lunedì 18 marzo 2019

DIME WEB INTERVISTA GIGI "SIME" SIMEONI! (LE INTERVISTE LXVI)

a cura di Elio Marracci


Quando la storia diventa fumetto

Gigi Simeoni, che si firma spesso con lo pseudonimo Sime, è nato a a Brescia il 4 settembre 1967. Inizia a lavorare nel settore pubblicitario per poi creare i personaggi comici e grotteschi di Zompi, Dr Jekill & Mrs. Hyde e il Lupo Mannaggia per la Acme/Macchia Nera. Successivamente collabora con Bonvi sulle pagine di "Nick Carter", pubblicando il personaggio umoristico di Mac Murphy, e si dedica al fumetto realistico disegnando, all'inizio degli anni '90, un albo di "Lazarus Ledd" delle Edizioni Star Comics e alcune storie per L'Intrepido dell'editrice Universo. In seguito, insieme con altri fumettisti bresciani, crea la collana horror-poliziesca "Full Moon Project", che anticipa di qualche anno l'idea centrale della serie TV "X-Files", e il serial cyberpunk "Hammer" che in qualche modo è antesignano di ciò che si vedrà solo anni dopo nel primo film della saga di "Matrix". Nel 1995 approda alla Sergio Bonelli Editore, dapprima come disegnatore e infine come autore completo, per "Nathan Never" e numerose altre testate. Dal 2002 si occupa stabilmente sia dei testi sia dei disegni di albi avventurosi per le serie mensili e periodici di più ampio respiro, veri e propri romanzi grafici, pubblicati nelle collane "Romanzi a Fumetti" e "Le Storie" della casa editrice di via Buonarroti. Dal 2013 è collaboratore fisso per "Dylan Dog" in qualità di autore completo e sceneggiatore per altri colleghi disegnatori. In occasione dell'uscita della storia La corsa del lupo, l'ultima opera in tre parti, ambientata alla fine della Seconda Guerra Mondiale, che lo vede al timone come autore completo, Simeoni ha voluto rispondere ad alcune domande che gli ho posto. 
Quindi senza indugio, lascio a lui la parola.


Cosa c'entra Zorro? Leggete sotto...



DIME WEB - Per i lettori che non ti conoscono potresti presentarti? In due parole: chi è Gigi Simeoni?

GIGI "SIME" SIMEONI - Un ex ragazzo testardo che aveva capito cosa voleva fare da grande, e che è poi diventato un signore di mezza età che ha capito cosa vuole fare da grande. Solo che nell’Arte, grandi veramente non si diventa mai. L’Artista smette di crescere solo quando muore. Sono nato a Brescia oltre 51 primavere fa, nell’anno in cui i Beatles pubblicavano Lady MadonnaA cinque anni avevo già gli occhiali, un pastore tedesco di nome Full e un futuro a scelta tra: 1) pasticciere, 2) muratore, 3) Zorro. Il più inusuale dei tre, muratore, era dovuto al fatto che volevo inventare case, ma ancora non era chiaro in me il concetto dell’architetto. Riguardo a Zorro, pensavo proprio fosse un mestiere, e non un nome proprio. Fare lo Zorro. Studiare per diventare Zorro. E, per male che andasse, Zorro della mutua. Un giorno, a Carnevale, uscii vestito da Zorro e mi accorsi con orrore crescente che già molti altri Zorro erano scesi per strada prima di me. Pure vestiti meglio. Sotto i loro mantelli neri si intravvedevano gilet col bordino di corda dorata, e la spada con l’elsa a coppa, quella giusta. Io avevo il mio golfino beige e una scimitarra da pirata a banana, sgraziata. Qui la lista d’attesa è lunga, intuii, così mollai la spada e presi in mano una matita. Ben appuntita, naturalmente. Il mio “segno di Zorro” l’avrei lasciato comunque.


DW - Come si è sviluppata in te la passione per la scrittura e per il disegno?

GS - È stato un evento naturale, in entrambi i casi. Prima ho scoperto la mia indole creativa per il disegno, e una capacità tecnica già molto evidente a soli cinque anni. Più che scoprirla, la vivevo con naturalezza. Furono gli altri a scoprirla in me, in effetti. Poi crebbi normalmente, dedicandomi a molte altre cose, ma passando anche molto tempo a disegnare. I miei mi permisero di approfondire la mia passione, frequentando scuole e corsi extrascolastici adeguati. Ma da adolescente detestavo leggere libri. Leggevo solo fumetti, e tanto mi bastava. Complice un prolungato periodo a letto a causa di una broncopolmonite, a quindici anni, non esisteva Internet, ovviamente, scoprii le librerie traboccanti volumi che, da sempre, mi circondavano in casa. Mai considerate da me. Ma nemmeno “viste”. Mia mamma era un’onnivora lettrice, ingorda di qualsiasi argomento. Iniziai a spiluccare, un volume … poi un altro … poi una collana … e infine lessi tutto. E andai avanti, insaziabile, facendomi prestare libri dagli amici o accantonando qualche soldo per comprarmeli. Da lì, spinto dal mio innato orgoglio “autodafè”, mi dissi che potevo anche cimentarmi con la scrittura. Cos’è, infatti, la scrittura se non un modo per disegnare con le parole?



Gigi Simeoni

DW - Hai scritto e disegnato sia fumetti comici sia realistici. Quale genere è più nelle tue corde?

GS - Entrambi. Se fossi costretto pistola alla tempia a scegliere… penso che morirebbe di vecchiaia il mio aguzzino, nell’attesa.


DW - Sei un autore completo, ma scrivi anche sceneggiature per colleghi disegnatori. Che differenze trovi nello scrivere per te e per altri?

GS - Nessuna. Quando scrivo, per esempio Dylan Dog, non so ancora se quella storia andrà a qualche collega o la disegnerò io stesso. In effetti, ho sempre scritto per me stesso come se stessi scrivendo per altri, con la medesima cura e chiarezza. È mia convinzione che i due personaggi che albergano in me, lo sceneggiatore e il disegnatore, debbano essere due distinti e irreprensibili professionisti, e che ognuno dei due faccia bene il proprio mestiere, al massimo delle possibilità, senza eccezioni. La molla che mi spinge a fare meglio è sempre quella della vaga possibilità, a volte davvero vaga, a volte solo presunta, che la storia che sto scrivendo potrebbe essere disegnata da me. E così, cerco di inserire sempre argomenti, scene o dialoghi che mi divertono, e che mi piacerebbe realizzare con i disegni.






DW - Le prime serie a fumetti che ti vedono come componente del team di autori che le ha realizzate sono state “Full Moon Project” edita dalla Eden e “Hammer” pubblicata da Star Comics. Come mai hai pensato che fosse meglio esordire in gruppo?

GS - No, no, ai tempi di “Full Moon Project” io avevo già esordito con la ACME su "Cattivik" e su "Zio Tibia". Facevo fumetti comici, underground, e in totale autonomia. Mi mancava, però, la vita “da college” che avevo sempre vissuto fin lì, una famiglia numerosa, la scuola, poi il gruppo tratrale col quale giravamo a portare i nostri musical, i corsi di fumetto, ecc... e quando sentii che alcuni compagni del corso di fumetto stavano organizzandosi per creare una “task-force” mi ci buttai a pesce. E fu l’occasione per riprendere il tratto realistico, che avevo lasciato sui banchi del Liceo Artistico.


DW - Dopo l'esordio con Bonvi e le parentesi Eden e Star Comics, sei diventato un collaboratore di Sergio Bonelli Editore. Puoi raccontarci come sei arrivato in via Buonarroti?

GS - Sergio Bonelli ci teneva d’occhio, sapeva che eravamo un gruppo di “appetibili” collaboratori. Una volta terminata l’esperienza con la Star Comics, uno per volta e alla chetichella venimmo assorbiti dalla casa editrice e sparsi su diverse testate. Sergio ci invitò a pranzo per farci gli “onori di casa”, editori vecchio stampo, dei veri signori, e da lì iniziò la collaborazione. Dapprima solo come disegnatore, ma poi mi imposi di propormi anche come soggettista e sceneggiatore, visto che fin lì avevo sempre scritto e disegnato in autonomia le mie storie. E dimostrai a tutti che ci sapevo fare, soprattutto su cose lunghe e elaborate, che per alcuni sono una maledizione, mentre io mi ci trovo come un topo sul formaggio!





DW - L'ultima opera che ti vede al timone come autore completo, "La corsa del lupo”, pubblicata su "Le Storie" in tre parti, è un fumetto ambientato alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Quali scelte ti hanno portato a crearlo? L'hai scritto perché consideri l’ambientazione storica una cornice insolita o c’è dell'altro?

GS - Il bellico è, tra molti altri, un genere che mi appassiona. Così come mi irretisce totalmente lo scoprire aspetti ancora controversi o oscuri della Guerra Civile, e argomenti correlati al Nazismo e all’incredibile ascesa di un folle sanguinario come Hitler. Aspettavo la mia occasione per raccontare una storia non “di guerra”, ma di “uomini sullo sfondo della guerra”, perché i miei panorami preferiti restano quelli interni ai personaggi, la loro psiche, e le stanze delle loro anime sono le case che mi piace costruire. Infine, vedi, sono diventato anche “muratore”.


DW - Questo fumetto inizia con una strage nazifascista mai avvenuta. Hai preso spunto da un evento particolare?

GS - Da molti, per la verità. Quel genere di orrori è diffuso capillarmente nelle singole storie di ogni frazione abitata del nostro Paese. Ho raccontato una strage di fantasia che fosse simbolo di tutte le stragi simili.





DW - Quanto di te è presente nel personaggio di Hans Weissman, il Lupo?

GS - Proprio niente. È la mia antitesi, quindi per me comunque facilmente definibile.


DW - Quanto di storico? E quanto di inventato?

GS - Non ho idea se sia esistito o meno un personaggio con queste caratteristiche. Direi che mi sono lasciato ispirare da diverse figure raccontate dalle cronache storiche, e da romanzi e film, in particolar modo il Maximilien Aue protagonista del libro Le benevole di Jonathan Littel e il colonnello Hans Landa interpretato da Cristoph Waltz in Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino.


DW - Hai qualche hobby o mania particolare che ti può identificare col protagonista di questi albi?

GS - Anche io sono metodico e testardo.






DW - Pensi la storia sia una materia che di per sé non riscuote molto interesse da parte del grande pubblico?

GS - Non lo penso affatto, a dire il vero. Ne sono prova tanti grandi successi che hanno sbancato in ogni settore. Penso, ad esempio, a Il nome della Rosa, o a Schindler’s List, oppure ancora a Troy, giusto per parlare di tre momenti storici molto lontani tra loro.


DW - I protagonisti dell'opera “La corsa del lupo”, appartengono a due schieramenti: nazisti e partigiani. In quali di questi si riconosce maggiormente l'autore Simeoni?

GS - C’è anche il banchiere svizzero Marchant, tra i protagonisti, e molti altri personaggi che fungono da ingranaggi della vicenda: l’orologiaio antifascista, il professore ebreo… Quindi, direi più che La corsa del Lupo è un racconto corale, ampio, che abbraccia tante diverse figure tutte necessarie affinché la storia si regga saldamente. Probabilmente, se mi fossi trovato lì in quegli anni, sarei partito a combattere sulle montagne insieme con i partigiani, ma non con quelli comunisti. Di certo, non sono incline ai regimi, di nessun colore.




DW - A quale dei personaggi dell'opera sei più affezionato?

GS - Ad Anna “La Rossa”, probabilmente.


DW - Perché? 

GS - Perché riesce a essere donna fino in fondo, nel senso più alto del termine, e al contempo dimostrare di avere più palle di tutti i maschi che le stanno intorno.


DW - Quali fonti hai usato per documentarti?

GS - Una montagna di romanzi, saggi, film, moltissimo Internet con controlli incrociati sulle stesse notizie per avere la visione meno artefatta possibile. E poi, ho intervistato persone esperte di questo o quell’argomento: dalla storia militare all’archeologia, fino all’automobilismo sportivo d’epoca. Insomma: tanto, tanto lavoro.




Tre dei grandi nel Pantheon di Simeoni: Magnus, Bernet & Eisner



DW - Quali sono gli artisti che ti ispirano?

GS - Beh, direi che Magnus emerge con forza. Ma, in genere, tutti quegli artisti che hanno sempre permeato di grande visionarietà e forza espressiva i loro personaggi, come, per fare solo due esempi, Jordi Bernet o Will Eisner, altrimenti non finiamo più...


DW - Hai lavorato su storie di vario genere tra cui horror, fantascienza, western. Questo mi dà lo spunto per chiederti: quali sono i generi prediletti da Gigi Simeoni? 


GS - Tutti, escluso il fantasy. Ma “mai dire mai”, potrebbe venirmi in mente una storia che reggerebbe bene solo se ambientata nel genere "maghi & draghi". Allora, potrei anche accettare la sfida.


DW - Perché secondo te le trame di genere sono tornate così in auge da colonizzare non solo romanzi e fumetti, ma anche altri media come cinema e televisione?

GS - Perché cinema e TV si nutrono del Genere, il mainstream è drogato di Genere. E oggi i fumetti soffrono, in Italia, di fronte allo strapotere del piccolo e grande schermo, oltre che del Web. Per contro, come è successo già anni fa in America, qui qualcuno sta accorgendosi che il bacino di creativi del fumetto ha molto da offrire anche in termini di progetti per il cinema e la televisione. Era ora. Però, è importante avere i budget adatti per realizzare le cose per bene, o si fa la figura dei pitocchi. Inoltre, sono convinto che il momento storico di grande crisi di valori e unità che stiamo vivendo a livello globale, ci porta a desiderare di svagarci il più possibile per allontanarci dai problemi reali, per catalizzarli ed esorcizzarli. E i più bravi hanno capito che si può veicolare una serie di concetti filosofici e di autoanalisi del genere umano fondamentali anche usando un “vestito” appetibile come un film, o un graphic novel, di guerra o di supereroi.






DW - Esiste una pubblicazione o un personaggio, anche non disegnato da te, che hai amato sopra ogni altro?

GS - Beh, uno per tutti: “Torpedo” di Abuli e Bernet. Eccezionale. Ma ce ne sarebbero molti altri, ovviamente.


DW - Oltre ai libri e ai fumetti che sicuramente userai per documentarti, quali altre letture fai?

GS - Come ho detto, leggo di tutto. Sia per piacere personale che per dovere professionale. Amo molto, ultimamente, dedicarmi alle biografie dei grandi registi e attori, sia italiani che stranieri. Attraverso le loro storie e le loro vicissitudini, ricevo precise informazioni su spaccati di vita incredibilmente lucidi e vibranti. Anche Inseguendo quel suono, la biografia di Ennio Morricone, mi ha acceso diverse lampadine.


DW - Sei un autore metodico che lavora a orari stabiliti, oppure sei uno di quelli che si alza di notte perché ti è venuta l’ispirazione? Come si svolge la tua giornata tipo?

GS - In un’altra vita sarei stato certamente un animale notturno. Ma in questa, dove il fumettista ha condiviso la condizione di marito e papà fino a pochi anni fa, ho dovuto darmi degli orari canonici. Lavoro dalle sei alle otto ore al giorno, costantemente. Dopo la colazione, porto a spasso il cane e poi mi metto a lavorare fino alle 12:30 circa. Poi mangio con i miei, e torno quasi subito al lavoro, con poche pause, fino alle 19/19:30. Di rado, e solo se sono sotto pressione per consegne oppure perché inseguo un’idea che rischia di sfuggirmi, dedico al lavoro anche qualche sera e qualche weekend.






DW - È innegabile il grande successo di autori come Sio e Zerocalcare che hanno cominciato a farsi conoscere diffondendo i propri lavori su Internet. Alla luce di questa considerazione ti chiedo: cosa ne pensi e come vedi l’utilizzo della Rete nel campo dei fumetti?

GS - Per me, il fumetto è “carta stampata”. Non sarei mai invogliato a leggere qualcosa su uno schermo. Gli schermi sono nati soprattutto per le immagini in movimento, quindi al di là della praticità di utilizzare i testi necessari a raccogliere informazioni, come Wikipedia, per intenderci, ritengo sempre un po’ fastidioso guardare le cose in piccolo, sul monitor del PC. E poi, l’odore della carta è un trip impagabile.


DW - Da professionista ormai affermato che consigli daresti a chi si volesse affacciare al mondo del fumetto?

GS - Di tenersi sempre un piano B a portata di mano, tipo un secondo lavoro, sebbene saltuario. Oggi non è più come venti o trent’anni fa. Riesce a mantenersi soltanto chi nel frattempo si sia fatto un nome, oppure il genio puro al quale è impossibile resistere. Ma sono condizioni rare, ad appannaggio di pochissimi. Prima parlavi di Sio e Zerocalcare, che sono dei genietti, ma io penso anche a Gigi Cavenago o all’esordiente Alessandro Giordano: due “novità” che hanno lasciato immediatamente un segno chiaro del loro arrivo. C’è però penuria di scrittori giovani, sembra quasi che le nuove generazioni non siano capaci di inanellare storie complesse e accattivanti. Lo so perché ho insegnato spesso, in passato, e di recente ho tenuto un corso alla Scuola Internazionale Comics di Brescia. Non c’era uno, dico uno solo, degli allievi che fosse stato capace di costruire una storia originale, anche se semplice, che fosse in qualche modo catching. Guardiamo in Bonelli, ad esempio: Sclavi, Berardi, Manfredi, Boselli... veleggiano intorno alla settantina. Poi Io, Paola Barbato, Ruju, Vietti, Enoch, Recchioni… che ci aggiriamo intorno alla cinquantina. E siamo la falange “giovane”, il che è tutto dire! Di questo passo, resteremo solo noi vecchietti a scrivere.






DW - A cosa stai lavorando attualmente?

GS - Sto concludendo i disegni per una mia storia di Dylan Dog, e poi mi lancerò su altri progetti nuovi. Proverò anche con editori esteri, è arrivato il momento.


DW - C'è una domanda che non ti è stata fatta alla quale vorresti rispondere?

GS - Sì: Pensi che il fumetto italiano sia diverso, in qualche modo, da quello pubblicato in altri Paesi e che stia soffrendo? Sì, penso che l’editoria italiana soffra di problemi storici proprio per il modo diverso di considerare, nel suo insieme, i fumetti. Sono sempre considerati marginali, una “quasi-arte”, e nella testa dell’uomo della strada, fumetto significa Tex o Topolino. Al massimo, Diabolik. Comunque sempre cose da ragazzini, semplici, da passatempo poco costoso e per nulla impegnativo. Perfino la parola “fumetto” è un vezzeggiativo un po’ sprezzante, in confronto a manga, bande dessinée o comic strips. Se pensiamo che il più grande successo di pubblico e vendite in Italia è stato per lungo tempo ed è tuttora Tex, ossia le storie non troppo ingarbugliate di un ranger tutto d’un pezzo e dei suoi pards, con i suoi amatissimi tormentoni verbali e scenici: Portami una bistecca alta due dita!, Tizzone d’inferno, mangia un po’ di piombo!, capiamo che il pubblico italiano vuole restare su un binario sicuro, assodato, tranquillizzante. Tex si conclude sempre bene, i suoi villain finiscono a faccia nella polvere. Le cose vanno immancabilmente al loro posto, albo dopo albo, e lo sappiamo sin dalla prima pagina. Perché c’è bisogno di queste assicurazioni? Perché vogliamo sempre riconoscere la mano che ci dondola la culla? Io, dal canto mio, amo cercare di seminare i miei lettori. Di prenderli in contropiede, ammazzando il protagonista oppure facendoli sentire quasi empatici con un vero bastardo. Insomma, trovo che inquietare e destabilizzare sia incredibilmente divertente e, perfino, salvifico. È la stessa operazione che compi sul tuo muscolo, quando vai in palestra: per rinforzarlo e rinvigorirlo, devi shockarlo.






a cura di Elio Marracci

N.B. Trovate i link agli altri dialoghi con gli artisti su Interviste & News!

HANNO FACILITATO IL BVZM!

di Filippo Pieri

Sulla "Settimana Enigmistica" n. 4524 del 6 Dicembre 2018, a pagina 9, c'è una citazione bonelliana. Infatti il 21 orizzontale delle "Parole crociate facilitate" n. 2445 chiede: Il Mystère dei fumetti.



N.B. Trovate i link agli altri riferimenti enigmistico-bonelliani su Interviste & News!

sabato 16 marzo 2019

1998: MAX BUNKER A PRATO! UN RICORDO D'EPOCA PER I FESTEGGIAMENTI DEL CINQUANTENNALE DI ALAN FORD!

A cura della Redazione

Mentre "Alan Ford" festeggia 50 anni di presenza ininterrotta nelle edicole (ne abbiamo parlato in un recente reportage da Cartoomics), condividiamo volentieri con i nostri lettori alcuni scatti risalenti all'aprile 1998. Luciano Secchi, amico da sempre del nostro gruppo (per la precisione dal 1987, quando "Collezionare" editò lo Speciale Alan Ford scritto da Burattini, Cecchi e Monti), venne a farci visita a Prato, presso la nostra fumetteria. Passeggiare per la città laniera con Max Bunker, parlare di ogni argomento dello scibile umano con uno dei padri del Fumetto Italiano, fu un'esperienza impagabile.

GRAZIE MAX BUNKER PER LA TUA ARTE!

Luciano Secchi nella fumetteria di Prato mentre commenta l'ultimo capolavoro di Magnus. Sullo sfondo un'indaffaratissimo Saverio Ceri.

Nella fumetteria (allora gestita da Burattini, Ceri & Manetti) Max Bunker telefona a Milano.


Per le vie del centro di Prato Max Bunker posa con un suo fan, il disegnatore Basile. 


Luciano Secchi davanti al Castello dell'Imperatore a Prato.

Luciano Secchi fra Moreno Burattini (a sx) e Francesco Manetti (a dx)


N.B. Trovate i link alle altre novità su Interviste & News!

venerdì 15 marzo 2019

SECRET ORIGINS: TEX CLASSIC 54

di Saverio Ceri

Bentornati all'appuntamento con la riscoperta delle  storiche copertine di Tex, riportate in edicola, dopo decenni d'oblio, grazie alla collana Tex Classic.
La vicenda che ruota intorno alla cover del 54° classic del ranger è tutto sommato lineare.
La colorata ristampa stavolta ripropone gli albetti a striscia dal 9 al 14 della Serie Azzurra della Collana del Tex, ovvero  gli ultimi sei albi sia di quella serie, l'ottava, sia le ultime strisce dell'annata 1954 del più famoso personaggio bonelliano. Gli episodi vennero poi riproposti su tre strisce nella collana quindicinale degli albi d'oro nel novembre 1956 sui numeri 17 e 18 della terza serie.
L'episodio narrato sulla copertina del Classic, ha origine sul numero 11 della serie Azzurra, dal titolo Uragano su MacCoy, in cui una banda di fuorilegge si appresta, armi in pugno, a fare una scorribanda in città. L'immagine fu utilizzata poi anche come copertina della raccoltina n°36 della seconda serie. Curiosamente in copertina si nota un doppio titolo: sia quello originale della striscia, sia quello della raccolta stessa. 


In occasione della ristampa in formato albo d'oro, Galep sceglie di raccontare ciò che avviene pochi istanti dopo, quando Tex fa fuoco contro i malviventi, cominciando a mietere vittime grazie alla sua infallibile mira. E' proprio questa scena che hanno scelto in redazione per aprire il cinquantaquattresimo Classic.
Qui sotto in sequenza la versione del 1956 e quella del 2019. 



Le due immagini si differenziano soprattutto per questioni cromatiche. Se volete divertitevi a  trovare le differenze.

Approfittiamo della tutto sommato breve storia editoriale di questa cover per dare spazio alla vicenda editoriale un'altra copertina di questo periodo storico di Tex, di cui non avremo occasione di parlare in futuro, dato che si tratta di una delle pochissime copertine inedite realizzate per i primi albi della 2a serie gigante del personaggio, ovvero la serie ancora oggi in edicola. La giusta collocazione di questa cover sarebbe stata il Tex Classic 45, stiamo parlando infatti di Dodge City, diciottesimo mitico volume di Tex la cui pubblicazione risale al dicembre del 1961.


Leggenda vuole che le case che fanno da cornice a Tex, e che presumibilmente servivano per giustificare il titolo "cittadino", siano state realizzate dalla mano di Sergio Bonelli. Galleppini non gradì l'aggiunta al suo disegno e alla prima occasione di revisione, ovvero nel 1987, per la pubblicazione di tutto Tex fece il modo di farle scomparire.


Le case non ricompaiono neppure dieci anni più tardi in occasione della collana Tex Nuova Ristampa, e per non far risultare la cover troppo asimmetrica si decise di traslare a sinistra l'intero disegno facendo apparire parti del cavallo fino ad allora tagliate fuori dalla copertina.


Se qualcuno si fosse chiesto perché in questa copertina Tex non indossa, come fatto fino ad allora, il classico fazzoletto d'ordinanza al collo... qui sotto troverà la risposta.



Galep come a volte capitava, dovendo disegnare decine di copertine l'anno tra strisce originali e ristampe varie, per velocizzare la consegna si ispirava a copertine di pulp magazine americani dell'epoca che giungevano in redazione. In questo caso lo spunto viene dalla cover del numero 1093 di Dell Western Adventure del giugno/agosto 1960, dove il colonnello Mackenzie non indossava il fazzoletto e di conseguenza Tex, per una volta, ha dovuto farne a meno.
Il fumetto in questione tradotto anche per i lettori di lingua ispanica è tratto da una serie Tv in 39 episodi usciti tra il 1958 e il 1959 negli states. Qui sotto vedete la stessa posa resa famosa in Italia da Tex, sia sulla cover di Domingos alegres,che  del cofanetto contente la serie Tv.


Una curiosità prima di chiudere: il colonnello Renald Slidel Mackenzie, è un personaggio storico realmente esistito che si è messo in luce durante la guerra civile, ricevendo parole d'elogio anche dal generale Ulysses S. Grant che lo riteneva il suo più promettente giovane ufficiale. Il colonnello ha incrociato le strade anche del nostro Tex in una storia di Boselli e Biglia pubblicata sui numeri 668/670.

Appuntamento al Classic 55.

Saverio Ceri

N.B. Trovate i link alle altre Secret Origins in Cronologie & Index!

martedì 12 marzo 2019

CARTOOMICS SUPER SPECIAL AWARD PER I 50 ANNI DI ALAN FORD!


di Pierangelo Serafin

Questo evento speciale della manifestazione meneghina ha visto protagonisti l'immarcescibile Max Bunker alias Luciano Secchi, Moreno "Zagor" Burattini (autore della recente biografia Max Bunker - Una vita da Numero Uno) e Dario "Big Peruk" Perucca, moderati dal direttore artistico di Cartoomics Filippo Mazzarella. 


Il grande Max Bunker, mentre firma una copia del libro di Burattini a lui dedicato

Ed ecco il risultato, con le firme abbinate maxbunkeriane e burattiniane (copia di Serafin)


L'autore milanese ha ripercorso cinquant'anni di storia (e di storie) del suo personaggio più famoso e longevo - Alan Ford - con il solito carattere indomito messo in mostra dalle battute graffianti che l'hanno reso unico nel panorama fumettistico nostrano. 
Nato dall'intenzione di Max Bunker di creare un fumetto "corale" fu caratterizzato da una lunga genesi, durata circa due anni, dovuta agli impegni editoriali dell'autore che all'epoca si occupava della scrittura di successi quali "Kriminal" e "Satanik". 
Quando i primi numeri di "Alan Ford" si rivelarono un inaspettato e quasi clamoroso flop (il secondo numero fu quello che nella storia della testata ebbe il maggior numero di resi) fu proprio la lunga gestazione del personaggio a essere il motivo principale per non arrendersi alla fredda evidenza dei dati di vendita. Lentamente, passo dopo passo, la ripresa arrivò, sino all'esplosione definitiva avvenuta con la ventiseiesima uscita che presentava per la prima volta la più famosa nemesi del Gruppo T.N.T. - Superciuk! 



Qui e sopra: momenti della conferenza e della premiazione


Si susseguono i ricordi e gli aneddoti e ci sono applausi per i collaboratori passati (e purtroppo scomparsi) quali Magnus (Roverto Raviola, che firmò i disegni dei primi 75 numeri e del 200), Paolo Piffarerio (che diede la sua impronta grafica alla testata per i successivi 100 albi) e Luigi Corteggi (creatore del logo e pittore delle prime 10 cover) - e per l'attuale, anche se in realtà già di lungo corso, l'inossidabile Dario Perucca. 
Arriva quindi anche il momento di Moreno Burattini, che presenta la sua ultima fatica editoriale, Max Bunker - Una vita da Numero Uno, edita per i tipi della CUT-UP; quasi quattrocento pagine al costo di € 17.95, nelle quali si narra del percorso artistico lungo sei decadi del prossimo ottantenne Secchi. Una carriera che lo ha visto vestire i panni dell'autore di fumetti (oltre ai già citati Alan Ford, Kriminal e Satanik ricordiamo sommariamente anche personaggi come Maschera Nera, Dennis Cobb, Maxmagnus e Kerry Kross) e di romanziere con la serie dedicata all'investigatore Riccardo Finzi; dell'editore al timone dell'indimenticabile rivista "Eureka" e nei panni di un vero e proprio talent scout quando importò dagli States gli eroi della Marvel comprendendone per primo in Europa il loro autentico potenziale. 

Due della nostra famiglia: Moreno Burattini e Pierangelo Serafin


La premiazione del Nostro con un busto di Alan Ford creato da un rinomato pasticciere chiude la kermesse durata poco meno di un'ora, che pare essere letteralmente volata. L'augurio, nello stile di un certo umorismo surreale tipico della tradizione lombarda, è quello di ritrovarsi ancora tutti tra cinquant'anni per festeggiare il centenario di Alan... 
Sperem! 


Nella sua pagina Facebook così Burattini presentava la sua ultima fatica di saggista


Pierangelo Serafin


P.S. di Francesco Manetti: conosco Luciano Secchi da ormai 30 anni e ho collaborato con lui in numerose occasioni (per la rivista "Bhang", per il saggio "Alan Ford Index 1-300" e per la serie di ristampe Mondadori di "Alan Ford", "Kriminal" e "Satanik" che avevano redazionali firmati dal sottoscritto). Lo stimo enormemente come uno dei padri del Fumetto Italiano e come una figura umana e artistica unica. Ringrazio qui, pubblicamente, Pierangelo per questo servizio!

N.B. Trovate i link alle altre novità in Interviste & News!

ECHI TRICOLORI DAL GIAPPONE!

a cura della Redazione

L'amico e collaboratore Franco Lana ci manda alcune prove d'autore della mangaka italiana Sonia Nia Sama che abita in Piemonte, ad Avigliana. Volentieri pubblichiamo, nello spirito di "Collezionare"! (s.c. & f.m.)











N.B. Trovate i link alle altre novità su Interviste & News!

venerdì 8 marzo 2019

SECRET ORIGINS: TEX CLASSIC 53

di Saverio Ceri

Sfruttiamo l'uscita di Tex Classic 53 per ripercorrere la storia delle copertine di Tex, dalle strisce fino alle edizioni straniere legate alle avventure contenute nell'albo.
Partiamo dai sei albi a striscia contenuti in questo volumetto: sono i numeri dal 3 all'8 della serie Azzurra, l'ottava dedicata al ranger bonelliano, che uscirono tra l'ottobre e il novembre del 1954. 
Sul finire dell'albo, che rintracciamo questa sequenza, in cui Tex comincia, come spesso gli accade, a menare le mani. 


La striscia, come vediamo qui sopra, evidentemente ispirò Galep per la cover di quello stesso albetto; e un paio d'anni più tardi lo stesso co-creatore di Tex sfruttò nuovamente la situazione per comporre la cover del sedicesimo albo d'oro della terza serie.


Ed è proprio l'immagine di quel Tex quindicinale ad essere stata scelta, con della varianti a livello cromatico, come copertina del cinquantatreesimo Classic. 



All'intero di questo numero troviamo anche una drammatica sequenza che ha ispirato più di una copertina nel corso degli anni. La vicenda è raccontata dalla striscia Il mistero delle montagne lucenti, la quarta della serie azzurra, disegnata da Mario Uggeri, ed è quella in cui Tex nel lottare con un pellerossa rischia di rotolare giù da un burrone se non fosse per la sua proverbiale prontezza di riflessi che lo porta ad aggrapparsi a un provvidenziale cespuglio.


La spettacolarità della scena non è sfuggita a Galleppini che decise di farne la cover di quello stesso numero. Qualche anno dopo l'immagine fu anche utilizzata, con nuovo titolo e qualche colore rivisto,  per la 48a raccoltina della Serie Rossa.



Nel 1995 anche Claudio Villa decise di dare la sua interpretazione di questa rocambolesca situazione in occasione della copertina del 15° numero della Tex Edição Histórica della brasiliana Globo. In Italia per vedere, se pur ricolorata redazionalmente, l'illustrazione di Villa abbiamo dovuto attendere l'uscita del numero 13 della Nuova Ristampa (1997), dove fu pubblicata come "poster" allegato.


La versione più spettacolare è decisamente quella di Claudio Villa.
Vi aspettiamo alla prossima puntata

Saverio Ceri

N.B. Trovate i link alle altre Secret Origins in Cronologie & Index!