Ventitreesimo appuntamento con le cover di Tex Classic e le loro origini. Come per ogni uscita precedente, anche questo numero racchiude la ristampa di sei albetti a striscia di Tex, in questo caso gli ultimi tre della seconda serie, e i primi tre della terza (usciti tra aprile e giugno del 1951), che furono già raccolti, nell'aprile del 1954, negli Albi d'Oro 45 e 46; proprio tra le due cover di quest'ultime pubblicazioni, la redazione di Tex ha dovuto individuare quella più adatta al Classic 23. La scelta come potete vedere qui sotto è caduta sull'illustrazione del 46° Albo d'Oro.
Stavolta per adattare l'immagine a tutta pagina del 1954 alle esigenza della grafica della collana odierna, si è dovuta rimpicciolire la scena e di conseguenza ridisegnare parzialmente il fondale. Soprattutto appare ridimensionato il foglio fissato all'albero con la freccia. Effettivamente il "manifesto" l'originale pareva un po' fuori scala rispetto al resto della scena.
La scelta di utilizzare la cover del n.46, era quasi obbligata, perché la cover dell'albo precedente, che vedere qui sotto, era un po' inflazionata.
Questo dirompente ingresso di Tex in un saloon, era stato riutilizzato già l'anno seguente come copertina del quinto numero della prima serie gigante di Tex. La scena era stata specchiata e gli avventori in parte ridisegnati, ma il disegno di Tex e del suo cavallo è lo stesso.
Dopo dieci anni la stessa immagine, decontestualizzata, viene nuovamente utilizzata dalla redazione per comporre la copertina del numero 42 della serie attuale di Tex, e di conseguenza è apparsa come copertina anche negli anni '80 su Tutto Tex e nei '90 su Tex Nuova Ristampa.
Divertitevi come sempre a scovare i piccoli e grandi cambiamenti tra le varie versioni che potete vedere qui sotto.
Una curiosità prima di chiudere. Come accennavamo in apertura, questo Classic contiene la ristampa, tra le altre, della prima striscia della terza serie della collana del Tex, che potete vedere qui sotto. Ebbene la particolarità di questa copertina è che segna il debutto, seppur in una versione "primordiale", del logo di Tex come oggi lo conosciamo, con la T e la X unite.
Saverio Ceri
P.S. La cover del 45° Albo d'Oro è stata poi utilizzata per il numero 100 di Tex Classic. Scoprite la sua vera origine segreta, tutta italiana, cliccando qui! Trovate tutte le altre origini delle copertine di Tex Classic alla pagina Cronologie & Index!
Oggi
facciamo due chiacchiere con Roberto Gagnor, torinese, classe 1977,
sceneggiatore Disney dal 2003 e insegnante in varie scuole e istituti, tra cui l’ICMA di Busto Arsizio, l'Accademia 09 e la Scuola
Internazionale dei Comics di Milano. Uomo
dai mille interessi, la sua versatilità l'ha portato a confrontarsi,
oltre che col fumetto, con la pubblicità, per cui ha lavorato come
copywriter, con la televisione, per cui è stato autore di alcune
trasmissioni, con il cinema, per cui ha scritto cortometraggi, e con
la carta stampata. Tra
le oltre 160 storie che ha pubblicato su "Topolino" nel corso della sua
carriera, numerose sono quelle a tema cinematografico, come Topolino
e il ritorno alla Dolce Vita e Topolino e il surreale viaggio
nel destino, quelle in costume ambientate in periodi più o meno
remoti nel tempo, e quelle tematiche che compongono saghe come La
storia dell'arte di Topolino. Vista la portata del personaggio quindi, senza indugiare oltre, lascio a
lui la parola! (e.m.)
Roberto Gagnor
DIME WEB - Per
i lettori che non ti conoscono ti puoi presentare? Chi
è in due parole Roberto Gagnor?
ROBERTO GAGNOR - Ho
quarant’anni, vivo tra Milano e la Valsusa, scrivo! Sono più di
due, eh?
DW - Come
si è sviluppata in te la passione per la sceneggiatura?
RG - In
realtà amo scrivere – e disegnare, ma male – fin da piccolo: i
miei genitori sono insegnanti (italiano e latino mio padre, latino e
greco mia madre) e fin da piccolo sono stato circondato dalle storie,
che fossero romanzi, fumetti o film. Ho iniziato a scrivere e
disegnare le mie storie alle elementari, per poi passare alla
scrittura-e-basta al liceo. In realtà disegno ancora, ma solo per
farmi venire idee, per gli storyboard dei miei corti e altri progetti
più piccoli.
Uno scherzoso disegno di Gagnor sulle sue capacità di disegnatore (da PaperPedia)
DW - Da
dove prendi spunto per le tue storie?
RG - Da
QUALUNQUE COSA. La mia vita e quella delle persone che mi stanno
intorno. Altre storie, libri, film, fumetti. Cose che mi succedono,
che vorrei mi succedessero o mi fossero successe. Dettagli, oggetti.
Le idee sono ovunque: basta saperle osservare.
DW - Oltre
a essere uno sceneggiatore molto quotato, sei anche docente presso
l’ICMA di Busto Arsizio, l'Accademia 09 e la Scuola Internazionale
dei Comics di Milano. In
che misura l'insegnamento influenza il tuo lavoro e viceversa quanto
le tue attività influenzano l'insegnamento?
RG - Insegnare
è un lavoro e un divertimento, e mi permette di uscire dal mio
guscio, e cioè il mio studio in casa. Insegno sceneggiatura per il
cinema alla 09 e all’ICMA, e per il fumetto alla Scuola di Comics.
In pratica aiuto gli allievi a trovare, strutturare, costruire e
mettere in scena le loro storie: una pratica da editor che mi ha
permesso di lavorare meglio alle mie sceneggiature, aiutare i miei
allievi a trovare la loro strada, arricchirmi delle loro esperienze,
del loro entusiasmo. Il mio lavoro, poi, mi permette di dare ai
ragazzi un punto di vista più ampio, partendo dalle mie esperienze:
se parlo di cinema parlo per forza anche di fumetti, e viceversa.
Ogni media si nutre dell’altro, perché si parla sempre di
narrazione per immagini e di storie.
Gagnor sulla classica collana americana WDC&S!
DW - Sei
autore, oltre che delle sceneggiature, di alcuni cortometraggi, di
alcune delle storie Disney a tema cinematografico, penso tra le tante
a Topolino e il ritorno alla Dolce Vita e Topolino e il
surreale viaggio nel destino, le più belle degli ultimi anni. Questo
mi dà lo spunto per chiederti: qual'è il tuo rapporto con la
settima arte e quali sono i tuoi generi preferiti?
RG - Scrivo
sceneggiature per il cinema da qualche anno: oltre ad aver scritto e
diretto Il Numero Di Sharon, vincitore di Talenti in Corto del Premio
Solinas, ho scritto due
progetti di lungometraggio per Tempesta Film e un film, Sommer AufDem Land, che è uscito in Germania. In più ho fondato, col mio
amico e collega Radek Wegrzyn, Magical Realist, una società di
produzione mirata a sviluppare storie europee, in Italia e Germania,
e coproduzioni. Abbiamo un’altra sceneggiatura in sviluppo e vari
soggetti. Il cinema, insomma è una grossa parte del mio lavoro… e
della mia vita, perché tra sala, TV e Netflix vedo praticamente un
film al giorno. Amo soprattutto la commedia e il comico, da Billy
Wilder ai Monty Python, da Woody Allen a Cameron Crowe. Ma amo molto
anche Fellini, Terry Gilliam, Miyazaki… una lunga lista!
Il corto di Gagnor, un gioiello!
DW - Oltre
che numerose storie a fumetti con personaggi Disney hai scritto
narrativa, programmi radiofonici e trasmissioni televisive. Quali
differenze hai trovato nell'approcciarti a questi media così diversi
tra loro? E
quali analogie?
RG - Ogni
media è un gioco diverso, con tecniche e peculiarità proprie: ma
tutti ti insegnano qualcosa e ti arricchiscono come autore. In più,
quello che impari in un media lo porti in un altro: la disciplina di
scrittura e l’attenzione ai personaggi del fumetto Disney servono
moltissimo al cinema, i trucchi che impari nel cinema o in TV nutrono
i fumetti. Sono tutte esperienze... e fonti di guadagno, diciamolo!
DW - Oltre
a numerose avventure “in costume” ambientate in periodi più o
meno remoti nel tempo, una delle tue saghe più famose è quella de La storia dell'arte di Topolino. Hai
trattato questi temi perché consideri l'arte e la storia cornici
insolite o c’è dell'altro?
RG - No,
perché amo l’arte! Anche prima di iniziare il ciclo avevo già una
passione per parecchi artisti, da Turner a Magritte, da Dalì ai
Dadaisti. Sì, le vite degli artisti e i loro periodi storici sono in
effetti cornici inconsuete per delle storie Disney (e le biografie
degli artisti sono piene di cose interessantissime e molto
narrabili); ma soprattutto, voglio condividere col mio pubblico la
mia passione per l’arte, far scoprire artisti più o meno famosi a
chi non li conosce, imparare insieme ai lettori qualcosa in più
sugli artisti che già amo.
Sceneggiatura di Gagnor
DW - La
domanda precedente mi dà modo di chiederti: perché pensi, sempre
che per te sia così, che la storia sia una materia che di per sé
non riscuote molto interesse da parte del grande pubblico?
RG - In
generale è così, ma vale anche per la musica classica, la
letteratura, la filosofia. Forse perché per il grande pubblico sono
ricordi di scuola, con le costrizioni e le ansie dei compiti e dei
voti. Forse perché non ci ricordiamo che la storia, come le
discipline che ho appena citato, non parla di persone lontane e
slegate da noi: ma di NOI, sempre, comunque. Tolstoj sembrerà
lontano dalla nostra vita, ma parla di quello che viviamo noi: amori,
tradimenti, la ricerca di Dio, l’ansia esistenziale, le paure. Se
riuscissimo a far capire che l’arte, la musica, la poesia parlano
sempre e solo DI NOI, forse riusciremmo ad andare oltre le barriere
(il tempo, la lingua) e ad appassionarci.
DW - A
quale dei personaggi su cui hai lavorato sei più legato e perché? E
quali di quelli che hai inventato prediligi?
RG - Sicuramente
Brigitta (patetica ma titanica, nel suo amore non corrisposto) e
Paperoga (la commedia demenziale nel fumetto Disney), ma anche i
Bassotti e Paperone. Topolino, anche se è più difficile da scrivere
bene. Insomma… un po’ tutti. Tra quelli che ho inventato,
Brigittik: amo i supereroi e le parodie!
Sceneggiatura di Gagnor
DW - A
livello grafico hanno illustrato le tue storie sia disegnatori
esperti e affermati, sia giovani esordienti. Senza
far torto a nessuno ti chiedo di citare nelle due categorie gli
artisti con cui hai lavorato più volentieri.
RG - Non
ho mai avuto esperienze negative: il livello degli artisti Disney è
tale che si finisce sempre per lavorare bene e avere belle sorprese.
È come lavorare con dei grandissimi registi, ogni volta: Per citare
solo due nomi, Sciarrone è Zack Snyder, moderno e ipercinetico;
Cavazzano è Spielberg, grandioso e appassionante. Tra i giovani c’è
Zanchi che è bravissimo e non si rende conto di quanto sia bravo,
per cui diventa ancora più bravo: è il Joe Wright del fumetto
Disney.
DW - Sei
un autore metodico che lavora a orari stabiliti, oppure sei uno di
quelli che si alza di notte a scrivere perché ti è venuta
l’ispirazione? Come
si svolge la tua giornata tipo?
RG - Metodico:
mi alzo presto e scrivo. A volte mi alzo di notte perché ho avuto
un’idea, ma scrivo mattino e pomeriggio. Non sono un nottambulo, ma
tra film e TV è capitato anche quello!
Brigittik, creatura di Roberto Gagnor
DW - Quali
sono gli artisti che ti ispirano?
RG - Hai
qualche giorno di tempo? Nel fumetto Disney Barks, Gottfredson,
Pezzin, Marconi, Scarpa, Sarda, Figus, Artibani; nel cinema Woody
Allen, Cameron Crowe, Billy Wilder, Richard Curtis… tantissimi.
DW - Quanto
di te è presente nel tuo lavoro? Quanto
di quello che ti circonda? E
quanto di inventato?
RG - Nel
mio lavoro c’è sempre qualcosa di mio, più di quanto sembri: se
non ci metti un po’ di cuore e di sangue, si sente e la storia è
più debole. C’è di sicuro il gusto per la commedia, l’ironia, i
giochi di parole, l’arte, la letteratura, la parodia. Ma anche un
po’ di pietà, di comprensione, di passione per gli altri… e
qualche punta di odio. Quanto
a quello che mi circonda, TUTTO quello che vivo, leggo, sento, vedo
nutre il mio lavoro. Non solo nel semplice autobiografismo, ma nel
mio modo di vedere le cose. Poi
parto da queste cose e invento: è il mio lavoro, e mi diverto molto.
La Storia dell'Arte di Topolino, capolavoro di Gagnor
DW - Quali
fonti usi per documentarti?
RG - Le
mie letture: sono curioso di tutto, e se vuoi fare questo lavoro dei
esserlo. Poi Wikipedia, i media, i social… fa tutto brodo!
DW - Oltre
ai libri e ai fumetti che sicuramente leggerai per documentarti quali
altre letture fai?
RG - Mi
piacciono le biografie di attori e registi (ma non solo: Open, di
Agassi, è bellissimo), i saggi sulla creatività e la scrittura (due
per tutti: Into The Woods di John Yorke e Verso la Creatività e
oltre di Ed Catmull), gli articoloni alla "Vanity Fair USA". Sono
onnivoro: quando ancora avevo bisogno di farmi tagliare i capelli,
cosa ahimé non più necessaria, dal barbiere leggevo il gossip come "Men’s Health". Non sai mai dove troverai la prossima idea.
Gagnor con Gerry Scotti
DW - Da
professionista ormai affermato che consigli daresti a chi si volesse
affacciare al mondo della scrittura per immagini?
RG - Leggere
tanto, guardare tanto. Scrivere tantissimo. Riscrivere ancora di più.
Non arrendersi nonostante una quantità notevole di mazzate,
delusioni, disastri e battute d’arresto. Cercare di divertirsi
sempre. Ricordarsi che questo lavoro è un privilegio che si
conquista tutti i giorni. Pensare che scrivi per un pubblico e non
(solo) per te stesso. Ricordarsi che non vince chi ha più talento,
ma chi non molla mai. Divertirsi l’ho già detto?
DW - A
cosa stai lavorando attualmente?
RG - Ho
parecchie cose pronte o quasi pronte: una Topodissea in due puntatone
con l’ottimo Donald Soffritti, un nuovo ciclo con Filo e Brigitta,
una Brigittik. Sto scrivendo il terzo ciclo dell’Arte, altre otto
storie sulle tecniche artistiche. In più sto lavorando a "Food
Wizards", una serie a cartoni animati prodotta da Zocotoco e RAI, come
co-creatore. Continua anche il crowdfunding della mia graphic novel,
Paola e i Tre Duelli, che spero di far
diventare anche un film.
Paola e i tre duelli, graphic novel di Roberto Gagnor
DW - C'è
una domanda che non ti è stata fatta alla quale vorresti rispondere?
RG - Cosa
c’è nella lista, che fai ogni anno, con tutti i progetti e le cose
che vorresti fare nella tua vita? Un sacco di cose. Spero di
potervi dire, prima o poi, che le avrò fatte tutte!
a cura di Elio Marracci
P.S. di Francesco Manetti. Volevo complimentarmi personalmente con Roberto Gagnor, in chiusura della splendida intervista condotta dal nostro impeccabile Elio. Quando iniziai a scrivere sulle fanzine Gagnor aveva 11 anni e dunque ci separa una mezza generazione. Leggere di quel suo gusto classico per la storia, per l'arte, per la letteratura, per il grande cinema e il grande fumetto e di come riesca a trasmetterlo con grande entusiasmo a tutti grazie alla scrittura è davvero una cosa esaltante!
N.B. Trovate i link agli altri dialoghi con gli autori su Interviste & News!
Nel febbraio 2016 parlammo su queste colonne di "Terra Insubre", prestigiosa rivista tradizionalista di "Cultura del Territorio e Identità" pubblicata a Varese fin dagli anni Novanta dall'Associazione Culturale Terra Insubre (ACTI); sul n. 76 (IV trimestre 2015) era infatti presente un corposo dossier dedicato al fortunato personaggio di Hergé, Tintin, per il quale il sottoscritto aveva firmato un saggio sugli "eretici" e mai rinnegati rapporti d'amicizia e di collaborazione editoriale fra il celeberrimo fumettista e il capo del Rexismo belga, Léon Degrelle, che durante la Seconda Guerra Mondiale combatté nelle Waffen SS...
Esattamente due anni dopo, sul n. 84 del IV trimestre 2017, dedicato Alla riscoperta dei Longobardi, "Terra Insubre" torna a parlare di fumetti, con il Focus intitolato Buon compleanno, Dylan Dog!, allestito in occasione del recente trentennale della creatura di Tiziano Sclavi. Il carissimo amico Paolo Mathlouthi, che in redazione si occupa per l'appunto della cura dei dossier, ha voluto anche stavolta coinvolgermi, riservandomi addirittura l'onore di aprire le danze e concedendomi, bontà sua, metà dello spazio totale dell'inserto su Dylan! Ecco dunque la mia articolessa intitolata L'incubo venuto dagli anni Ottanta: la rivoluzione horror di Dylan Dog: si parla della distinzione tra fumetto "popolare" e "d'autore", del panorama editoriale del penultimo decennio del Novecento, delle cosiddette "riviste-contenitore", del nuovo fumetto bonelliano, del boom del fumetto orrorifico... e ovviamente dell'Indagatore dell'Incubo - dagli albori della collana fino al recentissimo ritorno di Sclavi alla macchina per scrivere dopo una decennale assenza.
La prima pagina del mio intervento su "Terra Insubre" n. 84
Il già citato Mathlouthi firma l'introduzione del Focus, Tiziano Sclavi esteta della paura,e una ficcante indagine sulle suggestioni gotiche della collana, con il pezzo Della morte, dell'amore e di altri demoni. Il terzo nome del dossier è Luigi Siviero, che, con l'intervento Dylan Dog e Sherlock Holmes indagatori dell'incubo, ci offre un approfondito paragone tra due dei più famosi detective letterari internazionali.
Per saperne di più sulla rivista (e per richiederla, cosa vivamente consigliata!) e sull'Associazione che la edita basta andare sul sito; qui vengono definiti anche gli obbiettivi e le idealità dell'ACTI. Nella sezione "Chi siamo" si può leggere, per esempio, che l’Associazione Culturale Terra Insubre nasce a Varese nel 1996 e da allora svolge un’intensa attività di ricerca storica e archeologica sui popoli celtici, germanici e alpini che nel corso dei millenni maggiormente hanno influenzato le genti e la storia dell’Insubria e della Lombardia, dell’area padano-alpina e del mondo mitteleuropeo. A fianco delle indagini archeo-storiche, basate anche sulla rielaborazione dei dati toponomastici ed etno-linguistici delle popolazioni lombarde ed europee, svolgiamo approfondimenti su tematiche a noi molto care quali la preservazione dell’ambiente, le tradizioni e le lingue locali, la gastronomia e la musica della nostra Terra. Terra Insubre è da sempre impegnata a ridefinire i concetti di Autonomia, Federalismo e Identità, alla ricerca di nuove sintesi culturali per la creazione di un’Europa dei Popoli e delle Regioni. Terra Insubre, oltre che sulla storica sede centrale di Varese, può oggi contare su sezioni locali attive a Como, Novara, Milano, Marcallo con Casone, Lecco, Lodi, Pavia e nel Canton Ticino. Della famiglia di Terra Insubre fa inoltre parte l’Associazione Culturale Terra Orobica, che opera principalmente nella provincia di Bergamo.
L'Insubria, con i suoi confini "trans-statuali" (dal sito dell'Associazione Culturale Terra Insubre)
Alcuni pezzi sono addirittura scritti in dialetto lombardo, tra l'altro comprensibilissimo, come la leggenda irlandese La contessa Kathleen O'Shea, che inizia così: Tant tem indree in de l'antiga Irland hinn vegnuu foeura tutt a un bott duu mercant che issun heva mai veduu e sentii prima e che però cognosseven a la perfezion la lengua del paes. E non a caso il n.84 è uno "Speciale Longobardi". Ma in realtà si tratta di uno spaccato di storia nazionale perché, come attesta una cartina storica pubblicata a pag. 7, la massima espansione di quel popolo del nord arrivò a coinvolgere, sotto Desiderio nell'VIII secolo, quasi tutta la Penisola, fino all'attuale Calabria. Dunque, quando noi sentiamo, diciamo nei giorni di Halloween (festività dylandogghiana per eccellenza!), sghignazzare i grandi cervelloni e veri italiani all'indirizzo di zucche intagliate e fantasmi vari, dicendo che quella, sotto i parafernalia americanizzati, è all'origine una paganissima "festa celtica" che non c'entra niente con le "nostre tradizioni"... beh... ci chiediamo quali siano queste benedette "nostre tradizioni"...!
AA. VV. TERRA INSUBRE 84 FOCUS: "BUON COMPLEANNO, DYLAN DOG!" a. XXII - IV trimestre 2017 pp. 100 - € 8,00 Associazione Culturale Terra Insubre, Varese Francesco Manetti N.B. trovate i link alle altre novità bonelliane su Interviste & News!
Lo storico e fumettista brasiliano Wilson Vieira, nostro grande amico e prezioso collaboratore della prim'ora, è tornato dalle vacanze estive (non è un errore: ricordate che sotto l'equatore le stagioni sono ribaltate rispetto a quassù!) e riprende la sua appassionante cavalcata nei segreti del West con la sanguinosa rivolta dei Pueblo! Precisiamo che tutte le immagini non bonelliane sono state selezionate e posizionate nel testo dallo stesso Vieira. Buona lettura! (s.c. & f.m.)
Il 30 giugno del 1846 il colonnello Stephen Watts Kearny (1794 – 1848), con sei compagnie di dragoni, due batterie di artiglieria leggera (16 cannoni), due compagnie di fanteria e un reggimento di cavalleria - in tutto 1658 soldati - marciò da Fort Leavenworth (nel Kansas) verso il Nuovo Messico, e ne prese possesso nel nome degli USA, senza incontrare resistenza.
Tex n. 529, novembre 2004. Disegno di Villa
Il generale messicano Manuel Armijo (1793 – 1853) si ritirò coi suoi 5.000 soldati e la Provincia Messicana del New Mexico passò agli USA.
Jonathan Steele n. 38, aprile 2002. Disegno di Olivares
Questi nominarono governatore il trapper Charles Bent (1799 – 1847), che per ben vent’anni aveva commerciato lungo la cosiddetta pista “Taos”, quella di Santa Fè, e che conosceva bene il paese e gli Indiani. Pueblos era il nome comune dato a tutti gli indiani della famiglia linguistica Uto-Azteca, che vivevano in Arizona e nel Nuovo Messico come contadini piantatori di granoturco o nelle città-pueblo. La parola spagnola pueblo significa "popolo" o "abitanti del villaggio" (del pueblo, per l'appunto). Le case erano costruite a scalinata, in pietra, e ai piani superiori si accedeva mediante scale a pioli appoggiate esternamente. Per i nemici erano fortezze inespugnabili. I Pueblos furono maestri nell'artigianato della tessitura, dell’intreccio e della ceramica. Il loro elevato grado di cultura si manifestava anche in complesse cerimonie mitologiche e in danze sacre.
Tex n. 322, agosto 1987. Disegno di Galep
I singoli villaggi si suddividevano in clan, organizzati secondo la regola del matriarcato.
Sostanzialmente si distinguevano i “Pueblo orientali” dei Tiwas e Tewas a nord, i Towas occidentali, i Towas orientali, i Keres, i Tanos, a sud nonché i Tiwas e i Piros che, insieme, vissero nella Valle del Rio Grande in cinquanta villaggi e, infine, i “Pueblo occidentali” che con gli Hopi vissero fra il San Juan River e il Little Colorado River, in diciassette villaggi, mentre con gli Zuni abitarono nella Valle dello Zuni River, in sei villaggi. La maggior parte di questi pueblo si è conservata e vive ancora oggi.
Tex n. 71, settembre 1966. Disegno di Galep
Bonito, la fortezza con 500 camere
Gli archeologi trovarono pipe finemente cesellate, decorazioni con perle e statuette delicatamente scolpite che rivelarono come questi "uomini primitivi" possedessero un vero senso artistico. Mentre nell'Est i contadini edificavano le loro dimore, nel Sud-Ovest gli agricoltori si installarono dapprima in caverne e poi costruirono le loro abitazioni aggrappate ai fianchi di scoscesi pendii; le testimonianze più straordinarie sono quelle ancora oggi visibili a Mesa Verde, nel Colorado. L’edificio costruito a Bonito, nel Nuovo Messico, fu la consacrazione di questa nuova architettura. Costruito in pietra e adobe, cioè in mattoni fatti di paglia tagliata e fango secco, questo edificio poteva ospitare duemila persone, distribuite in cinquecento camere. Era alto da tre a cinque piani e circondava un cortile chiuso da una costruzione a un piano solo; era una formidabile fortezza. Le cerimonie religiose si svolgevano in alcune sale chiamate kivas, che occupavano la maggior parte della fortezza. I prodotti coltivati dagli abitanti rassomigliavano molto a quelli degli indiani Pueblos di oggi; grano, mais e cotone, col quale si tessevano le stoffe usate per confezionare loro vestiti.
Tex Albo Speciale n. 7, giugno 1994. Disegno di Ticci
Per i primi tempi i Pueblo, che in passato avevano sanguinosamente combattuto i Conquistadores spagnoli e che si trovavano in guerra permanente coi Navajo e con gli Apache, si mantennero leali di fronte agli Americani europei. Quando però questi ultimi si rifiutarono di affidare dei posti di responsabilità a messicani di alto rango e censo, come Diego Archuleta e i padres Antonio José Martinez, J. F. Leyba e Felipe Juan Ortiz, mettendo invece elementi americani, questi nobili che fin dai tempi della emancipazione del Messico dalla Spagna erano amici degli Indiani, eccitarono l’odio di questi contro i nuovi padroni, in modo che nel dicembre del 1846 gli Indiani, sotto i loro capi Pablo Montoya e Tomasito, si decisero alla rivolta e alla cacciata dei cosiddetti Gringo.
Il colonnello Kearny aveva lasciato nel Nuovo Messico, che sembrava ormai pacificato, solo il colonnello Sterling Price (1809 – 1867) con qualche centinaio di dragoni e una batteria di artiglieria, ed era partito alla volta della California per annettere agli USA anche questo stato. Quando il governatore Charles Bent, che con sua moglie, la messicana Rosita, viveva a Taos, ebbe notizia a Santa Fè dei piani di rivolta dei Pueblo, si limitò a rivolgere il 5 gennaio 1847 un proclama alla popolazione, nel quale veniva riaffermata la fiducia nella lealtà dei Pueblo stessi. Quando la rivolta scoppiò, il 19 gennaio del 1847, gli Americani erano impreparati. Nel primo mattino di quel giorno gli Indiani comparvero di fronte al calabozo (la prigione) e chiesero allo sceriffo Stephen Lee la liberazione di tre indiani arrestati per furto di cavalli. Siccome questo venne loro negato, essi si impadronirono del prefetto della città, Cornelio Vigel, semplicemente facendolo a pezzi. Ucciso pure lo sceriffo si diressero verso la casa del governatore Bent, lo assassinarono e gli levarono lo scalpo in presenza di sua moglie; poi uccisero il pubblico ministero James W. Leal, gettandone il cadavere ai porci.
Tex n. 537, luglio 2005. Disegno di Villa
Narcissus Beaubien, il figlio del primo giudice, Pablo Harmiveah e tutti gli americani che caddero vivi nelle loro mani, furono vittime di questa prima azione di rivolta. Non si può dire che gli Indiani, sotto la guida dei padres, siano stati molto difficili nella scelta dei mezzi. I rapporti su questo massacro fanno rizzare i capelli. Corrieri dei padres messicani vennero mandati in tutto il Paese e la popolazione venne invitata a rivoltarsi contro gli Americani. Presso Morta furono uccisi otto americani, al Rio Colorado due, otto nel Mulino Turley nell’Arroyo Hondo e quattro cowboy presso le loro mandrie. Il Colonnello Price (1809 – 1867) ricevette, il giorno 20 gennaio, notizia di questi massacri. Egli mise in marcia verso Taos le truppe di Albuquerque sotto il comando del maggiore Edmonson e quelle di Santa Fè al comando del capitano Burgwin con due compagnie di dragoni.
Forzata una barricata nell’Embudo Canyon, gli Americani conquistarono Embudo e attraverso le montagne innevate si diressero verso Trampas. Il 3 febbraio del 1847 raggiunsero, attraversando Taos, il vicino pueblo.
Seguendo gli ordini dello Stato Maggiore, Price fece schierare la sua piccola armata e poi sferrò l’attacco con reparti d’assalto, artiglieria e bombe a mano. Dei 650 Indiani ne caddero 150, e sei si arresero. I sobillatori principali furono processati il 7 marzo del 1847, a Taos; quattrodici vennero condannati a morte e furono impiccati sul posto. I Pueblo, sobillati dai politicanti e dai padres avidi di potere, avevano ormai capito che era insensato rivoltarsi contro gli Americani. La rivolta del 1847 fu il loro ultimo tentativo per riconquistare l'agognata indipendenza... che avevano perso, prima contro gli Spagnoli, poi contro i Messicani, e infine contro gli Americani...
Wilson Vieira
N.B. Trovate i link alle altre puntate della Storia del West su Cronologie & Index!
Eccoci a un nuovo appuntamento alla (ri)scoperta delle storiche cover di Tex, utilizzate oggi, a oltre sessant'anni di distanza, per la più recente riedizione bonelliana delle avventure del personaggio creato da Gianluigi Bonelli e Aurelio Galleppini.
Il classic di oggi contiene nella versione a colori le strisce pubblicate sui numeri da 67 a 72 della seconda serie della "Collana del Tex", come recitava il logo in copertina di allora. Questi episodi uscirono tra il marzo e l'aprile del 1951, e furono rimontate su tre strisce, nella classica tavola bonelliana che tutti conosciamo, per la prima volta in occasione della ristampa sulla collana Albo d'Oro nei numeri 43 e 44 entrambi usciti nel marzo 1954 , ed è proprio dalla copertina del 44° Albo d'Oro che è stata pescata l'immagine per la cover del 22° Tex Classic. Qui sotto vedete la cover originale e la sua riproposta odierna; notate come tra i titolini dell'albo originale il nome del pard indiano di Tex sia scritto in maniera errata: un refuso vintage.
La stessa copertina, evidentemente, era piaciuta anche all'editore francese di tex che la scelse per il numero 58 del mensile Rodeo, che ospitava oltre alle avventure del ranger bonelliano, ma quelle di Capitan Miki della Dardo.
La scelta della cover per questo Classic è caduta sul numero 44, probabilmente perché l'illustrazione di copertina del 43 era già stata sfruttata nell'estate del 1960 come immagine d'apertura di Tex Gigante 2a serie n.9, L'ultima battaglia.
Scorrendo le immagini qui sotto divertitevi a scoprire tutte le differenze tra le varie versioni della copertina di questo mitico albo, dai cambi dei colori di cavalli e totem, all'apparizione di un'arma e di una gamba, passando dalla scomparsa di tre indiani.
Aggiungiamo nella carrellata anche la copertina del numero16 della Tex Coleção della brasiliana Globo, edito nel maggio del 1988, che si differenzia da tutte le altre versioni per il totem totalmente ridisegnato in funzione del titolo: il dio puma.
A proposito di Puma e di Brasile: l'ultimo albo a striscia ristampato su questo Classic, intitolato La montagna tragica, contiene la vicenda di Tex incarcerato in compagnia di un feroce puma. La situazione evidentemente ha stuzzicato la fantasia di Claudio Villa che l'ha immortalata sulla cover del sesto numero della Tex Edição Histórica uscito nel giugno 1994 in Brasile. L'immagine poi è riapparsa come quarto poster allegato alla collana Tex Nuova Ristampa nel maggio del 1996. Qui sotto travate le due versioni della cover in ordine cronologico di pubblicazione.
Saverio Ceri Trovate tutte le altre origini delle copertine di Tex Classic alla pagina Cronologie & Index!