lunedì 12 gennaio 2026

VITA E OPERE DI HOWARD PHILLIPS LOVECRAFT - TREDICESIMA PARTE (1928 - 1929)

di Sergio Climinti


Ritratto di Lovecraft a opera di SolFar (2016)


1928


Gennaio. Lo scrittore trascorre un fine settimana a Boston assieme Sonia e, una volta tornati a Providence, la donna resta in città per qualche settimana.


Febbraio. Sonia decide di tornare a New York. Qui trova un nuovo appartamento in affitto dove vivere e riesce ad avviare una nuova attività: apre un piccolo negozio di modisteria.


La via principale di Guthrie, Oklahoma, in una cartolina del 1909

LA MALEDIZIONE DI YIG

(THE CURSE OF YIG)

in collaborazione con Zealia Brown-Reed Bishop (r. p.)


Nel 1925 mi recai in Oklahoma per studiare alcune tradizioni che riguardano i serpenti, e ne riportai un tale spavento che mi accompagnerà per il resto della vita. Ammetto che si tratta di un atteggiamento assurdo, perché esistono spiegazioni razionali per tutto ciò che ho visto e udito, ma questo non mi lascia indifferente. Fosse solo per le antiche leggende, oggi non sarei così scosso; il mio lavoro di etnologo specializzato nelle culture degli indiani d’America mi ha abituato a ogni sorta di racconti fantastici, e so che anche fra i bianchi la gente semplice è in grado di battere qualunque pellerossa, quando si tratta d’inventare superstizioni. Tuttavia, non posso dimenticare ciò che ho visto coi miei occhi nell’ospedale psichiatrico di Guthrie.

Andai all’ospedale perché alcuni tra i più vecchi coloni della regione mi avevano detto che avrei trovato qualcosa di molto interessante, e del resto né gli indiani né i bianchi accettavano di darmi informazioni sulle leggende del dio-serpente di cui mi stavo occupando. Nella regione erano arrivati di recente molti cercatori di fortuna attratti dal boom petrolifero, ma com’è ovvio non sapevano nulla di vecchie tradizioni; mentre i pellerossa e i vecchi pionieri, quando accettavano di parlare, erano visibilmente spaventati. Non più di cinque o sei persone accennarono al manicomio, e anch’esse a bassa voce, con circospezione. Nonostante questa reticenza venni a sapere che il dottor McNeill era in grado di mostrarmi una prova tremenda e dirmi tutto ciò che volevo sapere. Mi avrebbe spiegato perché Yig, il padre semiumano dei serpenti, sia un essere temuto in tutto l’Oklahoma centrale, al punto che si preferisce non parlarne affatto; e perché i vecchi coloni rabbrividiscano al pensiero delle orge segrete celebrate dagli indiani, quando certi particolari giorni e notti dell’autunno vengono trasformati in orribili ricorrenze, sottolineate dal battito incessante dei tamburi.

Per tutte queste ragioni mi recai a Guthrie come un segugio che sente di essere sulla pista buona: da anni raccoglievo informazioni sull’evolversi del culto del serpente fra gli indiani. Da certe sfumature dei vecchi miti e persino da alcuni ritrovamenti archeologici avevo intuito che la figura del grande Quetzalcoatl – benigna divinità ofidica degli antichi abitanti del Messico – era stata ricavata da un più antico e oscuro prototipo. Negli ultimi mesi ero quasi riuscito a dimostrare la mia teoria con una serie di ricerche compiute dal Guatemala alle pianure dell’Oklahoma, ma al tutto mancava la certezza finale, perché a nord del confine il culto del serpente era sepolto sotto innumerevoli strati di paura e reticenza.”


Foto della corsa all'accaparramento delle ultime terre in Oklahoma nel 1899

L’etnologo, grazie ad alcune credenziali, ha accesso all’ospedale psichiatrico della città. Il direttore lo conduce in un’ala della struttura dove si trova una vittima della “maledizione di Yig”. Il dottore, giunto davanti a una porta d’acciaio contrassegnata dalla sigla B 116, batte dei colpi sull’anta e apre lo sportellino di osservazione.

Dalla finestrella aleggiò immediatamente un debole puzzo, e a me sembrò che il picchiare sulla porta provocasse una risposta in toni bassi, sibilanti. Finalmente il dottore mi fece segno di sostituirlo al punto d’osservazione, cosa che feci con un tremito immotivato ma crescente. La finestra con le sbarre che si trovava al capo opposto della stanza, praticamente al livello del suolo, permetteva il filtrare di ben poca luce; dovetti scrutare quella tana maleodorante per diversi secondi prima di individuare la creatura che si contorceva sul pavimento coperto di paglia, emettendo di tanto in tanto un sibilo debole e inutile. Poi il contorno della figura avvolta dalle ombre cominciò a precisarsi, e mi resi conto che la creatura strisciante aveva una vaga somiglianza con un corpo umano appiattito sul ventre, del quale si serviva per spingersi avanti. Afferrai la maniglia della porta e cercai di sostenermi, poiché sentivo che stavo per svenire.

Il tronco in movimento aveva dimensioni quasi umane ed era completamente nudo. Del tutto privo di peli, presentava una schiena squamata che nella luce fioca e irreale pareva ancora più sfuggente. La pelle, piuttosto bruna, presentava una quantità di macchie intorno alle spalle, e la testa era bizzarramente appiattita. Quando la sollevò, sibilando nella mia direzione, vidi che i piccoli occhi neri simili a perle erano senz’altro quelli di un uomo, ma non potei reggerli a lungo. Si erano fissati nei miei con orribile insistenza e chiusi la finestrella con un gemito, lasciando che la creatura continuasse a strisciare nella paglia che copriva il pavimento, nella debolissima luce della sua tana e lontana dai miei occhi.”


Riproduzione del Quetzalcoatl in un edificio della città di Teotihuacan

Ripresosi dal turbamento, l’etnologo viene invitato dal dottor McNeill nel suo ufficio, dove quest’ultimo gli racconta la tragica vicenda dei coniugi Davis, arrivati come tanti in Oklahoma nel 1899 per accaparrarsi un pezzo di terra dove poter vivere. L’uomo, di nome Walker, era alto e con gli occhi grigi e, pur essendo un uomo coraggioso, aveva un terrore incontrollabile per i serpenti, probabilmente per un trauma avuto in giovane età. La donna invece, Audrey, era bassa, con i capelli lisci e la pelle scura. La coppia e il loro fedele cane Wolf giunsero nella regione dei Wichita in primavera, stagione in cui non ci sono molti serpenti, e sentì parlare per la prima volta della leggenda di Yig, protettore dei rettili, temuto e rispettato dagli indiani del luogo.

Sembra che Yig, il dio-serpente adorato dalle tribù delle pianure centrali, sia l’archetipo da cui gli indios meridionali avrebbero tratto le figure di Quatzalcoatl o Kukulcan, e che si tratti di un demone bizzarro, semi-antropomorfo e dalla natura quanto mai arbitraria e capricciosa. Non del tutto malvagio, di solito è ben disposto verso coloro che onorano lui e i suoi figli, i serpenti; ma in autunno diventa particolarmente vorace e deve essere scacciato per mezzo di riti appropriati. Per questo i tamburi dei Pawnee, dei Wichita e dei Caddo suonavano incessantemente, e per settimane, nei mesi di agosto, settembre e ottobre; per la stessa ragione gli stregoni delle tribù facevano strani rumori con i sonagli e fischiavano curiosi motivi, come poi avrebbero fatto gli aztechi e i maya.”


Tipica capanna degli indiani Wichita in una foto del 1890 ca.

Durante una delle numerose tappe per raggiungere la loro destinazione, Audrey si accorse che si erano accampati vicino a un nido di serpenti a sonagli e, conoscendo il terrore del marito per i serpenti e non vedendolo nei dintorni, li uccise tutti col calcio del fucile. Non fece però in tempo a nascondere quel che aveva fatto, poiché Walker sopraggiunse prima che lei potesse fare qualcosa e, colto da una paura irrazionale, la redarguì per quell’atto offensivo nei confronti della divinità di quei territori.

Per il resto del viaggio Walker si astenne da ulteriori rimproveri dettati dalla paura. Attraversarono il Canadian River presso Newcastle e poco dopo incontrarono i primi veri indiani delle pianure: erano un gruppo di Wichita, con le coperte sulle spalle e un capo che sotto l’influsso del whisky parlava volentieri. In cambio di una bottiglia da un quarto di quello scioglilingua, il capo insegnò a Walker un lunghissimo incantesimo protettivo contro Yig. Alla fine della settimana i Davis raggiunsero il luogo che avevano scelto per vivere, nel territorio dei Wichita, e si affrettarono a tracciare i confini del loro appezzamento; poi, prima ancora di costruirsi una capanna, effettuarono la semina primaverile.”

Col passare delle settimane i due costruirono la loro abitazione e un granaio, inoltre fecero amicizia con le altre famiglie di coloni dei dintorni, prestandosi aiuto reciproco. Fra tutti i vicini, i Davis si affiatarono con i Compton, altra coppia di coloni con un figlio nato da poco, assieme ai quali costruirono un pozzo per assicurarsi una discreta fornitura d’acqua. Sui suoi terreni Walker non vide mai un serpente, ma ogni volta che si recava al vicino villaggio degli indiani Wichita, chiedeva sempre allo sciamano notizie e suggerimenti per eseguire riti propiziatori per ingraziarsi Yig, anche se la maggior parte delle informazioni non erano rassicuranti.


La storia di Lovecraft ha ispirato anche un'avventura dello sciamano bianco creato da G. Manfredi (1999)

Yig era un dio potente ma non era buona medicina; non dimenticava i torti e in autunno i suoi figli si scatenavano affamati; Yig stesso, in quel periodo, era intrattabile e affamato. Al momento del raccolto tutte le tribù preparavano la medicina contro Yig. Walker ricevette del granturco propiziatorio e danzò, nel costume adatto, al suono dei fischi, delle maschere e dei tamburi indiani. Il suono dei tamburi serviva a tener lontano Yig e a invocare l’aiuto di Tirawa, i cui figli sono gli uomini come i serpenti sono figli di Yig. Non era bene che la squaw di Walker avesse ammazzato i figli di Yig: al raccolto del mais, l’uomo doveva recitare gli incantesimi molte volte; Yig è Yig. Yig è un gran dio.

Al momento del raccolto Walker era riuscito a trasformare sua moglie in un ammasso di nervi. Le preghiere e gli incantesimi presi a prestito dagli indiani erano per lei una tortura insopportabile, e quando, in autunno, cominciarono i riti delle tribù, il lontano battere dei tamburi aggiunse a tutto un sinistro sfondo musicale. Era terribile sentire quel ritmo ovattato che il vento diffondeva sulle pianure rosse.”

L’autunno fu insolitamente caldo ma, arrivato il 31 ottobre, si alzò un freddo improvviso. Nonostante ciò, i coloni si decisero a festeggiare Halloween tutti assieme nella capanna dei coniugi Davis. I carri cominciarono ad arrivare nel pomeriggio e, dopo una grande grigliata, Lafayette Smith col suo violino fece danzare tutti nell’unica affollata stanza. La festa andò avanti fino alle dieci di sera, quando tutti gli invitati cominciarono a congedarsi, poi Walker e Audrey si addormentarono subito per la stanchezza. La donna fece un incubo e quando si svegliò notò che anche suo marito era seduto nel letto, intento ad ascoltare qualcosa.


Una tavola di Corrado Roi da 'Bedlam' (Magico Vento n. 20, febbraio 1999)

Si alzò, cercò la lanterna che teneva a portata di mano e agitò la scatola di fiammiferi che teneva appesa a un chiodo. Audrey rimase seduta in mezzo al letto e osservò la fiamma dello zolfanello che si trasformava nel bagliore diffuso della lampada. Poi, quando i loro occhi misero a fuoco la stanza cacciarono un urlo simultaneo che fece tremare le travi. Il pavimento di pietra, rischiarato alla luce della lanterna, era coperto da una massa di serpenti a sonagli maculati, un esercito che strisciava verso il fuoco e i cui componenti alzarono all’unisono la testa disgustosa per spaventare l’uomo già atterrito che aveva fatto luce.

Audrey li vide per un attimo soltanto: i rettili erano di ogni dimensione, in tale quantità che non era possibile contarli e a quanto pareva di molte specie diverse; ma nell’attimo in cui li fissò, due o tre di essi sollevarono la testa per colpire Walker, che cadde sul pavimento e provocò lo spegnersi della lanterna.”

La casa piombò nel buio e la donna, credendo il marito ormai morto, presa dal panico non trovò di meglio da fare che rifugiarsi sotto le coperte. Provò a sussurrare l’incantesimo che le aveva insegnato il marito, ma non riuscì a emettere alcun suono. Il tempo passava e i serpenti non sembravano decisi ad accanirsi anche su di lei. Non riusciva neanche più a sentirli strisciare e l’unico suono che distingueva era il tic-tac dell’orologio. Che fossero andati via? Dopo molto tempo si decise a sollevare le coperte e guardò fuori dalla finestra, alla ricerca della luce delle stelle.

Copertina di 'Weird Tales' del novembre 1929


Audrey non riusciva più a fidarsi dei sensi e a distinguere la realtà dalle allucinazioni. La finestra non era un quadrato perfetto. C’era qualcosa che si agitava sul bordo inferiore. Il ticchettio dell’orologio non era l’unico suono nella stanza e al di là di ogni dubbio si udiva un respiro pesante che non apparteneva a lei.”

Una sagoma antropomorfa occultò le stelle, aveva una testa enorme e le spalle possenti, e cominciò ad avanzare verso la donna.

I fili della ragione si spezzarono in un colpo solo, e nel giro di un secondo quella che una volta era stata Audrey si trasformò da bambina impaurita in pazza furiosa.”

La donna afferrò l’ascia appesa al muro e cominciò a colpire ripetutamente la figura urlando a squarciagola contro ciò che credeva fosse Yig.

FINALE: Il giorno dopo Sally Compton, una sua vicina passata per commentare la buona riuscita della festa del giorno prima, insospettita dalla mancanza del fumo dal comignolo si azzardò a entrare nella capanna.

Appena aperta la porta aveva sentito un odore tremendo, ma non era stato questo a stordirla, piuttosto ciò che aveva visto. Nella capanna erano successe cose atroci, e sul pavimento tre oggetti assurdi sfidavano il terrore e la comprensione della testimone. Accanto al camino, dove il fuoco era ormai spento, Sally vide i resti del cane: sulla pelle che a tratti rimaneva a nudo, la vecchiaia e la rogna avevano lasciato una serie di chiazze rosse, ma la carcassa era gonfia per effetto del veleno dei serpenti. Doveva averlo colpito un esercito di rettili.

A destra della porta c’era il cadavere di un uomo mutilato a colpi d’ascia: al momento della morte indossava una camicia da notte e in una mano stringeva ancora una lanterna andata in frantumi. Sul corpo dell’uomo, tuttavia, non c’era neppure il morso di un serpente. L’ascia insanguinata era a qualche passo da lui, abbandonata senza cura.

Sul pavimento una creatura disgustosa, dagli occhi vacui e che un tempo era stata una donna, strisciava sul ventre; ormai non era che una muta e folle caricatura di sé stessa. Non faceva che sibilare, sibilare senza tregua.”

Il dottore conclude così il suo racconto, e quando l’etnologo afferma che la paura dei serpenti doveva aver contagiato anche lei, oltre il marito, il direttore risponde:

«Sì. In un primo momento aveva degli intervalli di lucidità, ma poi si sono progressivamente ridotti. I capelli le sono diventati bianchi fino alla radice, poi hanno cominciato a cadere. La pelle si è coperta di macchie, e quando è morta…»

Lo interruppi, trasalendo.

«Morta? Ma allora… l’essere che abbiamo visto laggiù che cos’era?»

«Quell’essere, come dice lei, è nato da Audrey sei mesi dopo. Ce n’erano altri, e due erano anche peggio… Questo è l’unico sopravvissuto.»”


Prima pagina del racconto pubblicato su "Weird Tales", illustrazione di Hugh Rankin (Novembre 1929)



Scrive Lippi nella sua introduzione al racconto: “Zealia Brown-Reed Bishop era un’aspirante scrittrice sui trent’anni, vedova, che cercava di sfondare nel campo delle riviste popolari. Fornì a Lovecraft lo spunto per tre racconti, e tuttavia si trattava di materiale così esiguo che l’autore di Providence dovette provvedere non solo alla stesura materiale delle storie, ma anche a inventarne lo sfondo mitologico e fantastico. A buon diritto, The Curse of Yig, The Mound e Medusa’s Coil si possono considerare di Lovecraft al 100%, tanto è vero che egli stesso li raccomandava agli amici invitandoli a non farsi ingannare dal nome dell’autrice. In particolare, per The Curse of Yig, Lovecraft disponeva di scarsissimi elementi: una coppia di pionieri, il terrore dei serpenti e l’orribile morte di uno dei due che il veleno dei rettili gonfiava fino al punto da farlo scoppiare. L’invenzione del dio-serpente, l’atmosfera, le motivazioni dei personaggi e la scrittura sono tutta opera del nostro.” (G. Lippi, a cura di, H. P. Lovecraft. Tutti i racconti 1927-1930, Oscar Mondadori, Milano, 1991).

Lo stesso Lovecraft, in una missiva indirizzata a Clark Ashton Smith alla fine del 1929, scrive: “Se vuoi conoscere l’ultima mia storia pubblicata leggi The Curse of Yig, inclusa nell’ultimo numero di Weird Tales subito dopo la tua poesia. Ne è ‘autrice’ una delle mie clienti per le quali eseguo il lavoro di revisione. Questo racconto è praticamente mio, dato che tutto ciò che ho avuto a disposizione era una serie di brevi annotazioni riguardanti una coppia di pionieri, l’attacco al marito da parte dei serpenti e la conseguente follia della donna. Dieci, quindici parole in tutto. Tutto il resto è farina del mio sacco: la trama, le motivazioni, l’invenzione del dio-serpente, la maledizione, il prologo e l’epilogo. Sotto ogni punto di vista, la storia è mia.” (Selected Letters vol. III, Arkham House, 1971).

Lovecraft ambienta la storia in Oklahoma, ultimo territorio indiano ad essere conquistato dai coloni bianchi, nel 1889. Questa vasta regione era stata utilizzata dal governo degli Stati Uniti per confinarvi le tribù dell’est che erano state cacciate negli anni ’30 dai loro territori originari, le cosiddette Cinque Tribù Civilizzate (Cherokee, Choctaw, Creek, Chickasaw e alcuni Seminole), con l’idea di farne una grande riserva indiana. In loco però già vivevano da secoli alcune tribù, come quelle dei Wichita e dei Caddo, che lo scrittore infatti usa nel suo racconto. Completamente inventato è invece il culto del dio serpente Yig. C’è da dire però che l’odierno Oklahoma faceva parte di un enorme territorio - il quale andava dalle zone meridionali del Canada fino al Golfo del Messico - in cui si sviluppò fra il 700 e il 1500 d.C. la cultura del Mississippi, una civiltà precolombiana sulla cui provenienza in passato si è molto discusso. Oggi gli archeologi concordano per lo sviluppo in situ, ma fino a qualche tempo fa non si escludeva la possibilità di un contatto con popolazioni provenienti dal Mesoamerica. Da qui l’idea di Lovecraft di creare il personaggio dell’etnologo, arrivato in Oklahoma per trovare un collegamento tra il mito di Yig e quello del serpente piumato centroamericano.


Nell'indice si può notare, oltre al racconto firmato dalla Bishopo, una serie di altre firme note (Novembre 1929)

Luoghi.

Oklahoma: ospedale psichiatrico di Guthrie; regione dei Wichita (oggi chiamata Caddo

County); Binger, piccolo paese della regione; Canadian River; Newcastle; El Reno, unica città a oltre cinquanta chilometri dall’appezzamento dei Davis; cittadina di Ginger.


Personaggi.

Il protagonista è l’io narrante, un etnologo senza nome; Dottor McNeill, direttore dell’ospedale psichiatrico di Guthrie; Maggiore Moore (solo citato), ex agente del Territorio Indiano che ha fornito una lettera di presentazione dell’etnologo per il direttore dell’ospedale; Walker Davis e sua moglie Audrey, coppia di coloni; Joe e Sally Compton, più il loro figlio neonato Clyde, famiglia di coloni amici dei Walker; Aquila Grigia, un capo tribù Wichita; Lafayette Smith, colono e violinista; Tom e Jennie Rigby, altra coppia di coloni.


Copertina di un audiolibro



IBID

(IBID, 1928?)


La data di attribuzione di questo scritto è incerta: August Derleth lo fa risalire a questo anno, ma non ne abbiamo certezza. Fa parte di uno di quei racconti che l’autore non scriveva con l’intenzione di pubblicare, bensì per puro divertimento, e che inviava ai pochi amici e corrispondenti che mostravano di apprezzare le sue conoscenze storiche, il suo umorismo e la sua erudizione.

La vicenda narra le peripezie del teschio appartenuto a Ibid (il cui nome completo sarebbe Magno Furio Camillo Aurelio Antonino Flavio Anicio Petronio Valentiniano Egido Ibido), un barbaro romanizzato e intellettuale vissuto nel sesto secolo. Le sue spoglie vengono sepolte a Ravenna, poi traslate dal duca longobardo di Spoleto e il suo teschio usato come coppa da ogni re longobardo, fino a giungere nelle mani di Carlo Magno. Quest’ultimo lo porta con sé in Francia e in seguito ne fa dono al suo maestro sassone Alcuino, che lo trasferisce in Inghilterra. Anche qui passa di mano in mano, da Guglielmo il conquistatore fino ai rozzi soldati di Cromwell, finché un soldato di ventura se ne appropria e lo porta nella Nuova Inghilterra nel 1661. Qui entra in possesso di re Filippo, astuto capo indiano, e via via attraversando i secoli giunge, ormai siamo dopo il 1850, nelle mani di un colono ubriaco di birra che lo fa ruzzolare da una scarpata e finisce nella tana di un cane della prateria. Passano altri secoli, mentre una città sorge e si sviluppa, fino a quando una notte accade qualcosa di fatale.

La natura è sempre astuta, e nella notte in questione si abbandonò a convulsioni degne di un’estasi mistica: simile alla schiuma della bevanda favorita nella regione, la terra schiacciò coloro che vivevano in alto e sollevò gli umili verso il cielo. Meraviglia! Nell’alba rosea gli abitanti di Milwaukee scoprirono che l’ex-prateria si era trasformata in un altipiano! Il terremoto era stato vasto ed esteso; i misteri del sottosuolo, nascosti per anni, vennero finalmente alla luce e in mezzo alla strada sventrata apparve, bianco e sereno, il santo, indifferente e dignitosissimo cranio del famoso Ibid!”


Zealia Brown-Reed Bishop (1897-1968) in una foto del 1953



Primavera. Lovecraft viene ospitato per qualche giorno a casa di Bernard A. Dwyer (1893-1947) a West Shokan, nello Stato di New York. Dwyer è un altro dei numerosi corrispondenti di Lovecraft, agricoltore e taglialegna, ma anche poeta e artista, nonché ammiratore dello scrittore di Providence.


Sonia convince suo marito a raggiungerla a New York, nella speranza di poter riallacciare i rapporti con lui, ma lo scrittore sembra aver definitivamente chiuso con la Grande Mela, come si evince da alcune sue parole scritte a Zealia Bishop: “Niente, se non forti pressioni familiari, avrebbe mai potuto indurmi a sprecare una primavera in questa maledetta e malsana zona della metropoli”. (Selected Letters, vol. II, p. 238, Arkham House, 1968)

Con l’occasione, però, Lovecraft non manca di trascorrere del tempo con i suoi amici di New York: Morton, Loveman, Kleiner, Belknap Long e altri, grazie soprattutto al sostegno economico della moglie.


Lovecraft e Vrest Orton nella sua fattoria del Vermont (1928)


Giugno. Si reca nel Vermont, a Brattleboro, nella fattoria di famiglia di Kenneth Vrest Orton (1897-1986), e vi rimane per due settimane. I due si erano conosciuti a New York nel 1925, quando entrambi vivevano nella metropoli e dove Orton divenne, seppur sporadicamente, un membro del Kalem Club, il circolo di amici newyorkesi che usava riunirsi una volta a settimana, a rotazione, nelle rispettive case dei propri membri.

Prosegue il viaggio con W. Paul Cook per andare da Arthur Goodenough (1871-1936), anche lui agricoltore e poeta, che si trova nella stessa regione, una zona collinosa a ovest di Brattelboro.

Sempre in compagnia di Cook Lovecraft va poi ad Athol, in Massachusetts, per una settimana, dove visita H. Warner Munn (1903-1981), popolare scrittore di racconti fantastici per Weird Tales.


Goodenough, Lovecraft e Cook all'esterno dell'abitazione del primo, nel Vermont



The Shunned House (1924), racconto di Lovecraft rifiutato da “Weird Tales”, viene stampato da W. Paul Cook in trecento copie, la maggior parte delle quali però non rilegate, in formato chapbook, piccoli libretti, talvolta della dimensione di un palmo di mano, costituiti da fogli ripiegati su sé stessi.


Chapbook di 'The Shunned House' stampato da Cook (1928)

Luglio. Viaggio a Philadelphia (Pennsylvania), poi nel Maryland, dove visita prima la città di Annapolis, che definisce “una seconda Marblehead” (città da lui molto amata), poi Baltimora, nella quale si trova la tomba di Edgar Allan Poe, all’interno del Westminster Burial Ground.

A Wilbraham, Massachusetts, HPL è ospite dell’anziana Evanore Beebe, parente di Randolph Beebe, proprietario di una vecchia casa colonica che affascina così tanto Lovecraft da farne l’abitazione della famiglia Whateley per il racconto L’orrore di Dunwich.

Fa una gita alla Shenandoah Valley e alle Endless Caverns, poi torna a Providence alla fine del mese.


La Valle del Klamath River in una stampa del 1920 adattata per una cartolina fittizia del Miskatonic

L’ORRORE DI DUNWICH

(THE DUNWICH HORROR, estate)


1


Il viaggiatore che nel Massachusetts centro-settentrionale imbocchi il bivio sbagliato al raccordo del Picco d’Aylesbury, appena oltre Dean’s Corners, si ritrova ben presto in una regione strana e solitaria. Il terreno sale, e le pareti di roccia fitte di rovi incombono sempre più sulla carreggiata della strada tortuosa e polverosa. Gli alberi dei boschi circostanti sembrano troppo grandi, e la sterpaglia, i pruni e le erbacce crescono con un rigoglio insolito per una regione abitata. Per contrasto, i pochi campi coltivati appaiono singolarmente brulli, mentre le fattorie sparse qua e là presentano un sorprendente e uniforme aspetto di decrepitezza, desolazione e decadenza.

Senza sapere perché, si esita a chiedere informazioni alle figure solitarie e deformi che s’intravvedono talora sugli usci cadenti o sui pendii disseminati di rocce. Quelle figure sono tanto silenziose e furtive che destano una sensazione di vicinanza a cose proibite, con cui sarebbe meglio non aver nulla a che fare.

Quando la strada s’inerpica su un’altura consentendo un colpo d’occhio sui monti che sovrastano i boschi, l’impressione di inspiegabile disagio si fa più intensa. Le cime sono troppo rotonde e simmetriche per suggerire quel senso di pace e di tranquillità tipico dei monti, e talvolta si delineano contro il cielo con particolare nitidezza i bizzarri cerchi di alte colonne di pietra che ne incoronano la sommità.

Gole e precipizi di inquietante profondità scandiscono il percorso della strada, e i rozzi ponti di legno che li attraversano sembrano sempre tutt’altro che solidi. Quando la strada scende di nuovo, si vedono zone paludose per le quali istintivamente si prova avversione, e quasi si teme l’arrivo della sera quando ciarlano invisibili caprimulghi e sciami abnormi di lucciole danzano al ritmo rauco, insistente, stridente del gracidio delle rane-toro. Il nastro sottile del Miskatonic superiore somiglia stranamente a un serpente che si torce ai piedi delle colline tondeggianti da cui nasce.

Quando le colline si fanno più vicine, impressionano più per i loro pendii boscosi che le sommità incoronate di pietra. Quei versanti appaiono così cupi e ripidi che si preferirebbe fossero più lontani, ma non c’è un’altra strada per evitarli. Attraversato un ponte coperto si scorge un piccolo villaggio raggomitolato fra l’ansa del fiume e la parete verticale di Round Mountain, e ci si meraviglia dell’agglomerato di tetti cadenti a doppia spiovenza, muta testimonianza di un’architettura più antica di quella comune nella regione.

Si ha paura ad attraversare il tenebroso tunnel del ponte, eppure non si può farne a meno. Una volta dall’altra parte, è difficile non avvertire subito un sottile lezzo malsano nelle viuzze del villaggio, come di muffa e di sfacelo secolari. È sempre un sollievo allontanarsi da un posto simile: basta seguire la stretta strada che costeggia le pendici delle alture e attraversa la successiva, piatta pianura, sino a ricongiungersi alla statale allo snodo di Aylesbury. In seguito, talvolta si scopre di essere passati per Dunwich.

I forestieri si recano a Dunwich il meno possibile, e da quando vi sono accaduti certi fatti raccapriccianti tutti i cartelli stradali sono stati tolti. Il paesaggio, secondo un normale criterio estetico, è insolitamente bello, eppure non vi è afflusso di artisti né di turisti estivi. Due secoli fa, quando non si ironizzava sul culto delle streghe, l’adorazione di Satana e le presenze misteriose nei boschi, era comprensibile che sussistessero buoni motivi per evitare il posto. Nella nostra smaliziata era – poiché l’orrore di Dunwich del 1928 fu messo a tacere da coloro che avevano a cuore il benessere del villaggio e del mondo – la gente lo sfugge senza sapere perché. Forse un motivo – sebbene non sia valido per i forestieri informati – è che gli abitanti del villaggio hanno raggiunto uno stadio di decadenza repellente, avendo percorso a ritroso i sentieri dell’evoluzione in maniera molto più accentuate dei nativi di altri sobborghi isolati del New England. Ormai formano una razza a sé stante, con ben definite stigmate di degenerazione e regressione. La media della loro intelligenza è penosamente bassa, mentre le cronache del paese pullulano di episodi di depravazione, incesto, assassinio, violenze e perversioni irriferibili. La vecchia nobiltà, rappresentata da due o tre famiglie di possidenti terrieri trasferitesi qui nel 1692 provenienti da Salem, si è mantenuta in qualche modo al di sopra del livello generale di decadenza, ma alcuni rami sono caduti tanto in basso, e si sono confusi a tal punto con la sordida plebaglia, che ormai soltanto il loro nome testimonia la nobile origine che questa gente ha disonorato. Qualche Whateley o Bishop manda ancora i suoi rampolli ad Harvard e alla Miskatonic University, sebbene quei giovani ritornino raramente ai tetti cadenti ad abbaino sotto i quali sono nati.

Nessuno, neppure chi è a conoscenza degli ultimi orrori, saprebbe dire con esattezza cosa non va in Dunwich; ma le vecchie leggende parlano di empi riti e di segrete riunioni d’indiani, durante le quali venivano evocate misteriose forme d’ombra dalle grandi colline a cupola, e venivano recitate barbare suppliche orgiastiche cui rispondevano sonori schianti e rimbombi da sottoterra.”


Tavola di Gou Tanabe per la sua riduzione a fumetti (2024)

Nella seconda metà del 1700 scomparve a Dunwich un reverendo che aveva tenuto poco tempo prima un sermone nel quale denunciava la presenza di demoni infernali richiamati dalle arti magiche. Era questo, secondo lui, il motivo dei rumori provenienti dalle profondità della terra.

Alcune leggende parlano di fetori insopportabili che talvolta si percepiscono nelle vicinanze dei cerchi di pietra posti sulla sommità di alcune colline, costruite dagli indiani Pocumtuck, all’interno dei quali erano stati trovati depositi di ossa umane. Altre ancora di presenze immateriali che fluttuano nell’aria e di frequenti stormi di caprimulghi, noti animali psicopompi. Pare che questi uccelli restino in attesa delle anime dei moribondi, per riuscire ad acchiapparle non appena la vittima esali l’ultimo respiro. Queste credenze sono piuttosto antiche, dato che il villaggio di Dunwich è molto più vecchio di ogni altro insediamento umano dei dintorni.


La famiglia Whateley by Alexey Kruglov (2018)



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In una fattoria isolata del territorio di Dunwich nasce nel 1913 Wilbur Whateley. Quella notte nessuno assiste al parto, mentre un urlo terrificante sovrasta anche l’abbaiare continuo dei cani. Sua madre Lavinia ha la particolarità di essere albina e all’epoca ha trentacinque anni, non è sposata e vive col suo anziano padre. Quest’ultimo è malvisto dagli abitanti del luogo, perché quando era giovane fu tacciato di stregoneria. Wilbur ha un aspetto caprino e la pelle scura, completamente diverso dall’incarnato della madre, la quale va blaterando strane profezie sul meraviglioso futuro cui è destinato il figlio. La donna, fin da giovane, usava vagabondare fra le colline e non era mai stata a scuola, l’unica istruzione l’aveva avuta dal padre, che conservava numerosi volumi antichi ereditati da un paio di secoli di generazioni della sua famiglia. Anche lui andava fiero di suo nipote, e quando udiva la gente del posto fare strane congetture sull’identità del padre diceva orgoglioso: “Non mi interessa cosa pensa la gente. Se il moccioso di Lavinia somiglierà a suo padre, sarà tutto diverso da come ve l’immaginate. Non c’è mica solo la gente di queste parti… e poi, Lavinia ha letto e visto cose che neanche vi sognate. Suo marito è in gamba, è il migliore che si può trovare da queste parti dell’Aylesbury. Se sapeste quello che so io delle colline, non mi verreste a domandare perché non si sono sposati in una chiesa migliore e perché l’erede è nato com’è. Vi dico una cosa: un giorno sentirete il figlio di Lavinia chiamare il nome di suo padre sulla Sentinel Hill!


Primo piano di Wilbur Whateley sulla copertina del secondo volume dell'adattamento di Gou Tanabe (2024)

Dopo la nascita del nipote, il vecchio comincia ad acquistare con una certa regolarità delle vacche da alcuni suoi parenti. Il fatto curioso, però, è che la stalla dove dovrebbero trovare riparo è sempre semivuota e gli animali visti pascolare nei dintorni, oltre ad avere un aspetto anemico e macilento, presentano alcune piaghe simili a delle incisioni sul loro corpo. Ferite che qualcuno trova simili a quelle viste sotto la barba del vecchio e sul corpo di Lavinia durante i primi mesi di vita di Wilbur.

Altro particolare curioso è il fatto che il piccolo sviluppi a una velocità eccezionale. A tre mesi ha già raggiunto le dimensioni e la forza di un bambino poco al di sotto di un anno.

Qualche tempo dopo – la vigilia di Ognissanti – un grande bagliore fu visto a mezzanotte sulla sommità di Sentinel Hill, dove l’antica pietra simile a un altare si erge in mezzo al tumulo d’antiche ossa. E la gente dei dintorni fece un gran parlare quando Silas Bishop – del ramo non decaduto dei Bishop – disse di aver visto il bambino correre risolutamente su per la collina, seguito dalla madre, circa un’ora prima che si notasse la vampata. Silas stava cercando una giovenca smarrita, ma quasi se ne dimenticò quando intravvide di sfuggita le due figure alla debole luce della lanterna. Correvano silenziose nel sottobosco, e all’esterrefatto osservatore parve che fossero completamente nude. In seguito, non avrebbe potuto giurare che il bambino lo fosse, perché gli era sembrato che indossasse una specie di cintura a frange e un paio di brache corte o pantaloncini. Da allora Wilbur non fu mai visto, vivo e cosciente, senza un abbigliamento completo e vestiti perfettamente abbottonati, e anzi il disordine, o qualsiasi cosa minacciasse di scompigliare gli abiti, sembrava riempirlo di furore e apprensione. E, a tale riguardo, il contrasto con la sciatteria della madre e del nonno fu sempre considerato rimarchevole, finché l’orrore del 1928 ne fornì una ragione più che valida.

Il gennaio seguente non suscitò meraviglia il fatto che “il marmocchio scuro di Lavinia” cominciasse a parlare (aveva solo undici mesi). Il suo modo di esprimersi era alquanto stupefacente, sia perché privo del caratteristico accento della regione, sia perché rivelava una scioltezza e un’assoluta assenza di balbettii infantili di cui avrebbero potuto andar fieri bambini di tre o quattro anni. Il piccolo non era un chiacchierone, ma quando parlava si avvertiva la presenza di qualcosa d’indefinibile e di completamente estraneo a Dunwich e ai suoi abitanti. La stranezza non consisteva in ciò che diceva, né nei semplici vocaboli che usava, ma sembrava vagamente connessa all’intonazione o agli organi stessi della parola. Anche la precocità del volto era rimarchevole, perché, sebbene come la madre e il nonno praticamente non avesse mento, il naso forte già formato e l’espressione dei grandi occhi scuri, quasi latini, gli conferivano un’aria da persona adulta d’intelligenza quasi sovrumana. Era tuttavia bruttissimo, a dispetto della sua vivacità d’ingegno: c’era qualcosa di caprino e di bestiale nelle grosse labbra, nella pelle giallastra dai pori dilatati, nei capelli crespi e arruffati, nelle orecchie stranamente allungate. Ben presto fu guardato con sospetto e antipatia maggiori di quelli che circondavano la madre e il nonno, e tutte le supposizioni sul suo conto erano condite di allusioni ai trascorsi magici del vecchio Whateley, e alla volta in cui le colline avevano tremato quando egli aveva urlato il tremendo nome di Yog-Sothoth in mezzo a un cerchio di pietre, con un grande libro aperto davanti a sé. I cani detestavano il piccolo, che era sempre costretto a prendere misure difensive contro il loro abbaiare minaccioso.”


Il vecchio Whateley visto da Santiago Caruso (2012)


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Intanto il vecchio Whateley inizia ad apportare modifiche alla sua fattoria. Oltre a riparare una baracca in disuso fornendola di una robusta serratura, risistema il piano superiore, disabitato, della vecchia e grande casa il cui retro è sepolto nel fianco roccioso della collina. Il fatto strano è che sbarra con assi di legno tutte le finestre della parte appena sistemata, palesando così agli occhi degli abitanti di Dunwich la sua follia. Meno folle appare il fatto che l’anziano prepari una stanza al pianterreno per il nipote, per poi cominciare a riempirla di scaffali ove riporre tutti quei volumi antichi che fino a quel momento ha tenuto alla rinfusa. «Quante volte ho letto questi libri», diceva, cercando di riattaccare una pagina stampata in caratteri gotici con una colla preparata sulla stufa rugginosa della cucina. «Ma il ragazzo saprà farne un uso migliore. Meglio che siano in ordine, perché saranno tutta la sua scienza.»”

Nel settembre del 1924, a un anno e sette mesi, Wilbur ne dimostra quattro e parla correntemente, segue la madre nei suoi vagabondaggi e studia i diagrammi e le illustrazioni che si trovano nei libri del nonno, che si occupa di istruirlo per interi pomeriggi.

A quell’epoca i lavori di restauro della casa erano terminati, e quelli che la videro si chiesero perché i Whateley avessero trasformato una delle finestre del piano alto in una solida porta di assi. Era una finestra che dava sulla vicinissima collina, nella parte posteriore del timpano est a due spioventi, e nessuno riusciva a capire perché avessero costruito una pista o scivolo di legno davanti alla nuova porta del pianterreno. Verso la fine dei lavori la gente notò che la vecchia baracca chiusa a chiave senza finestre (quella riparata alla nascita di Wilbur) era stata nuovamente abbandonata. La porta adesso era sempre aperta, e quando un giorno Earl Sawyer vi entrò, dopo essere stato dal vecchio Whateley per una nuova consegna di bestiame, fu molto turbato dal singolare odore che avvertì: un fetore, dichiarò, come mai aveva sentito in tutta la sua vita salvo che nei pressi dei circoli di pietra indiani sulle colline, e che non poteva provenire da niente di sano o di questo mondo. Ma, dopo tutto, le case e le baracche di Dunwich non erano mai state un modello di purezza igienica.”


Copertina di François Baranger per un'edizione inglese (2023)



Per mesi non accade nulla, fino alla vigilia di Calendimaggio del 1915, quando tremori e boati vengono avvertiti finno ad Aylesbury, e poi durante la vigilia di Ognissanti, quando rumori sotterranei compaiono in sincrono con vampate di fuoco che si sprigionano da Sentinel Hill, e che per tutti non sono altro che “le stregonerie dei Whateley”.

Quando Wilbur raggiunge i quattro anni di età ne dimostra dieci. Sempre assorto e taciturno, talvolta borbotta in una lingua incomprensibile e pronuncia strane litanie, provocando qualche brivido a chi si trova casualmente ad ascoltarlo.

Tutti ormai s’erano accorti che i cani non lo potevano soffrire, ed egli era costretto a portare con sé una pistola per attraversare la campagna senza problemi. L’uso occasionale che faceva dell’arma non accrebbe la sua popolarità tra i proprietari di cani da guardia. I rari visitatori della casa trovavano spesso Lavinia sola, al pianterreno, mentre grida e passi bizzarri risuonavano al piano alto sbarrato con assi. Non diceva mai cosa suo padre e il ragazzo combinassero di sopra, sebbene in un’occasione impallidisse e dimostrasse una paura violenta quando un pescivendolo ambulante in vena di scherzare cercò di aprire la porta sprangata che dava sulle scale. In seguito, il pescivendolo raccontò agli sfaccendati dello spaccio di Dunwich che gli era sembrato di udire lo scalpitare di un cavallo al piano di sopra.”

Nel 1917, allo scoppio del primo conflitto mondiale, il Ministero spedisce a Dunwich alcuni funzionari e medici alla ricerca di uomini validi al combattimento, perché nessuno ha risposto all’appello del governo. Anche alcuni giornalisti si recano sul posto e ciò porta alla ribalta, per un breve periodo, la famiglia Whateley e i suoi bizzarri componenti, oltre ai loro riti proibiti tanto chiacchierati. Però la loro riservatezza e scontrosità non permette ai giornalisti di indagare più a fondo.


Copertina di un'edizione del 2012 a opera di Santiago Caruso



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I successivi dieci anni trascorrono nella normalità, se normali possono considerarsi i puntuali rituali dei Whateley a Calendimaggio e Ognissanti, ai quali ormai la comunità del paese si è da tempo abituata, nonostante i fuochi sulla Sentinel Hill e i brontolii provenienti dalle cime delle altre colline.

Nel 1923, quando Wilbur ha ormai dieci anni ma l’aspetto di un giovane adulto barbuto, la vecchia casa subisce un’altra ristrutturazione, sempre al piano superiore, svuotato definitivamente da tutti i tramezzi e del pavimento della soffitta, a giudicare dalla quantità di legname rimosso. La primavera seguente il nonno di Wilbur confida agli sfaccendati frequentatori dello spaccio del paese che la sua ora sta arrivando, vista la quantità dei caprimulghi che si radunano la notte sotto la sua finestra, in attesa di rubargli l’anima.

Ad agosto l’anziano Whateley si sente male per un attacco cardiaco ma, quando il medico sopraggiunge, poco dopo sembra riprendersi e dice bisbigliando al proprio nipote: «Più spazio, Willy, più spazio e presto. Tu cresci, ma quello cresce più svelto. Fra poco sarà pronto a servirti, ragazzo. Apri le porte a Yog-Sothoth con la lunga cantilena che troverai a pagina 751 dell’edizione integrale, e poi, dai fuoco alla prigione. Il fuoco della terra non può bruciarlo, ora.»

Seguono altri discorsi sconnessi, come l’attenzione – sempre rivolgendosi a Wilbur - a non far crescere troppo quella cosa misteriosa prima che si apra la porta a Yog-Sothoth, poi su fantomatici Grandi Antichi che vogliono tornare indietro e vari altri deliri che fanno pensare al dottore che il suo paziente sia completamente impazzito, ma dopo un’ora di rantoli il vecchio emette quello finale e si congeda dal mondo.

Man mano che il tempo passa Wilbur si fa sempre più grande e sempre più erudito nello studio di testi antichi e nel 1925, quando uno studioso della Miskatonic University e corrispondente di quest’ultimo passa a trovarlo – per poi ripartire pallido e perplesso – il ragazzo ha raggiunto i due metri d’altezza.

Nel 1926 Lavinia si confida con Mamie Bishop di aver paura di suo figlio. Già da qualche tempo, infatti, Wilbur le impedisce di seguirlo quando si dedica ai suoi puntuali riti e non nasconde il disprezzo che ha per lei.

Quella vigilia di Ognissanti i rumori risuonarono più forti che mai sulle colline, e come sempre il fuoco divampò su Sentinel Hill; ma la gente dei dintorni prestò più attenzione al ritmico canto di grandi stormi di caprimulghi che, nonostante l’autunno avanzato, s’erano innaturalmente raccolti attorno alla buia fattoria dei Whateley. Dopo mezzanotte le voci acute degli uccelli esplosero in una sorta di cachinno demoniaco che si diffuse sull’intera campagna, e non si chetò fino all’alba. Poi scomparvero, affrettandosi a volare nel sud dove avrebbero dovuto trovarsi già da un mese. Che cosa significasse, lo si scoprì solo qualche tempo dopo. Sembrava che non fosse morto nessuno nella zona, ma la povera Lavinia Whateley, l’albina deforme, non fu mai più vista in giro.”

Nell’estate del 1927 Wilbur apporta nuove modifiche alla casa, sbarrando anche le finestre del pianterreno e privandolo dei tramezzi, poi costruisce due baracche, una per i suoi libri e una per andarci a vivere.


Wilbur Whateley nell'interpretazione di Santiago Caruso (2012)


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L’inverno seguente Wilbur, che non si è mai mosso da Dunwich e dintorni, si reca ad Arkham per consultare il Necronomicon, custodito alla Miskatonic University. In precedenza aveva inviato diverse lettere agli istituti - solo cinque al mondo - che ne conservano una copia, ma naturalmente sceglie di recarsi nel luogo a lui più vicino. In realtà lui ne possiede già una stampa, purtroppo incompleta, si tratta della versione inglese redatta dal dottor John Dee, astrologo, occultista e alchimista alla corte della regina Elisabetta I. Proprio tra le parti mancanti c’è una formula riguardante Yog-Sothoth che lo interessa particolarmente. Mentre ne ricopia il testo, l’erudito bibliotecario, il professor Henry Armitage, sbircia senza farsi notare quel passo:

Né si deve pensare che l’uomo sia il primo o l’ultimo dei padroni della Terra, né che questo banale impasto di carne e anima sia il solo a calcarne la polvere. Gli Antichi furono, gli Antichi sono, gli Antichi saranno. Non negli spazi che conosciamo, ma fra gli spazi, Essi trascorrono sereni, primevi e a-dimensionali e da noi non visti. Yog-Sothoth è la soglia. Yog-Sothoth è la chiave e il guardiano della soglia. Passato, presente, futuro coesistono in Yog-Sothoth. Egli sa dove gli Antichi irruppero in tempi remoti, e da dove irromperanno un’altra volta. Egli sa dove Essi hanno calcato i campi della Terra e dove ancora li calcheranno, e perché nessuno può contemplarLi mentre camminano. Dal loro odore possono gli uomini talvolta sapere che Essi sono vicini, ma il Loro sembiante nessun uomo conosce, eccetto che nelle fattezze di coloro che Essi hanno generato fra il genere umano, e di questi ultimi ve ne sono di molti tipi, assai diversi nell’aspetto: dalla più rassomigliante immagine dell’uomo, a quella invisibile forma priva di sostanza che è Loro. Trascorrono non visti e abominevoli in luoghi solitari ove le Parole sono state pronunziate e i riti urlati nelle Stagioni adatte. Le Loro voci mormorano nel vento, la Terra rimbomba della Loro consapevolezza. Essi piegano foreste e abbattono città, ma foreste e città non possono vedere la mano che le colpisce. Kadath nel deserto gelato Li ha conosciuti, e quale uomo conosce Kadath? Le gelide desolazioni del Sud e le inabissate isole dell’Oceano custodiscono pietre ove è inciso il Loro sigillo, ma chi mai ha contemplato le città gelate e le misteriose torri inghirlandate di alghe e conchiglie? Il Grande Cthulhu è Loro cugino, eppure può scorgerLi a stento. Iä! Shub-Niggurath! Come un’abominazione voi Li conoscerete. La Loro mano è sulla vostra gola, e tuttavia non Li vedete; e la loro dimora è la vostra stessa vigilata soglia. Yog-Sothoth è la chiave della soglia, ove le sfere s’incontrano. L’uomo regna oggi dove Essi regnarono un tempo; ma presto Essi regneranno dove l’uomo oggi regna. Dopo l’estate è inverno, e dopo l’inverno estate. Essi attendono, imperturbabili e potenti, perché qui Essi torneranno a regnare.”

Il dottor Armitage non può fare a meno di correlare il passo appena letto con tutto ciò che ha sentito dire su Dunwich, e nel farlo un lungo brivido gli percorre la schiena. Poi Wilbur gli chiede il grosso favore di prendere in prestito il libro, giurandogli che ne avrà la massima cura, ma Armitage è irremovibile, così il ragazzo è costretto ad allontanarsi a mani vuote.

Nelle settimane seguenti il dottor Armitage cercò di raccogliere ogni possibile informazione su Wilbur Whateley e sulle presenze invisibili che infestavano Dunwich. Si mise in contatto con il dottor Houghton, di Aylesbury, che aveva assistito il vecchio Whateley nella sua ultima e fatale malattia, e gli dettero molto da pensare le ultime parole rivolte dal nonno al nipote, che il medico gli riferì. Fece una puntata al villaggio di Dunwich, ma non scoprì nulla di nuovo, tuttavia un attento esame del Necronomicon, e soprattutto delle parti che Wilbur cercava avidamente, parve fornirgli nuovi e terribili indizi riguardo la natura, la tattica e le mire della misteriosa forza maligna che minacciava oscuramente questo pianeta. Le conversazioni scambiate con alcuni studiosi di antiche tradizioni a Boston, nonché una fitta corrispondenza con altri eruditi sparsi un po’ dovunque, lo riempirono d’un allarme e uno sgomento che divenne presto vero e proprio panico. Con l’avvicinarsi dell’estate sentì ch’era necessario fare qualcosa, senza sapere bene cosa, per far fronte ai terrori in agguato nella valle del Miskatonic superiore e all’essere mostruoso noto agli uomini sotto il nome di Wilbur Whateley.”


Illustrazione di Azot2024 (2023)


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Dopo qualche tempo, in una notte dei primi di agosto, Henry Armitage viene svegliato nel cuore della notte dai latrati del cane da guardia del campus del college, seguiti poco dopo da un urlo disumano che sveglia mezza Arkham. Il professore indossa rapidamente i primi abiti che trova e scende di corsa verso gli edifici universitari, mentre il suono del campanello d’allarme lo indirizza verso la biblioteca, dove altri lo hanno preceduto. Nota una finestra aperta e i latrati e le urla provenire dall’interno. Assieme al professor Rice e al dottor Morgan, ai quali ha confidato le sue preoccupazioni sulle intenzioni di Wilbur Whateley, si introduce nell’edificio. Poco dopo i tre odono solo il ringhio del cane, mentre all’esterno uno stormo di caprimulghi comincia a intonare il proprio ritmico canto.

Quando arrivano nel locale incriminato Armitage, con un certo coraggio, accende la luce e quello che si presenta ai loro occhi è qualcosa di inconcepibile.


La cosa, distesa sul fianco e immersa in una pozza di icore giallo-verdastro, denso come catrame, era lunga quasi due metri e settanta, e il cane ne aveva ridotto in brandelli i vestiti e porzioni di pelle. Non era ancora morta, ma si contorceva spasmodicamente in silenzio, mentre il torace si alzava e si abbassava in mostruosa sintonia con il folle canto dei caprimulghi in attesa. Frammenti di cuoio delle scarpe e pezzi di vestiario erano sparsi tutt’intorno, e appena sotto la finestra un sacco di tela vuoto giaceva là dove evidentemente era stato gettato. Una rivoltella era caduta accanto al tavolo centrale, e più tardi si scoprì che una cartuccia difettosa aveva impedito all’arma di sparare. Tuttavia in quel momento fu la creatura a richiamare l’attenzione dei tre uomini. Sarebbe banale e parzialmente inesatto affermare che nessuna penna umana avrebbe potuto descriverla, ma si può dire senz’altro che non poteva essere percepita con chiarezza da nessuno le cui idee di grandezza e aspetto fisico fossero troppo strettamente legate alle forme di vita comuni su questo pianeta e a una prospettiva tridimensionale. Era parzialmente umana, senza dubbio, con mani e testa umane, e la faccia caprina e senza mento recava l’inconfondibile impronta dei Whateley. Ma il torso e la parte inferiore del corpo erano composti da un tale insieme di mostruosità difformi che solo vestiti molto larghi avevano consentito a un simile abominio di camminare impunemente sulla terra.

Dalla vita in su era semi-antropomorfo, anche se il petto, su cui poggiavano ancora le zampe del cane che l’aveva dilaniato, era rivestito della pelle coriacea di un coccodrillo o alligatore. La schiena era chiazzata di giallo e di nero, e ricordava vagamente la pelle squamosa di certi serpenti. Ma dalla vita in giù era anche peggio, perché qui finiva ogni parvenza umana e cominciava l’incubo sfrenato. Era ricoperta di una folta pelliccia nera, e dall’addome si protendevano una ventina di lunghi tentacoli flessibili, grigioverdi, dotati di ventose rosse. La loro disposizione era bizzarra, e sembrava seguire le simmetrie d’una geometria sconosciuta alla terra o al sistema solare. In ciascun fianco, affondato in una sorta di orbita rosea e ciliata, s’apriva quello che sembrava un occhio rudimentale, mentre al posto della coda pendeva una specie di proboscide o d’organo senziente formato da anelli purpurei, che aveva tutta l’aria di essere una bocca o una gola mal sviluppata. Gli arti inferiori, tranne che per la folta pelliccia nera, rammentavano vagamente le zampe posteriori dei giganteschi sauri preistorici, e terminavano in appendici, increspate di vene, che non erano zoccoli né artigli. Quando la cosa respirava, i tentacoli e l’organo al posto della coda cambiavano ritmicamente colore, probabilmente per cause circolatorie normali nella parte non umana del suo corpo. Nei tentacoli la sfumatura verdastra si accentuava, mentre nella pseudo-coda gli spazi fra gli anelli purpurei si tingevano d’un colore giallastro che si alternava a un bianco-grigiastro malaticcio. Di vero sangue non ce n’era: solo l’orrendo siero giallastro colava sul pavimento, allargandosi in una pozza viscosa che stranamente lo scoloriva.”

La creatura morente si accorge della presenza dei tre e comincia a bisbigliare qualcosa. Al prof. Armitage sembra di riconosce alcuni passi del Necronomicon, poi il canto dei caprimulghi si fa più forte e quello che era stato Wilbur Whateley con un ultimo rantolo si congeda dal mondo. Poi, davanti agli occhi stupefatti dei tre testimoni, il suo corpo si comincia a disfare e a liquefare, accompagnato da un lezzo insopportabile. Quando giunge il medico legale, di lui non resta altro che una viscida massa bianca sul pavimento.


Antichi volumi


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L’orrore si scatenò il 9 settembre, dopo il tramonto. I rumori sulle colline erano stati particolarmente forti durante la sera e i cani abbaiarono rabbiosamente tutta la notte. Le persone più mattiniere, il giorno 10, avvertirono un singolare fetore nell’aria. Verso le sette Luther Brown, il garzone di George Corey che aveva la fattoria fra la rada di Cold Spring e il villaggio, tornò indietro di corsa, sconvolto dalla paura, dai pascoli di Ten-Acre Meadow dove aveva portato il bestiame. Era letteralmente fuori di sé, quando irruppe in cucina, mentre nel cortile le vacche, non meno terrorizzate di lui, scalpitavano e muggivano penosamente, dato che avevano seguito il ragazzo in preda al panico. Balbettando e respirando affannosamente, Luther cercò di raccontare alla signora Corey ciò che aveva visto.

«Lassù, signora Corey, dall’altra parte del vallone, nel sentiero c’era qualcosa! Un tanfo da matti! E i cespugli e gli alberelli tutti spaccati e buttati da parte, come se ci fosse passata sopra una casa. E non è questo il peggio: le impronte sul sentiero, signora Corey! Grandi impronte, grandi come una botte… profonde come quelle di un elefante… solo che le zampe dovevano essere più di quattro! Ne ho guardata una prima di scappare e ho visto che era coperta di linee che partivano da un solo posto… Come se il terreno fosse stato calpestato da pinne o da piedi palmati, ma grandi, assai grandi! E la puzza era tremenda, come quella attorno alla casa del mago Whateley…»

Gli mancò il fiato e ricominciò a tremare, pensando allo spavento che l’aveva fatto tornare a casa a rotta di collo. La signora Corey, non riuscendo a cavare altro dal ragazzo, cominciò a telefonare ai vicini, diffondendo in tal modo i preludi d’un panico che faceva presagire ben più grandi terrori. Quando sentì Sally, governante di Seth Bishop, nella fattoria più vicina a quella dei Whateley, toccò a lei ascoltare anziché comunicare le cattive notizie. Pareva infatti che Chauncey, figlio di Sally, che soffriva d’insonnia, fosse stato sulla collina dalle parti dei Whateley, e fosse scappato anche lui in preda al panico, dopo aver dato un’occhiata al luogo del pascolo dove le vacche del signor Bishop erano rimaste per tutta la notte.

«Sì, signora Corey» disse la voce tremante di Sally all’altro capo del filo «Chancey è appena tornato a dirmelo, quasi non riusciva a parlare tanta paura aveva, il disgraziato! Dice che la casa del vecchio Whateley è scoppiata, con le assi fatte a pezzi come se dentro ci fosse la dinamite. Solo il pavimento a pianterreno è rimasto intero, ma è coperto da una specie di fango che pare catrame. C’è una puzza tremenda, e anche la tavola e i pezzi dei mobili hanno ancora attaccato quell’odore. E nel cortile ci sono segni che fanno paura… grandi impronte tonde, più grandi della testa di un porco, attaccaticce come la roba nella casa scoppiata. Chancey dice che vanno verso i prati, dove l’erba è tutta schizzata, e anche i muri della stalla sono crollati… Dove passa quella cosa, tutto viene giù!»”

L’allarme si diffonde di fattoria in fattoria e si viene a sapere che alcune di loro sono state attaccate nottetempo dalla misteriosa creatura, così alcuni si decidono a formare dei gruppi di uomini che perlustrino i dintorni e, soprattutto, che esaminino le impronte per vedere in quale direzione si stia dirigendo il misterioso essere, i cui segni evidenti portano alla rada di Cold Spring.

Alla base della collina, una fascia di circa nove metri di arbusti spianati saliva quasi a picco, e gli uomini rimasero sbalorditi quando videro che l’enorme solco proseguiva anche nei punti a strapiombo, senza deviare. Di qualunque mostro si trattasse, era in grado di scalare un dirupo roccioso quasi perfettamente verticale; e quando questi coraggiosi raggiunsero la sommità della collina, seguendo sentieri più sicuri, videro che qui il solco terminava: o, piuttosto, incominciava. Ed era proprio il posto dove i Whateley erano soliti accendere i loro fuochi infernali e cantare demoniaci rituali accanto alla roccia a forma di altare, le vigilie di Calendimaggio e di Ognissanti. Adesso quella pietra costituiva il centro esatto di un vasto spazio calpestato dall’orrore colossale, mentre sulla superficie leggermente concava s’era depositato uno spesso strato della medesima melma fetida e viscosa notata sul pavimento della fattoria Whateley quando l’abominio ne era esploso fuori, distruggendola. Gli uomini si guardarono scuotendo la testa e borbottando qualcosa sottovoce. Con tutta evidenza, l’abominio era disceso a valle seguendo una via grosso modo uguale a quella percorsa per salire lassù. Far congetture non aveva senso. Ragione, logica, ogni punto di vista umano vacillavano di fronte all’ignoto. Forse solo il vecchio Zebulon, che non era con il gruppo, avrebbe potuto rendere giustizia alla situazione o suggerire una spiegazione plausibile.”

La notte di giovedì viene spazzata via la fattoria dei Frye e dei loro occupanti non viene trovata alcuna traccia.


Disegno realizzato da François Baranger per un'edizione inglese da lui illustrata (2023)


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Nel frattempo, un altro aspetto dell’orrore, più silenzioso ma spiritualmente ancor più intenso, andava malignamente dispiegandosi dietro la porta chiusa in una stanza di Arkham dalle pareti coperte di libri. Il curioso manoscritto o diario di Wilbur Whateley, affidato alla Miskatonic University perché venisse tradotto, aveva provocato imbarazzo e perplessità tra gli specialisti di lingue antiche e moderne, perché gli stessi caratteri usati, nonostante una leggera somiglianza con l’arabo astruso della Mesopotamia, erano assolutamente sconosciuti alle varie autorità contattate. I linguisti giunsero alla conclusione che doveva trattarsi di un alfabeto fittizio che sortiva gli stessi risultati di un cifrario, sebbene nessuno dei soliti metodi di decifrazione crittografica fornisse qualche indirizzo utile, a prescindere dalla lingua che l’autore poteva aver usato (furono sperimentate quasi tutte quelle note).

Gli antichi volumi trovati nelle baracche dove Whateley aveva vissuto i suoi ultimi giorni, sebbene estremamente interessanti e in parecchi casi densi di promesse per nuovi e terribili campi di ricerca per i filosofi e gli uomini di scienza, non furono di alcun aiuto sotto questo profilo. Uno di essi, un ponderoso tomo con chiusura di ferro, era scritto in un altro alfabeto sconosciuto, ma di genere diverso, e ricordava soprattutto il sanscrito. Alla fine, volumi e manoscritto furono affidati al dottor Armitage, sia per il suo particolare interesse nei confronti del caso Whateley, sia per le sue vaste cognizioni di glottologia che per l’esperienza in fatto di formule magiche dell’antichità e del medioevo.

Armitage si formò l’opinione che doveva trattarsi di un alfabeto usato in modo esoterico, come presso certi culti proibiti tramandati dai tempi antichi e che hanno ereditato consuetudini e tradizioni dai maghi del mondo saraceno. Quel problema, tuttavia, non era vitale, perché sarebbe stato inutile conoscere l’origine dei caratteri se, come sospettava, essi erano stati usati come scrittura cifrata in una lingua moderna. E riteneva anche che, data l’estensione del testo, lo scrivente ben difficilmente si sarebbe preso la briga di usare una lingua diversa dalla sua, tranne forse che per certe particolari formule magiche o incantesimi. Di conseguenza, cominciò a lavorare al manoscritto partendo dalla premessa che il grosso del testo fosse in inglese. Il dottor Armitage sapeva, visti i ripetuti fallimenti dei suoi colleghi, che l’enigma era profondo e complesso, e che quindi sarebbe stato perfettamente inutile cercare di risolverlo con i metodi usuali. Nell’ultima parte di agosto egli arricchì le sue già vaste cognizioni di crittografia attingendo a tutte le risorse della sua biblioteca personale, e notte dopo notte sprofondò negli arcani della Polygraphia di Tritemio, del De Furtivis Literarum di Giambattista Porta, del Traité de Chiffres del De Vigénère, della Cryptomenysis Patefacta del Falconer, dei trattati del XVIII secolo di Davys e di Thicknesse, e di alcune più recenti autorità quali Blair, von Marten, nonché del Kriptographik di Klüber.

Alternava lo studio di questi volumoni a estenuanti tentativi di venire a capo dello stesso manoscritto, e col passar del tempo si convinse di aver a che fare con uno di quei sistemi crittografici, tra i più ingegnosi ed elusivi, in cui diverse serie di lettere corrispondenti sono ordinate allo stesso modo della tavola pitagorica, e il messaggio è costruito con parole-chiave arbitrarie note solo agli iniziati. Le autorità più antiche, in ogni modo, gli furono più di aiuto di quelle moderne, e Armitage giunse alla conclusione che il codice del manoscritto doveva essere antichissimo, e indubbiamente tramandato attraverso molte generazioni di sperimentatori occulti. Più d’una volta gli parve d’essere a un passo dalla soluzione, ma sempre qualche ostacolo imprevisto lo riportava al punto di partenza. Infine, in settembre, l’oscurità si fece meno fitta. Certe serie di lettere, usate in determinate parti del manoscritto, emersero nitidamente e inequivocabilmente: risultò senza ombra di dubbio che il testo era davvero in inglese.”

Così, una sera, il professore riesce a leggere un brano delle cronache di Wilbur Whateley. Si tratta di un diario e uno dei primi passi, risalente all’autunno del 1916, si dimostra piuttosto inquietante, visto che all’epoca Wilbur aveva tre anni e mezzo, anche se ne dimostrava tredici.

Oggi imparo l’Aklo per il Sabaoth, che non mi piace perché si ottiene risposta dalla collina e non dall’aria. Quello di sopra, più avanti di me di quanto pensassi, non sembra che abbia molto cervello umano. Sparato al collie Jack di Elam Hutchins quando si è fatto sotto per mordermi, e Elam dice che mi ucciderebbe se potesse. Non credo che lo farà. Ieri notte, il nonno mi ha fatto ripetere in continuazione la formula di Dho, e io credo di aver visto la città interna ai 2 poli magnetici. Ci andrò quando la Terra sarà ripulita, se non riesco ad aprirmi prima un varco con la formula di Dho-Hna quando l’avrò imparata. Quelli dell’aria mi hanno detto al Sabba che ci vorranno anni prima che possa ripulire la terra, e immagino che per allora il nonno sarà morto, così dovrò imparare tutti gli angoli dei piani e le formule tra l’Yr e il Nhhngr. Quelli di fuori mi aiuteranno, ma non possono prendere corpo senza sangue umano. Quello di sopra pare che abbia le caratteristiche adatte. Lo posso vedere un poco quando faccio il segno Voorish o ci soffio addosso la polvere di Ibn Ghazi, ed è vicino come loro la vigilia di Calendimaggio sulla Collina. L’altra faccia forse sparirà del tutto. Mi chiedo come sarò io quando la terra sarà stata ripulita e su di essa non ci saranno più terrestri. Quello che venne come l’Aklo del Sabaoth disse che potrei essere trasfigurato, essendoci in me molto materiale Esterno su cui lavorare.”

Armitage resta sveglio tutta la notte per carpire più informazioni possibili dal manoscritto, ma il mattino lo vede in preda al terrore. I giorni successivi continua a studiare il criptico testo grazie alla sua decifrazione e, al termine della lettura del diario, decide di rivelare le sue scoperte a due suoi colleghi universitari, il professor Rice e il dottor Morgan.

Sabato pomeriggio si sentì abbastanza in forze per andare in biblioteca e convocarvi Rice e Morgan; i tre uomini trascorsero quindi il resto della giornata e la sera lambiccandosi il cervello con pazzesche speculazioni e disperate discussioni. Strani e terribili volumi furono prelevati dagli scaffali traboccanti e da segreti ripostigli chiusi a chiave; formule e diagrammi furono ricopiati con fretta febbrile e in sconcertante abbondanza. Nei tre uomini non c’era ombra di scetticismo. Avevano visto il corpo di Wilbur Whateley sul pavimento di una stanza di quello stesso edificio, e nessuno di loro si sentiva minimamente incline a considerare il diario come i vaneggiamenti di un pazzo.”

I tre decidono di organizzarsi per andare a Dunwich ad affrontare la misteriosa creatura e concordano di non informare le autorità, per il semplice fatto che nessuno gli crederebbe. Passano diverso tempo a studiare formule e diagrammi; inoltre, preparano alcune sostanze chimiche polverose, ottenute dal laboratorio dell’università, che successivamente versano in uno spruzzatore metallico.


François Baranger (2023)


9


Arrivati sul posto in auto, girano il circondario interrogando la gente del posto, visitando le fattorie distrutte, trovando le spaventose orme impresse nel terreno, fino a giungere sulla sommità di Sentinel Hill e vedere il sinistro macigno simile a un altare. Saputo dell’arrivo di una squadra della Polizia di Stato giunto da Aylesbury, i tre decidono di incontrarla. Parlando con alcuni villici, vengono a sapere che i poliziotti erano in cinque, ma che la loro auto è stata trovata vuota vicino ai resti della fattoria dei Frye.

Poi il vecchio Sam Hutchinson pensò a qualcosa e impallidì, dando di gomito a Fred Farr e indicando l’umida e profonda forra che s’apriva poco lontano. «Mioddio» balbettò «gliel’avevo detto di non andare nel vallone… Pensavo che con quelle impronte bene in vista nessuno avesse il fegato di scendere di sotto, e poi la puzza… Già, e senza contare i caprimulghi che strillano tutto il tempo nell’ombra…»

I paesani rabbrividirono, come pure i tre forestieri, e tutti gli orecchi si tesero istintivamente e inconsciamente ad ascoltare. Armitage, adesso che s’era imbattuto nell’orrore e nelle sue nefaste opere, tremò sotto il peso della responsabilità cui sapeva di non potersi sottrarre. Presto sarebbe scesa la notte, ed era proprio allora che il colossale abominio avrebbe ripreso il suo goffo, rumoroso e soprannaturale cammino. Negotium perambulans in tenebris… Il vecchio bibliotecario ripeté mentalmente le formule che aveva memorizzato, e strinse convulsamente il foglio sul quale aveva scritto quella sostitutiva che non aveva avuto il tempo di mandare a memoria. Controllò che la torcia elettrica funzionasse perfettamente. Rice, dietro di lui, tirò fuori da una valigia uno spruzzatore metallico, del tipo di quelli usati comunemente contro gli insetti, mentre Morgan toglieva dalla custodia il fucile da caccia grossa nel quale confidava, sebbene i suoi compagni lo avessero avvertito che nessun’arma materiale sarebbe servita a qualcosa in quella circostanza.”

I tre amici decidono di sostare nei pressi della fattoria distrutta dei Frye, quando vedono accorrere alcuni abitanti di Dunwich gridare disperati. L’abominio invisibile questa volta si è mosso anche di giorno, con la luce del sole, alcuni testimoni hanno visto alberi e cespugli schiantarsi da qualcosa di invisibile, e infine anche la casa dei Bishop è stata distrutta. Armitage a questo punto informa i paesani che hanno a che fare con qualcosa di stregato evocato dai Whateley e che lui e i suoi amici possono fare qualcosa per fermarla.

Così i villici, rincuorati, decidono di dare fiducia ai tre e li scortano attraverso i campi verso il luogo dove è stata vista la cosa invisibile. Come per le fattorie precedenti, anche quella dei Bishop è completamente distrutta, nessuno è sopravvissuto e un tanfo disgustoso aleggia sulle rovine. Il gruppo prosegue, supera ciò che è rimasto della distrutta tenuta dei Whateley, poi Armitage scruta col binocolo i pendii di Sentinel Hill e vede che l’erba e i cespugli si stanno muovendo.


Lo scontro finale con l'enorme creatura immaginato da Santiago Caruso (2012)


10


I tre allora prendono la decisione di inerpicarsi sulla ripida collina, mentre il gruppo, rimasto sulla strada, segue col binocolo le loro mosse. Poiché l’abominio procede lento come una lumaca, gli studiosi guadagnano man mano terreno fino ad arrivargli vicino.

FINALE: “I contadini si agitarono inquieti, ricordando che lo spruzzatore avrebbe dovuto rendere visibile, per un attimo, il mostro sconosciuto. Due o tre uomini chiusero gli occhi, ma Curtis Whateley riprese il binocolo e ne aggiustò con precisione le lenti. Vide che Rice, dall’altura elevata alle spalle dell’entità, si era venuto a trovare in posizione ottimale per spruzzare la polvere portentosa. L’effetto fu stupefacente. Quelli senza binocolo intravvidero per un istante una nuvola grigia – una nuvola delle dimensioni di un edificio piuttosto grande – sulla sommità della collina. Curtis, che aveva il binocolo, lo lasciò cadere con un grido strozzato nel fango della strada, che era alto fino alle caviglie. Barcollò e sarebbe caduto a terra se altri due o tre non l’avessero sorretto prontamente. Per un po’ non fece che gemere sommessamente: «Oh, oh, gran Dio… quella cosa, quella cosa…»

Fu immediatamente tempestato di domande, e soltanto Henry Wheeler ebbe l’idea di raccogliere il binocolo e ripulirlo dal fango. Curtis non connetteva più e anche brevi risposte smozzicate sembravano troppo nelle sue condizioni. Farfugliava fuori di sé: «Più grande di una stalla… tutto fatto di funi intrecciate… una cosa come un uovo di gallina, però enorme, con decine di gambe grosse come stantuffi che si ritirano fino a metà quando cammina… non ha nulla di solido… sembra fatto tutto di gelatina e di corde attorcigliate e attaccate una all’altra… e dappertutto ci sono grandi occhi sporgenti… e ha dieci, no, venti bocche o proboscidi che gli pendono dai lati e sono grosse come tubi di stufa e si muovono tutte, si aprono, si agitano, si agitano… è tutto grigio con anelli color blu, o porpora… e mio Dioquella faccia che ha in cima…»

Quest’ultimo particolare, di qualunque cosa si trattasse, fu evidentemente troppo per il povero Curtis, che svenne prima di poter aggiungere altro. Fred Farr e Will Hutchins lo portarono sul ciglio della strada e lo adagiarono sull’erba bagnata. Henry Wheeler, tremando, puntò il binocolo sulla ripida collina. Egli distinse tre piccole figure che correvano a rotta di collo verso la cima della collina, alla massima velocità consentita dall’erto pendio. E null’altro. Poi tutti avvertirono uno strano suono fuori stagione nella forra profonda alle loro spalle e nel sottobosco di Sentinel Hill. Era il canto stridulo di migliaia di caprimulghi, e in quel coro acuto aleggiava una nota maligna di attesa.

Earl Sawyer prese il binocolo e riferì che le tre figure lontane erano ritte sul crinale più alto, allo stesso livello del masso a forma di altare, ma a notevole distanza da quest’ultimo. E disse che gli sembrava che uno dei tre alzasse le braccia sopra la testa e le riabbassasse ritmicamente, e proprio in quel mentre gli altri credettero di udire un debole suono, vagamente musicale, come se un canto accompagnasse quei gesti. Doveva essere uno spettacolo grottesco e solenne, l’immagine di quella fantastica sagoma profilata contro il cielo in cima alla collina solitaria, ma nessun osservatore era in vena di apprezzamenti estetici.”

Henry Wheeler, riprendendosi il binocolo, immagina che i tre uomini stiano facendo un incantesimo, poi improvvisamente la luce del giorno impallidisce e un brontolio sordo comincia a salire dalle colline circostanti. A seguire, fulmini e tuoni squarciano il cielo. La cantilena dei tre studiosi si fa udibile, mentre da qualche fattoria lontana arriva un frenetico abbaiare di cani.

Improvvisi giunsero i suoni profondi, incrinati e cavernosi che avrebbero infestato per sempre il ricordo dell’attonito gruppo di persone che li udì. Non scaturirono da voce umana, perché gli organi dell’uomo non possono produrre simili perversioni acustiche. Si sarebbe detto che salissero dall’inferno stesso, ma indubbiamente la fonte di quella cacofonia era proprio la pietra a forma di altare sulla cima della collina. È quasi errato chiamarli suoni, e il loro terrificante timbro ultrabasso parlava alle oscure sedi dell’inconscio e della paura, molto più ricettive dell’orecchio, e tuttavia somigliavano a una voce, in quanto, seppur oscuramente, si condensavano in parole semi-articolate. Erano suoni forti, potenti come i brontolii e i tuoni al di sopra dei quali riecheggiavano, eppure non provenivano da un essere visibile. E poiché l’immaginazione ne identificava l’ipotetica fonte nel mondo dell’invisibile, gli uomini assiepati ai piedi della collina si strinsero l’uno all’altro, e indietreggiarono come chi s’aspetti un colpo.”

A quei suoni inumani i tre uomini rispondono con il proseguimento dell’incantesimo, che ormai volge al termine. Poco dopo, infatti, l’orrenda cacofonia sembra affievolirsi, fino a quando esplode di nuovo in un ultimo crescendo delirante.

«Eh-ya-ya-ya-yahaah… c’yayayayaaa… ngh’aaaaa… ngh’aaaa… h’yuh… h’yuh… AIUTO! AIUTO!... PP-PP-PP PADRE! YOG-SOTHOTH!...»

Poi tutto tacque. I pallidi uomini sulla strada, ancora sconvolti da quelle sillabe indiscutibilmente in inglese che erano rotolate, tonando, dal terribile spazio nei pressi dell’impressionante masso-altare, non le avrebbero udite mai più. Tutti sobbalzarono violentemente allo scoppio terrificante che parve spaccare le colline, rimbombo assordante e catastrofico la cui sorgente, fosse in cielo o in terra, nessuno fu in grado di individuare. Un fulmine solitario saettò dallo zenit scarlatto scaricandosi sulla pietra-altare, e un’immensa ondata di forza invisibile e d’indescrivibile fetore si rovesciò dalla collina sulla campagna. Alberi, erba e arbusti furono spazzati con furia e gli uomini sulle pendici del colle, terrorizzati e indeboliti dal lezzo mortale che quasi li asfissiò, furono scaraventati a terra. I cani ulularono in lontananza, l’erba e il verde fogliame avvizzirono assumendo una singolare colorazione giallo-grigiastra, malata, e su campi e foreste caddero i corpi dei caprimulghi morti, a migliaia.

Il fetore si dissipò rapidamente, ma la vegetazione non fu più la stessa. Ancora oggi c’è qualcosa di bizzarro e blasfemo nelle piante e negli arbusti che crescono attorno e sopra la terribile collina. Curtis Whateley stava riprendendo i sensi quando gli uomini di Arkham scesero lentamente dalla ripida altura nella luce del giorno fattasi di nuovo limpida e tersa. Erano gravi e silenziosi, ma sembrava che in loro perdurasse il ricordo sconvolgente di cose ancor più orribili di quelle che avevano ridotto la gente di Dunwich in uno stato di prostrazione e paura. In risposta a un frenetico accavallarsi di domande, si limitarono a scuotere la testa e a riconfermare un unico fatto fondamentale.

«La cosa è sparita per sempre» disse Armitage «È stata scomposta in ciò che era in origine, e non potrà esistere mai più. Era una presenza impossibile in un mondo normale. Solo una piccolissima frazione di essa era vera materia, nel senso che noi diamo a questo termine. Era come suo padre, e gran parte di ciò di cui era fatta è tornata a lui, in qualche ignoto dominio o dimensione al di fuori dell’universo materiale; qualche oscuro abisso da cui solo i riti più blasfemi avevano potuto richiamarla un istante sulle colline.»

Seguì un breve silenzio, durante il quale il povero Curtis Whateley riprese gradatamente i sensi, e gemendo si toccò la testa. Poi il ricordo gli tornò là dove era stato interrotto dallo svenimento, e l’orrore della visione che lo aveva prostrato lo devastò un’altra volta.

«Oh, oh, mioddio, quella mezza faccia… quella mezza faccia in cima alla cosa… quella faccia con gli occhi rossi e i capelli da albino e ricci, e senza mento, come i Whateley… Era una specie di polipo, di millepiedi, di ragno messi insieme, ma in cima c’era una mezza faccia d’uomo, e somigliava al mago Whateley, solo che era grande metri e metri…»

S’interruppe esausto, mentre gli altri lo fissavano con uno stupore che non aveva ancora avuto il tempo di trasformarsi in una nuova paura. Soltanto il vecchio Zebulon Whateley, che ricordava frammentariamente certe vecchie cose e che fino ad allora era rimasto silenzioso, parlò a voce alta.

«Quindici anni fa» bofonchiò «sentii il vecchio Whateley dire che un giorno avremmo sentito il figlio di Lavinia chiamare il nome di suo padre in cima a Sentinel Hill…»

Ma Joe Osborn lo interruppe per chiedere ancora agli uomini di Arkham: «Ma cosa era, insomma, e come fece il giovane mago Whateley a chiamarla dal posto da dove è venuta?»

Armitage rispose scegliendo con cura le parole.

«Era… be’, era soprattutto una forza che non appartiene al nostro spazio, una forza che agisce, cresce e si modella in base a leggi diverse da quelle della nostra Natura. Non abbiamo nessun tornaconto a evocare simili cose dall’esterno, e solo persone molto malvagie e culti crudeli cercano di farlo. C’era qualcosa di questa forza nello stesso Wilbur Whateley: quanto bastava per farne un demonio e un mostro precoce, e a rendere la sua morte uno spettacolo terrificante. Io brucerò il suo maledetto diario, e se voialtri sarete saggi, farete saltare con la dinamite quella pietra-altare lassù, e abbatterete tutti i cerchi di pietre verticali sulle colline. Sono stati proprio quelli a richiamare gli esseri che tanto piacevano ai Whateley: esseri che stavano per entrare tangibilmente nel nostro mondo per spazzar via la razza umana e trascinare la terra in uno spazio senza nome per uno scopo senza nome. Quanto alla cosa che abbiamo appena rimandato indietro, ebbene, i Whateley l’avevano allevata per assegnarle un ruolo spaventoso negli avvenimenti che stavano per succedere. Era cresciuta in fretta ed era diventata così grande per la stessa ragione per cui Wilbur era cresciuto tanto in fretta… Ma lo aveva superato perché in essa vi era una percentuale infinitamente maggiore di alienità. Ora, non chiedetevi come abbia fatto Wilbur a evocarla dall’aria. Lui non l’ha chiamata. Era suo fratello gemello, ma assomigliava al padre più di lui


Copertina per l'edizione della Lancer Books del 1971 a opera di Victor Valla


Nella raccolta da lui curata per la Mondadori, Giuseppe Lippi apre la presentazione al racconto con le parole dello stesso Lovecraft, estratte da alcune sue missive.

Giugno 1928. A proposito, dopo più di un anno, ho cominciato un nuovo racconto. Si chiama The Dunwich Horror ed è così agghiacciante che forse Wright non avrà il coraggio di pubblicarlo. È ambientato nella valle superiore del Miskatonic, molto, molto a occidente di Arkham” (da una lettera a James F. Morton).

31 agosto 1928. Caro Klarkash-Ton, Gran sacerdote di Atlantide: saluti! Sono riuscito a rubare il tempo per un nuovo racconto, che attualmente è in possesso di Dwyer e a cui chiederò di mandarlo a te prima di restituirmelo. Sono 48 pagine, il che significa che Wright probabilmente lo considererà un ‘racconto lungo’. Non gliel’ho ancora sottoposto, ma s’intitola The Dunwich Horror e appartiene al ciclo di Arkham. Il Necronomicon c’entra in qualche modo. Solo il cielo sa quando troverò il tempo di scrivere un’altra cosa mia, perché il lavoro di revisionista mi occupa tutto il giorno…” (da una lettera a Clark Ashton Smith).

Diviso tra i clienti e le lunghissime lettere, Lovecraft ormai scrive sempre più raramente: passeranno più di due anni prima che metta mano a The Wishper in the Darkness, il suo prossimo racconto. E se è vero che una parte delle ‘revisioni’ sono virtualmente opera sua, ciò non toglie che l’impegno e l’originalità profusi nelle storie destinate a comparire sotto il suo nome si distacchino nettamente dalle collaborazioni.

The Dunwich Horror è un tipico racconto del ‘ciclo di Cthulhu’ e degli altri dèi cosmici, ma siccome questa definizione non è stata ancora collaudata Lovecraft si limita a definirlo ‘ciclo di Arkham’. In una landa sperduta fra le colline del Massachusetts che ricorda, per arretratezza e superstizione, quella di Beyond the Wall of Sleep, Lovecraft dipinge un mondo contadino che pur nella sua ripugnanza stimola la sua immaginazione e mette in moto l’azione fantastica. Una donna albina e semideficiente dà alla luce un figlio, Wilbur, destinato a far da guardiano a qualcosa di più grande e misterioso che si agita nella soffitta di casa…

La civiltà dei professori di Arkham si contrappone alla stregoneria dei Whateley in un modello che riassume tutto il disgusto di Lovecraft per il caos morale, culturale e materiale da cui è assediata la vecchia civiltà puritana della Nuova Inghilterra, ma nel duello trapela il fascino del diabolico, del mostruoso che mai come in queste pagine calpesta uomini e cose con la furia di un flagello biblico. (G. Lippi, a cura di, H. P. Lovecraft. Tutti i racconti 1927-1930, Oscar Mondadori, Milano, 1991).

Il racconto è uno dei più rappresentativi del “Ciclo di Arkham”, oltre che uno dei più conosciuti. Nonostante la sfiducia di Lovecraft nei confronti di Farnsworth Wright, in quegli anni curatore editoriale di Weird Tales, quest’ultimo acquisterà il suo racconto per la somma di 240 dollari, l’equivalente di circa 4.400 dollari di oggi – probabilmente uno dei compensi più alti mai ricevuti dallo scrittore – e lo pubblicherà l’anno seguente, sul numero di aprile della rivista.

Tornano tematiche care all’autore, come la degenerazione fisica, rappresentata dalla figura di Wilbur, e quella mentale, incarnata dalla madre Lavinia, oltre ai rapporti incestuosi fra membri dello stesso gruppo, che degradano le comunità isolate di villaggi sperduti. Così come tornano la stregoneria e i suoi rituali magici, capaci di aprire varchi tra dimensioni contigue del nostro universo, mettendo così a contatto esseri umani con creature inimmaginabili, in grado perfino di generare disgustosi e terribili ibridi, frutto del loro degenerato accoppiamento.


Copertina di 'Weird Tales' dove fu pubblicato per la prima volta il racconto (1929)


Compare di nuovo il Necronomicon, testo che Wilbur cerca disperatamente. La copia conservata nella biblioteca della Miskatonic University è la versione in latino, quella redatta da Olaus Wormius e stampata in Spagna nel XVII secolo. Personaggio realmente esistito, il suo vero nome era Ole Worm (1588-1655), erudito e medico danese il quale, come si usava fare all’epoca, latinizzò il suo nome in Olaus Wormius.

A proposito del Necronomicon, è proprio in questo racconto che appare - per la prima e unica volta - un passo piuttosto esteso dello pseudobiblia inventato da Lovecraft, che naturalmente ho riportato per intero in questa sinossi. La trovate al capitolo 5. All’interno di esso vengono citati sia Cthulhu sia l’inaccessibile Kadath, oltre a Yog-Sothoth, il quale è apparso, prima di questo racconto, soltanto ne Il Caso di Charles Dexter Ward e citato in L’ultimo Esperimento, racconto revisionato per conto di Adolphe De Castro, che qui diventa uno degli Altri Dèi, al pari di Azathoth e Nyarlathotep. Come ricompare anche il nome di Shub-Niggurath (anche questo citato in L’ultimo Esperimento), altra entità aeriforme, divinità femminile della fertilità dalla cui unione con Yog-Sothoth vengono generati i temibili gemelli Nug e Yeb.

Alcuni critici hanno visto nella vicenda una parodia blasfema di uno dei fondamenti della religione cristiana, ovvero l’incarnazione della divinità in un corpo umano. Anche qui, infatti, c’è una profezia che annuncia l’avvento di un “Messia”, la cui nascita si deve a una fecondazione da parte di una divinità. Così come vi si trova un libro con citazioni in stile biblico, una salita al monte (Sentinel Hill come il Calvario) dove l’orrenda creatura, dopo aver subito gli attacchi degli umani, trova la morte dopo aver invocato invano il nome di suo padre. Chissà quanto consciamente Lovecraft aveva attinto alla religione più rappresentativa dell’Occidente? Di sicuro, nelle sue lettere, di tutto ciò non vi è traccia.

Peter Cannon, uno dei più noti studiosi di Lovecraft - nonché autore di alcuni romanzi e racconti sui Miti di Cthulhu non privi di aspetti ironici e parodistici – ha ravvisato nel racconto alcune similitudini con il capolavoro di Melville, Moby Dick. Anche qui c’è un sermone iniziale che viene usato come segno premonitore di ciò che accadrà in seguito. Inoltre, per Cannon, la descrizione dell’orrore di Dunwich è similare a quella del famoso capodoglio (più grande di una baracca… Tutto fatto di corde aggrovigliate), mentre la sua invisibilità troverebbe una similitudine nella bianchezza della balena, colore che si riscontra anche in Lavinia, la madre di Wilbur. Infine, sono tre i fiocinatori che affrontano Moby Dick nello scontro finale, lo stesso numero di persone che combatte contro l’orrore di Dunwich al termine della storia.

S. T. Joshi, invece, fa notare come questo sia l’unico racconto del Maestro di Providence dove le parti che si contrappongono sono espressamente connotate come Male (la creatura invisibile) e Bene (i tre studiosi), definendolo perciò un “errore estetico” da parte di Lovecraft.

Sempre a proposito di critica, i più concordano col fatto che la vicenda sia stata ispirata a Lovecraft da alcune opere di Arthur Machen, ovvero Il Grande Dio Pan (nominato anche da un personaggio nel racconto di HPL) e Il Romanzo del Sigillo Nero, rispettivamente pubblicati nel 1894 e nel 1895, poiché entrambi presentano il frutto dell’unione tra umani e altre creature. A riprova di ciò, Wilbur menziona l’Aklo, un linguaggio e un sistema di scrittura segreto che viene menzionato per la prima volta proprio da Machen nel racconto Il Popolo Bianco, del 1899.


Luoghi.

Massachusetts, Valle del Miskatonic: Dean’s Corners, piccola cittadina; Picco d’Aylesbury, nei pressi del quale c’è un bivio con una strada che porta a Dunwich; città di Aylesbury; fiume Miskatonic; Round Mountain, questo rilievo esiste davvero, si trova al confine tra Massachusetts e Connecticut; villaggio di Dunwich; Devil’s Hop Yard (Campo del volo del diavolo), un pendio brullo e arido dove non cresce vegetazione, nei pressi di un alto pascolo, dove Chancey trova le vacche di Seth, fuggite dall’orrore di Dunwich; Sentinel Hill, collina situata vicino all’abitazione della famiglia dei Whateley e sulla cui sommità si trova una grande pietra a forma di altare; rada di Cold Spring; Ten-Acre Meadow, zona di pascolo; Bear’s Den, luogo dove si trova una cascata e presso il quale si radunano spesso i caprimilghi;

Boston: Widener Library; Arkham: Miskatonic University.


Locandina del primo adattamento cinematografico del racconto, diretto da Daniel Haller (1970)



Personaggi.

Abijah Hoadley, reverendo della Chiesa Congregazionalista di Dunwich scomparso nel 1747; Lavinia Whateley, figlia albina del vecchio Whateley, dall’aspetto denutrito e dai capelli ricci, madre di Wilbur; Wilbur Whateley, figlio per metà di Lavinia e per l’altra metà di un’entità extra dimensionale; vecchio Whateley, padre di Lavinia e dedito fin dalla gioventù a pratiche magiche; Zachariah Whateley, un vecchio parente della famiglia, appartenente al ramo non decaduto; Earl Sawyer, villico che si occupa di vendere al vecchio Whateley il bestiame di cui ha bisogno; Mamie Bishop, moglie di Earl Sawyer, l’unica, assieme a Zachariah, ad aver visto Wilbur durante il suo primo mese di vita; Curtis Whateley, figlio di Zachariah; Silas Bishop, villico che scorge Lavinia e Wilbur correre nudi, a mezzanotte, sulla collina di Sentinel Hill; Sawyer Whateley, presidente della commissione di leva nel 1917; Joe Osborn, proprietario dello spaccio di Dunwich; dottor Houghton, di Aylesbury, chiamato d’urgenza a visitare il vecchio Whateley; Henry Armitage, bibliotecario di 73 anni, barba bianca, erudito della biblioteca della Miskatonic University, laureato in Filosofia e Letteratura; Dottor Francis Morgan, snello e giovanile, professore anch’egli; Professor Warren Rice, tarchiato e brizzolato, è professore di lingue classiche; Luther Brown, garzone di Gorge Corey; Gorge Corey, sua moglie e suo figlio Wesley; Sally Sawyer, figlia di Earl Sawyer e governante di Seth Bishop; Seth Bishop, figlio di Earl e Mamie; Chancey, figlio di Sally Sawyer; Elmer e Selina Frye, villici che vivono nei pressi del vallone dove si è diretta la creatura; Zebulon Whateley, anziano parente della famiglia Whateley; dott. Hartwell, medico di Henry Armitage; Elam Hutchins, proprietario del collie che cerca di azzannare Wilbur; Sam Hutchins e Fred Farr, due abitanti di Dunwich; Henry Wheeler, uno dei villici che accompagna il terzetto alla ricerca del mostro invisibile.


Copertina della versione americana della serie antologica britannica 'Not at Night' (1928)

Novembre. Il suo racconto The Horror at Red Hook, scritto nel 1925, appare nella versione statunitense della serie antologica britannica Not at Night, a cura di Herbert Asbury, per la casa editrice Macy Masius.


Inverno 1928-1929

Sonia, stanca di un rapporto col marito che va avanti unicamente per lettera, comincia a fare pressioni per ottenere un divorzio formale.



1929


Visita a Samuel Loveman, a Boston.

Marzo. Per le pressioni della moglie Sonia, Lovecraft presenta richiesta di divorzio alla Corte Suprema di Providence, che si pronuncia a favore; però la sentenza definitiva non verrà mai pronunciata e rimarrà in vigore solo quella preliminare.


Tra aprile e maggio lo scrittore compie numerosi viaggi: in Massachusetts, a casa di W. Paul Cook, poi a New York, dai Long, e ancora a Charleston, Norfolk, Williamsburg, Richmond, Fredericksburg, Washington, Philadelphia, poi a West Shokan, sempre a New York, a casa di Bernard A. Dwyer. A New Paltz, Albany, Troy, poi di nuovo nel Vermont, da Arthur Goodenough. Rientra a Providence a fine maggio.


Copertina del numero di Weird Tales dove fu pubblicato il racconto (agosto 1930)

IL BOIA ELETTRICO

(THE ELECTRIC EXECUTIONER, 1929?)

in collaborazione con Adolphe de Castro (r. p.)


Per essere un uomo che non ha mai corso il rischio della pena capitale, provo un terrore esagerato della sedia elettrica persino come argomento di conversazione; anzi, penso che mi faccia accapponare la pelle più che dell’imputato il quale rischia la vita. Il motivo è che quel particolare strumento di morte mi fa venire alla mente un fatto di quarant’anni fa: un avvenimento piuttosto strano che mi ha portato faccia a faccia con l’ignoto.

Nel 1889 facevo l’investigatore per conto della compagnia mineraria Tlaxcala di San Francisco, che sfruttava diverse piccole miniere d’argento e rame nelle montagne di San Mateo, in Messico. Alla miniera numero tre, il cui vice-sovrintendente era un individuo piuttosto ambiguo e sgarbato di nome Arthur Feldon, c’erano dei problemi: il 6 agosto la compagnia ricevette un telegramma in cui si diceva che Feldon era fuggito portando con sé i registri di magazzino e altri documenti e pratiche riservate; come se non bastasse, aveva lasciato nella peggior confusione la situazione amministrativa e finanziaria.

Per la compagnia fu un brutto colpo e nel tardo pomeriggio il presidente McComb mi chiamò nel suo ufficio per ordinarmi di ritrovare le carte ad ogni costo: come ben sapeva, c’erano gravi ammanchi. Non avevo mai visto Feldon e le fotografie a disposizione non erano delle migliori: per di più il mio matrimonio era fissato per il giovedì della settimana seguente, quindi fra nove giorni. È comprensibile che non avessi nessuna voglia di essere spedito in Messico per una caccia all’uomo che poteva durare chissà quanto, ma l’urgenza era tale che McComb si sentì nel pieno diritto di affidarmi l’incarico. Dal canto mio decisi che per rimanere alla compagnia dovevo obbedire senza troppe proteste.”

L’investigatore studia in treno la documentazione che gli è stata data per saperne di più sulla persona che deve rintracciare. Arthur Feldon ultimamente si comportava come se avesse qualcosa da nascondere e trascorreva parecchio tempo nel laboratorio della compagnia in orari strani. Era sospettato di alcuni furti di diversa quantità di minerale estratto dalla miniera, in combutta con un capo messicano e alcuni peones. Questi ultimi erano tutti stati licenziati, ma non c’erano prove evidenti per fare lo stesso con Feldon, fino a quando non era scomparso con tutti i documenti dell’ufficio. Jackson si era convinto che fosse diretto verso le alture della Sierra de Malinche. Arrivato a El Paso, il protagonista cambia treno per dirigersi verso Città del Messico, ma una serie di imprevisti e rallentamenti gli fanno accumulare un notevole ritardo sulla tabella di marcia, tutto tempo regalato a Feldon per allontanarsi sempre di più. L’investigatore, nei pressi di una delle ultime fermate, scopre che c’è una coincidenza notturna per la capitale con un treno espresso, il quale, quasi per miracolo, arriva alla stazione con soltanto mezz’ora di ritardo. Inizialmente prova un po’ di disappunto nel constatare che i suoi vagoni hanno gli scompartimenti alla europea, invece che all’americana, cioè con file di posti. Poi invece si ricrede, perché in tal modo potrà schiacciare un pisolino, visto che gli scompartimenti saranno vuoti a causa dell’orario notturno. Trovato il suo, vi si sistema sdraiandosi sulla poltrona accanto al finestrino.

Ma a un tratto mi accorsi di non essere l’unico occupante dello scompartimento. Nell’angolo diagonalmente opposto a me, e rannicchiato su sé stesso in modo che la faccia risultava invisibile, c’era un uomo di corporatura insolita, che la debole luce non mi aveva rivelato fino a quel momento. Sul sedile accanto a lui c’era una grande valigia, malconcia e straripante, che l’uomo, pur essendo addormentato, stringeva con una mano stranamente affusolata. Quando la locomotiva fischiava a una curva o a uno scambio, il dormiente trasaliva e con uno scatto passava a una sorta di semiveglia: alzava la testa, guardingo, e rivelava un volto piacevole, con la barba, dall’aspetto senz’altro anglosassone e gli occhi neri e lucenti. Quando mi vide si svegliò del tutto, lanciandomi un’assurda occhiata ostile che mi lasciò stupefatto. Senza dubbio, pensai, soffriva della mia presenza perché aveva sperato di avere lo scompartimento tutto per sé; a mia volta non ero meno deluso di trovare una compagnia così poco congeniale nella vettura fiocamente illuminata. Il meglio che potessi fare era accettare la situazione con cortesia, e infatti mi scusai per la mia intrusione. L’altro sembrava americano, e pensai che ci saremmo sentiti più a nostro agio dopo uno scambio di convenevoli. In seguito, ci saremmo tranquillamente ignorati per il resto del viaggio.

Con mia sorpresa lo straniero non rispose affatto alle mie scuse e continuò a fissarmi aggressivamente, quasi volesse soppesarmi; e quando, imbarazzato, gli offrii un sigaro, rifiutò con un brusco gesto laterale della mano libera. L’altra mano continuava a stringere la grande valigia sciupata, e tutta la persona sembrava irradiare una specie di aura maligna. Dopo un po’ rivolse la faccia al finestrino, anche se nel buio totale non c’era niente da vedere. Era strano, sembrava che fissasse qualcosa con grande intensità: qualcosa che solo lui riusciva a vedere oltre il vetro. Decisi di lasciarlo ai suoi pensieri e alle sue manie senza disturbarlo ancora e mi sprofondai nella poltrona, abbassai la falda del cappello sugli occhi e cercai di addormentarmi come desideravo.”

Nonostante ciò, l’investigatore non riesce ad addormentarsi e controlla da sotto la falda del suo cappello lo sconosciuto, il quale sembra osservarlo con una certa bramosia, non riuscendo a nascondere alcune smorfie che denotano una feroce cupidigia. Trascorre così del tempo carico di tensione, da parte del protagonista, il quale pensa che possa essere aggredito da un momento all’altro da quello che è evidentemente un pazzo pericoloso. Per fortuna nasconde una pistola nella tasca della giacca, perché il misterioso passeggero è alto e possente e in uno scontro a mani nude sarebbe senza dubbio sconfitto. Però l’uomo sembra leggergli nella mente, perché con un’agilità inconsueta per la sua stazza, in un attimo gli è addosso e, mentre con una mano lo tiene bloccato, con l’altra gli estrae la pistola dalla tasca della giacca e la infila nella sua lanciandogli un’occhiata di disprezzo.

Non mi mossi, e dopo un attimo l’uomo riprese il suo posto di fronte a me; con un sorriso tremendo aprì la valigia rigonfia ed estrasse un oggetto piuttosto strano: una grossa gabbia di filo semi-flessibile, intrecciata in un modo che ricordava la maschera di un giocatore di baseball ma la cui forma complessiva era piuttosto simile a uno scafandro da palombaro. In cima all’attrezzo spiccava un cordoncino la cui estremità opposta restava nella valigia. Lo sconosciuto trattava l’oggetto con una sorta di affetto, cullandolo in grembo mentre mi guardava con malizia. Poi, con un movimento quasi felino della lingua, si leccò le labbra baffute. Fu in quel momento, per la prima volta, che parlò: aveva una voce profonda, piacevole e persino educata che rivelava l’uomo di cultura e che contrastava in modo straordinario con i rozzi abiti di velluto e l’aspetto trasandato.”

Lo sconosciuto comincia a vantarsi della sua preziosa invenzione di cui quest’ultimo sarebbe la cavia più adatta, perché dopo averla provata con successo dapprima su dei piccoli animali e poi su un asino, vuole assicurarsi che possa funzionare sugli uomini. L’investigatore prova a prendere tempo dandogli corda, chiedendogli spiegazioni sul suo funzionamento, ma l’uomo comincia a fare un discorso delirante sull’eliminazione degli abitanti della terra prima del ritorno del Quetzalcoatl, sulla sua ammirazione per gli antichi abitanti del Messico, coi quali ha vissuto per un certo tempo e di cui elenca alcune tribù e divinità, per terminare col disappunto che ha provato quando ad Albany, la capitale dello stato di New York, hanno rifiutato la sua invenzione per scegliere la sedia elettrica. Al che l’investigatore prova di nuovo a chiedergli della sua invenzione, e stavolta il corpulento maniaco comincia a parlare, affermando che la sua idea è migliore perché mirata a friggere il cervello, invece dell’intero corpo, come hanno fatto scegliendo la ridicola sedia. Il detective allora lo informa che conosce delle persone, in California, che potrebbero aiutarlo ad adottare la sua creazione, ma il folle non ne vuole sapere, ormai ha scelto lui come cavia e nulla gli farà cambiare idea. L’uomo allora gli chiede carta e matita per redigere un testamento, cosa cui il pazzo acconsente, poi gli chiede di descrivere dettagliatamente il funzionamento della sua innovazione, in modo da farla poi recapitare alle persone che conosce in California, sperando di far leva sul suo orgoglio di inventore frustrato. Per sua fortuna anche questo stratagemma funziona, il che gli consente di perdere ancora più tempo, visto che decide di disegnare ogni elemento della sua attrezzatura, oltre che a scriverne le indicazioni per il funzionamento. Nel frattempo sorge l’alba e con lei si avvicina l’arrivo del treno a Città del Messico. Chiede al folle di indossare il curioso caschetto pieno di fili per poterlo disegnare e, in ultimo, sfrutta le sue conoscenze delle antiche tradizioni messicane improvvisando un rito del quale l’inventore sembra sinceramente colpito, poiché anch’esso, dopo un attimo di sbigottimento, prima alza le mani al cielo e poi comincia a pronunciare alcune parole messicane tra le quali, però, spicca una divinità che non ha niente a che vedere con quelle tradizionali, cioè Cthulhu. Quest’ultima è una parola che anche l’indagatore ha sentito pronunciare tra i peones della compagnia mineraria per la quale lavora e che l’ha ingaggiato per trovare Feldon, e dunque ne approfitta recitando una formula che aveva ascoltato da loro: Ya-R’lyeh! Ya-R’lyeh! Cthulhutl fhtaghn! Niguratl-Yig! Yog-Sototl…


Copertina di un ebook del 2024



Non mi diede il tempo di finire. Preso da un attacco di mania religiosa provocato dalla mia appropriata invocazione, che neppure a livello inconscio si sarebbe atteso, il pazzo si buttò in ginocchio sul pavimento del vagone, piegando ripetutamente la testa chiusa nel casco e girandola verso destra e verso sinistra. A ogni scatto la sua devozione raggiungeva un nuovo vertice di parossismo, finché dalle labbra schiumanti colsi ripetutamente la formula «uccidi, uccidi, uccidi». Capii di aver voluto strafare, e che la mia risposta aveva scatenato una vera e propria follia omicida: adesso mi avrebbe ammazzato prima che il treno entrasse in stazione. Man mano che gli scatti del folle aumentavano d’intensità, il cavo che collegava il casco elettrico alla batteria si era attorcigliato sempre più. Ora, in un delirio totale, il pazzo descriveva con la testa una serie di circoli completi: in questo modo il cavo gli passò intorno al collo e l’estremità collegata alla batteria cominciò a tendersi. Mi chiesi che cosa avrebbe fatto quando fosse accaduto l’inevitabile e la batteria posata sul sedile sarebbe finita a terra, fracassandosi.

A quel punto avvenne il cataclisma. La batteria, che le contorsioni del folle avevano già portato sull’orlo del sedile, cadde come mi aspettavo, ma non fu danneggiata in modo irreparabile. Anzi, come mi resi conto in un attimo, l’urto vero e proprio fu subìto dal reostato e l’interruttore scattò a piena potenza. La cosa meravigliosa è che la corrente c’era davvero: l’invenzione non era soltanto il sogno di un pazzo. Ci fu un lampo azzurro, accecante, e l’urlo più orribile di quel viaggio maledetto, seguito dall’odore nauseante della carne bruciata. Era più di quanto i miei nervi già logori potessero sopportare e immediatamente svenni.”

L’investigatore viene svegliato da un poliziotto e scopre che non c’è traccia dell’uomo. Nessun corpo è stato trovato e nessun altro passeggero ha mai acquistato un biglietto che corrisponde al suo scompartimento. All’uomo viene il dubbio di aver sognato tutto. Trova un albergo dove trascorre la mattina a riposare, ma prima spedisce un telegramma a Jackson per aggiornarlo sulla sua posizione. Nel pomeriggio arriva la risposta del sovrintendente della miniera, il quale avvisa il detective che Feldon è stato trovato morto nelle montagne e che tutti i documenti sono stati ritrovati. Il suo lungo viaggio e la terribile esperienza vissuta non sono serviti a niente. Dopo aver preso un altro treno che lo conduce alla miniera, Jackson lo conduce verso il luogo dove hanno sistemato il cadavere di Feldon e durante il tragitto gli racconta cosa è accaduto.

FINALE: Pare che Arthur, che aveva frequentato molto gli abitanti della zona, si fosse diretto all’interno di una caverna della Sierra de Malinche piena di idoli aztechi, altari e ossa carbonizzate. I ricercatori l’avevano trovata grazie al fiuto dei cani e a un urlo intorno alle cinque del mattino, mentre stavano seguendo il suono di una litania che si diffondeva tra le rocce della montagna. Doveva trattarsi di uno dei rituali praticati dai locali, ma gli era sembrato di sentire, stranamente, anche delle parole inglesi. Arrivati all’imbocco della caverna, avevano notato un fumo pestilenziale provenire dall’interno e, una volta entrati, trovarono il corpo di Feldon con la testa ridotta a un ammasso di carne bruciata da uno strano apparecchio che qualcuno gli aveva applicato sul cranio.

Quando gli uomini l’avevano vista si erano scambiati occhiate perplesse, ripensando al ‘boia elettrico’ della cui invenzione Feldon si era sempre vantato: oggetto che a suo dire era stato respinto da tutti quelli a cui l’aveva sottoposto, ma che poi avevano tentato di rubargli e copiargli.”

Portato davanti al cadavere dell’uomo, l’investigatore fa presto a riconoscere in lui il pazzo incontrato nello scompartimento, senza tralasciare il fatto che, in una delle sue tasche, ritrova i fogli di carta scritti a matita di suo pugno.

Illustrazione per Weird Tales realizzata da DBAK (agosto 1930)


Poche le righe dedicate al racconto usate da Giuseppe Lippi per introdurlo: The Electric Executioner si intitolava, nella versione originale di de Castro, The Automatic Executioner. La storia fu completamente riscritta da Lovecraft, che cercò di inserirvi qualche frammento del suo mondo mitologico. Non è una delle ‘revisioni’ migliori, e mostra con fin troppa chiarezza la povertà dello spunto d’origine” (G. Lippi, a cura di, H. P. Lovecraft. Tutti i racconti 1927-1930, Oscar Mondadori, Milano, 1991).

Non ho niente da aggiungere al commento di Lippi, che mi trova concorde. Faccio solo notare come Lovecraft si sia divertito a “messicanizzare” alcune delle sue creature: Cthulhutl al posto di Cthulhu, Niguratl invece di Shub-Niggurath e Yog-Sototl in luogo di Yog-Sothoth. Tra questi troviamo anche il nome di Yig, protagonista del primo racconto analizzato in questa tredicesima parte, se ne deduce che Lovecraft lo abbia promosso a Grande Antico, al pari di Cthulhu e Dagon. Ricordo che Lovecraft, per conto di Adolphe de Castro, si era già occupato della riscrittura del racconto L’ultimo esperimento, del 1927. In realtà gli scritti di de Castro da revisionare erano tre, ma HPL decise di concludere anzitempo la sua collaborazione, per le ragioni che ho già esposto nella dodicesima parte di questa biobibliografia.


Luoghi: El Paso. Messico: Torreòn; zona desertica dello stato di Chihuahua; Querétaro; caverne di Chicomoztoc, solo citate, dal folle inventore; Montagne di San Mateo; Città del Messico; Sierra de Malinche.


Personaggi: Investigatore privato senza nome, l’io narrante; Arthur Feldon, vice-sovrintendente della miniera numero tre, oltre che scienziato; McComb, presidente della compagnia mineraria Tlaxcala; Jackson, sovrintendente della miniera n. 3.


La quinta antologia di racconti della serie "Not at Night" contiene anche Il Modello di Pickman (1929)



In una lettera del 2 luglio inviata a Maurice W. Moe, Lovecraft risponde a un quesito, che l’amico evidentemente gli ha rivolto, sul tema del matrimonio. Lo scrittore risponde dapprima in linea generale e teorica, poi però entra nel merito della sua vita coniugale, che in quel momento è da considerarsi terminata, lasciandoci così una testimonianza sulla sua esperienza matrimoniale.

Il matrimonio può essere un fatto più o meno normale e socialmente rilevante in astratto, ma in cielo e in terra niente è più importante, per l’uomo di spirito e d’immaginazione, che l’inviolata integrità della sua vita intellettuale: il suo senso di completa identificazione con l’essere orgoglioso, solitario e indipendente posto faccia a faccia con l’universo. E se possiede il temperamento che si accompagna a un ordine mentale di questo tipo, egli non giudicherà che il suo altezzoso celibato sia un prezzo troppo alto in cambio dell’integrità spirituale. Indipendenza e isolamento dal gregge sono cose a tal punto necessarie, per alcune anime, che ogni altro fattore è subordinato. Probabilmente è quello che è accaduto a me. Non che trovassi il matrimonio intollerabile: forse, con una donna simile per temperamento a mia madre o alle mie zie sarei riuscito a costruirmi una vita domestica non diversa da quella dei tempi di Angell Street, anche se con uno status diverso nella gerarchia familiare; ma con gli anni sono emerse fra me e mia moglie diversità fondamentali nel modo di reagire alle manifestazioni della vita, mentre nel pianificare la nostra esistenza venivano alla luce ambizioni e criteri di valore antitetici. È stato lo scontro fra l’estetica astratta-tradizionale-individuale-retrospettiva-apollinea e quella concreta, emotiva, sociale, ancorata al presente e dionisiaca. In tutto questo, la congenialità che all’inizio avevamo immaginato essere fondata su una comune inclinazione intellettuale e sensibilità al bello, oltre che su una disillusione condivisa da entrambi, si è trovata a combattere una battaglia perduta. E anche se la battaglia non è stata accompagnata da una diminuzione della stima reciproca, o del reciproco rispetto e apprezzamento, ha significato comunque un attrito costante fra due personalità che il tempo rivelava antitetiche sia nei particolari insignificanti che nei motivi profondi e sostanziali: e ciò fino alla definitiva separazione.

Io non posso vivere fuori del clima provinciale del New England, sonnolento e immerso nella storia; la mia sfortunata compagna di viaggio giudicava una simile prospettiva, aggravata per di più da difficoltà economiche, asfissiante! Tentare di vivere a New York mi ha portato quasi sull’orlo della pazzia; il pensiero di trasferirsi nel Rhode Island disperava la mia ex signora. Ognuno di noi, è evidente, costituiva parte integrante e inestricabile di un ambiente e un ciclo vitale completamente diversi: così la parte femminile della coppia, a cui è tradizionalmente riservata l’iniziativa in questi casi, ha cominciato a presentare una serie di argomenti sempre più stringenti a favore di un’amichevole e razionale dissoluzione del matrimonio. Pur senza volermi sottrarre ad alcuna responsabilità che spetti storicamente a un gentiluomo inglese, non potevo restare eternamente sordo a questa logica: quindi l’inverno scorso ho accettato di fare quel che potevo per affrettare la reciproca liberazione e favorire la possibilità di un nuovo inizio. Il Rhode Island, comunità davvero civile, ha fatto la sua parte: e così l’olio torna all’olio e l’acqua all’acqua! E io, nonostante il mio teorico rispetto per il costume del matrimonio, mi comporterei da coccodrillo e dovrei strofinarmi gli occhi con la cipolla se volessi rimpiangere il ritorno a una vita d’indipendenza contemplativa qui nel Rhode Island, vicino ad affettuosi parenti che mi circondano di premure! Dopotutto, quando un uomo è stato uno scapolo e un recluso individualista per trentatré anni e mezzo – come ero io quando ho tentato il passo nel 1924 – ci sono buone probabilità che non accetti di buon grado nessun radicale cambiamento nella vita domestica. Un uccello di quell’età non va in cerca di nuovi nidi e farebbe meglio a non provarci. Lanciati prima dei venticinque o mai più, è il mio paterno consiglio ai giovani conservatori…”

La raccolta di racconti "Beware After Dark!" ospita Il Richiamo di Cthulhu (1929)


Agosto. Con la sua zia più giovane, Annie Gamwell, visita i luoghi legati al passato della famiglia Phillips, nella zona di Howard Hill a Foster.

Due racconti vengono pubblicati all’interno di alcune raccolte. Il Modello di Pickman appare nella quinta antologia della serie Not at Night (By Daylight Only) e verrà ristampato in Not at Night Omnibus nel 1937, mentre Il Richiamo di Cthulhu viene pubblicato all’interno di Beware After Dark, a cura di T. Everett Harre, stampata dalla Macaulay Company di New York.


23 Novembre-3 dicembre. Sul Providence Journal, all’interno della rubrica The Sideshow, appare un vivace scambio di missive tra Lovecraft e B.K. Hart sui temi della letteratura fantastica. Vengono pubblicati i numerosi titoli dei racconti preferiti da HPL, Frank Belknap Long e August Derleth. Hart è stizzito con Lovecraft perché, in The Call of Cthulhu, ha usato un suo vecchio indirizzo (Thomas Street n. 7, lo Studio Fleur-de-Lys) per farne, a suo parere, un luogo pauroso. Ricordo al lettore che nel racconto era lo studio del giovane artista Wilcox. HPL poi descriverà l’esito della vicenda attraverso la poesia The Messenger, pubblicata dallo stesso giornale il 3 dicembre.


Prima edizione dei sonetti di Lovacraft, in ciclostile, per la FAPA (1943)



24 dicembre - 4 gennaio. Lovecraft compone un ciclo di trentasei sonetti intitolato Fungi from Yuggoth. Alcuni verranno pubblicati - durante la vita dell’autore - su alcune riviste amatoriali, su Weird Tales e anche sul Providence Journal, cinque per l’esattezza, tra l’8 gennaio e il 14 marzo 1930. Il progetto di Robert Barlow di raccoglierli in volume nell’estate del 1936 naufraga, così la prima edizione di questo lavoro (neanche cento copie tirate al ciclostile) viene effettuata solo nel 1943 da William H. Evans, per la Fantasy Amateur Press Association, e subito ristampata nello stesso anno della Arkham House, in Beyond the Wall of Sleep.


Abitazioni rupestri degli ancestrali pueblo dell'Arizona



IL TUMULO (o K’N-YAN)

(THE MOUND, dicembre 1929 – inizio 1930)

in collaborazione con Zealia Brown Bishop (r.p.)


È da pochi anni che l’opinione pubblica ha smesso di considerare il West come un mondo nuovo, pregiudizio che aveva potuto affermarsi perché la nostra civiltà vi ha messo radici solo di recente. Oggi, tuttavia, gli esploratori scavano sotto la superficie e portano alla luce testimonianze di insediamenti umani molto antichi, sviluppatisi e tramontati fra quei monti e pianure in età preistorica. Raramente ci soffermiamo a pensare che esistono villaggi Pueblo vecchi di duemilacinquecento anni, né ci fa trasalire la scoperta di una cultura messicana che risale a diciassette o diciottomila anni prima di Cristo. Eppure, ci giungono voci di reperti ancora più antichi: ad esempio, uomini primitivi contemporanei di specie animali estinte, e noti solo attraverso pochi frammenti d’osso e manufatti. Basterebbe questo a privare di ogni giustificazione l’idea dell’ovest come ‘regione vergine’. Gli europei hanno più sviluppato di noi il senso che permette di cogliere l’estrema antichità delle civiltà che si sono succedute sul continente, spesso lasciando testimonianze sepolte; non più tardi di due anni fa uno scrittore inglese definì l’Arizona ‘una regione lunare, a suo modo piacevole ma dura e antica… una terra solitaria, del passato remoto’.

Per quanto mi riguarda sono consapevole della stupefacente e quasi terribile antichità dell’ovest, anzi potrei dare dei punti a qualsiasi europeo. La cosa è legata a un fatto che accadde nel 1928 e che mi piacerebbe liquidare come il frutto di un’allucinazione, ma che ha lasciato nella mia coscienza un tale spavento da non consentirmi di liberarmene facilmente. Accadde in Oklahoma, dove il mio lavoro di etnologo specializzato in culture indiane mi porta spesso e dove già in passato mi ero imbattuto in avvenimenti sconcertanti, diabolici. Non voglio essere frainteso: l’Oklahoma è molto più che una semplice terra di frontiera affidata all’avventurosità dei pionieri e delle agenzie di sviluppo; è una terra di antichissime tribù, custodi di memorie ancestrali, e quando i tamburi battono senza posa sulle cupe pianure d’autunno l’animo degli uomini avverte una pericolosa affinità con i segreti appena sussurrati dal mondo primitivo. Personalmente sono un bianco e vengo dalla costa orientale, ma anche se non mi fa piacere ammetterlo i riti di Yig, padre dei serpenti, mi danno i brividi al solo pensarci. Ho visto e sentito troppe cose per permettermi di essere scettico. Lo stesso vale per l’incidente del 1928: vorrei riderne, ma non posso.”


Anche Zagor si è scontrato con gli spiriti di un tumulo (Zagor 231, ottobre 1984)

Sono numerosi i racconti di strane e inquietanti apparizioni nei pressi di alcuni antichi tumuli. Il più noto fra questi vede addirittura eserciti fantasma affrontarsi a cavallo di animali sconosciuti. I coloni affermano che i cavalieri somigliano ai pellerossa, questi ultimi invece li definiscono “gli abitanti del sottosuolo” o “l’antica gente”.

L’etnologo protagonista della storia si reca nella città di Binger, in Oklahoma, per raccogliere informazioni su una vicenda soprannaturale, anch’essa condivisa sia dai coloni che dalle tribù indiane del luogo, che vede nei pressi di un antico tumulo la presenza di due misteriose apparizioni. Due fantasmi, infatti, compaiono da tempo sulla sua cima: un vecchio indiano durante il giorno e una squaw munita di torcia durante la notte. Molti testimoni affermano che, in presenza della luna piena, si può vedere che la donna è priva della testa. In passato diversi individui, attratti dall’idea che all’interno di questo tumulo potesse nascondersi qualche tesoro, sono penetrati all’interno della collinetta, ma non ne sono più usciti, e i pochi che lo hanno fatto sono tornati completamente folli, orrendamente mutilati o con racconti assolutamente incredibili riguardanti una popolazione che vivrebbe nel sottosuolo. Uno di questi, il giovane Heaton, nel 1891 era rientrato in paese delirando su mostri, mezzi spiriti, grandi quantità di oro e nominando parole sconosciute come Tulu e Shub-Niggurath, per concludere poi con le parole: Quell’uomo bianco… mio Dio, che cosa gli hanno fatto!

L’etnologo viene a conoscenza di tutte queste storie dalla famiglia che lo ospita, i Compton.

Ci allontanammo dalla casa di legno, spingendoci lungo la tranquilla strada laterale, che in realtà era piuttosto un viottolo, e passeggiando sotto la pallida luna d’agosto giungemmo in una zona dove le case cominciavano a diradarsi. Nel cielo la mezzaluna era ancora bassa, non eclissava ancora molte stelle, così, mentre guardavo la vasta distesa di terra e cielo nella direzione indicata da Compton, potei riconoscere non solo lo splendore di Altair e di Vega, ma anche la fascia scintillante della Via Lattea. A un tratto vidi brillare qualcosa che non era una stella; era di un lucore azzurro e si muoveva sullo sfondo della Via Lattea, sull’orizzonte, e aveva un che di sinistro e inquietante. Ancora un momento e fu chiaro che il bagliore azzurro veniva dalla cima di un’elevazione lontana, persa nella pianura sconfinata e appena rischiarata dalle stelle. Allora mi rivolsi a Compton per fargli una domanda. «Sì» rispose «quella è la luce fantasma, e davanti a lei è la misteriosa collina. Non c’è notte, da quando viviamo qui, che non l’abbiamo vista; naturalmente a Binger non c’è anima che sarebbe disposta ad andarci. È una brutta faccenda, giovanotto, e se lei fosse saggio abbandonerebbe i suoi propositi. Meglio spostare altrove le sue ricerche, gli indiani hanno tante di quelle leggende da tenerla occupata per tutto il tempo che vuole!»”



Qui e sopra: frontespizio per 'Weird Tales' a opera di Harry Ferman (1940)



Il mattino dopo lo studioso, prima di procedere con le ricerche archeologiche, ha intenzione di interrogare più persone possibili, sia fra i bianchi che fra i nativi, per accumulare quante più informazioni sulle strane apparizioni. Prima però vuole vedere coi suoi occhi il fantasma diurno, per cui si fa prestare un cannocchiale e riesce effettivamente a osservare lo strano individuo che appare ogni giorno sulla cima del tumulo. Tuttavia, il suo occhio di etnologo nota che il suo cranio non ha l’aspetto tondeggiante dei pellerossa, bensì la testa allungata tipica dei resti umani degli antichi Pueblo, risalenti a più di duemilacinquecento anni prima. Anche l’abbigliamento è anomalo, la sua tunica ha motivi ornamentali inconsueti e al suo fianco porta una corta spada. Poco dopo l’apparizione scompare, come se avesse disceso la collina dal versante opposto.

Più tardi lo studioso si reca nella riserva indiana, dove ha un colloquio con il vecchio capo ultracentenario Aquila Grigia, il quale lo mette in guardia sulla sua intenzione di eseguire degli scavi nel tumulo, perché in questo modo rischierebbe di portare in superficie i diavoli che si nascondono lì sotto: “Da molto tempo nessuno andare su piccole colline o entrare in aperture segrete in valli profonde. In tempi molto antichi essi non nascondersi, ma vivere all’esterno e costruire villaggi. Essi accumulare moltissimo oro, io e te discendiamo dagli antichi. Poi arrivare grandi acque, tutto cambiare: da allora nessuno più uscire, nessuno entrare nei loro rifugi. Se tu entrare, non uscire più. Essi non morire, non diventare vecchi come Aquila Grigia con solchi nel volto e neve sulla testa. Essi come l’aria, parte uomo e parte spirito. Cattiva medicina. A volte, di notte, uscire spirito di mezzo uomo e mezzo cavallo, e combattere dove gli uomini combattere un tempo. Tu non andare in quei posti, non buono. Tu uomo capace, lasciare in pace gli antichi.”


Copertina del numero di Weird Tales dove apparve il racconto (1940)


Quando però il vecchio Aquila Grigia comprende che l’uomo non ha intenzione di mantenere la sua promessa, gli mette al collo un antico disco di metallo decorato, di cinque centimetri, perforato e legato a un laccio di cuoio, dicendogli che si tratta di una buona medicina che lo proteggerà dagli antichi. Su un lato c’è un motivo molto raffinato a forma di serpente, mentre sull’altro è dipinto un mostro tentacolato.

Dopo aver acquistato tutto l’occorrente per la sua ricerca, l’etnologo si mette in viaggio e, non appena arriva sulla cima del tumulo, non trova traccia del vecchio personaggio avvistato da lontano. Perlustrando accuratamente la sommità del tumulo per cercare un punto dove cominciare a scavare, si accorge che il talismano comincia a oscillare quando si trova nei pressi di una piccola depressione. Scavando in quel punto l’uomo riporta alla luce un cilindro della stessa misteriosa materia di cui è fatto il talismano, e da cui questo è attratto come una calamita, coperto di figure e geroglifici, alcuni dei quali identici a quelli sul disco che porta al collo. Maneggiandolo, si accorge che si svita dalla parte superiore, per rivelare al suo interno un rotolo di carta ingiallita. Le parole scritte con un inchiostro verde sono in spagnolo e sono state vergate da Panfilo de Zamacona, un membro della spedizione di Francisco de Coronado, mentre la data riportata è quella del 1545. Ma se la spedizione era tornata indietro nel 1542 cosa ci faceva lì quel conquistador tre anni dopo?

Dopo essere tornato in paese prima del calar del buio, l’etnologo si dedica alla lettura del misterioso carteggio, il quale riporta alcuni fatti noti della spedizione spagnola per poi svelarne di nuovi, quando l’estensore del plico decide di abbandonare il grosso del suo gruppo per seguire le indicazioni di un indiano, tale Bufalo Infuriato. Questi, infatti, gli aveva rivelato l’esistenza di un mondo sotterraneo popolato da strani abitanti che un tempo avevano combattuto contro gli uomini ma che poi, dopo un devastante cataclisma, avevano deciso di rifugiarsi definitivamente nel sottosuolo.

A quanto pareva, l’infinita antichità di quelle creature le aveva rese affini a esseri di puro spirito, e i loro fantasmi erano particolarmente vividi e frequenti. Non c’era da meravigliarsi che la regione dei grandi tumuli fosse turbata da grandi battaglie notturne combattute da eserciti di spettri: erano una replica di quelle avvenute realmente nei giorni precedenti la chiusura delle soglie.

Gli Antichi stessi erano quasi-fantasmi e si diceva che non invecchiassero più e non potessero riprodursi, ma languissero eternamente in uno stato a metà fra la carne e lo spirito. La trasformazione tuttavia non era completa, perché avevano bisogno di respirare: e proprio la necessità di assicurarsi l’aria aveva sconsigliato la chiusura delle caverne in fondo alle gole più profonde, come invece era stato fatto con i tumuli che sorgevano in pianura. Si mormorava che gli antichi fossero scesi dalle stelle quando il mondo era giovane e avessero eretto le città d’oro nel sottosuolo, perché a quell’epoca la superficie non era adatta alla vita. Essi erano gli antenati di tutti gli uomini, ma nessuno poteva immaginare da quale stella – o quale regione dello spazio al di là delle stelle – fossero venuti. Le città nascoste erano ancora piene d’oro e d’argento, ma era meglio che gli uomini le lasciassero indisturbate, a meno di non essere protetti da una grande magia.”

Per accedere a questo regno vi sono numerose aperture all’interno di caverne, crepacci e gole, nascoste dalla vegetazione. Una volta l’indiano si era avventurato in profondità all’interno di queste gallerie, ma poi era tornato indietro, spaventato da quanto aveva visto. Zamacona aveva deciso allora di accedere a questo mondo facendosi rivelare una di queste entrate, che si trovava nei pressi di una profonda gola.

Il conquistador procedette così attraverso tunnel, gallerie e budelli per ben tre giorni - secondo i suoi calcoli - fino ad arrivare a una pianura avvolta da una nebbia azzurrognola.

Finalmente era giunto nel mondo sconosciuto, e dal manoscritto risulta chiaro che Zamacona contemplò quel paesaggio vago e indefinito con lo stesso orgoglio del compatriota Balboa quando aveva avvistato l’Oceano Pacifico dall’indimenticabile vetta di Darien. Era questo il punto oltre il quale Bufalo Infuriato non aveva osato spingersi, vinto dal terrore di qualcosa che aveva descritto solo vagamente, e per accenni, come una mandria di bestie feroci, né bufali né cavalli ma simili alle creature che gli spiriti dei tumuli cavalcavano di notte. Zamacona, tuttavia, non era uomo da lasciarsi impressionare da certe sciocchezze. Invece che dalla paura si sentì impossessare da uno straordinario senso di trionfo, perché aveva sufficiente immaginazione per apprezzare l’importanza della sua meta: un mondo inspiegabile e sotterraneo nel quale si trovava da solo, ignoto a qualsiasi uomo bianco.”


Con la creatura di un tumulo si sono scontrati anche i fondatori della base di Altrove (ottobre 1998)


L’uomo percorse la vasta pianura, notando di tanto in tanto delle impronte mai viste prima, appartenenti a chissà quali animali, fino a quando riuscì a vedere, in lontananza, alcuni edifici isolati e, ancora più oltre, ai piedi di una catena di colline, il profilo di quelle che dovevano essere delle città. Dopo diverse ore di cammino ne raggiunse uno: si trattava di un tempio. All’interno, la statua di una divinità dalla testa da polpo, ma quello che più lo stupì fu l’edificio, perché era interamente d’oro massiccio. Poi, udì un rombo all’esterno che si avvicinava sempre di più, probabilmente una mandria di animali alla carica. Corse a richiudere la porta del tempio, bloccandola con un paletto, e aspettò che la massa oltrepassasse il suo rifugio. Quindi trascorse la notte nel tempio.

Il giorno dopo sentì bussare alla porta. Dovevano essere degli uomini, per quanto le loro parole fossero incomprensibili, così aprì la porta e vide davanti a sé una ventina di indiani, anche se il loro abbigliamento era completamente diverso. Dopo qualche tentativo fallito di comunicare, uno dei misteriosi indio gli fece capire che doveva osservarlo negli occhi. Poco dopo Zamacona si rese conto che poteva leggere i loro pensieri, e loro i suoi. Riuscirono così a scambiarsi telepaticamente diverse informazioni e Zamacona scoprì che venivano da una delle città ai piedi delle colline. Lo spagnolo apprese in questo modo la storia del misterioso popolo sotterraneo di K’n-yan - questo il nome trascritto in inglese - proveniente dalle stelle in un’epoca precedente alla vita sulla Terra. Il loro modo di vivere quotidiano, l’organizzazione sociale, la tecnologia, l’arte, la filosofia, la religione, le guerre del passato e moltissime altre informazioni che lo sconcertato conquistador capì solo parzialmente, perché lontanissime dalla sua realtà, soprattutto per ciò che riguardava la politica e l’amministrazione, dove il manoscritto, infatti, appare piuttosto confuso. Venne a sapere che avevano raggiunto l’immortalità, scoprì come funzionava la loro società, la quale viveva in una decadenza cronica da moltissimo tempo, poiché non c’erano più guerre, non c’era più lavoro da svolgere, perché degli schiavi non morti creati dalla loro scienza li svolgevano al loro posto, e trascorrevano il tempo alla ricerca di sempre nuovi stimoli che li avevano portati alla costruzione di arene nelle quali si divertivano a torturare quelle povere creature resuscitate. Alcuni uomini che si erano introdotti nel corso del tempo nei cunicoli che li aveva portati a K’n-yan erano stati fatti schiavi anch’essi, alcuni erano morti e da loro resuscitati per servirli. In cambio, lui raccontò del mondo di sopra dal quale proveniva e che loro non conoscevano.

L’uomo fu poi scortato fino alla città di Tsath e condotto dinanzi al cospetto del consiglio direttivo, il quale gli impose di non tornare più in superficie. In compenso, avrebbe vissuto con loro imparando cose fino a quel momento inimmaginabili, mentre lui avrebbe continuato a informarli sul mondo esterno. Zamacona però tenne per sé molte informazioni per non allarmare gli Antichi dell’arrivo dei numerosi uomini europei che, in futuro, avrebbero sicuramente messo piede sul suolo americano.

Per quattro anni Panfilo de Zamacona fu assorbito dalla vita della sinistra città di Tsath, nell’azzurro mondo sotterraneo di K’n-yan. Non tutto ciò che apprese, vide o fece è detto con chiarezza nel manoscritto: quando si dedicò alle sue memorie, scritte nella lingua madre, fu assalito a più riprese da una sorta d’imbarazzo morale che gli impedì di rivelare tutto. Molte delle cose che vedeva gli ispiravano repulsione, altre rifiutava decisamente di farle, vederle o mangiarle; e quando lo riteneva necessario si purgava dei suoi peccati recitando il rosario. Zamacona esplorò tutto il mondo di K’n-yan, comprese le città automatizzate e deserte del periodo centrale che sorgevano nella verdeggiante pianura di Nith; una volta si avventurò persino nel mondo rosso di Yoth, per ammirarne le gigantesche rovine. Assisté a prodigi di creatività e ingegneria che lo lasciarono senza fiato; fu testimone di metamorfosi, smaterializzazioni, materializzazioni e rianimazioni umane che più volte lo indussero a farsi il segno della croce. La sua stessa capacità di stupirsi fu messa alla prova; ogni nuovo giorno gli portava una pletora di meraviglie.”

Dopo tutto quel tempo, però, Zamacona sentì nostalgia del mondo dove era cresciuto e provò più volte a scappare, ma ogni volta veniva bloccato dalle guardie poste agli ingressi del mondo sotterraneo. Gli si presentò una buona occasione grazie a una donna che si era invaghita di lui, perché proveniente da un’antica famiglia di guardiani; T’la-yub, questo il suo nome, lo indirizzò verso un cunicolo poco conosciuto e dunque non presidiato dalle guardie, a patto che lui la portasse con sé. Purtroppo, anche questo tentativo fallì, i due vennero acciuffati e processati, lui venne costretto a rivelare tutto ciò che sapeva del mondo esterno, mentre lei fu gettata in una delle arene adibite ai loro depravati divertimenti, uscendone orribilmente torturata, priva della testa e costretta a presidiare l’ingresso dove voleva condurre Zamacona. Nonostante tutto, però, l’uomo conservò ancora la speranza di poter fuggire da quel regno, contando di riuscire a impadronirsi delle tecniche di smaterializzazione praticate dagli Antichi.

Il manoscritto termina con una annotazione che lascia aperta la speranza di esserci riuscito, in qualche modo, e il cilindro dallo strano metallo che l’etnologo ha trovato sembra costituirne la conferma.


Ned Ellis si cala nel mondo sotterraneo degli Antichi in Magico Vento n. 102 (gennaio 2006)

FINALE: Il giorno dopo lo studioso è deciso a trovare l’entrata al mondo segreto di K’n-yan, anche se mette in conto che quel manoscritto possa essere solo una burla ben architettata. Tuttavia, scavando scopre una scala che non esita a scendere e che lo porta all’interno una grande sala con le terribili statue di Yig e Tulu, dove trova i resti dell’equipaggiamento di altri visitatori che vi si erano avventurati in passato. Poco dopo delle entità immateriali che fungono da guardiani gli si avvicinano, ma il talismano lo protegge dal loro attacco; in ogni caso, quando sente avvicinarsi qualcosa con un passo meccanico e riesce a distinguere finalmente cosa si para davanti ai suoi occhi, fugge terrorizzato.

Abbandonai Binger quella sera stessa e non ci sono più tornato, anche se mi dicono che i fantasmi continuano a manifestarsi come al solito. Tuttavia, ho deciso di dire qui quello che non osai dire alla gente di Binger in quel terribile pomeriggio d’agosto. Non so dire da che parte cominciare, e se pensate che la mia reticenza sia inspiegabile ricordatevi che un conto è immaginare qualcosa di orribile, un altro è vederla. Io l’ho vista. Ricorderete come all’inizio di questa storia abbia citato il caso di un giovanotto di nome Heaton, che esplorò la collina un giorno del 1891 e tornò quella sera stessa trasformato nell’idiota del villaggio; ricorderete che per otto anni non fece che blaterare di un orrore senza nome, e che alla fine morì in un attacco epilettico. Una delle cose che ripeteva più spesso era: «Quell’uomo bianco… Dio mio, che cosa gli hanno fatto!».

Bene, io ho visto ciò che vide Heaton e per giunta dopo aver letto il manoscritto, per cui ne conoscevo la storia. Questo peggiora la situazione, perché so ciò che significa, ciò che ancora si nasconde, aspetta e ribolle là sotto. Ho detto che la creatura si era avvicinata con un passo meccanico e si era fermata, proprio come deve fare una sentinella, tra le statue mostruose di Yig e Tulu. Naturale, inevitabile: in fondo era una sentinella. Scontava così la sua punizione, e credo che fosse morta; le mancavano testa, braccia, la parte inferiore delle gambe e altri attributi dell’essere umano. Sì, perché una volta era stato umano e per di più bianco. Ovviamente, se il manoscritto diceva il vero come credo, lo sventurato era stato mandato nell’arena per il divertimento pubblico e solo in un secondo momento la sua vita era stata spenta e sostituita dagli impulsi automatici controllati dall’esterno.

Sul petto bianco e leggermente villoso erano state incise o marchiate alcune lettere; non mi ero soffermato a indagare, ma avendo fatto in tempo a notare che si trattava di un incerto e tremante messaggio in spagnolo; la lingua era usata in maniera goffa, come avrebbe potuto fare uno straniero animato da una feroce ironia ma a cui fosse estraneo sia l’idioma in sé che l’alfabeto in cui era scritto. La frase sul petto diceva: «Secuestrado a la voluntad de Xinaiàn en el cuerpo decapitado de T’layùb»: «Rinchiuso per volontà di K’n-yan nel cadavere senza testa di T’la-yub».”

Lippi ci presenta il racconto scritto da Lovecraft per la Bishop con queste parole: The Mound è ritenuto da molti appassionati il capolavoro del Lovecraft ‘revisore’: un racconto che, pur partendo da un’esile idea fornita dalla cliente Zealia Brown Bishop, si trasforma in una lunga storia del genere ‘miti di Cthulhu’ e ci trasporta in un mondo alieno per mezzo di un tipico espediente lovecraftiano: un manoscritto del passato. Le avventure di Panfilo de Zamacona e la mostruosa utopia di Xinaian non rappresentano, forse, una vetta del Lovecraft artista, ma costituiscono una svolta interessante nella mitologia da lui inventata e contengono un pizzico di perversa satira sociale, etica e perfino politica. Peccato che, a differenza di quanto avviene in Charles Dexter Ward, il manoscritto di Zamacona ci venga riassunto da un lettore moderno: non sarebbe stato male, da un punto di vista narrativo, inserirne congrui passaggi ‘tradotti’ direttamente dall’originale spagnolo.

Per la cronaca, diremo che la signora Bishop aveva fornito a Lovecraft la seguente traccia: c’è una collinetta dove appaiono due strani fantasmi, uno di giorno e uno di notte. Il fantasma notturno è quello di una squaw decapitata… Partendo da così poco il nostro autore immagina un intero romanzo d’avventure nel sottosuolo e si consente non poche frecciate verso la banalità delle ghost stories convenzionali. Ci auguriamo che serva di lezione a tutti.

Una nota particolare merita il testo: secondo alcune indiscrezioni Frank Belknap Long avrebbe contribuito alla stesura di The Mound, ma S. T. Joshi e altri ricercatori hanno potuto dimostrare che la cosa è priva di fondamento. Long, che all’epoca fungeva da agente letterario per la signora Bishop, si limitò a ‘tagliare’ il lunghissimo racconto nel tentativo di piazzarlo sul mercato dei pulp magazines. Fallito ogni tentativo, il dattiloscritto originale venne restaurato e rimase così fino alla morte di Lovecraft. All’epoca della pubblicazione su ‘Weird Tales’ (novembre 1940) e presso l’Arkham House (in Beyond the Wall of Sleep, 1943, e The Horror in the Museum and Other Revisions, 1970) il testo fu di nuovo abbreviato e ‘radicalmente rivisto’ da August Derleth, stando almeno alle ricerche di S. T. Joshi. La prima pubblicazione integrale di questo racconto è avvenuta nella seconda edizione riveduta di The Horror in the Museum (Arkham House, 1989) ed è su di essa che si basa la nostra traduzione.” (G. Lippi, a cura di, H. P. Lovecraft. Tutti i racconti 1927-1930, Oscar Mondadori, Milano, 1991).


Manufatti in rame della cultura del Mississippi


In questa storia Lovecraft deve essersi divertito molto a mescolare le sue conoscenze storiche e archeologiche del continente nordamericano con la sua personale mitologia.

Per quanto riguarda le prime, gli studiosi hanno trovato tracce di alcune civiltà che costruivano tumuli. Una di queste - di cui ho già parlato nel primo racconto di questa tredicesima parte - era la civiltà del Mississippi, costituita da numerose società indiane e sviluppatasi all’incirca dal 700 d.C. al 1500 d.C. la quale, oltre ai tumuli, costruiva anche delle piramidi. Questo fatto, assieme al ritrovamento di alcuni oggetti da loro realizzati, fece ipotizzare agli studiosi - e allo stesso Lovecraft - che potesse trattarsi di colonizzatori di origine Maya. Un’altra cultura costruttrice di tumuli fu quella denominata Hopewell, che si sviluppò tra il 100 a.C. e il 500 d.C. Quella più antica è però la Cultura Adena, che ebbe inizio intorno al 1000 a.C. e tramontò intorno al 100 d.C.

Si stima che in tutto il nordamerica vi siano più di centomila mounds, sparsi tra la regione dei Grandi Laghi, al confine con l’attuale Canada, e il Golfo del Messico. Il primo occidentale a interessarsene fu Thomas Jefferson (1743-1826), terzo presidente degli Stati Uniti dal 1801 al 1809, poiché vicino alla sua residenza di Monticello, in Virginia si trovava proprio uno di questi tumuli. Come archeologo dilettante elaborò per primo sia il metodo stratigrafico sia l’ipotesi della provenienza dei nativi attraverso lo stretto di Bering, che in passato era ricoperto di ghiaccio. Niente male, per un dilettante.

A questo proposito, è interessante sapere che questa ipotesi scientifica, in passato, fu sfruttata da tutti quelli che consideravano più che legittima la conquista dell’ovest ai danni dei pellerossa, perché anche loro, in fondo, vi erano arrivati in massa in tempi relativamente recenti. Tuttavia, nessuna tribù indiana menziona nei suoi miti un lungo esodo da un territorio a un altro (come ad esempio gli Ebrei) e questo significa che ciò è avvenuto in un tempo così remoto da non conservarne il ricordo. Gli archeologi, grazie alle loro continue scoperte, hanno retrodatato sempre di più l’arrivo delle popolazioni asiatiche primitive nel continente americano e hanno ritenuto che ciò sia avvenuto in diversi momenti, non in una volta sola, in un arco di tempo che va dal 30.000 al 15.000 a.C.

Per fare un esempio che ci riporta a Lovecraft e alla sua mitologia, i Sioux (anche se sarebbe meglio dire Lakota, come loro si definivano) ritenevano di essere precipitati sulla Terra dalle stelle (per essere precisi dalla costellazione delle Pleiadi) ed essere caduti così in profondità da averci vissuto per diversi secoli, prima di uscirne. Per loro, il regno sotterraneo appartiene agli “Old Ones”, ossia “gli Antichi”.

Lo scrittore inserisce nel racconto molti elementi tratti dai suoi scritti, e non solo. Ad esempio, cita una divinità dei Miti di Cthulhu, Tsathoggua, il dio con le fattezze di un orribile rospo, che non è di sua invenzione, bensì di un collega scrittore, amico e corrispondente: Clark Ashton Smith. Non sarà il solo, altri lo imiteranno e contribuiranno a infoltire il pantheon delle creature e divinità aliene concepite dall’autore di Providence.

Vengono citati, dalla viva voce di alcuni personaggi della storia, alcuni dei Grandi Antichi e degli Altri Dèi: Cthulhu, qui chiamato Tulu, colui che avrebbe guidato il popolo degli Antichi per la prima volta sulla Terra, considerato uno spirito dell’armonia cosmica, Yig, il signore dei serpenti, Shub-Niggurath, Nug e Yeb, e anche un misterioso “Colui-che-non-deve-essere-nominato”. Viene menzionata anche una divinità della tradizione Pawnee: Tirawa, creatore dell’universo.

Ci sono riferimenti al racconto La Stella Polare (1918), con la sua terra di Lomar, la città di Olthoe e i pelosi gnophkeh. Viene citato anche il monte Kadath e scopriamo che si trova al polo sud; qui, tra una glaciazione e l’altra, gli Antichi avrebbero fondato una delle loro città.

L’etnologo senza nome protagonista del racconto è molto probabilmente lo stesso personaggio apparso ne La Maledizione di Yig (1928), scritto sempre per la Bishop, assieme alla famiglia Compton, pionieri vicini dei Davis, vittime della maledizione. In quella novella Sally è una giovane madre e Clyde ancora un neonato.

Viene nominato il conquistador spagnolo Francisco Vasquez de Coronado (1510-1554), che guidò una grande spedizione partita dal Messico, tra il 1540 e il 1542, che attraversò gli attuali stati dell’Arizona (fu il primo europeo a mettere piede nel Grand Canyon e vedere il fiume Colorado), Nuovo Messico, Texas, Oklahoma, per giungere infine in Kansas. Era alla ricerca delle fantomatiche Sette Città di Cibola, che si fantasticava fossero costruite in oro massiccio, ma tornò a mani vuote. Lovecraft immagina che le città d’oro che cercava Coronado fossero sotto la superficie dell’Oklahoma, non sopra.


Coronado a capo della spedizione attraverso le pianure dal Kansas (quadro di Frederic Remington, 1900 ca.)


Luoghi: Binger, città nella contea di Caddo, in Oklahoma. Tsath, città sotterranea degli Antichi.


Personaggi: Un etnologo di cui non conosciamo il nome, che è anche l’io narrante; John Willis, funzionario governativo; Heaton, un giovane che entra all’interno del tumulo e ne esce privo di senno; Clyde Compton e la sua anziana madre Sally, famiglia di coloni che ospita l’etnologo; Capitano Gorge E. Lawton, un vecchio pioniere che ha provato a entrare nel tumulo e ne è uscito completamente ringiovanito ma farneticante e con i piedi tagliati di netto; Aquila Grigia, ultracentenario capo indiano Wichita; Joe Norton e Rance Wheelock, due individui scomparsi nei pressi del tumulo; Ed e Walker Clay, di questi due fratelli, reduci della Grande Guerra, andati alla ricerca dei tesori che si nasconderebbero nel tumulo, torna solo il primo, il quale racconta ai genitori che lui e il fratello sono stati catturati e poi torturati da una strana popolazione che vive sottoterra; Panfilo de Zamacona, conquistador spagnolo al seguito della spedizione guidata da Francisco de Coronado alla ricerca della fantomatica Cibola; Bufalo Infuriato, un indiano che svela a Zamacona l’esistenza del mondo sotterraneo di Xinaian; Dottor Hodge (solo citato) archeologo che avrebbe individuato il presunto regno di Quivira tanto cercato da Coronado; Gll’-Hthaa-Ynn, capo dell’ambasceria inviata a scoprire la presenza di Zamacona; T’la-yub, donna che si infatua di Zamacona e decide di aiutarlo a fuggire dal mondo di sotto.


(fine 13° parte)


Sergio Climinti



Note.

Per stilare la seguente biobibliografia ho fatto riferimento ai quattro volumi editati dalla Mondadori tra la fine degli anni ’80 e gli inizi dei ’90, Tutti i racconti (più volte ristampati) e il volume Lettere dall’altrove (1993), una selezione di lettere estratte dal vasto epistolario dell’autore, tutti curati da Giuseppe Lippi. Più il poderoso mammut dedicato a Lovecraft dalla Newton Compton, Lovecraft Tutti i romanzi e i racconti (2011, quarta edizione) a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco. Oltre naturalmente a una serie di siti sul web, su tutti The H. P. Lovecraft Archive, consultato per una più precisa cronologia delle sue opere.

- La sottolineatura che appare nei titoli dei racconti originali (tra parentesi), sta ad indicare il filo comune che li lega al famoso “Ciclo di Arkham”, o “Miti di Cthulhu”.

- I titoli dei racconti non in grassetto sono quelli giovanili, quelli scritti in collaborazione e quelli che destinava ai suoi corrispondenti, che non era interessato a pubblicare.

- La data che compare, a volte, dopo il titolo in lingua originale (che si trova tra parentesi) si riferisce a quella di stesura.

- I racconti scritti in collaborazione sono divisi fra “revisioni primarie” (r. p.) per quei lavori scritti per la maggior parte dall’autore, e “revisioni secondarie” (r. s.) fatte di interventi tesi per lo più a migliorarli. Tali sigle sono riportate tra parentesi, dopo il nome dell’autore che ha lavorato con Lovecraft.

- Il corsivo usato all’interno dei racconti ne individua il testo originale, nella traduzione offerta dai quattro volumi della Mondadori sopra indicati, nella maggior parte dei casi di Giuseppe Lippi.

- Al termine di alcuni racconti la parola FINALE avverte il lettore che nelle prossime righe viene svelato il finale della storia.


N.B. Trovate i link alle altre puntate di HPL in Lovecraftiana & Kinghiana!

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