TEX e agli altri di averli aiutati sia perché due giorni prima essi li avevano trattati con lealtà, sia perché, avendo visto il cadavere lasciato dal ranger al villaggio Yellowknife, sono riusciti a convincere Retzoh che i Guerrieri Lupo sono normali esseri umani. La gioia per la vittoria, tuttavia, dura poco, giacché si scopre che i cannibali, prima di fuggire, hanno trascinato con loro Stevenson, Ryan, Lontra e Danglard. Decisi a liberare costoro, i pards - assieme a Brandon, Volpe Nera e Gwinee, che fa da guida - raggiungono le Colline delle Nebbie, e, dopo aver trovato il villaggio dei Guerrieri Lupo deserto e aver attraversato un paesaggio infernale, pieno di geyser ribollenti, penetrano nel loro tempio, che si trova all’interno di un vulcano.

Tex, Tiger e Kit prendono di sorpresa i Guerrieri Lupo e il loro stregone - TEX 600, p. 107

L’esplosione del vulcano decreta la fine dei Guerrieri Lupo - TEX 600, p. 113


A guardia di esso, vi sono quattro sentinelle, di cui i Nostri si sbarazzano con facilità. Intanto, in una caverna con al centro una pozza bollente, Stevenson e i suoi compagni di prigionia - tra cui vi è anche il sergente Lautrec, unico sopravvissuto della guarnigione di Fort Hope - assistono impotenti al sinistro banchetto dei cannibali (che stanno divorando l’altro scout Yellowknife) e alla danza rituale dello stregone. A un certo punto, costui si avvicina ai prigionieri e sceglie Ryan, il quale viene preso da alcuni Guerrieri Lupo e condotto vicino alla pozza, per esservi gettato. A salvare la Giubba Rossa sono TEX e KIT, i quali, con TIGER e Gwinee, hanno indossato le pellicce delle sentinelle uccise e sono riusciti a entrare inosservati nella caverna. Mentre CARSON e Brandon liberano i prigionieri, TEX prende in ostaggio lo stregone, che però, incurante del pugnale che il ranger gli tiene puntato alla gola, ordina ai suoi guerrieri di attaccare. Per difendersi, TEX afferra la colt e si libera immediatamente dello stregone, che cade nella pozza, morendo all’istante. Ancora più inferociti, i cannibali circondano i Nostri, costringendo TEX a ricorrere addirittura alla dinamite: il ranger, infatti, getta nella pozza alcuni candelotti, provocando una forte esplosione che investe in pieno i Guerrieri Lupo e scuote il tempio, che inizia a crollare. Raggiunto l’esterno, TEX e i suoi compagni si allontanano di corsa, mettendosi in salvo. Alla fine, il vulcano esplode, seppellendo per sempre, nelle sue viscere, i demoni del Nord. 

L’inquietante madre dei Wendol nel film Il tredicesimo guerriero (John McTiernan, 1999)

I mangiatori di morte (1976), il romanzo di Michael Crichton da cui è stato tratto Il tredicesimo guerriero

 
Curiosità: Come ha scritto Giorgio Loi nella scheda curata per il sito uBC Fumetti, la trama de I demoni del Nord è apertamente ispirata, soprattutto nella seconda parte, a “Il tredicesimo guerriero”, pellicola del 1999 diretta da John McTiernan e interpretata da Antonio Banderas, a sua volta tratta dal romanzo “Mangiatori di morte” di Michael Crichton. La stessa figura dello stregone degli uomini lupo richiama quella della demoniaca “madre dei Wendol” vista nel film. C’è però un’inversione degli eventi: nel film i protagonisti prima compiono l’incursione nella tana sotterranea dei Wendol (i quali sono una sorta di Guerrieri Orso, nda) e poi subiscono l’attacco finale al villaggio.


Massimo Capalbo


N.B. trovate i link alle altre lettere di The dark Side of Tex andando sull pagina del Navigatore!

lunedì 6 ottobre 2014

ZAGOR MONSTERS - "H": HAGGOTH E HITO!

di Massimo Capalbo

Arrivati alla lettera H dei nostri Zagor Monsters, con due sole - ma succose!- voci, facciamo il punto su chi parla e ha parlato in Rete dell'enciclopedia dei mostri zagoriani. Sicuramente ci saranno errori e omissioni: vi invitiamo pertanto a segnalarci altri link! Grande spazio sta dedicando all'opera di Max Capalbo lo ZTN Forum, con costanti aggiornamenti dei testi, e si è occupato di noi anche Zagor e altro, il blog di Baltorr. Ovviamente siamo anche su Liquida (e simili) e ci trovate poi anche sul Diario di un pessimo autore, il blog di Francesco L. P. Non poteva mancare all'appello l'amico fraterno Moreno Burattini (che tanto spazio ci offre anche su Facebook e Twitter) sul suo ormai classico blog Freddo Cane in Questa Palude! Anche il forum L'ombra del falco si occupa degli Zagor Monsters e lo stesso fa Il gatto con la scure. Vi lasciamo dunque alla lettura, ricordandovi che la scelta delle immagini inserite prima delle schede (a differenza delle altre, che sono tutte selezionate dall'infaticabile Capalbo) è stata fatta dalla redazione: le abbiamo scelte sul Web, cercando di essere il più possibile precisi nell'indicazione delle fonti. Qualora fossimo incappati in sbagli, involontari, vi preghiamo di contattarci e correggeremo! (s.c. & f.m.) 


 
Lo Zagor di Chiarolla (portfolio, 2009: per maggiori informazioni seguire questo link)



LEGENDA

  • I nomi in stampatello e grassetto rimandano a una voce dell’opera. Fanno eccezione i nomi dei protagonisti della serie, ZAGOR e CICO, che sono sempre scritti in questo modo, tranne quando sono inseriti nei crediti di una storia o fanno parte del titolo di un libro (ad esempio: Speciale Zagor; Speciale Cico; Zagor 1982-1993, un senese a Darkwood ecc.).
  • Gli uomini-bestia di cui conosciamo anche nome e cognome o il nome soltanto, vengono indicati con la loro identità mostruosa e non con quella umana (ad esempio: ULTOR invece che NEZDA; UOMO TIGRE invece che KELLOG, WILFRED).
  • Gli altri mostri di cui conosciamo nome e cognome vengono indicati per cognome (per esempio, RAKOSI, BELA), e, quando vengono citati in una voce diversa dalla loro, solo il cognome è scritto in stampatello e grassetto, in modo da rimandare immediatamente alla lettera sotto la quale sono stati inseriti (ad es.: nel testo della voce RAKOSI, BELA, il personaggio della contessa Varga è citato come Ylenia VARGA). In alcuni casi, però, abbiamo optato per il soprannome (ad es.: SKULL invece che RANDAL, COLIN).
  • Per quanto riguarda la serie regolare, il titolo attribuito a ciascuna storia è tratto da uno degli albi che la compongono ed è quello, a nostro avviso, più rappresentativo, quello che meglio sintetizza la trama o che, rispetto ai titoli degli altri albi, richiama la storia alla memoria dei lettori in modo più efficace (anche se, in alcuni casi, il nostro titolo non coincide con quello usato abitualmente dai lettori). Ad esempio, la storia dei nn. 194-196 viene indicata con il titolo del n. 195, Il Signore Nero, perché esso è, per l’appunto, più rappresentativo rispetto a Il teschio di fuoco (n. 195) e L’orda del male (n. 196).
Sempre riguardo alla serie regolare, nei crediti delle storie si fa riferimento al computo reale degli albi zagoriani e non alla numerazione della collana Zenith, ossia al numero stampato sulla costa di ciascun albo mensile. Com’è noto, la suddetta numerazione è sfasata di 51 numeri rispetto a quella effettiva (ad esempio, il Zenith n. 52 corrisponde al primo numero di Zagor, il Zenith n. 53 al secondo numero e così via). Per una guida ai collegamenti ipertestuali andate su Zagor Monsters lettera "A"! 


Lo Zagor di Prisco (portfolio, 2009: per maggiori informazioni seguire questo link)


H
HAGGOTH
HITO


HAGGOTH 

Il demone adorato, ne La notte del diluvio (A. Capone [sog.&scen.] – G. Ferri [dis.], nn. 263-265), dal gran sacerdote Stephan e dai suoi accoliti, i quali gli sacrificano vite umane nel lugubre tempio (in realtà, una chiesa sconsacrata) di New Salem, un villaggio fondato nel ‘600 dai superstiti della famosa caccia alle streghe di Salem. Sebbene in questa storia – una delle più belle di Capone - Haggoth non compaia fisicamente (vediamo solo il suo tenebroso volto raffigurato in un quadro posto davanti all’altare del sacrificio), la sua inquietante presenza si fa comunque sentire. Il demone, infatti, dona a Stephan, attraverso il Libro Nero, una forza tale da consentire a questi di incassare senza danni i pugni di ZAGOR e di far invece cadere a terra l’eroe ogniqualvolta lo colpisce.

Zagor n. 264, luglio 1987. Disegno di Ferri.

Stephan davanti al quadro raffigurante il demone Haggoth – ZGR 265, p. 39


Ad ogni modo, nel confronto finale tra i due, ZAGOR riesce ad avere la meglio, salvando, oltre a CICO, il suo vecchio amico Walter Maddenbrook e Abraham Stoke, discendente del cacciatore di streghe Ebenezer Stoke ed egli stesso acerrimo nemico della stregoneria. In questa emozionante scena, Stephan si accinge a uccidere ZAGOR – il quale, indebolito dai colpi ricevuti, non ha la forza di rialzarsi - con il suo pugnale sacrificale, ma l’eroe, grazie alle parole che gli grida Stoke, riesce finalmente a scuotersi e, afferrato il medaglione magico datogli dal cacciatore di streghe (e appartenuto al succitato Ebenezer) lo lancia sul Libro Nero, che nella lotta era caduto a terra. Il libro prende subito fuoco, al che Stephan si accascia al suolo, come svuotato di ogni energia. La morte del gran sacerdote segna la fine del culto di Haggoth a New Salem: i suoi abitanti, infatti, rinnegano la sinistra religione.

 
Zagor n. 265, agosto 1987. Disegno di Ferri


Zagor evita il pugnale di Stephan e getta il medaglione magico sul Libro Nero – ZGR 265, p. 60

Ne Il segno del male (A. Capone [sog.&scen.] – G. Ferri [dis.], nn. 519-521), seguito de La notte del diluvio, ha luogo una sorte di staffetta tra Haggoth e Stephan: stavolta, infatti, a comparire fisicamente, sebbene soltanto nel finale, è il primo; mentre il secondo, pur essendo il cattivo principale del racconto, compare – con il suo vero volto – in pochissime vignette. In questa storia scopriamo che, prima di morire nel tempio in fiamme, Stephan è riuscito a trasferire il suo spirito nel medaglione magico usato da ZAGOR per sconfiggerlo. Anni dopo, un bandito di nome Syd ritrova casualmente, tra le macerie del tempio, il medaglione, e ciò permette allo spirito di Stephan d’impossessarsi del suo corpo. Sotto le sembianze di Syd, il gran sacerdote raduna i suoi nuovi seguaci in una vecchia fortezza inglese abbandonata, posta su uno scoglio al largo della costa atlantica. Assetato di vendetta, Stephan/Syd ordina ai suoi fedeli di uccidere Abraham Stoke, che viene arso vivo nella sua capanna. Stoke, tuttavia, fa in tempo a inviare a ZAGOR, in sogno, un messaggio: Aiutami, Zagor… mi devi aiutare! Raggiungi il villaggio Nipmuck del sakem Kennae e dello stregone Nuan-The!. Pur non riconoscendo colui che gli ha chiesto aiuto (il fuoco, infatti, ha sfigurato il volto di Stoke), l’eroe si mette subito in viaggio con CICO, e, giunto a un trading post non lontano dall’accampamento dei Nipmuck, viene a sapere, dalla gente del posto, cosa è accaduto al suo vecchio amico Abraham (che viveva proprio nelle vicinanze) e fa la conoscenza del giovane Nuan-The.


Zagor n. 519, ottobre 2008. Disegno di Ferri

Evocato da Stephan/Nuan-The, Haggoth si materializza nella fortezza inglese – ZGR 521, p. 13


Questi conduce ZAGOR e CICO nel suo villaggio, dove, attraverso un rito magico, l’eroe ha la conferma di quanto aveva già intuito, cioè che il responsabile della morte di Stoke è, per l’appunto, il redivivo Stephan. Il suddetto rito, inoltre, indirizza i Nostri e Nuan-The (che si unisce a loro per vendicare Abraham) a Salt Town, un villaggio di pescatori. Lì giunti, CICO e Nuan-The vengono catturati dallo sceriffo e dai suoi uomini (tutti accoliti di Stephan) e poi rinchiusi nel covo della setta, la fortezza inglese. Sfuggito alla cattura, ZAGOR riesce, grazie all’aiuto degli indiani Pennacook (le cui donne sono state rapite dai seguaci del gran sacerdote), a penetrare nella fortezza, ignorando però che Stephan ha nel frattempo abbandonato il corpo di Syd per trasferirsi in quello, più giovane e prestante, di Nuan-The. Sotto queste nuove sembianze, Stephan fa prigioniero ZAGOR, che viene portato, assieme a CICO, in una sala sotterranea dove, rinchiuse in una gabbia, si trovano anche le squaw Pennacook. Sul pavimento della sala c’è un simbolo – una stella racchiusa in un cerchio – identica al medaglione magico, e sopra questo simbolo è stata posta una conca d’acqua. Stephan/Nuan-The racconta ai Nostri, davanti all’assemblea dei suoi fedeli e stringendo in mano una pergamena, la storia, risalente a due secoli prima, del comandante della fortezza, l’ufficiale Thomas Templeton. Costui praticava segretamente la magia nera e aveva scritto, su alcune pergamene e nella medesima lingua del Libro Nero, delle invocazioni diaboliche apprese in Europa. Era stato però scoperto e ucciso da John Stoke (padre di Ebenezer, l’antenato di Abraham), seguace della magia bianca. Costui aveva strappato a Templeton il medaglione magico ed era riuscito in seguito a trasformare quest’ultimo da oggetto del male in strumento del bene. Terminato il suo racconto, Stephan/Nuan-The si avvicina alla conca e inizia a leggere le parole della pergamena.


Zagor riesce a strappare il medaglione magico dal collo di Stephan/Haggoth – ZGR 521, p. 26


Zagor n. 520, novenbre 2008. Disegno di Ferri



A questo punto, l’acqua della conca va in ebollizione e il vapore comincia a prendere forma, diventando infine una figura umana, un angelo del Male: Haggoth. Dopo aver ringraziato il gran sacerdote per averlo evocato e aver lanciato uno sguardo alla gabbia delle squaw ([…] già pregusto il sapore del pasto che hai preparato per me! Sì… credo che sarà davvero delizioso…), Haggoth si rivolge ai Nostri (che sono incatenati al muro): Ma prima mi dedicherò a te, Zagor! Io sarò l’esecutore della tua condanna! …Strapperò il cuore a te e al tuo amico… e li divorerò!. Approfittando del fatto che il demone gli dà le spalle e sta concentrando la sua attenzione su ZAGOR e CICO, Stephan/Nuan-The gli si avvicina e gli mette al collo il medaglione magico, trasferendo così il proprio spirito nel corpo di Haggoth. Raggiunto il suo subdolo scopo, il gran sacerdote chiama a sé i suoi fedeli e, afferrandoli dal collo uno dopo l’altro, inizia a prosciugare le loro energie vitali, diventando sempre più grande e grosso. Un membro della setta decide però di liberare ZAGOR, convinto che questi sia l’unico che possa fermare il demone, e gli restituisce la scure. L’eroe si scaglia contro Stephan/Haggoth, ma costui è troppo forte per il Nostro e, dopo aver afferrato sia lui che CICO dal collo, si appresta a ucciderli. ZAGOR riesce però a strappargli il medaglione e, avendo intuito che in questo modo Stephan non sarà in grado a lungo controllare il suo nuovo corpo, fugge, subito inseguito dal suo inferocito avversario. Raggiunti gli spalti della fortezza, l’eroe getta il medaglione in mare, convinto che senza di esso Stephan/Haggoth crollerà privo di sensi. Il suo gesto, invece, permette a Haggoth di riprendere possesso del suo corpo.


Haggoth riprende possesso del suo corpo, relegando lo spirito di Stephan in un tenebroso limbo – ZGR 521, p. 34

Haggoth risparmia la vita a Zagor e ritorna nel suo mondo – ZGR 521, p. 35


ZAGOR gli chiede che ne è stato di Stephan, e il demone risponde: Il suo spirito ha preso il posto del mio nel luogo in cui ero stato relegato…quando egli mi ha messo il medaglione al collo… …quel luogo è un oscuro limbo che sarà per lui la più terribile delle prigioni!… Adesso non hai più niente da temere, Zagor!... Desideravo punirti per come sgominasti il mio culto a New Salem, è vero! Ma ora so che il sacerdote di quel culto era una lurida serpe… e lo devo a te se sono di nuovo libero dal limbo! Io, Haggoth, il Signore della Tenebra, non voglio essere debitore verso un essere umano! Dunque salderò il mio debito con te nel modo che più desideri, Zagor! Risparmio la vita a te e agli altri prigionieri… e tornerò da dove sono venuto!... Un mondo che non puoi nemmeno lontanamente immaginare! Ma ora che il debito è pagato, non osare mai più incrociare la mia strada… se mai sorgerà un nuovo culto a evocarmi!. Detto ciò, Haggoth scompare, e ZAGOR può quindi ricongiungersi con CICO, che ha liberato le squaw, e con Nuan-The, il quale è ritornato finalmente in possesso del proprio corpo. Liberati dall’influsso malefico di Stephan (che influenzava le loro scelte grazie al medaglione magico), i membri superstiti della setta promettono a ZAGOR che cambieranno vita e, per dimostrargli le loro buone intenzioni, bruciano le pergamene di Templeton. 

Hoggoth in una delle sue forme (disegno di Mike Mignola e Mark Badger)

 
Curiosità: Come fa notare Stefano Priarone nella scheda de La notte del diluvio scritta per lo Zagor Index Illustrato 201-300 (Paolo Ferriani Editore, Inverno 2001), il nome del demone, Haggoth, ricorda l’Hoggoth, del marvelliano Dottor Strange […] . Hoggoth, che appare talvolta come una tigre dagli occhi infuocati, è una potente quanto benevola entità magica che fa parte, assieme ad Agamotto e Oshtur, della triade Vishanti. Non è l’unica citazione presente nella suddetta storia: sempre Priarone, infatti, scrive che il nome Abraham Stoke ricorda Bram Stoker, l’autore di Dracula (1897), e che il soggetto di Capone s’ispira in parte, anche nel nome del sinistro villaggio in cui opera la setta (New Salem), al romanzo di Stephen King Le notti di Salem (1975). Da esso, il regista Tobe Hooper ha tratto nel 1979 il film omonimo. 


Locandina originale del film Le notti di Salem (Tobe Hooper, 1979)
 




HITO 

Compare ne Il popolo delle caverne (D. Canzio [sog.&scen.] – F. Donatelli [dis.], nn. 209-212) ed è un colossale ragno che vive nel mondo sotterraneo di Inaccessibile Point. ZAGOR lo affronta dopo aver superato la grande prova (vedi TRITONE GIGANTE), grazie alla quale l’eroe acquista un elevato prestigio presso i SIKKIM e i WAKOS, i due popoli dell’abisso. Uno dei WAKOS dice al Nostro e ai suoi compagni, CICO e il giovane pellerossa Kainaka (che riesce a comprendere il linguaggio abissale), di seguirlo in uno dei tanti cunicoli del regno ipogeo.


Zagor n. 210, gennaio 1983. Disegno di Ferri
Zagor, Cico e Kainaka scoprono con orrore che Hito è un gigantesco ragno – ZGR 211, p. 45


Tu – spiega Kainaka a ZAGOR lungo il cammino - hai raggiunto il massimo privilegio che possa spettare a una creatura vivente qui nel grande abisso… tu, Spirito con la Scure, avrai la possibilità di stringere una comunione spirituale con Hito, la divinità-cannibale!. ZAGOR crede che Hito sia un idolo mostruoso, mentre CICO pensa si tratti di un essere subumano non dissimile al WAKOS che li precede. Dice infatti all’eroe: A proposito di quell’Hito… mi raccomando, Zagor, non lasciarti trasportare dal tuo solito caratteraccio!. Che cosa intendi dire, messicano?, gli domanda ZAGOR, e CICO risponde: Intendo dire che questo mister Hito… sì, insomma, lo devi trattare bene, quasi con… affetto! Visto che vuole fare comunella con te, riserbagli un bel sorriso a trentadue denti, una stretta di mano… abbraccialo e, se necessario, bacialo! Insomma, fattene un amico… un amico che ci dia una mano a uscire da questo inferno!. ZAGOR, allora, dice al messicano che cercherà di entrare nelle grazie di Hito, ma quando i due sbucano nella caverna dove esso vive, scoprono – con orrore – che il dio abissale è un repellente, smisurato, mostruoso ragno gigante. E io che ti avevo chiesto di baciarlo!!, esclama il messicano. Ecco un suggerimento che non seguirò mai, Cico!, gli risponde, con evidente ironia, ZAGOR, che poi chiede a Kainaka cosa il WAKOS vuole che egli faccia.

Zagor n. 211, febbraio 1983. Disegno di Ferri.
 
Hito si accorge che Zagor è rimasto immobilizzato sulla sua tela – ZGR 211, p. 51


L’indiano parla con l’essere abissale e, al termine della conversazione, rivela all’eroe che la comunione spirituale con Hito consiste nel privilegio di essere divorato vivo da esso. Il Wakos mi ha detto che diventando cibo per Hito tu rivivrai in lui… nella sua sacra e immortale potenza!, aggiunge Kainaka. Capirai… che bella soddisfazione!, esclama ZAGOR, il quale tuttavia non vede altra possibilità che affrontare il colossale aracnide, visto che, oltre la sua enorme tela, s’intravede un passaggio che rappresenta l’unica via di salvezza per lui e i suoi amici. ZAGOR, dunque, si arrampica sulla ragnatela, ma la sostanza collosa che impregna i fili lo immobilizza. Accortosi di ciò, Hito inizia a muoversi verso di lui per divorarlo, ma il Nostro, con uno sforzo immane, riesce a liberare il braccio destro e ad afferrare la scure. Quando il ragno gli è ormai vicinissimo, ZAGOR si lascia avvinghiare dalle sue zampe e giunto vicino alla testa, colpisce questa più volte, fracassandola e facendo schizzare fuori la materia cerebrale. Privo di vita, Hito crolla a terra a ventre in su, e ZAGOR si lascia cadere su di esso, lanciando poi il suo tipico urlo. Mentre CICO corre ad abbracciare l’amico, il WAKOS, sbalordito per il sacrilegio cui ha assistito, abbandona la caverna e avverte i suoi compagni e i SIKKIM. I Nostri però s’infilano, assieme a Kainaka, nel passaggio al di là della ragnatela e riescono, dopo altre peripezie, a raggiungere finalmente la superficie. 

Zagor colpisce violentemente la testa del ragno con la sua scure – ZGR 211, p. 55

Zagor si lascia cadere sul corpo senza vita di Hito – ZGR 211, p. 56

 
Ultimo, in ordine di apparizione, tra i mostri de Il popolo delle caverne, Hito si fa ricordare soprattutto per i suoi inquietanti occhi – che, a differenza degli occhi dei comuni ragni, sono solo due e anche composti, come quelli degli insetti – e per la testa, che somiglia a un teschio e che risalta ancora di più sul suo corpo scuro e peloso.


Massimo Capalbo


N.B. Trovate i link alle altre lettere degli Zagor Monsters sulla pagina della Mappa!

DYLAN DOG 337: COME PIANTE NOVELLE, RINOVELLATE DI NOVELLA FRONDA

di Francesco Manetti

In realtà il nuovo Dylan Dog non parte da Spazio profondo - il fatidico n. 337 datato ottobre 2014 di Recchioni & Mari - ma dall'uscita successiva, quella con la copertina mutuata da Romita; ben lo spiega anche il creatore del personaggio, l'ormai invisibile Tiziano Sclavi, nell'introduzione all'albo. Il colore è il punto di forza del fascicolo. Ed è qui che iniziano le stranezze, anche perché ormai il colore non è più una cosa speciale in Bonelli, tra serie in quadricromia (Orfani, i Fest...) e quant'altro: ecco dunque un altro albo "tutto a colori", seppur con una copertina in bianco-e-nero (e toni di viola) e senza la firma di Stano. Cambia la grafica del logo (a cui noi di Dime Press/Web siamo molto legati...), con l'ombra della testata che diventa trasparente. Cambia pure il frontespizio, per il quale il disegnatore abbandona la citazione da Pellizza e rispolvera, reinterpretandola, l'ultima cover di Villa per la serie, Golconda!, il n. 41 del febbraio 1990, con una nuova composizione di figure che piovono dal cielo dal gusto magrittiano e una maggiore aderenza all'opera originale del maestro belga (realizzata nel 1953 e intitolata per l'appunto Golconde). 


Golconde di René Magritte (1953)

 
Il magrittiano nuovo frontespizio di Dylan Dog


Dylan Dog n. 41, febbraio 1990. Disegno di Villa, da Magritte


La storia della copertina è ampiamente sviscerata sul sito ufficiale di Via Buonarroti, al quale vi rimandiamo. Stanley Kubrick (che è stato citato numerose volte nei decenni dai copertinisti di SF) è venuto subito in mente anche a noi, con la scena conclusiva dell'immortale 2001: A Space Odissey, quando il "feto spaziale" viaggia nello vuoto cosmico verso la Terra sulle note di Also Sprach Zarathustra di Richard Strauss. In un gioco di rimandi "musical-cinematografico-fumettistici" notiamo che l'epoca di composizione e prima esecuzione pubblica del poema sinfonico (1895/1896) coincide esattamente con la nascita del cinema e del fumetto!


La scena finale - zoroastriana e superomistica - di 2001: odissea nello spazio

L'interpretazione di Jack Kirby del 1976

Kubrick non inserì casualmente le prime battute del poema sinfonico straussiano per commentare l'inizio e la fine del suo film. Occorre risalire allo scritto Also sprach Zarathustra, Ein Buch für Alle und Keinen di F. Nietzsche, al quale Strauss si ispirò, e alla filosofia dell'eterno ritorno e superomistica: Ma Zarathustra guardava il popolo e si meravigliava. Poi disse: "L'uomo è una fune tesa tra il bruto e il superuomo – una fune sopra l'abisso. Pericoloso l'andare alla parte opposta, pericoloso il restare a mezza via, pericoloso il guardare indietro, pericoloso il tremare e l'arrestarsi." Il monolito nero della pellicola del 1968 è testimone/allarme dell'evoluzione umana e si attiva, inviando un segnale nelle profondità stellari verso i suoi remoti costruttori, a ogni momento di svolta: quando l'ominide si umanizza - con un atto di potenza - e quando l'Homo Sapiens Sapiens si "eleva" a Uomo Tecnologico Astrale. Lasciata dunque la bestia alle spalle, e lasciato indietro (come il legnoso corpo senza vita nel finale del capolavoro di Collodi) l'imperfetto guscio di carne del semibruto e semidio costruttore di città, l'Uomo matura in Oltreuomo. Gli autori e i curatori della testata, analogamente, rinunciano al passato e gettano le fondamenta per un avvenire glorioso, facendo rinascere Dylan Dog in un coacervo di novità.


Un'ironica interpretazione della filosofia superomistica nicciana


Il n. 337 è, come dicevamo, un momento di transizione. E dunque la storia stessa raccontata è un attimo di pausa. A Momentary Lapse of Reason, tanto per citare anche noi. Potrebbe essere un episodio lungo da Dylan Dog Color Fest: colore, citazioni a piene mani dalla storia, dalla cronaca e dai media... (Alien, La Cosa e Avatar in primo luogo). Citazioni anche da Martin Mystère e Nathan Never, scegliendo infatti Recchioni - per resuscitare Dylan nel futuro - un artificio narrativo simile a quello ideato decenni fa da Castelli, quando si trattò di far apparire il BVZM nel lontano avvenire dell'Agente Alfa: la chiave è un corpo artificiale nel quale vengono innestati i veri ricordi del protagonista. Siamo davvero nel domani? O siamo nell'ennesimo Incubo dell'Indagatore? O siamo in un girone del burocratico Inferno? Il finale è aperto: spetta al lettore fare le proprie scelte. Numerose le altre curiosità citazionistiche. Le navi stellari, per esempio, della flotta imperiale di Albione (strana la scelta per l'UK come sigla ricorrente marinara al posto dell'HMS, visto che c'è ancora una regina, Victoria XXIII...) hanno tutte nomi di celebri Inglesi degli ultimi anni del XX secolo: UK-Beckham (da David Beckham, il calciatore miliardario che ha sposato una Spice Girl), UK-Best (da un altro calciatore, George Best di Belfast), UK-Thatcher (dal cognome della Iron Lady, Primo Ministro inglese negli anni '80), UK-Jagger (da Mick Jagger, leader dei Rolling Stones).


Miti albionici nello spazio profondo: la Thatcher

 
Miti albionici nello spazio profondo: George Best
Miti albionici nello spazio profondo: David Beckham

Miti albionici nello spazio profondo: Mick Jagger


L'Oggetto di Hoag di cui si parla nell'episodio è una galassia ad anello scoperta nel 1950 dall'atronomo Arthur Allen Hoag, distante 600 milioni di anni luce dalla Terra. Poi la data del futuro dylaniato, 2427, che ritroviamo nei romanzi fantascientifici dello scrittore britannico (sottolineiamo britannico) Alastayr Reynolds, del quale raccomandiamo Il Prefetto (Fanucci, 2013). Notiamo infine il ritorno del Giornale in appendice, il classico rotocalco che, fino al suo trasferimento in Rete, ci intratteneva piacevolmente con le novità e le anticipazioni editoriali.


L'Oggetto di Hoag


Tutto sommato una buona prova, questo Spazio profondo, godibile da leggere (testi e disegni) e ben confezionato graficamente. Forse si è voluto fare qualcosa di "troppo diverso" dall'impostazione usuale dell'Ottantasei, ma la cosa è in fondo accettabile e giustificabile, vista la necessità di dare una seria sterzata alla collana. Sinceramente - e facciamo ammenda - eravamo stati più pessimisti nell'attesa della lettura del n. 337, memori della "sterzata" che fu data a Mister No (nella speranza di attirare giovani leve di appassionati) e che risultò... come risultò.


2427: il ciclo di Reynolds


Tim White: copertina del 1977



Dylan Dog n. 337, ottobre 2014. Disegno di Stano


Dylan Dog 337 
SPAZIO PROFONDO 
Ottobre 2014
pagg. 116 (compreso Il Giornale), € 3,20
Testi: Roberto Recchioni 
Disegni: Nicola Mari
Rubriche: Tiziano Sclavi & Roberto Recchioni 
Copertina: Angelo Stano 


Francesco Manetti 


P.S. Ritorniamo alle recensioni di Dylan Dog dopo un anno dall'ultima, quando Recchioni annunciava grandi novità per la testata, cominciando con il mutamento della rubrica di quarta pagina Horror Club. Non ci sono scuse veramente valide, purtroppo, visto che uno degli obiettivi iniziali di DW erano i commenti delle serie bonelliane, che avrebbero dovuto coinvolgere un numero molto ampio, se non totale, delle uscite. Le cose sono andate diversamente e sopratutto nel 2014 siamo stati davvero parchi con il Giorno del Giudizio... A nostra parziale discolpa vi facciamo notare la grande mole di inziative inedite portate avanti da Dime Web: i tre corposi dizionari di Max Capalbo (dedicati a Mister No, Zagor e Tex), la Storia del West di Wilson Vieira, il ciclo di Interviste curate da Lana, l'Angolo del Bonellide di Cantucci, i pezzi di Pieri sui gadget bonelliani, etc. etc. Tutti interventi che necessitano una laboriosa fase di "montaggio" prima della pubblicazione - fase che porta via tempo per altri post. Dunque, abbiamo scelto di "tirarci un po' indietro" noi della redazione per lasciare il giusto spazio ai nostri bravi collaboratori e ai loro fantastici lavori! (f.m.) 

P.P.S. Ringrazio l'amico GIUSEPPE POLLICELLI per la segnalazione di due errori - davvero macroscopici - presenti al momento della pubblicazione del post, errori che ho corretto e che riguardavano Pellizza, Villa e Stano! :-) (f.m.)


N.B. Trovate le altre recensioni bonelliane in link, sul Giorno del Giudizio!

domenica 5 ottobre 2014

CIAO, LORENZO!

Lorenzo Bartoli (seduto, primo a sx), con gli amici della Bonelli, di Dime Press e Dime Web (Momigno, anni '90)
LORENZO BARTOLI, 1966 - 2014



P.S. Moreno Burattini - che nella foto qua sopra (relativa proprio all'incontro di cui più avanti si parla) vedete seduto accanto a Lorenzo - ha scritto su Facebook un bellissimo ricordo dell'autore, memento che parla, tra le altre cose, di una storia zagoriana che nel 2015 uscirà postuma:

Ho letto "Sempre sentirai le voci", di Lorenzo Bartoli (Cierre Editrice, 1995, cartonato, 80 pagine, 15000 lire). E' stato inevitabile, dopo aver saputo della scomparsa di Lorenzo, riprendere in mano uno dei suoi romanzi e rileggerlo, a distanza di quasi venti anni dalla dedica che lui mi scrisse, sul frontespizio interno: "A Moreno, sperando che continui a 'sentire le voci' di dentro". Conobbi Bartoli negli anni dei suoi esordi (poco distanti dai miei, essendo io di poco più anziano), e poiché all'epoca scriveva una serie destinata a lasciare il segno come linguaggio sia narrativo che grafico, Arthur King, lo invitati con il disegnatore Andrea Domestici a partecipare a un incontro con il pubblico nella fumetteria di Prato che gestivo, all'epoca, insieme a Francesco Manetti e a Saverio Ceri. Quell'occasione gettò le basi per un rapporto di amicizia destinato a durare fino al giorno in cui troppo presto Lorenzo ci ha lasciato. In altre occasioni Bartoli tornò a Prato a trovare me e gli altri: lo ricordo contento di unirsi alle nostre tavolate anche quando gli incontri con il pubblico riguardavano altri. Poi, capitava sempre di incontrarci in giro per mostre e per fiere del fumetto e io lo leggevo ogni volta che mi imbattevo in una delle sue storie, vuoi che fossero i tanti "liberi" sulle riviste Eura, vuoi sugli albi di John Doe o di Dante. Gli invidiavo la grande libertà che gli era concessa o che, più probabilmente, si prendeva. Ma mi piaceva anche come scrittore: i suoi racconti in "Cuori da bar" (Edizioni BD, 2007) o il suo romanzo "Tony Plumbeo e il giudizio universale" (Play Seven, 2012) mi sono sembrati opera di un narratore di razza, di un giocoliere della penna degno di fama anche al di fuori dell'ambito fumettistico. Di recente, ho collaborato con lui nella realizzazione di due storie di Zagor. La prima, destinata a uscire nel corso del 2015, è stata sceneggiata da Bartoli sulla base di un mio soggetto, e dunque porterà le nostre firme accostate. Un onore, per me. Ma fra le altre sue prove letterarie c'è appunto anche "Sempre sentirai le voci", un romanzo breve con protagonista quel suo vecchio, indimenticato personaggio, Arthur King. Non è la novelization di un racconto a fumetti, ma una storia nuova, inedita e a se stante, presentato da Paolo di Orazio con queste parole: "Lorenzo riuscirà a gabbarti con il suo fare, col suo scrivere un po' maliardo, un po' sibillino, romantico, ermetico, astuto ma elegante, ed è per questo che la sorte arthurkinghiana ha regalato stavolta al nostro eroe un'avventura con la musica". Lo stile al presente soggettivo rende bogartiana una storia di fantascienza solo apparentemente grottesca, ambientata in un 2147 che potrebbe essere in realtà un futuro distopico distante appena qualche decina di anni dal nostro presente. L'imperatore Sandor, usando i cyborg inventati dallo scienziato Orion King, padre di Arthur, tiene l'umanità sotto il tallone di una dittatura subdola perché travestita da falso benessere. Orion si è trasformato in pirata e cerca di abbattere il despota con mezzi che Arthur non condivide, pur condividendo il fine. In questo caso, lo scienziato vuole sfruttare un mega concerto che si tiene sul pianeta Armoniké ogni due anni, seguito da miliardi di giovani di tutte le Galassie, per innescare il germe della rivolta nella mente degli ascoltatori, provocando però una rivoluzione sanguinosa dagli effetti imponderabili. King, agendo fianco a fianco con il robot cantante Frederick Lion, da lui stesso costruito a propria immagine e somiglianza, prossimo a essere usato come detonatore della rivolta per un virus informatico trasmesso via saliva (attraverso un bacio), sventa il piano del padre. Le "voci" a cui allude il bel titolo sono quelle che differenziano gli uomini dai cyborg. Le voci di dentro, che non si possono far tacere, e che ci spingono a fare ciò che è sbagliato ma anche ciò che è giusto. Grazie, Lorenzo.

@ PRENDERLO NEL BAUGIGI: È USCITO IL NUOVO LIBRO DI PIERI & FERRETTI!

A poco più di un anno di distanza dall'uscita del volume I Sogni dei Bonelliani, che raccoglieva su carta le prime strisce dell'omonima serie pubblicate su Dime Web, Filippo Pieri (testi) & Tommaso Ferretti (disegni) ne hanno combinata un'altra delle loro!
A settembre 2014 è stato infatti licenziato il loro secondo tomo cartaceo (sempre per i tipi di Ilmiolibro, al quale potete richiederlo), intitolato @ Prenderlo nel Baugigi, con le prime 19 tavole della collana, parimenti apparse sui nostri Quaderni. Ma questa è solo un parte dell'opera del duo di artisti: l'albo include una versione del tutto nuova del loro appassionante fumetto Il Blues della Vita, visto e gradito in altra veste proprio su questo blog, due anni fa! La copertina - inedita - è di Kant, al secolo Andrea Cantucci.


La copertina del libro. Disegno di Kant


È stato un grande onore per il sottoscritto, infine, aver avuto l'opportunità di scrivere ancora una volta, dopo quella per i Sogni, la prefazione - scegliendo di raccontare ai lettori la storia del "baugigi". (f.m.)


Le schede degli autori, come appaiono nel libro


Filippo Pieri & Tommaso Ferretti
@ PRENDERLO NEL BAUGIGI
IL BLUES DELLA VITA
Settembre 2014
Pagg. 44 - Euro 8,00
Testi: Filippo Pieri
Disegni: Tommaso Ferretti
Prefazione: Francesco Manetti
Copertina: Kant



P.S. Trovate tutti i link al Buagigi nella pagina Cronologie & Index!