giovedì 7 settembre 2017

L'ANGOLO DEL BONELLIDE (XXX): UNO SPIRITO CHE RITORNA SEMPRE - LE MILLE RESURREZIONI DELLO SPIRIT DI WILL EISNER (V parte - 2005/2009)

di Andrea Cantucci

L'Angolo del Bonellide, iniziato nell'aprile del 2014 (dopo un antefatto del 2012), arriva a quota trenta! Con la quinta parte della saga di The Spirit scritta da Cantucci entriamo nel vivo del XXI secolo, con le avventure del personaggio di Eisner portate sul grande schermo (con scarsi risultati di pubblico) da Frank Miller... (s.c. & f.m.)

2005-2009: Lo Spirit degli anni 2000

La sagoma di Spirit nel film di Miller


Appena scomparso Will Eisner nel 2005, il suo collega e amico Frank Miller, che aveva da poco co-diretto il film Sin City tratto dai propri fumetti, fu avvicinato dal produttore Michael Uslan con la proposta di dirigere il film di Spirit, di cui quest’ultimo si era assicurato i diritti cinematografici negli anni ’90. Prima di morire Eisner aveva dichiarato che si sarebbe opposto a un adattamento di Spirit che non fosse fedele all’originale, perché pare che Uslan avesse intenzione di trasformarlo in una specie di supereroe in costume dotato di poteri sovrumani, il ché era proprio ciò che l’autore si era rifiutato di fare quando aveva creato il personaggio.



Frank Miller
Miller dapprima rifiutò l’offerta non sentendosi all’altezza ma subito dopo ci ripensò. Accettò di dirigere il film e si assunse anche l’onore e l’onere di scriverne lui stesso la sceneggiatura, perché pare non sopportasse l’idea che qualcun altro mettesse le mani sull’opera di quello che per molti versi considerava il suo maestro.
Sapendo della prossima uscita del film, la DC Comics, che a sua volta deteneva ancora i diritti provvisori per i fumetti di Spirit, pubblicò nel 2005 il volume antologico The Best of The Spirit, che raccoglieva una selezione di storie in bianco e nero nella versione parzialmente retinata pubblicata a suo tempo dalla Kitchen Sink, e contemporaneamente ne mise in cantiere una nuova serie regolare di albi inediti. I nuovi episodi per la prima volta avrebbero avuto ventidue pagine l’uno, lunghezza abituale nei comic book dagli anni ’60 in poi.


The Best of Spirit (DC, 2005)

La realizzazione di quello che era in pratica l’episodio pilota della nuova serie, fu affidata allo sceneggiatore Jeph Loeb e al disegnatore canadese Darwyn Cooke. Si trattò di un cosiddetto team-up, di quelli in cui si uniscono due personaggi di serie diverse, che vide Spirit dividere il ruolo di protagonista con Batman. Era un cosa che, vivo Eisner, non era mai accaduta in questa forma ma il parallelo tra i due personaggi aveva dei precedenti in un paio di illustrazioni in cui Spirit e Batman erano già apparsi insieme, di cui una disegnata da Eisner nel 1989 per i cinquant’anni di Batman. Inoltre per la DC sfruttare la fama di Batman era il modo più semplice e immediato per raggiungere una vasta audience a cui far conoscere la nuova versione di Spirit.


Batman e Spirit - disegno di Eisner del 1989

Tra l’altro non si può negare che Loeb e Cooke abbiano fatto un buon lavoro, nella loro storia fuori serie di quaranta pagine uscita nel Gennaio 2007 e intitolata Crime Convention (La Convention del Crimine), in cui il tema della riunione internazionale dei maggiori criminali del mondo sembra direttamente ispirato da un episodio di Eisner del 1946 ma può ricordare vagamente anche degli albi di Batman degli anni ’70.
I testi di Loeb hanno la giusta dose di ironia, anche nell’evidenziare certi paralleli tra i personaggi delle due serie (i commissari Gordon e Dolan che qui scopriamo essere amici, Catwoman e P’Gell che fanno le fusa ai due eroi scambiandoseli, il Joker e Octopus che si alternano come principali minacce e anche nell’uso delle maschere). Quello che per ora manca è Ebony come contraltare di Robin, ma l’aiutante di colore di Spirit apparirà poi nella serie regolare. Può stupire come i nemici di Batman e di Spirit si amalgamino bene nella loro convention, che dovrebbe essere internazionale ma sembra riunisca soprattutto criminali di Gotham City e di Central City. Il merito della riuscita di tale fusione dal punto di vista grafico va a Darwyn Cooke, il cui stile retrò è diverso da quello di Eisner ma richiama il periodo giusto, ricordando in una forma più attuale ed elegante quello del disegnatore di Batman degli anni ’40 Jerry Robinson e dei suoi immediati successori.



Batman-The Spirit (DC, 2007)


Nella serie regolare di Spirit iniziata da Febbraio 2007 fu Cooke a fare la parte del leone per la prima dozzina di albi, occupandosi da solo di testi e disegni, coadiuvato ottimamente da J. Bone alle chine e soprattutto da Dave Stewart ai colori. Se l’episodio con Batman era poco più di un divertissement, la serie di Cooke è più interessante. Non è più proprio quella di Eisner, è ambientata nel presente con piccole e grandi differenze, ma lo spirito (è il caso di dirlo) delle avventure e dei personaggi originali è sostanzialmente mantenuto.


Splash page da Batman-The Spirit (DC, 2007)


Le splash page tipiche di Spirit, avendo più spazio, sono disegnate da Cooke su due pagine dopo un breve prologo. Lo stile del tratto è più essenziale. I giochi di ombre di Eisner sono spesso sostituiti da silhouette nere. Non mancano qua e là gli effetti grafici dinamici tipici dei comic book dagli anni ’60 in poi... È un po’ come vedere quello che poteva essere Spirit se fosse stato realizzato da un Jack Kirby o da un John Romita.
In questa versione del 2007 vengono introdotti dei nuovi personaggi e quelli classici sono resi più attuali sotto vari punti di vista, i disegni sono più vicini a uno stile da cartoon, gli episodi sono lunghi il triplo, eppure grazia alla sensibilità dell’autore si ha ancora la sensazione di leggere delle autentiche storie di Spirit.


The Spirit Book n. 1 (raccolta dei nn. 1-6, DC)


Il personaggio maggiormente modificato da Cooke, ma in senso positivo, è senz’altro Ebony, che ora è un tassista abusivo di quattordici anni, un ragazzo di colore di oggi senza antiquate caratterizzazioni offensive e decisamente più sveglio del suo precursore, che assiste Spirit scarrozzandolo come nelle prime storie sul suo taxi ma senza licenza (in pratica sono entrambi dei fuorilegge anche per il codice della strada).
Ellen Dolan è qui fidanzata con Denny Colt fin da prima che diventi Spirit e ha una pettinatura sempre retrò ma stile anni ’60. Evidentemente Cooke ha ripreso questi due elementi dagli episodi di Eisner del 1966. Come carattere non è molto diversa dell’Ellen originale, ma quella che negli anni ’40 era una femminista ante litteram oggi appare come una semplice ragazza d’altri tempi. Però sono i tempi a essere cambiati e non lei. Anche il burbero commissario Dolan, pur ridisegnato con un stile diverso e alle prese col mondo moderno, nella versione di Cooke rimane del tutto coerente con la prima versione, probabilmente perché il personaggio di Eisner anticipava già tanti sbirri duri e realistici a cui ci avrebbero poi abituati romanzi e telefilm successivi.


The Spirit Book 2, dettaglio della cover di Darwyn Cooke


Nel n°1 Cooke introduce un nuovo efficace personaggio femminile, la giornalista televisiva Ginger Coffee che farebbe di tutto per uno scoop. Nel n°2 riprende la bella criminale P’Gell in un intrigo internazionale alla Hitchcock e svela le motivazioni profonde che l’hanno resa ciò che è oggi. Nel n°3 narra in flashback la sua versione delle origini di Spirit, con taglio da cinemascope e grafica alterata dai colori estranianti di Stewart. 


The Spirit n° 2 (DC, 2007)

Se molti personaggi sono uguali a sé stessi, la bruna ex-spia inglese Satin che qui appare dal n°4, è trasformata in una bionda agente della CIA, ma anche in questo Cooke può aver preso spunto dalle ultime versioni di Eisner, che aveva reso Satin bionda in alcune delle sue ultime copertine e illustrazioni. Sullo stesso numero anche Octopus non ha problemi ad adattarsi a un’epoca piena di TV via cavo, telefoni cellulari e personal computer, strumenti che anzi agevolano la sua esigenza di restare sempre nell’ombra. Il subdolo Mister Carrion diventa invece un imprenditore rampante senza scrupoli dall’aspetto un po’ dark, che nel n°5 smaltisce abusivamente una scorta di alimentari sfruttando per venderla l’immagine e il nome di Spirit.


The Spirit n° 3 (DC, 2007)

The Spirit n° 6 (DC, 2007)


Le atmosfere e il tipo di situazioni imbastite da Cooke, tra avventura e umorismo, restano sempre affini a quelle della serie originale, ma l’episodio di stile più eisneriano è probabilmente il n°6, di cui più che Spirit il vero protagonista è un giovane musicista prodigio che diventa il leader di un gruppo punk, per poi rimanere dipendente di una sostanza ricavata da un meteorite. Il misto di difficoltà concrete e interiori con cui si scontra, da cui si potrebbe trarre qualche insegnamento lasciato alla sensibilità dei lettori, è particolarmente vicino alle storie e alla poetica di Eisner, ma più calato nelle problematiche del mondo di oggi.
Il nemico più ricorrente creato da Cooke è lo zombi del criminale Alvarro Mortez, che accusa Spirit d’aver provocato la sua morte e, anche se lui e i suoi simili sconfinano un po’ troppo nel fantastico esplicito rispetto alle storie più sottili e allusive di Eisner, hanno comunque un aspetto grottesco abbastanza eisneriano che rende tali mostri in fondo non troppo seri, nonostante siano disegnati con un tratto molto diverso.


The Spirit n° 8 (DC, 2007)

The Spirit n° 9 (DC, 2007)


L’episodio in cui troviamo le scene che più omaggiano il maestro è però quello del n°12, in cui Cooke chiude il suo ciclo realizzando un bel remake moderno della storia di Sand Saref, in cui i flashback color seppia pieni di tratteggi e vignette sovrapposte sono una doverosa ed efficace citazione sia degli esperimenti grafici tipici dell’Eisner di Spirit che delle scene scontornate e tratteggiate dei suoi successivi graphic novel.


The Spirit n°12 (DC,2008)


Cooke lasciò Spirit dopo averne realizzati undici episodi su dodici, usciti nell’arco di un anno fino al Gennaio 2008. Dal n°14 in poi lo sostituirono ai testi l’autore umoristico Sergio Aragones e Mark Evanier, mentre ai disegni si alternarono inizialmente Paul Smith e Mike Ploog, quest’ultimo un vero e proprio allievo di Eisner dallo stile simile a quello del maestro. Il problema era che dopo delle storie della qualità di quelle di Cooke, era difficile mantenere lo stesso livello, ma come in altri momenti delle continue morti e resurrezioni di Spirit i sostituti andarono avanti facendo del loro meglio. Le storie si fecero a tratti più umoristiche, un po’ come nel periodo di Feiffer di oltre cinquant’anni prima e come allora anche con dei riferimenti auto-ironici.


The Spirit n°17 (DC,2008)

The Spirit n° 19 (DC, 2008)


Per esempio in uno dei tre episodi del n°19 del Settembre 2008, un disegnatore di fumetti uccide uno sceneggiatore perché scrive dialoghi troppo prolissi e ingombranti senza lasciargli abbastanza spazio. La paradossale storia è un’occasione per difendere da simili rimproveri la serie di Spirit. Anche Eisner infatti spesso intasava un po’ le vignette delle sue storie con lunghi testi, dovendo concentrare in poche pagine una lettura più duratura possibile e avendo evidentemente molto più da dire di tanti altri autori di fumetti.


Poster del film The Spirit

Mentre la nuova serie proseguiva, a fine 2008 uscì il film The Spirit di Frank Miller, ma nonostante i buoni effetti speciali e un buon gusto retrò nella fotografia contrastata e seppiata delle scenografie, interamente realizzate al computer e molto fedeli al fumetto, la pellicola fu in gran parte una terribile delusione.
A parte l’accettabile sostituzione dell’abito blu del protagonista con un completo nero e l’esibizione ostentata delle sue doti acrobatiche che nei fumetti era presente solo nei primi episodi, il tradimento del personaggio è evidente soprattutto nel vero e proprio superpotere attribuitogli nel film, la capacità di guarigione accelerata che lo rende pressoché indistruttibile e ne permette il ritorno dalla morte dopo che è stato ucciso, proprio il tipo di facoltà forzata e irreale che Eisner si era rifiutato di attribuirgli a suo tempo. Nei fumetti al contrario Spirit è sempre stato un eroe del tutto umano che a volte esce dagli scontri malconcio e con le ossa rotte, tanto da aver bisogno di molto tempo per guarire dalle ferite più gravi e riprendersi completamente.



Octopus interpretato da Samuel L. Jackson


Gli eccessivi armamenti di Octopus nel film The Spirit

Un altro tradimento è stato mostrare il vero volto di Octopus, che nei fumetti non si vede mai, senza fargli indossare le sue tipiche maschere e facendolo interpretare per di più da un gigionesco Samuel L. Jackson del tutto fuori parte. Quello che in origine era un misterioso genio del delitto, invisibile e inafferrabile ma anche molto realistico, che tesseva intrighi nell’ombra, diventa così un iperviolento cattivone da cartoon con abiti kitsch e la stessa invulnerabilità qui attribuita a Spirit, il ché lo rende di fatto un banale supercriminale.


Sand Saref interpretata da Eva Mendes


Benché Miller abbia cercato di restare fedele al fumetto usando come traccia principale l’episodio di Sand Saref e aggiungendovi una serie di scene riprese da altre storie, il modo in cui le ha collegate risulta forzato. Se varie sequenze del film si possono considerare riuscite sul piano visivo, la trama che le lega insieme è invece piuttosto ingenua, girando attorno a un mitico sangue di Erakle appositamente inventato che rende immortali e costituisce la principale forzatura di comodo per spiegare i poteri e le azioni e dei personaggi.


Gabriel Macht e Dan Lauria sono Spirit e Dolan nel film del 2008
Sarah Paulson è Ellen Dolan nel film The Spirit


Tra gli attori, Dan Lauria e soprattutto Sarah Paulson sono abbastanza credibili, nelle vesti di Dolan e di sua figlia Ellen. Anzi sono quasi gli unici del film, insieme ai due ragazzi che interpretano Denny Colt e Sand Saref giovani, a infondere vitalità e realismo nei loro personaggi, anche se Ellen è stata trasformata in una dottoressa e il commissario Dolan ha perso i baffi ed è meno anziano e più trasandato di quello dei fumetti.



Spirit interpretato da Gabriel Macht


Tutti gli altri, come il poco espressivo Gabriel Macht nel ruolo di uno Spirit dall’aria spaesata e la pur sensuale Eva Mendes nel ruolo di Sand Saref adulta, a parte la somiglianza coi personaggi recitano in modo falsato e sopra le righe, come nei vecchi telefilm di Batman, forse pensando che lo stile fumetto sia quello. Ma l’insieme che ne risulta non ha molto a che fare con lo spirito (letteralmente) del fumetto originale.
L’errore principale di Miller può essere stato proprio l’aver impostato come un troppo superficiale fumetto filmato quella che in origine era un’opera di stile cinematografico per niente ingenuo, concentrandosi sugli aspetti visivi con riferimenti ai disegni originali, ma trascurando lo spessore di trama e dialoghi. Questi ultimi nel film da lui scritto sono a tratti abbastanza terribili, con varie citazioni fumettistiche ma pochi contenuti che facciano progredire la trama in direzioni nuove e non scontate, mentre erano queste le cose più curate da Eisner e che ne giustificavano gli esperimenti visuali in chiave narrativa, ovvero al servizio di una buona storia. L’enorme lavoro fatto nel film per ricreare Central City in digitale, con atmosfere noir attentamente dosate e contrasti limitati a pochi colori controllati, pur profuso con passione e abilità, è servito così solo a dare un bello sfondo a una storia tutto sommato banale e prevedibile, ciò che quelle di Eisner non erano.


Silken Floss interpretata da Scarlett Johansson


Nell’adattare il proprio Sin City per il grande schermo Miller aveva preteso e ottenuto la massima fedeltà alla propria opera ma non è riuscito a fare altrettanto con Spirit, probabilmente perché le sue corde sono molto diverse. Ne ha ben riprodotto visivamente delle parti, ma senza renderne vividi i personaggi o ricreare la ricchezza delle loro psicologie originarie. Un altro esempio di tradimento rispetto alle storie di Eisner è la dottoressa Silken Floss, che a parte il diverso colore di capelli, nel fumetto non è mai stata una criminale mentre nel film è un’affiliata senza scrupoli di Octopus, cioè una persona del tutto diversa. Inoltre la bella e un po’ inamidata Scarlett Johansson che la interpreta, pur ricordando l’ostentata freddezza esteriore del personaggio originale, non riflette minimamente i suoi ben più complessi e ambivalenti sentimenti interiori.
Anche il film di Spirit, come i suoi contemporanei comic book, non è ambientato negli anni ’40, o meglio mescola a molti elementi che li rievocano dei mezzi tecnologici moderni come cellulari e computer, che fanno pensare che ci troviamo negli anni 2000 o in un contesto a-temporale imprecisato. È comunque un’epoca un po’ troppo piena di armamenti esagerati e irrealistici, mai visti in quello che a suo modo era un fumetto molto più plausibile e concreto. Ciò dipende dal fatto che il fumettista-regista Miller ha volutamente girato un film bizzarro e grottesco, nel tentativo di rifarsi agli aspetti umoristici di Spirit (infatti quando i personaggi si malmenano in modo assurdo è chiaro che si tratta di una parodia), però ha ecceduto negli effetti mirabolanti e impossibili e nella violenza eccessiva e reiterata, molto più tipica delle sue storie che di quelle di Eisner.


Poster originale del film The Spirit (2008)


A un Miller appena imbarcatosi nell’industria del cinema è mancato il senso della misura, la sensibilità e l’umorismo sottile di Eisner (benché dicesse di ascoltarne interiormente la voce), di quel tanto che è bastato a far degenerare in un vero e proprio flop quello che poteva essere un discreto adattamento. Tra l’altro è paradossale che abbia eliminato dal film il personaggio di Ebony, evitando così tutte le polemiche sulla sua caratterizzazione razzista, ma abbia poi assegnato a un nero un ruolo di malvagio così stereotipato da procurargli accuse di razzismo maggiori di quelle ricevute dal fumetto. Nei puritani Stati Uniti The Spirit è stato anche giudicato un film con troppa violenza e allusioni sexy per i ragazzi e vietato ai minori di tredici anni, il ché ha contribuito al suo insuccesso commerciale, ma per altri versi è troppo kitsch per rivolgersi sul serio ad adulti maturi. I ben più raffinati fumetti di Eisner erano invece apprezzabili da entrambi i target.


Scena del film The Spirit


Quello che è venuto fuori nel film insomma non è lo Spirit di Eisner, ma forse ciò che poteva essere se lo avesse creato Frank Miller. Anche le tirate enfatiche sul fatto di essere innamorato della sua città, sono del tutto assenti nei fumetti. E per fortuna non è stata girata la scena splatter del finale, in cui un infuriato Spirit doveva fare a pezzi con le sue mani i resti del cadavere di Octopus… D’altra parte considerando gli aspetti positivi, come la buona confezione visiva, è probabile che Miller abbia limitato di molto i danni, impedendo almeno ai produttori di trasformare Spirit in un vero supereroe in costume come nelle loro intenzioni iniziali e riuscendo comunque a mantenere una certa quantità di elementi in comune col fumetto originale.


Poster italiano del film The Spirit










Essendosi risolto in un flop il film di Miller, all’inizio del 2009 agli albi di Spirit della DC venne a mancare uno sperato sostegno pubblicitario di cui avrebbero avuto bisogno. Benché le storie disegnate, sempre proseguite da vari autori che si alternavano, fossero più fedeli alle caratteristiche della serie originale, la prima collana di Spirit marcata DC Comics terminò nell’agosto dello stesso anno col n°32. Ma a differenza dell’industria del  cinema, l’editore non si arrese e si preparò a rilanciare il personaggio con una parziale inversione di rotta…


The Spirit n° 31 e n° 32 (DC, 2009)


Andrea Cantucci

N.B. Trovate i link alle altre puntate dei bonellidi su Cronologie & Index!

"NEL MISTERO" CON SCLAVI E STANO

Bonelli horror news

di Filippo Pieri

Il numero 23 di Preview si apre con una copertina di Angelo Stano. E non poteva essere diversamente, dato che la prima notizia è di quelle che faranno felici i moltissimi fan di Dylan Dog. Tiziano Sclavi, il creatore dell'Indagatore dell'Incubo, e Angelo Stano, disegnatore del n. 1 e di alcune delle più importanti storie del personaggio (tra cui Morgana, Storia di Nessuno e La storia di Dylan Dog), nonché copertinista della serie dal n. 43 al n. 361, tornano di nuovo insieme in un'avventura intitolata Nel mistero. Sarà un'edizione speciale cartonata da libreria di 144 pagine con i colori di Giovanna Niro, che conterrà anche numerosi e gustosi extra. Sarà venduta al prezzo di 19 Euro e successivamente il volume sarà proposto anche in edicola.






N.B. Trovate i link alle altre novità bonelliane su Interviste & News!

giovedì 31 agosto 2017

LA CONQUISTA DEL WEST: TERRA, INDIANI E SANGUE! TERRORE ROSSO! I BARBARI ARGONAUTI! - LA STORIA DEL WEST by WILSON VIEIRA (XLIX PARTE)

di Wilson Vieira

Arrivati a un passo dalla fatidica cinquantesima puntata della Storia del West, che il nostro collaboratore e amico, il fumettista brasiliano Wilson Vieira, sta scrivendo appositamente per noi all'altro capo del globo, è giunto il momento di parlare della Conquista del West stesso! Vi ricordiamo che le immagini non bonelliane sono state scelte e posizionate nel testo da Wilson in persona. Buona lettura! (s.c. & f.m.)



Geograficamente parlando il territorio degli attuali Stati Uniti d’America può essere diviso in tre zone: (1) - l’Est, cioè la fascia costiera atlantica delimitata a Occidente dalle catene montuose degli Allegani e degli Appalachi; (2) - il West, cioè l’altopiano centrale occupato interamente dal bacino fluviale del Mississippi-Missouri e caratterizzato, specie nella parte di ponente, dall’immensa distesa della Prateria e (3) - il Far West, cioè la regione che comprende le Montagne Rocciose e il loro versante occidentale degradante verso l’oceano Pacifico.
Tale conformazione geografica va tenuta presente per ben comprendere lo sviluppo Storico della colonizzazione del Nord-America: la fascia costiera atlantica fu logicamente la prima a essere raggiunta dagli Europei e lungo essa sorsero i primi villaggi e le prime città (1600 e 1700); in seguito, agli inizi del 1800, il grande altopiano centrale venne attraversato piuttosto che colonizzato, in quanto i pionieri erroneamente lo ritennero inadatto alla coltivazione e preferirono raggiungere il Far West, cioè l’Oregon e la California; nella seconda metà del secolo, infine, anche la Prateria centrale, lasciata per tanto tempo ancora agli Indiani e ai bisonti, divenne meta di emigranti che vi si stabilirono e la colonizzarono.
Ciò va ricordato anche per stabilire due concetti, spesso confusi: quello di “Frontiera” e quello di “Conquista del West”.


Storia del West n. 1, giugno 1967. Disegno di D'Antonio


Infatti fin da quando nuclei di colonizzatori inglesi si stabilirono in Virginia nel 1620, la dura vita della Frontiera fu per l’avanguardia dei Bianchi una realtà quotidiana, con tutti i disagi e i pericoli che essa presentava, l’ostilità degli Indiani in primo luogo.
Al contrario, con l’espressione “Conquista del West” si intende soltanto quel movimento di masse umane, che iniziò nei primi anni del 1800 determinando lo sportarsi della frontiera oltre gli Allegani e gli Appalachi, fino alla valle del Mississippi e poi, via via, alla costa del Pacifico; in questo senso la “Conquista del West” non è che l’ultimo periodo della Storia della frontiera Americana.
Qui il nostro saggio, che riguarda solo la Conquista del West, inizia dunque alla fine del 1700, quando ormai la fascia costiera atlantica è organizzata in tredici colonie sotto la sovranità Inglese: Massachussetts, Connecticut, Rhode Island, New Hampshire, New England, New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware, Maryland, Virginia, Carolina del Nord e  del Sud, e Georgia.
Era un territorio notevolmente popolato, civile e costellato da villaggi e città.
Se dovessimo indicare la principale caratteristica dei suoi abitanti diremmo che essa era un grande, sconfinato amore per la libertà; ed è logico, in fondo, dato che i coloni erano tutta gente che aveva affrontato i rischi della traversata in mare e della vita della frontiera proprio per cercare in America quella libertà; politica, religiosa o sociale, che non aveva trovato in Europa.
Era più che naturale quindi che, alla prima occasione, le tredici colonie, per amore di quella libertà, recidessero tutti i legami con la nazione europea della quale erano sudditi: l’Inghilterra.


Storie da Altrove n. 20, settembre 2017. Disegno di Alessandrini


Nel 1776, prendendo spunto da una serie di tasse ingiuste, i coloni americani dichiararono infatti la loro Indipendenza dalla madre Patria e, sotto la guida del virginiano George Washington (1732 – 1799), la conquistarono dopo cinque anni di lotta con le vittorie di Saratoga e Yorktown.
Fra le ragioni che avevano contribuito a scavare il solco d’incomprensione tra l’Inghilterra e i suoi sudditi Americani v’era anche la posizione assunta del Governo di Londra riguardo alla frontiera occidentale delle colonie, delineata dalle catene dei monti Allegani e Appalachi.
Infatti, secondo i governanti Inglesi, l’emigrazione in massa verso le terre del West, già iniziata da qualche anno, minacciava di compromettere il commercio delle pellicce preziose con gli Indiani, poteva causare complicazioni diplomatiche con la Francia, che possedeva l’ampio bacino del Mississippi-Missouri (territorio della Lousiana), e avrebbe certo scatenato la guerra con le tribù Indiane.
Ma nessuna autorità era ormai in grado di arrestare l’espansione verso Ovest delle tredici colonie.




Se al termine della Guerra d’Indipendenza la marcia verso i territori al di là delle montagne aveva ancora proporzioni modeste, ciò era dovuto piuttosto a difficoltà naturali; a Nord, la strada verso il fertile valle dell’Ohio era sbarrata dagli Indiani Irochesi, e più a Sud si dovevano superare aspri sistemi montuosi.







Tuttavia, prima ancora della fine della Guerra d’Indipendenza, Daniel Boone (1734 – 1820), figura di cacciatore e di esploratore destinata a divenire leggendaria, raggiungeva gli Appalachi centrali scoprendovi un valico, il Passo Cumberland, che poteva essere attraversato con relativa facilità.
Da questo valico, Boone, com'è raffigurato in un celebre e noto quadro, vide aprirsi davanti ai suoi occhi la grande valle del fiume Kentucky. Era il paese più bello che un cacciatore di pellicce potesse immaginare.
Dalle rive paludose del fiume si alzavano centinaia di trampolieri di ogni genere; nelle radure, cervi e alci pascolavano tranquillamente, e sulle praterie si muovevano mandrie sterminate di bisonti.
Negli anni seguenti Daniel Boone tornò più volte sulle rive del Kentucky guidando lunghe carovane di emigranti attraverso il Passo Cumberland.
Gli Indiani, naturalmente, non gradivano questa intrusione nel loro territori di caccia e attaccavano continuamente le carovane in marcia e le fattorie che via via sorgevano sul cosiddetto Bel Fiume; tuttavia, chiudendosi in un fortino, costruito dallo stesso Boone, malgrado gli attacchi degli Indiani, i Bianchi mantennero ed estesero la loro infiltrazione.
Nella lingua delle tribù Shawnee, Kentucky significa con orgoglio Terra Sanguinosa, giusto appellativo, se si pensa che del primo nucleo di 256 coloni bianchi intrusi, stabilitosi nel Kentucky verso il 1780, solo 10 erano ancora vivi nel 1790.





Ma la minaccia del “Terrore Rosso” non doveva impressionare troppo i pionieri se uno di questi poteva descrivere con queste parole l’aspetto del Passo Cumberland alla fine del secolo:
Ogni giorno il passo viene attraversato da migliaia di uomini, donne e bambini, che vi arrivano in carovane successive, formando un fiume ininterrotto di esseri umani, buoi, cavalli e altri animali domestici.




Appena giunta a destinazione, una carovana di emigranti procedeva alla costruzione di un fortino nel quale tutti si rifugiavano in caso di minaccia da parte degli Indiani; poi le varie famiglie si sceglievano un pezzo di foresta, che gli uomini abbattevano, cominciando subito le coltivazioni. Solo a semina terminata le famiglie si dedicavano alla costruzione di rozze capanne di tronchi nella quale trascorrevano il primo e difficile inverno.





Nel 1789, allo scopo di assicurare i pionieri, esposti a ogni sorta di malattie e alle più gravi privazioni, almeno contro gli Indiani, il generale Saint Clair (1737 – 1818) firmò un trattato di pace con i Nativi delle tribù Miami, Shawnee e i Delaware, secondo il quale essi “cedevano” agli Stati Uniti l’alta valle dell’Ohio e il territorio del Kentucky.
M, gli Indiani - e ciò fu la causa di tutte le guerre fra Pellerossa e Bianchi - intendevano il concetto di “cessione della terra” in modo molto diverso dai Bianchi; per essi, infatti, la foresta era una proprietà comune, dove tutti gli uomini potevano liberamente cacciare. Con i “trattati di pace” gli Indiani ritenevano generalmente di cedere ai Bianchi il diritto di caccia, ma NON quello di sfruttamento agricolo. Di fronte allo spettacolo di migliaia di coloni che abbattevano la foresta, costruivano case, coltivavano campi e distruggevano la selvaggina, gli indiani del Kentucky, dell’Ohio, e i loro vicini del Tennessee si sentirono completamente ingannati e ricominciarono ad attaccare le fattorie isolate e le carovane meno numerose.
Il prode capo dei Miami, Little Turtle (1752 – 1812), messosi alla testa di una Confederazione Indiana formata dalle tribù Miami, Shawnee, Delaware e Maumi, sconfisse nel 1790 una spedizione punitiva guidata dal generale Josiah Harmar (1753 – 1813) e l’anno successivo un’altra agli ordini del generale Arthur Saint Clair (1736 – 1818) .





La guerra cessò solo quattro anni dopo, quando il generale Anthony Wayne (1745 – 1796) vinse Little Turtle in una sanguinosa battaglia avvenuta nel cuore della foresta, in seguito alla quale l’Esercito procedette alla distruzione dei villaggi e delle misere coltivazioni indiane.




Con la pace di Greenville del 1795, la colonizzazione dell’alto Ohio del Kentucky divenne pacifica, ma le tribù di Little Turtle rinchiuse nelle Riserve, come altre gente della loro stirpe, decaddero rapidamente e finirono per estinguersi; per colpa soltanto dei Bianchi invasori.
La “scomparsa” della “minaccia Indiana” spinse naturalmente un numero crescente di pionieri sulla pista aperta da Daniel Boone.
Nel frattempo, altre strade verso il West erano state tracciate dagli intraprendenti pionieri: la pista Forbes, che univa diretamente la Pennsylvania con l’Ohio, e la National, che univa Baltimora con Columbus, nell’Ohio.
Nel 1803 i territori dell’Ohio, del Kentucky e del Tennessee, ormai popolosi, ricchi e fertili - ovviamente senza i maledetti Pellerossa - ricevettero la qualifica di Stati e mandarono i loro rappresentanti al Congresso Americano.
In tutta la Storia del West, questo passaggio dalla condizione di Territory a quella di Stato, venne effettuata solo quando una data ragione era ormai completamente civilizzata e quindi i suoi abitanti godevano appieno dei diritti di cittadini Americani; ciò significava che per quel territorio l’epoca gloriosa della frontiera cosiddetta “selvaggia” si era conclusa.
Nel 1800, Daniel Boone, che più di ogni altro aveva contribuito alla nascita dei nuovi Stati, li abbandonava per avventurarsi in solitudine verso il Missouri in cerca di nuove avventure, vera incarnazione del motto di quegli tempi: Sempre più ad Ovest!
Sulle strade che, agli inizi del 1800, cominciavano a solcare la vergine vastità del Nord America, scorreva soltanto una piccola parte dell’immenso flusso di uomini e merci diretto verso l’Ovest e il Sud-Ovest.

Zagor n. 493, agosto 2006. Disegno di Ferri






I grandi fiumi del bacino del Mississippi servivano molto meglio alle crescenti necessità delle comunicazioni e del commercio: l’Ohio e i suoi affluenti costituivano un complesso di piste che permetteva di spingersi per migliaia di chilometri verso il West e che conduceva, tramite il Mississippi e il Missouri, a New Orleans nel Golfo del Messico in una direzione e alle grandi praterie nell’altra. Questo fino alla costruzione delle grandi linee ferroviarie, nella parte orientale di questa vasta rete idrica... dove sorgevano le cittadine di Radstone, Pittsburg, Wheeling e Olean, dove le rive pullulavano quotidianamente di emigranti in attesa di un passaggio.
Molto prima che le ruote dei carri coperti cominciassero a cigolare sulla prateria, i pionieri avevano infatti iniziato la loro incessante marcia verso il West sui barconi che discendevano e risalivano pigramente il Padre delle Acque, com'era chiamato il vasto sistema fluviale Mississippi-Missouri-Ohio.

Tex Color n. 5, agosto 2014. Disegno di Villa






Questo servizio di trasporto di emigranti e di mercanzie veniva effettuato con imbarcazioni di vario tipo; alcune, avendo la chiglia piatta, potevano navigare in acque poco profonde, altre erano lunge fino a trenta metri e pescavano un metro e mezzo o due.




Zagor n. 370, maggio 1996. Disegno di Ferri


I "barconi piatti" erano i più usati per il trasporto degli emigranti che discendevano la corrente; costruiti con rozze assi appena squadrate, s’innalzavano come fortezze sul pelo dell’acqua e viaggiavano spesso in grosse flottiglie per proteggersi reciprocamente e per guidarsi l’un l’altro lungo l’insidioso corso del fiume. L’intero viaggio da Pittsburgh fino a New Orleans su natanti di questo genere richiedeva cinque o sei settimane. I barconi piatti però erano troppo rozzi e pesanti per fare il viaggio di ritorno risalendo la corrente: all'arrivo i proprietari trovavano più conveniente demolirli e servirsi della legna per il fuoco.
I cosiddetti "barconi a palo”, vere e proprie navi fluviali, erano più maneggevoli di quelli piatti. Il loro scafo, stretto e allungato, permetteva una maggiore velocità e spesso l’uso dei remi e delle vele.




Tex n. 352, febbraio 1990. Disegno di Galep


Sui barconi a palo un viaggio di andata e ritorno fra Pittsburgh e New Orleans durava circa sei mesi, di cui la maggior parte era spesa per il viaggio di ritorno, dovendosi risalire la corrente. In questo caso, se non era possibile servirsi delle vele e dei remi, gli equipaggi spingevano il barcone contro corrente puntando lunghi pali sul fondo melmoso del fiume e camminando sul bordo del ponte in senso contrario alla marcia: nella loro fatica guidati dalle ritmiche grida di un capociurma che intonava a volte una canzone di cui i barcaioli cantavano il ritornello.
I battellieri e i piloti dell’Ohio, Missouri e del Mississippi, per forza fisica, resistenza alle fetiche, coraggio, capacità di ingerire liquori e raccontar frottole, possono essere paragonati al cacciatori e ai cowboy, per noi storici.
Il viaggio lungo la grande pista d’acqua era infatti un’avventura ricca d’imprevisti e di pericoli come una traversata della prateria.
I fiumi erano così larghi che in molti tratti, viaggiando nel centro della corrente, le rive erano quasi invisibili; i bassifondi cambiavano spesso posizione, e quindi gli incagli erano frequenti; causa le modeste qualità nautiche dei barconi, lo scatenarsi di una tempesta in mezzo al Padre delle Acque era per i barcaioli un rischio grave.

Tex n. 353, marzo 1990. Disegno di Galep





Inoltre c’erano gli Indiani, che nelle zone più selvagge attendevano al varco le pesanti imbarcazioni, e i terribili pirati del fiume che, celandosi fra gli isolotti, riuscivano a sorprendere gli equipaggi con improvvisi abbordaggi, degni degli antichi filibustieri. I barcaioli però conoscevano ed amavano la grande pista d’acqua e non temevano né gli Indiani né i pirati.





Samuel Langhorne Clemens detto Mark Twain (1835 – 1910), il grande umorista Americano che trascorse la sua infanzia sulle rive del Mississippi, descrive così i battellieri:
Tipi rudi, villani, selvaggi, ma capaci di sopportare allegramente le più temibili difficoltà, bevitori formidabili, rissosi, pazzi, ignari di ogni regola di decenza e di morale, prodighi del loro denaro, sempre senza un soldo in tasca, bugiardi prodigiosi, eppure fondamentalmente onesti, fedeli alle promesse e attaccati al dovere e spesso pittorescamente magnanimi.





Mike Fink (1770/80 – 1823) era il loro re, il Giasone di questa folla di barbari Argonauti.
In piedi sul ponte del suo barcone, Fink gridava alle atterrite popolazioni rivierasche, che egli poteva “battere nella corsa”, nel tiro con il fucile, nella lotta a mani libere o col pugnale, nelle bevute e nelle risse, ogni singolo uomo che vivesse sulle rive dei grandi fiumi da Pittsburgh a New Orleans, e anche tutti assieme.
La leggenda disse che da bambino Mike Fink rifiutasse una bottiglia di latte per chiedere una pinta di whiskey; da adulto poteva annegare, sputando, un’intera tribù d’Indiani o legarsi al collo come una cravatta il più grande alligatore del Mississippi.
Una volta - e questa non è più leggenda - portò via con due colpi di fucile i calcagni a un nero e si giustificò - guarda caso! - dicendo di averlo fatto perché altrimenti il poveretto non avrebbe mai trovato un paio di scarpe adatte ai suoi piedi.

Storie da Altrove n. 4, ottobre 2001. Disegno di Alessandrini





Il suo divertimento preferito era quello di un selvaggio Guglielmo Tell con la sua mela; messosi invece sulla testa una tazza di whiskey sfidava gli amici a colpirla purché a loro volta fossero disposti a subire altrettanto da parte sua.
Venne ucciso per vendetta da uno dei suoi "sudditi", un barcaiolo che gli scaricò la pistola nella schiena.
Da allora Mike Fink è divenuto l’eroe di tutte le storie e le leggende che i vecchi narrano sugli uomini che aprirono e percorsero le grandi piste d’acqua trasportando gli emigranti e i materiali necessari ala Conquista del West.
Ancora oggi, nella voce delle onde del Mississippi, i bambini dei villaggi rivieraschi riconoscono le grida di Mike Fink, e i battellieri invocavano questo “dio” del fiume perché li guidi fra i fondali bassi e li protegga dalle tempeste...




Wilson Vieira

N.B. trovate i link alle altre puntate della Storia del West su Cronologie & Index!

VOCI DA DARKWOOL!

a cura di Franco Lana

In attesa di riprendere con le interviste, l'amico e collaboratore torinese Franco "Frank Wool" Lana ci invia alcune sue foto che lo ritraggono insieme a grandi autori del fumetto! (s.c. & f.m.)

Il Giustiziere di DarkWOOL

Con Moreno Burattini

Con Ivo Milazzo

Con Sergio Giardo
Con Carlo Ambrosini (sx) e Paolo Bacilieri (dx)

Con Carlo Ambrosini

Con Lola Airaghi
Con Barbara Daniele
Con Pasquale Ruju

Con Cesare Valeri

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