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giovedì 20 settembre 2012

FROM THE VAULT... I PRIMI ZOMBIE DI DYLAN DOG!

di Francesco Manetti

Intorno al 1991 entrai a far parte dello staff di Immagine, l'associazione culturale guidata da Rinaldo Traini che organizzava il Salone del Fumetto a Lucca. Purtroppo Immagine avrebbe continuato a occuparsi di Lucca solo per qualche anno ancora, prima di impegnarsi con Expocartoon a Roma.
Per me furono anni molto intensi, i Novanta! Il Club del Collezionista, Collezionare, Dime Press, Bhang, la Glamour, il GAF, Exploit Comics, If, la Comic Art con gli articoli, le traduzioni e i libri (tra i quali la collana del Paperino di Barks), Macchia Nera con le rubriche su Cattivik, la libreria Mondi Paralleli, i fumetti di Eva & Chris, Cavalcando con Tex per Little Nemo, l'Alan Ford Index, il sito internet della Bonelli con le schede di Tex... e così via.
Con il 2001 ridussi e dal 2003 azzerai ogni impegno nel comicdom. Solo nel 2011, grazie a Moreno Burattini, a Paolo Ferriani, alla Magic Press, a Max Bunker e alla Mondadori ho ricominciato a scrivere, curando i redazionali della collana Alan Ford Story allegata a Panorama (dal 101 al 150). Poi ho aperto il blog Dime Web con Saverio Ceri, tentando di far rivivere elettronicamente il “magazzino bonelliano” Dime Press.

Un raro documeto del 1992. Benito Jacovitti, apponendo la sua firma, dichiara di ricevere indietro gli originali che aveva concesso per la mostra allestita a Lucca a cura di Bruni & Manetti per l'Ente Autonomo Max Massimino Garnier.



Dicevo di Lucca. I pranzi e le cene erano momenti preziosi per incontrare fuori dal caos della mostra, davanti a un bicchiere di vino, critici e autori del fumetto da tutta Italia e dal mondo. In uno di questi momenti conviviali ero in compagnia di Mauro Bruni (commerciante, animatore del GAF e collaboratore di Exploit Comics, con il quale avevo curato due mostre, una delle quali nel 1992 su Jacovitti, grazie alla quale ebbi l'onore di conoscere bene il “maestro dei salami” e di incontrarlo più volte in privato nelle sue case di Roma e del Forte dei Marmi, e mi capitò addirittura di presentarlo a Bonelli, che ancora, incredibilmente, non lo conosceva), Enrico Fornaroli (che aveva redatto e pubblicato una profondissima tesi su Milton Caniff) e Daniele Barbieri (grande esperto del linguaggio del comic, allievo di Umberto Eco). Forse c'era anche il “valvolinico e cannibale” Daniele Brolli – ma non ci metterei la mano sul... Fuego! Decidemmo di confezionare un saggio su Dylan Dog, che proprio allora compiva cinque anni di vita, ed era già un successo stratosferico.
Mi misi a scrivere un pezzo sui mostri affrontati dall'Indagatore dell'Incubo, partendo dai non morti. E lì, con l'ultimo zombie di allora, mi fermai. Il progetto, infatti, si era arenato, come spesso succedeva nell'ambiente già allora, quando c'erano tirature più alte per la saggistica e l'unica distrazione dal fumetto era ancora considerata unicamente la TV.
Anni dopo ripresi l'articolo e lo pubblicai su Facebook, nelle note. Oggi lo presento su Dime Web.
Ma non basta! In coda ne appare una versione aggiornata, inzialmente pensata per il blog di Moreno Burattini. (F.M.)


Il Frankenstein cinematografico, nell'interpretazione di Boris Karloff


I NON MORTI
Mitologia zombie in Dylan Dog
(versione originale)


"Il mostro lesse nel mio viso la fermezza della determinazione presa e, in un impeto di collera impotente, digrignò i denti . -Ogni uomo trova una moglie peril suo affetto, -gridò, ogni bestia trova la sua compagna, soltanto io devo essere solo? Anch'io ho sentimenti di affetto, ed essi non incontrano che odio e disprezzo. Puoi detestarmi, uomo; ma, bada! le tue ore trascorreranno in terrore e angoscia, e presto cadrà la folgore che t i priverà per sempre di ogni gioia. Puoi negarmi ogni altra passione, ma mi rimane la vendetta... la vendetta che da questo momento- mi è più cara della luce o del cibo. Può darsi che muoia, ma prima tu, mio tiranno e mio torturatore, maledirai il sole che sarà testimone della tua angoscia. Bada! non ho paura e sono quindi onnipossente. Ti sorveglierò con l'astuzia di un serpente, per poterti pungere conil mio veleno. Uomo, ti pentirai delle umiliazioni che mi infliggi."  

Mary Shelley
FRANKENSTEIN, cap.XIX, 1817
 


Il mito della resurrezione del corpo, materia corruttibile e transeunte che si contrappone alla dimensione spirituale, diafana ed eterna, dell'uomo, è attestato fin dalle Sacre Scritture, nell'universalmente noto episodio di Lazzaro. La Bibbia, del resto, abbonda di immagini truculente, strane, fantastiche, orrorifiche delle quali si compiace Alex, il protagonista di "A Clockwork Orange" di Stanley Kubrick, quando finge di provare pii interessi religiosi nella biblioteca del carcere. Le sensazioni forti,il colpo d'occhio bizzarro hanno da sempre stimolato la fantasia delle menti più semplici e il potere costituito si è spesso servito di ciò per guidare e ammonire le genti ; ecco dunque le grandguignolesche visioni infernali e le terrificanti metope sulle facciate delle cattedrali romaniche e gotiche.
Lo zombie è per l'appunto il prodotto di questo sotterraneo legame fra religione e orrore, vitale soprattutto nel sincretismo cattolico-animista delle popolazioni nere latinoamericane. Come in una sorta di blasfema imitazione di Cristo,il praticante di magia nera haitiano, detto "bokor", passa sottoil naso del morto da risvegliare una bottiglietta contenente l'anima del malcapitato e lo chiama per nome. Lo zombie si alza a sedere nella bara, pronto a eseguireilavori più pesanti agli ordini dello stregone. Il 'supervisore' di questi macabri riti è Baron Samedi,il Signore dei Cimiteri, il cui simbolo è una croce nera.


La locandina di "White Zombie" di Halperin, 1932


Hollywood si è presto impadronita di questi succulenti folklori a partire da "White Zombie", diretto nel 1932 da Victor Halperin che si ispirò al saggio sul voodoo "The Magic Island" scritto da William Seabrook nel 1929. Il terrificante tende a essere multimediale e il passo dal cinema al fumetto è stato breve.
Questo essere barcollante, dallo sguardo vitreo, pericoloso solo se attacca in gruppo, in modo da circondare la vittima e vincere così l'handicap dell'estrema lentezza e goffag gine, appare in Dylan Dog fin dal prima numero, "L'alba dei morti viventi", per i disegni di Angelo Stano. Gli zombie di Sciavi si liberano da ogni cascame paranormale e diventano tali in virtù della scienza. "Guardate, questo è il virus sintetico che io ho creato. E' imperfetto, certo, ma è solo l'inizio... e, anche così, rappresenta la più grande scoperta nella storia dell'uomo... Iniettato in un cadavere gli restituisce le funzioni vitali... Non è già un miracolo?". Parla Xabaras, che sta a Dylan Dog come Gambadilegno sta a Topolino.
Il tema dell'eterna giovinezza, che evoca rosei volti di splendidi fanciulle e città perdute stile Shangrilà, si sposa con la cruda realtà di putridume e marciume descritta da Tiziano Sciavi in due albi, "La zona del crepuscolo" e "Ritorno al crepuscolo". Anche qui lo zombie non è cosciente del suo stato di "non morto"; il morto vivente è convinto di esser vivo, di esser normale e poco importa seil fisico comincia a disgregarsi, perché basterà una banale visita del medico di fiducia per rimettere le cose a posto. E' uno zombie ancora più moderno, antientoprico, che molto deve ai cadaveri viventi di Chelsea Quinn Yarbro e ai "mesmerizzati" di Edgar Allan Poe. Inverary, il paese-limbo dove vivono questi eterni, è un fortino eretto controil dilagare del nuovo, contro l'incertezza dei mutamenti, controil naturale caoticizzarsi dell'universo. Così le storie "del crepuscolo" diventano anche satira dell'immobilismo, della sclerosi, del riposo del guerriero e i nuovi zombie si fanno simbolo di ogni passato che non vuole morire. Torna la scienza, impersonata dal dottore che ricuce e riaggiusta le membra, quale illuminista (ri)animatrice della situazione.


La copertina di Dylan Dog n. 1 (C) Sergio Bonelli Editore, 1986


Eros e Thanatos

Nella saga di Dylan Dog c'è posto anche per una dimensione "romantica" del resuscitato; ecco dunque "Morgana", una storia che si riallaccia e prosegueil primo numero della serie. Morgana è uno zombie femmina, bellissima e sensuale; non ricorda di essere morta eil suo corpo non si decompone; è persino capace di amare. "Non l'ho certo ridestata con un bacio, come la Bella Addormentata... semplicemente, con un'iniezione del mio siero perfezionato... che le ha ridato vita... e anima... e amore... già, anche quello in fondo non è altro che una reazione chimica... una variazione di potenziale elettrico tra i neuroni...", dice il solito Xabaras, con un piglio dissacratorio quasi futurista ("Uccidiamo il chiaro di luna!") e positivista-carducciano.
Ma non sempre lo zombie è reale: in "Ossessione" si introduce un elemento narrativo particolare, al limite dell'inverosimile-. Sei gemelli non si mostrano mai tutti insieme, apparendo ognuno quando un altro muore, spacciandosi sempre per la stessa persona. In questo caso l'autore gioca sulla finzione facendo leva sulla predisposizione mentale del lettore che, per abitudine, è più portato a credere al cadavere deambulante, fissato nell'immaginario collettivo da decenni di frequentazioni letterarie e cinematografiche, che ad un improbabile parto plurimo degno della signora Giannini.
Perduto ogni elemento sacrale, i morti viventi di Sclavi abbandonano anche la motivazione scientifica del loro essere divenendo familiari -quasi simpatici- agli occhi delle persone che arrivano ad appropriarsi della loro immagine, della loro maschera, come in un'avventura del 1989, dove una banda di teppisti londinesi, gli "Zombies", ha scelto come divisa abiti stracciati, volti pallidi e mangiati, una camminata lenta e incerta.
Abbiamo visto zombie "veri", putrefatti e tonti; zombie marci e intelligenti; zombie sani di corpo e di mente; zombie falsi. Un'ulteriore variazione del tema è lo zombie dal corpo ormai andato a male ma dal cervello lucido che torna per vendicarsi in maniera incruenta, eppure terribile, predicendo a un ex-amico che gli aveva "fatto la scarpe", la sua prossima dipartita per AIDS.

La copertina di Dylan Dog n. 43 (C) Sergio Bonelli Editore, 1990


Con "Storia di Nessuno" la coppia Sciavi/Stano torna insieme per la terza volte chiudendo una trilogia sugli zombie iniziata nel 1986; anche qui le caratteristiche del morto vivente "classico" si stemperano in una sceneggiatura ricca di soluzioni nuove. Lo zombie stavolta è protagonista della fabula e rivive in un sogno e in fantasie di dimensioni parallele la sua carriera di uomo vivo e poi non-vivo. Dopo la rivisitazione in chiave scientifica e successivamente romantica nei primi due episodi di questa "miniserie" interna alla collana, l'archetipo morto-che-cammina è soggetto di indagine psicologica da partedell'autore: "In questo caso voi dovreste essere un... un morto vivente... che tra l'altro ha sbranato sua moglie...", dice Xabaras,nell'inconsueta veste di psichiatra, all'uomo che vede se stesso (nel futuro? su un altro mondo?) uno zombie. "No, erano sogni, vi ripeto. Certo, molto realistici, ma tutto quell'orrore per fortuna è solo nella vostra fantasia...".




RISORTI OBTORTO COLLO
L'esordio degli zombie nella saga di Dylan Dog
(versione aggiornata)


“Memento homo, quia pulvis est et in pulverem reverteris”, recitava la Genesi. Ma l'uomo non si è mai accontentato di tornare semplicemente polvere, di tornare cioè quello che era quando – miliardi di anni fa – fu creato nei suoi elementi nelle fornaci stelalri delle supernove. E dunque, non solo il destino pulviscolare, ma anche il mito della resurrezione del corpo, materia corruttibile e transeunte che si contrappone alla dimensione spirituale, diafana ed eterna, è attestato fin dalle Sacre Scritture, nel noto episodio di Lazzaro. La Bibbia, del resto, abbonda di immagini truculente, strane, fantastiche, orrorifiche... Di alcuni momenti piùtrivialisi compiace per esempio Alex, il protagonista di "A Clockwork Orange" di Stanley Kubrick, quando finge di provare pii interessi religiosi nella biblioteca del carcerecon l'unico scopo di incattivirsi il prete dalle dubbie inclinazioni e poter così accedere al Progetto Ludovico e alla conseguente uscita dalla prigione. Del resto le sensazioni forti e il colpo d'occhio bizzarro hanno da sempre stimolato la fantasia delle menti più semplici, tanto che il potere costituito si è spesso servito di questo per guidare e ammonire le genti; ecco dunque le terrificanti metope sulle facciate delle cattedrali romaniche e gotiche e, soprattutto, le grandguignolesche visioni infernali degli affreschi. In un mondo solo in minima parte alfabetizzato quei dipinti che raccontavano storie con immagini ordinate in sequenza temporale (e magari anche con cartigli di “parlato” che uscivano dalla bocca dei protagonisti...) erano il modo antico per narrare in modo veloce e comprensibile da tutti. E narrando, ammonivano con il terrore.


La Danza Macabra. Affresco del XV secolo, opera di Giacomo Borlone De Buschis. Oratorio dei Disciplini, Clusone (BG)



Lo zombie è per l'appunto il prodotto di questo sotterraneo legame fra religione e orrore, vitale soprattutto nel sincretismo cattolico-animista delle popolazioni nere latinoamericane, come ben sa il lettore nolittiano che ha vissuto insieme a Jerry Drake alcuni spaventosi momenti soprannaturali ai crocicchi delle strade, magari fuori Bahia... Come in una sorta di blasfema imitazione di Cristo, il praticante di magia nera haitiano, detto "bokor", passa sotto al naso del morto da risvegliare una bottiglietta che dovrebbe contenere l'anima del malcapitato e lo chiama per nome. Lo zombie si alza a sedere nella bara, pronto a eseguire i lavori più pesanti agli ordini dello stregone. Il 'supervisore' di questi macabri riti è Baron Samedì,il Signore dei Cimiteri, il cui simbolo è una croce nera.
La macchina dei sogni (o degli incubi?) hollywoodiana si è ben presto impadronita di questi succulenti folklore nati laddove le cartine promettevano leoni a partire da "White Zombie", diretto nel 1932 da Victor Halperin, film in bianco-e-nero che si ispirò al saggio sul voodoo "The Magic Island" scritto da William Seabrook nel 1929. Come abbiamo già notato, il terrificante tende a essere multimediale fin da Chartres e Notre-Dame de Paris, e il passo dal cinema al fumetto è stato breve.
Questo essere barcollante, dallo sguardo vitreo, sorta di drone veramente pericoloso solo se attacca in gruppo (come i piranha o le formiche rosse o le api assassine...), in modo da circondare la vittima e vincere così l'handicap dell'estrema lentezza e goffaggine, appare in Dylan Dog fin dal primo numero della serie, "L'alba dei morti viventi", disegnato da Angelo Stano con una cifra stilistica che rompe i maniera assoluta i canoni bonelliani. Gli zombie moderni (o forse addirittura post-moderni) escogitati da Sclavi si liberano da ogni cascame paranormale e diventano tali in virtù della scienza. Il mostro, come in Frankenstein di Shelley, non è più Dio per interposta Natura a crearlo, ma l'Uomo divinizzato, che fatto non fu per viver come bruto, ma per seguir virtute e conoscenza. "Guardate, questo è il virus sintetico che io ho creato. E' imperfetto, certo, ma è solo l'inizio... e, anche così, rappresenta la più grande scoperta nella storia dell'uomo... Iniettato in un cadavere gli restituisce le funzioni vitali... Non è già un miracolo?".


La locandina del Dylan Dog Horror fest del 1992, anno in cui era ancora non morto il progetto di un libro di Barbieri & C. sulla creatura di Sclavi.



Parla Xabaras, che sta a Dylan Dog come Gambadilegno sta a Topolino o come Moriarty sta a Sherlock Holmes. O meglio, come si sarebbe scoperto andando avanti con la lettura della collana, come Darth Vader sta a Luke Skywalker nella saga cinematografica di Star Wars!
Il tema dell'eterna giovinezza, che evoca rosei volti di splendidi fanciulle e città perdute in stile Shangrilà o Fonti della Giovinezza nel Nuovo Mondo, si sposa con la cruda realtà di putridume e marciume descritta dallo scrittore di Broni in due albi, "La zona del crepuscolo" e "Ritorno al crepuscolo". Anche qui lo zombie non è cosciente del suo stato di "non morto"; il morto vivente è convinto di esser vivo, di esser normale e poco importa se il fisico comincia a disgregarsi, perché basterà una banale visita del medico di fiducia per rimettere le cose a posto. E' uno zombie ancora più moderno, che combatte e sconfigge l'entropia e che molto deve ai cadaveri viventi di Chelsea Quinn Yarbro e ai "mesmerizzati" di Edgar Allan Poe oppure alla black comedy del grande schermo diretta nel 1992 da Zemeckis con il titolo diDeath Becomes Her(ovveroLa morte ti fa bellain italiano). Inverary, il paese-limbo dove vivono questi eterni, è un fortino eretto contro il dilagare del nuovo, contro l'incertezza dei mutamenti, contro il naturale caoticizzarsi dell'universo. Un po' quello che accade, fatte le debite proporzione con la storia di Martin Mystère nella Londra congelata di Peter Pan, uscita nel 1989. Così le storie "del crepuscolo" diventano – seguendo la lezione dei Dubliners di Joyce - anche satira dell'immobilismo, della sclerosi, del riposo del guerriero e i nuovi zombie si fanno simbolo di ogni passato che non vuole morire. Torna la scienza, impersonata dal dottore che ricuce e riaggiusta le membra, quale illuminista (ri)animatrice della situazione.
Nella saga di Dylan Dog, donnaiolo per eccellenza (ovviamente politically correct!) c'è posto anche per una dimensione "romantica" del resuscitato; ecco dunque "Morgana", una storia che si riallaccia al primo numero della collezione, e ne prosegue il discorso. Morgana è uno zombie femmina, bellissima e sensuale; non ricorda di essere morta e il suo corpo non si decompone; è persino capace di amare. In un certo senso anticipa tutte le vampire erotiche che avremmo visto – fino alla nausea – nel decennio successivo, con trame e pellicole studiate da addetti al marketing per attizzare inquieti adolescenti. "Non l'ho certo ridestata con un bacio, come la Bella Addormentata... semplicemente, con un'iniezione del mio siero perfezionato... che le ha ridato vita... e anima... e amore... già, anche quello in fondo non è altro che una reazione chimica... una variazione di potenziale elettrico tra i neuroni...", dice il solito Xabaras, con un piglio dissacratorio quasi futurista ("Uccidiamo il chiaro di luna!" diventaUccidiamo la Morte!) e positivista-carducciano.
Ma nella saga dylandogghiana non sempre lo zombie è reale: in "Ossessione" si introduce un elemento narrativo particolare, al limite dell'inverosimile, seppur geniale. Sei gemelli non si mostrano mai tutti insieme, apparendo ognuno quando un altro muore, spacciandosi sempre per la stessa persona. In questo caso l'autore gioca sulla finzione facendo leva sulla predisposizione mentale del lettore che, per abitudine, è più portato a credere al cadavere deambulante, fissato nell'immaginario collettivo da decenni di frequentazioni letterarie e cinematografiche di genere, che ad un improbabile parto plurimo degno della signora Giannini.





Perduto ogni elemento di sacralità, i morti viventi di Sciavi abbandonano anche la motivazione scientifica del loro essere divenendo familiarie fin quasi simpatici - agli occhi delle persone che arrivano ad appropriarsi della loro immagine, della loro maschera, come in un'avventura del 1989, dove una banda di teppisti londinesi, detti gli "Zombies" per l'appunto, ha scelto come divisa abiti stracciati, volti pallidi e mangiati, con una camminata lenta e incerta.
Abbiamo visto zombie "veri", putrefatti e tonti; zombie marci e intelligenti; zombie innamorati; zombie sani di corpo e di mente; zombie falsi. Un'ulteriore variazione del tema è lo zombie dal corpo ormai andato a male ma dal cervello lucido che torna per vendicarsi in maniera incruenta, seppure terribile, predicendo a un ex-amico che gli aveva "fatto la scarpe", la sua prossima dipartita per AIDS, come in una delle più famose leggende metropolitane di fine secolo (scorso).
Con "Storia di Nessuno" la coppia Sclavi/Stano torna insieme per la terza volte, chiudendo un'ideale trilogia sugli zombie iniziata nel 1986 dell'esordio; anche qui le caratteristiche del morto vivente "classico" si stemperano in una sceneggiatura ricca di soluzioni innovative. Lo zombie stavolta è protagonista della fabula e rivive in un sogno e in fantasie di dimensioni parallele la sua carriera di uomo vivo e infine non-vivo. Dopo la rivisitazione in chiave scientifica e successivamente romantica nei primi due episodi di questa specie di "miniserie" interna alla collana, l'archetipo morto-che-cammina è soggetto di indagine psicologica da parte dell'autore: "In questo caso voi dovreste essere un... un morto vivente... che tra l'altro ha sbranato sua moglie...", dice Xabaras, nell'inconsueta veste di psichiatra, all'uomo che vede stesso (nel futuro? su un altro mondo?) uno zombie. "No, erano sogni, vi ripeto. Certo, molto realistici, ma tutto quell'orrore per fortuna è solo nella vostra fantasia...".

Francesco Manetti


N.B. Trovate altre notizie sul passato di Dime Web nelle pagine Chi diavolo siamo? e Da Collezionare a Dime Press! Trovate invece i link agli altri articoli From the Vault su Cronologie & Index!

3 commenti:

  1. Caro Francesco,
    L'analisi della "trilogia sugli zombie" in DD è molto interessante e, riprendendo le nostre vecchie collaborazioni su Dime Press, ho pensato di "appropriarmi" di qualche riga qua e là di questo tuo bel pezzo per un articolo sugli zombie che uscirà su una rivista brasiliana. Se me lo permetterai, poi ti farò avere una copia. Cosa mi dici? :-)

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    1. Ovviamente te lo permetto, carissimo Julio: anzi, è davvero un grande piacere per me... e non vedo l'ora di avere una copia della rivista per poterne parlare su Dime Web!

      Francesco Manetti

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    2. E oggi, carissimo Julio, hai a disposizione due versioni dello stesso pezzo!

      Francesco Manetti

      Elimina

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