domenica 8 aprile 2018

VITA E OPERE DI HOWARD PHILLIPS LOVECRAFT - TERZA PARTE (1920)


di Sergio Climinti

H. P. Lovecraft in una foto del 1915

1920

IL VECCHIO TERRIBILE
(THE TERRIBLE OLD MAN, 28 gennaio)

Nella cittadina di Kingsport un vecchio che vive da solo nella sua antica casa in Water Street, vicino al mare, viene preso di mira da tre furfanti che intendono rapinarlo. Poiché l’anziano è solito pagare i suoi pochi acquisti con monete spagnole d’oro e d’argento risalenti a un paio di secoli prima, la gente del posto ritiene che abbia un tesoro nascosto in casa. Finora però, nessuno ha osato provare a derubarlo, perché strane storie si narrano sul suo conto. In gioventù è stato il comandante di un veliero mercantile delle Indie Orientali e fra gli alberi del suo giardino custodisce una serie di grandi pietre dipinte che ricordano gli idoli di qualche oscuro tempio esotico.


Vecchio Terribile, by zombiequadrille (2012)


“Questa collezione tiene lontani la maggior parte dei ragazzini che si divertono a prendere in giro il Vecchio Terribile per via dei suoi capelli bianchi e della barba, o a rompergli i piccoli vetri delle finestre con missili lanciati di proposito; ma ci sono cose che spaventano persino gli adulti, i curiosi che a volte si avvicinano alla casa per spiare dai vetri polverosi. Questi indiscreti sostengono che in una stanza vuota al pianterreno, su un tavolo, il vecchio tenga una collezione di bottigline nelle quali è appeso un pezzetto di piombo mediante una cordicella, come in un pendolo, e affermano che il Vecchio Terribile parli alle sue bottiglie chiamandole Jack, Lo Sfregiato, Long Tom, Joe lo Spagnolo, Peters, Ufficiale Ellis, e che ogni volta i pezzettini di piombo oscillino in risposta. Quelli che hanno visto la figura alta e scarna del vecchio immerso in una delle sue conversazioni, preferiscono non averci più a che fare; ma Angelo Ricci, Joe Czanek e Manuel Silva non avevano nelle vene sangue di Kingsport. Appartenevano a quel nuovo ed eterogeneo calderone di stranieri che si è riversato intorno agli amati confini della Nuova Inghilterra, coi suoi costumi e le sue tradizioni, e vedevano nel Vecchio Terribile solo un invalido, canuto impotente che non riusciva a camminare senza l’aiuto di un bastone e le cui mani tremavano pietosamente.”



Il Vecchio Terribile, by Snoopymd (2015)

Così, la sera dell’11 aprile due di loro, Ricci e Silva, si avvicinano all’unica finestra illuminata, dove sentono il vecchio parlare come un bambino alle sue misteriose bottigline, si infilano delle maschere per nascondere il volto e bussano alla porta mentre il terzo, Czanek, rimane fuori ad aspettarli in auto, in una via che si trova sul lato opposto all’entrata principale, vicino a una porta che interrompe l’alto muro posteriore della casa. Ma l’attesa per Czanek dura molto più di quanto previsto, finché non sente alcuni deboli passi che si avvicinano.
FINALE: “Nella pallida luce dei lampioni stradali aguzzò gli occhi per vedere che cosa avessero portato i colleghi dalla casa che torreggiava alle sue spalle, ma non era quello che s’aspettava. Al posto dei colleghi, infatti, c’era solo il Vecchio Terribile appoggiato al bastone, con un ghigno orribile sulle labbra. Il signor Czanek non aveva mai fatto caso al colore dei suoi occhi, ma ora vide che erano gialli. Nelle cittadine di provincia basta un niente a scatenare l’eccitazione generale, e questa è la ragione per cui gli abitanti di Kingsport parlarono per tutta la primavera e tutta l’estate dei tre corpi non identificati che la marea aveva riportato a riva, sfigurati da quelli che sembravano tagli di scimitarre e maciullati come dai calci di crudelissimi stivali. Alcuni si soffermarono su particolari banali come l’auto abbandonata in Ship Street e le strida inumane – probabilmente di un animale randagio o un uccello migratore – che i cittadini svegli avevano sentito nella notte. Ma il Vecchio Terribile non s’interessava dei pettegolezzi del villaggio: era riservato per natura e quando si è vecchi e soli la riservatezza diventa uno scudo. Inoltre, un vecchio marinaio come lui doveva aver visto cose molto più emozionanti, nei giorni lontani della sua dimenticata giovinezza.”




Copie della rivista amatoriale The Tryout. In quella del luglio 1921 (color rosa) apparve per la prima volta  Il Terribile Vecchio

Con questo racconto Lovecraft comincia a introdurre alcuni luoghi immaginari all’interno della reale geografia del New England, con la quale coesistono. Si comincia con la cittadina di Kingsport, che in alcuni passaggi viene definita “villaggio”. Si tratta dunque della più piccola fra quelle località inventate dallo scrittore, cui seguiranno Arkham, Innsmouth e altre ancora. Secondo lo studioso francese Maurice Lévy (1929-2012), che alla pseudo-geografia di Lovecraft ha dedicato un saggio (Lovecraft, ou du fantastique, del 1972) il villaggio di Kingsport sarebbe ispirato alle due reali cittadine esistenti di Kingstown (Maryland) e Newport (Rhode Island).
La figura del vecchio sembra incarnare neanche tanto velatamente il nuovo continente, ancora anglosassone, che si difende dalle nuove popolazioni di emigranti che giungono all’interno dei suoi confini. I nomi dei tre ladri che intendono derubare l’anziano tradiscono infatti l’idiosincrasia dello scrittore nei confronti degli immigrati: sono infatti un italiano, un ispanico e uno slavo. Per questo motivo la simpatia per il personaggio del vecchio è evidente, soprattutto nell’ironica chiusa finale del racconto. D’altronde, l’avversione verso gli emigranti non apparteneva al solo Lovecraft.

Lavoratori immigrati impiegati nelle fabbriche di Henry Ford a lezione di lingua inglese

Sebbene la storia degli Stati Uniti - e la sua naturale espansione geografica - si basi su un ininterrotto e costante flusso di persone provenienti per lo più dall’Europa, negli anni di HPL gli USA si trovano a dover gestire una forte ondata migratoria. Si stima che nei decenni che vanno dal 1892 al 1924 (circa un trentennio) gli emigranti arrivati sul suolo statunitense siano stati ben 18 milioni, giunti per lo più dall’Italia, dalla Romania, dal vasto Impero Russo e dall’Impero Austro-Ungarico. Se teniamo in considerazione che dal 1820 al 1892, ossia nei settanta anni della piena espansione della nuova nazione, ne arrivarono in tutto 15 milioni, si può comprendere come molti americani (soprattutto fra i WASP - acronimo di “White Anglo-Saxon Protestant” - ovvero i discendenti dei colonizzatori inglesi, di cui Lovecraft faceva parte) temessero che un’ondata di tale portata, costituita oltremodo da popoli con culture profondamente diverse, avrebbe potuto mettere in discussione i loro consolidati valori.

Luoghi: il villaggio di Kingsport.

Personaggi: Angelo Ricci, Joe Czanek e Manuel Silva, i tre delinquenti; il Vecchio terribile.


L’ALBERO
(THE TREE, gennaio-giugno)

Su un fianco verdeggiante del Monte Menalo, in Arcadia, c’è un boschetto di olivi intorno alle rovine di una villa. Non molto distante sorge una tomba, un tempo ornata delle sculture più sublimi ma ora decaduta e in rovina come la casa.

Uno scorcio del Monte Menalo

A un’estremità della tomba cresce un olivo di grandezza insolita e dalla forma stranamente repellente: le curiose radici hanno smosso i blocchi di marmo pentelico e l’insieme dà l’idea di un uomo grottesco, o meglio di un corpo umano contratto dalla morte, al punto che gli abitanti della regione temono di attraversare quel punto di notte, specie se la luna brilla fra i rami contorti. Il monte Menalo è uno dei luoghi frequentati dal temuto Pan, il dio dai molti compagni, e i pastori credono che l’albero sia collegato in modo sinistro ai cortei panici; ma un vecchio apicoltore che vive nei paraggi mi ha raccontato una storia diversa.”
Diversi anni prima, in quella magnifica villa, vivevano i due scultori Kalos e Musides, famosi in tutto il mondo greco (dalla Lidia fino a Neapolis) per la bellezza delle loro opere. La gente si meravigliava che tra i due non vi fosse alcuna forma di gelosia a incrinare la loro amicizia, nonostante fossero di indole diversa. “Mentre Musides passava la notte a divertirsi e a godere dei piaceri urbani di Tega, Kalos restava in casa e si sottraeva persino alla vista degli schiavi, ritirandosi a prendere il fresco nel boschetto di olivi. Lì meditava sulle visioni che gli riempivano la mente e concepiva le forme stupende che poi sarebbero diventate vive e immortali. Gli oziosi dicevano che conversasse con gli spiriti del boschetto e che le statue che scolpiva rappresentassero i fauni e le driadi che vedeva laggiù, perché non usava mai modelli umani.”
Un giorno, il tiranno di Siracusa propose ai due scultori di competere per la realizzazione di una statua della dea Tyché. Consapevole dell’amicizia che li legava, il committente si auspicava che i due, aiutandosi e spronandosi reciprocamente, realizzassero due capolavori “il più bello dei quali avrebbe offuscato persino i sogni dei poeti.”

Passeggiando tra i sentieri montuosi dell'Arcadia

I due si misero subito all’opera ma nessuno, a parte i due scultori, poteva vedere i progressi del loro lavoro. Tempo dopo, Kalos cominciò ad ammalarsi e nonostante le attenzioni dell’amico e i consigli dei medici, diventava sempre più debole. L’unico conforto lo aveva quando chiedeva di essere portato nel suo prediletto bosco di olivi, dove gli piaceva rimanere da solo, “come se volesse parlare con creature invisibili.”
Ma la malattia continuò a consumarlo fino a quando, approssimandosi la fine, lo scultore pregò l’amico di realizzare per lui un desiderio: “che i rami di certi olivi venissero calati con lui nella tomba, vicino alla testa. E una notte, mentre era seduto da solo nel buio del boschetto, Kalos morì.” Musides costruì per l’amico un bellissimo sepolcro in marmo, poi ricominciò a lavorare alla statua della dea Tyché, mentre ogni sera si recava alla tomba dell’amico. Qui, proprio all’altezza della testa, era spuntato un giovane olivo.
La crescita dell’albero era stata così veloce, e la sua forma così strana, che tutti quelli che lo guardavano non potevano trattenere un’esclamazione di sorpresa; Musides, dal canto suo, ne era attratto e impaurito nello stesso tempo. Tre anni dopo la morte di Kalos, Musides inviò un messaggero al tiranno di Siracusa, mentre nell’agorà di Tegea si mormorava che la statua fosse finita. Nel frattempo l’albero che cresceva sulla tomba aveva acquistato fantastiche proporzioni, superando tutti gli altri olivi e spingendo un ramo altissimo verso lo studio di Musides. Molti venivano a vedere l’albero miracoloso e il lavoro dello scultore, sicché questi era raramente solo; ma gli ospiti non lo infastidivano e anzi, ora che il lavoro era finito, Musides temeva la solitudine. Il cupo vento della montagna sibilava nell’uliveto e tra le fronde dell’albero della tomba, sembrava che avesse il potere spaventoso di formare suoni articolati.”

L'albero, by Daniel Terán (2017)

La sera che gli emissari del tiranno di Siracusa arrivarono a Tegea per portare via la statua, si levò un fortissimo vento. Il giorno dopo, recatisi alla casa dello scultore, videro che il vento aveva provocato una catastrofe: il ramo più pesante dell’albero si era abbattuto sulla parte superiore dell’abitazione, riducendola in rovina.
Ospiti e tegei rimasero impietriti, ora fissando la casa, ora il grande e sinistro albero dall’aspetto mostruosamente umano che affondava le radici nel sepolcro scolpito di Kalos. Ma lo stupore e la costernazione dei presenti aumentarono quando, cercando tra le rovine dell’appartamento crollato, non riuscirono a trovare traccia né di Musides né della bellissima Tyché. Tra le incredibili macerie regnava solo il caos, e i rappresentanti delle due città se ne andarono delusi: i siracusani perché non avevano il capolavoro da portare a casa e i tegei perché non avevano l’artista da incoronare. […] Ma il boschetto di olivi è ancora lassù, con l’albero cresciuto dalla tomba di Kalos, e il vecchio apicoltore mi ha raccontato che a volte i rami sussurrano tra loro nel vento notturno: - Oida! Oida!... Io so, io so!

Racconto suggestivo ambientato in quel mondo classico tanto amato dallo scrittore di Providence, sebbene non eccessivamente idealizzato, anche per un esteta e amante della classicità come HPL, visto che tra i due grandi artisti nasce un’invidia tale da portare all’omicidio, presumibilmente per avvelenamento.
In una lettera destinata a Frank Belknap Long, del 19 novembre 1920, l’autore spiega così l’origine del suo racconto: “Circa la trama di The Tree, è il risultato di una riflessione piuttosto cinica sui veri motivi che, forse, stanno all’origine dei gesti anche più grandi dell’umanità. Su questo nucleo ho costruito un racconto basato sull’idea greca della giustizia e vendetta divina (concetto interessante, anche se, purtroppo, mitico!) e vi ho aggiunto l’idea orientale della trasmigrazione di un’anima umana in qualcos’altro. Dunque una combinazione piuttosto eterogenea: cinismo moderno, tragedia greca e fantasia orientale!”

Una statua di Tyche, dea della fortuna


Luoghi: il Monte Menalo e la città di Tegea, in Arcadia (Grecia); Siracusa.

Personaggi: Kalos e Musides, i due scultori.


Marzo. Ha la seria intenzione di scrivere un romanzo, il cui titolo previsto è The Club of Seven Dreamers. Non si sa quanto sia andato avanti il lavoro, ma purtroppo non ne resta alcuna traccia.

Giugno. Edward F. Daas, presidente dell’UAPA, si reca a Providence per far visita a HPL.


I GATTI DI ULTHAR
(THE CATS OF ULTHAR, 15 giugno)

Si racconta che a Ulthar, la città oltre il fiume Skai, la legge proibisca di uccidere i gatti. A me basta osservarli quando fanno le fusa accanto al fuoco per capire il perché: il gatto è misterioso e affine alle cose invisibili che l’uomo non potrà mai conoscere; è l’animo dell’antico Egitto, è il depositario di racconti che risalgono alle città dimenticate di Meroe ed Ophir, è parente dei signori della giungla ed erede dei segreti dell’Africa oscura e misteriosa. La sfinge è cugina del gatto, che parla la stessa lingua ma è più antico e ricorda cose che essa ha dimenticato. Ad Ulthar, prima che i notabili lo vietassero, vivevano un vecchissimo contadino e sua moglie che si divertivano a intrappolare e uccidere i gatti dei vicini.

Edizione della Necronomicon Press (1977)

Ne ignoro la ragione, ma molti detestano i miagolii notturni e considerano un segno di malaugurio il passaggio di gatti nei cortili e giardini, soprattutto dopo il tramonto. Quali che fossero i loro motivi, il vecchio e la vecchia provavano gusto a intrappolare e ammazzare i gattini che venivano a tiro della loro stamberga, e dai lamenti che si alzavano dopo il crepuscolo gli abitanti del borgo potevano immaginare che le tecniche di esecuzione fossero affatto peculiari. Nessuno osava parlarne con la coppia perché sulle loro facce vizze c’era un’espressione nient’affatto rassicurante e la casetta in cui vivevano era troppo piccola e buia, anzi sepolta sotto i rami delle querce che sbucavano dal retro di un cortile dimenticato dal tempo.”
I proprietari dei gatti odiano i due vecchi, ma non trovano il coraggio di incolparli apertamente, perché ne sono intimoriti; si limitano ad assicurarsi che nessuna delle potenziali, sventurate bestiole, si avvicini alla loro abitazione. Un giorno in città arriva una carovana di nomadi dalla pelle scura, diversi da tutti gli altri nomadi visti fino a quel momento.
Predicevano il futuro nella piazza del mercato in cambio di pezzi d’argento e compravano perline colorate nelle botteghe. Nessuno sapeva di dove venissero, ma fu presto chiaro che recitavano strane preghiere e sui fianchi dei carri avevano dipinte effigi misteriose con il corpo umano e la testa di gatti, falchi, arieti e leoni. Il capo della carovana, poi, aveva un fantastico copricapo con due corni e un curioso disco in mezzo. Della carovana faceva parte un ragazzo, senza padre né madre, ma solo un gattino nero a cui badare. La pestilenza che aveva colpito la sua famiglia non lo aveva risparmiato, ma se non altro gli aveva lasciato il micio per consolazione: quando si è giovani si può trovare grande conforto nelle fusa di una bestiola così. Dunque, il ragazzo che i nomadi scuri chiamavano Menes sorrideva anziché piangere e si divertiva a giocare col gatto sui gradini di un carro bizzarramente dipinto.”

Illustrazione di Abigail Larson (2017)

Passati tre giorni dall’arrivo dei misteriosi nomadi, il giovane Menes non trova più il suo cucciolo. Gli abitanti gli parlano dei due vecchi e dei lamenti notturni che arrivano dalla loro abitazione; al che il giovane comincia a pregare. “Tese le braccia al sole e lo invocò in una lingua che nessuno ad Ulthar capiva, benché non si sforzassero: gli abitanti del borgo erano tutti presi dallo spettacolo che avveniva nel cielo e dalle strane forme che le nuvole avevano assunto. Era strano, ma quando il ragazzo finì la sua preghiera i grossi cumuli presero l’aspetto di figure esotiche, nebulose e fatte d’ombra: creature ibride sormontate da corni e con un disco in mezzo. La natura abbonda di spettacoli fantastici fatti apposta per impressionare i sognatori.”
La notte stessa la carovana lascia Ulthar, mentre di tutti i gatti della città non rimane alcuna traccia. Qualcuno ipotizza che siano stati portati via dai nomadi, qualcun altro che siano finiti tra le grinfie dei due anziani, “… il piccolo Atal, figlio del locandiere, giurò di aver visto tutti i gatti di Ulthar riunirsi, al crepuscolo, nel sinistro cortile sotto le querce e cominciare a girare solennemente intorno alla casa, due per volta e a passo lento, come se stessero compiendo un inaudito rituale delle bestie.”
FINALE: Il giorno dopo i gatti riappaiono, più belli e perfino ingrassati, tanto che per un paio di giorni nessuno di loro tocca cibo. Passa una settimana e dei due vecchi nemmeno l’ombra. A questo punto il borgomastro vince la sua ritrosia e si reca nella loro stamberga in compagnia del fabbro e del tagliapietre come testimoni. “Dopo aver abbattuto la porticina non trovarono altro che due scheletri perfettamente ripuliti accanto al camino, e per terra un gran numero di grossi scarafaggi.”

Ulthar by Ursula Vernon (2015)

I giorni successivi non si fa che parlare della vicenda, rievocando cronologicamente gli avvenimenti degli ultimi tempi. “E alla fine i notabili approvarono la legge di cui raccontano i mercanti di Hateg e su cui discutono i viaggiatori a Nir: che a Ulthar nessuno può uccidere un gatto.”

L’amore di HPL per i gatti è noto, tanto che all’argomento dedicherà anche un saggio, apparso sulla pubblicazione dilettantesca Leavers nell’estate del 1937. A questo proposito esiste un famoso aneddoto al riguardo. Quando Lovecraft fu ospite del suo amico W. Paul Cook, una sera era seduto su una poltrona e il gatto di quest’ultimo gli si accoccolò fra le gambe, finendo con l’addormentarsi. Fattosi tardi, Cook andò a dormire e la mattina dopo trovò lo scrittore così come lo aveva lasciato la sera prima, in poltrona e con il gatto sul grembo. Alla domanda del perché non fosse andato a dormire, HPL gli rispose che non voleva disturbare il micio.
In questo racconto, rende un affettuoso omaggio agli amati felini in stile dunsaniano, punteggiandolo di ironici elementi macabri.
In una lettera spedita a Rheinart Kleiner e datata 21 maggio 1920, dopo aver raccontato all’amico un paio di sogni, gli parla anche del nuovo racconto che ha in mente: “L’altra sera è venuto a trovarmi un visitatore che mi ha dato un’idea per un buon racconto. Si tratta di un visitatore peloso, giovane e a quattro zampe, con un bel manto nero, guanti e punta degli stivali bianchi e un’altra spruzzata candida intorno alla punta del naso e della coda. Si è seduto sulla sedia accanto a me, facendo le fusa nel modo più ispirato, e io ho permesso alla mia fantasia di soffermarsi sull’antichità della sua razza e discendenza.

Illustrazione di Bo Kaier (2016)

Sono molto affezionato alla sua specie, come indubbiamente ti ho detto più di una volta, e mentre lo guardavo i miei pensieri correvano così: Il gatto è l’anima dell’antico Egitto, colui che tramanda i racconti degl’imperi dimenticati di Moroe e Ophir. È il fratello dei signori della giungla, l’erede dei segreti della selvaggia e sinistra Africa. La Sfinge è sua cugina ed egli ne parla la lingua, ma è più antico della Sfinge e ricorda cose che essa ha dimenticato… Mentre fantasticavo, un soggetto si è formato nella mia mente. Una storia semplice e terrificante. Un giorno il pubblico delle riviste amatoriali la leggerà sotto forma di racconto, con il titolo “The cats of Ulthar”… Ho appena cominciato l’esplorazione delle possibilità della letteratura fantastica.”
Il personaggio del piccolo Atal ritornerà, ma stavolta da adulto, in due racconti futuri: “Gli altri dei” (1921) e “La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath” (1927).

Luoghi: la cittadina immaginaria di Ulthar e quelle di Hateg e Nir, queste ultime soltanto citate.

Personaggi: Menes, il giovane nomade al quale sparisce il gatto; Kranon, il borgomastro
della cittadina; Nith, il primo notaio; Atal, il piccolo figlio del locandiere; Shang, il fabbro; Thul, il tagliapietre; Zath, il medico legale.

Lovecraft con Felis, il gatto di Frank Belknap Long (1925)

IL TEMPIO (Manoscritto trovato sulla costa dello Yucatan)
(THE TEMPLE, Manuscript found on the coast of Yucatan, giugno-novembre)

In un manoscritto affidato a una bottiglia, l’ufficiale Karl Heinrich della Marina Imperiale Germanica, il 20 agosto del 1917, riporta la sua straordinaria avventura sottomarina iniziata due mesi prima. Siamo in piena guerra mondiale e con il suo sommergibile U-29 l’ufficiale ordina di silurare il cargo Victory. Dopo aver filmato il salvataggio dell’equipaggio inglese sulle proprie scialuppe - come documento per l’ammiragliato - non si fa poi scrupoli ad affondarle a cannonate. Risaliti più tardi in superficie, trovano il cadavere di un uomo di bell’aspetto aggrappato alla murata del sottomarino, presumibilmente un membro dell’equipaggio bombardato. In una tasca ha una minuscola scultura d’avorio raffigurante una testa giovanile coronata d’alloro. Mentre si accingono a ributtarlo in mare, costui spalanca gli occhi e una volta abbandonato alle acque dell’oceano, Müller, il marinaio più anziano, giura di vederlo nuotare sotto il pelo dell’acqua. Da questo momento in poi alcuni avvenimenti inspiegabili cominciano a mettere a disagio i membri dell’equipaggio.
Il nostromo Müller era piombato in un deprecabile umore infantile e balbettava di certe sue allucinazioni: dagli oblò sottomarini apparivano i cadaveri di uomini che lui riconosceva nonostante lo sfiguramento, e che andavano alla deriva fissandolo intensamente. Si trattava di compagni che Müller aveva visto morire durante le nostre vittoriose incursioni, e sosteneva che il giovane marinaio da noi trovato sul ponte e ributtato in mare fosse il loro capo; tutto questo era macabro e anormale, per cui ordinammo che il nostromo fosse chiuso in cella e frustato severamente. L’equipaggio non gradì questa misura punitiva, ma la disciplina è indispensabile. A una delegazione guidata dal marinaio Zimmer negammo il permesso di espellere in mare la curiosa testa d’avorio.”

The Temple by Axel Weiss

Dopo questo episodio segue una serie di sparizioni misteriose di alcuni uomini e la paura comincia a serpeggiare tra i marinai rimasti. Dopo aver mancato l’intercettamento del piroscafo Dacia, un’esplosone nella sala macchine mette in serie difficoltà il sottomarino. Così, l’U-boat viene trasportato da una forte corrente che lo trascina verso sud, scortato da un gruppo di delfini che nuota parallelo alla sua rotta di deriva. L’equipaggio, ormai fuori controllo, diventa sempre più rabbioso nei confronti dell’ufficiale e del tenente Klenze, colpevoli a loro dire di aver scatenato la maledizione della statuetta d’avorio. La situazione diventa così incontrollabile che l’ufficiale si vede costretto a eliminarli a colpi di pistola.
Man mano che il tempo passa e che il sommergibile si avvicina inesorabilmente alle profondità oceaniche, anche la mente del tenente comincia a vacillare. - Lui chiama! Lo sento, dobbiamo andare! Mentre parlava prese la figurina d’avorio dal tavolo, se la mise in tasca e mi afferrò il braccio, nel tentativo di trascinarmi verso il boccaporto che dava sul ponte.” L’ufficiale, a fatica, riesce a calmare il tenente, ma non a dissuaderlo dal folle proposito di uscire dal sottomarino. Così decide di assecondarlo. “Si arrampicò sulla scaletta, io andai ai comandi e a opportuni intervalli azionai i dispositivi che lo avrebbero condotto alla morte. Dopo essermi accertato che non era più a bordo feci ruotare il faro per vederlo un’ultima volta: volevo accertare se la pressione dell’acqua lo avrebbe schiacciato, come teoricamente doveva, o se il corpo di Klenze sarebbe rimasto intatto come quello dei fantastici delfini. Purtroppo non riuscii a localizzare il cadavere, perché i delfini erano ammassati intorno alla torretta e nascondevano la visuale.”

Il naufragio del Linda Blanche, by Willy Stower (1915)

Il giorno dopo, il faro del sommergibile rivela al granitico ufficiale una visione inaspettata.
Non conosco nessun tipo di emozioni, ma quando vidi ciò che appariva nel fascio di luce elettrica il mio stupore fu grande. Appartengo alla miglior kultur prussiana e so che non avrei dovuto meravigliarmi, perché tanto la geologia che le tradizioni ci parlano di grandi spostamenti delle aree oceaniche e continentali, ma davanti a me si stendeva un’elaborata ragnatela di edifici in rovina, di stile magnifico e inclassificabile, in vari stadi di conservazione. La maggior parte sembravano di marmo e scintillavano bianchissimi sotto il raggio del faro; la pianta generale era quella di una grande città in fondo a una valle piuttosto stretta, con templi e ville isolati sui ripidi pendii. I tetti erano caduti e le colonne erano spezzate, ma sul complesso aleggiava un’atmosfera di splendore antichissimo che niente poteva cancellare. Trovandomi di fronte a quell’Atlantide che per anni avevo ritenuto un mito, diventai il più scrupoloso degli esploratori. In fondo alla valle era scorso un fiume, perché esaminando la scena più da vicino vidi i resti di ponti di pietra e marmo, di argini, terrazze e lungofiumi che un tempo dovevano essere stati verdi e stupendi. Nel mio entusiasmo diventai sciocco e sentimentale come il povero Klenze e fui molto lento nel notare che la corrente del sud era finalmente cessata, permettendo all’U-29 di planare sulla città inabissata come un aereo su una città di superficie. Fui tardo anche nel notare che lo stuolo di delfini si era dileguato.”
Incantato da tutto ciò che lo circonda, l’ufficiale osserva ogni edificio con il faro del suo mezzo marino, fino a quando decide di uscire per passeggiare tra quelle antiche vie.

Un U-boat tedesco (1918)

“Non trovai né scheletri né altri resti umani, ma tra monete e sculture scoprii un paradiso archeologico. Non ho il tempo di parlarne, se non per confessare il senso di riverito stupore che una cultura così progredita suscita in me, una cultura all’apice della gloria quando l’Europa era abitata dai cavernicoli e il Nilo scorreva inosservato verso il mare.”
Tra i molti edifici che lo circondano, il tedesco è attratto irresistibilmente da un tempio ricavato dalla roccia. La sua curiosità si trasforma in ossessione e consapevole del fatto che la sua morte si approssima, prima della fine vuole svelare i segreti che la costruzione nasconde al suo interno. “Il 17 agosto, quando il mio desiderio di svelare i segreti del tempio si era più che mai acutizzato, dovetti subire una pesante delusione. Scoprii, infatti, che le batterie di ricambio per la lampada portatile erano andate distrutte in luglio, durante l’ammutinamento dei maledetti marinai. La mia ira era senza limiti, ma il buon senso germanico mi impediva di avventurarmi impreparato in un edificio completamente buio e che poteva rivelarsi il rifugio di un indescrivibile mostro marino o un labirinto di corridoi da cui non sarei mai riuscito a districarmi. Tutto ciò che potevo fare era puntare il debole faro dell’U-29 e col suo aiuto salire i gradini del tempio e osservare le sculture esterne. Il fascio di luce entrava nella porta dal basso in alto e mi affacciai per vedere se riuscivo a distinguere i particolari dell’interno, ma fu tutto inutile. Nemmeno il tetto era visibile, e dopo aver saggiato il suolo con un bastone e aver fatto uno o due passi oltre la porta, non osai andare oltre.”
Tornato all’interno del sottomarino, l’ufficiale spegne le luci per risparmiare l’elettricità, da usare ormai solo in caso d’emergenza.

Illustrazione di Mihail Bila (2016)

Quando si è spento l’ultimo fiammifero che ho osato sprecare, sono rimasto al buio a pensare. Mentre riflettevo sulla fine la mia mente si è soffermata su una serie di avvenimenti precedenti e ha messo a fuoco una sensazione fino ad allora latente, ma che avrebbe fatto rabbrividire un uomo più debole e superstizioso. La testa del dio sole che appare nelle sculture del tempio è identica a quella d’avorio che il marinaio morto ha portato fra noi dal mare, e che il povero Klenze ha restituito all’oceano. Sono rimasto leggermente stupito da questa coincidenza, ma non ho avuto paura. Solo un pensatore inferiore si affretta a spiegare ciò che è singolare e complesso usando la primitiva scorciatoia del soprannaturale.
FINALE: Messo a dura prova dall’isolamento e dal buio, anche i nervi dell’imperturbabile ufficiale teutonico cominciano a cedere alle allucinazioni. Anche lui comincia a vedere facce di morti premute contro gli oblò e tra questi, il giovanotto con la statuina d’avorio; inoltre gli sembra che dal tempio provenga una strana fosforescenza, oltre che un suono melodico e ritmico, come un canto. “Ho visto qualcosa che, pur non essendo spettacolare né terrificante, mi ha tolto l’ultimo grammo di fiducia nei miei sensi: perché la porta e le finestre del tempio ricavato nella roccia erano vividamente rischiarate da una luce guizzante, che faceva pensare a una grande fiamma accesa su un altare nei recessi della costruzione. […] Il mio desiderio di entrare nel tempio è diventato un imperativo assoluto: non posso resistervi più. I miei gesti non sono sotto il controllo della ferrea volontà tedesca e sono in grado di decidere soltanto su questioni minori. Soffro della stessa follia che ha spinto Klenze a suicidarsi nell’oceano, indifeso e sena tuta, ma io sono un prussiano e un uomo pratico, e userò fino all’ultimo la poca volontà che mi rimane.

Immagine per un podcast, disegno di Keith McCaffety (2012)

Quando mi sono reso conto che dovevo assolutamente andare, ho preparato la tuta e lo scafandro da palombaro e mi sono assicurato che il rigeneratore d’aria fosse pronto all’uso; poi ho cominciato a scrivere questo frettoloso resoconto, nella speranza che un giorno possa raggiungere il mondo. Chiuderò il manoscritto in una bottiglia e l’affiderò all’oceano quando lascerò per l’ultima voltal’U-29. Non temo nulla, neanche le profezie del pazzo Klenze. Ciò che ho visto non può essere vero e so che la follia di cui soffro non avrà altre conseguenze che la mia morte per asfissia quando l’aria sarà finita. La luce nel tempio è una pura e semplice allucinazione e io morirò sereno, da tedesco, nelle oscure e dimenticate profondità. La risata demoniaca che mi risuona alle orecchie è solo il frutto del mio cervello indebolito. Tra poco indosserò la tuta e salirò coraggiosamente i gradini che portano al vecchissimo santuario, quel silenzioso segreto di abissi incalcolabili e anni di cui s’è persa la memoria.”
Anche se da questo riassunto non appare molto evidente, dal racconto emerge una caratteristica dell’autore poco comune alla sua opera, se non con qualche eccezione, ovvero l’ironia. È facile notare infatti, in più di un passaggio, il modo ridicolo e grottesco con cui viene tratteggiato il protagonista principale: il fin troppo razionale e teutonico ufficiale Karl Heinrich Graf von Altberg-Ehrenstein, dell’Imperiale Marina Germanica. La cosa divertente è che ciò sembra rispecchiare anche alcune caratteristiche proprie dell’autore: non deve essere un caso se l’avventura prenda il via nel giorno del suo compleanno. Scrive Giuseppe Lippi nell’introduzione al racconto, pubblicato in Tutti i racconti 1897 – 1922 (Mondadori, 1989): “… nei panni dell’ufficiale tedesco Lovecraft ha disegnato un’abile caricatura di sé stesso e dei suoi atteggiamenti giovanili, dalla deprecazione dell’inimicizia anglo-tedesca (tutti nobili teutoni, in fondo…) al militarismo donchisciottesco, dall’incrollabile fede nella scienza alla sua commistione con dubbie qualità visionarie.”

Il Tempio, by Ron Miller

La vicenda conserva comunque i tratti tipici del buon racconto lovecraftiano: il mistero di una civiltà perduta, l’ambientazione realistica, il non descrivere più del dovuto per mantenere intatto il senso del mistero, la follia che coglie i protagonisti. Stavolta però, il finale è aperto alla fantasia del lettore.

Luoghi: Oceano Atlantico.

Personaggi: Karl Heinrich Graf von Altberg-Ehrenstein, ufficiale della Marina Imperiale Germanica, comandante del sottomarino; Klenze, tenente; Müller, il nostromo nonché il più anziano dell’equipaggio; Schmidt, Zimmer, Bohm, Traube, marinai; Raabe e Schneider, macchinisti.

Illustrazione di Randis Albiol (2009)


GLI AVVENIMENTI RIGUARDANTI IL DEFUNTO ARTHUR JERMYN E LA SUA FAMIGLIA
(FACTS CONCERNING THE LATE ARTHUR JERMYN AND HIS FAMILY)

La vita è una cosa orribile e dietro le nostre esigue conoscenze si affacciano sinistri barlumi di verità che la rendono ancora più mostruosa. La scienza, già oggi sconvolgente nelle sue terribili rivelazioni, rappresenterà la fine della razza umana – ammesso pure che siamo una specie autonoma – quando fornirà alla nostra mente la chiave di orrori insopportabili che un giorno dilagheranno nel mondo. Se sapessimo ciò che veramente siamo, dovremmo seguire l’esempio di Arthur Jermyn: e Arthur Jermyn si cosparse di benzina e si diede fuoco nel cuore della notte. Nessuno ha raccolto le sue ceneri o gli ha eretto un monumento funebre, perché dopo aver trovato certi documenti e aver visto un certo oggetto gli uomini hanno voluto dimenticarlo. Alcuni che lo conobbero non ammettono neppure che egli sia esistito. Arthur Jermyn andò da solo nella brughiera e si diede fuoco dopo aver visto l’oggetto arrivato dall’Africa in una cassa: fu questo, non il suo straordinario aspetto fisico, a portarlo al suicidio. Molti avrebbero preferito non vivere, piuttosto che rassegnarsi a portare la faccia di Arthur Jermyn, ma lui era un poeta e uno studioso e non se ne preoccupava.”
Il trisavolo di Arthur, Sir Wade, era stato uno dei primi esploratori del Congo, ma quando teorizzò l’ipotesi di una civiltà preistorica bianca in quella regione dell’Africa, si guadagnò il ridicolo della comunità scientifica e finì con l’essere rinchiuso in manicomio. I maschi della famiglia Jermyn non avevano un bell’aspetto e fra loro serpeggiava la follia, la quale era iniziata proprio con il trisavolo, perché prima non ve n’erano state tracce.

Numero di Weird Tales dove apparve il racconto di Arthur Jermin (Aprile 1924)

Costui aveva una strana collezione di trofei africani e teneva segregata la moglie, conosciuta in Africa, con la scusa che non amava le abitudini inglesi. Tornò qualche anno nel continente nero, ma dopo la morte della moglie ritornò in patria e si occupò da solo del suo unico figlio. Quando alzava il gomito con gli amici, vagheggiava di una misteriosa città perduta nella giungla “in sfacelo e coperta dalla vegetazione; degli umidi, silenziosi gradini di pietra che sprofondavano senza fine in chissà quali caverne e inconcepibili catacombe, nascondiglio forse di perduti tesori. Ma soprattutto vaneggiava di esseri viventi che avrebbero infestato quei luoghi: creature per metà figlie della giungla e per metà della città decrepita, esseri favolosi che anche un Plinio avrebbe descritto con scetticismo e che si sarebbero generate quando la città morente era crollata sotto l’incalzare delle grandi scimmie.”
Il figlio di Wade, Philip Jermyn, non aveva ereditato la follia del padre, ma aveva un atteggiamento così rude che tutti lo evitavano. Si sposò con la figlia del suo guardiacaccia, da alcuni ritenuta una zingara, poi si imbarcò come semplice marinaio e scomparve una notte che la nave era all’àncora della costa congolese.
Nel figlio di Sir Philip Jermyn l’ormai accettata peculiarità di famiglia aveva preso una piega bizzarra e fatale. Alto, biondo e virile, con una curiosa impronta di grazia orientale che faceva perdonare una certa asimmetria nelle proporzioni, Robert Jermyn si era dato a un’attività di studioso e investigatore. Era stato il primo a catalogare scientificamente la vasta raccolta di oggetti che il nonno pazzo aveva portato dall’Africa e che aveva fatto la celebrità della famiglia non solo nel campo delle esplorazioni ma in quello dell’etnologia; nel 1815 aveva sposato la figlia del settimo visconte di Brightholme e aveva avuto la grazia di tre figli, il primo e l’ultimo dei quali non erano mai stati visti da nessuno a causa di certe menomazioni fisiche e mentali.”

Il racconto di HPL subì un cambiamento nel titolo su Weird Tales (1924)


Ma neanche il secondogenito aveva un aspetto normale, anzi era ripugnante e fuggì di casa con una volgare ballerina. Dalla loro unione nacque Alfred, che sarebbe diventato il padre di Arthur, poi la coppia tornò alla casa paterna, perdonata dal genitore. Ma a far vacillare la mente di Sir Robert non furono questi dolori, come affermarono i suoi amici, bensì l’incontro che ebbe con l’esploratore Samuel Seaton che “si era recato a Jermyn House con una serie notevole di note raccolte da una tribù Onga e sistemate in un manoscritto: era convinto che l’etnologo avrebbe apprezzato le leggende su un’antica città di pietra abitata da scimmie bianche e governata da una divinità anch’essa bianca. Durante la conversazione Seaton dovette fornire fin troppi particolari, ma nessuno saprà mai di che cosa si trattasse perché subito dopo il colloquio si verificarono una serie di tragedie. Quando Sir Robert Jermyn uscì dalla biblioteca si lasciò alle spalle il cadavere strangolato dell’esploratore, e prima che qualcuno riuscisse a fermarlo assassinò tutti e tre i figli: i due che nessuno aveva mai visto e quello che era fuggito tempo addietro. Nevil Jermyn perì nel riuscito tentativo di difendere il figlioletto di due anni, incluso, a quanto pare, nei piani omicidi di suo nonno. Quanto a Sir Robert, dopo ripetuti tentativi di suicidio e l’ostinato rifiuto a profferire anche una sola parola, morì di un colpo apoplettico nel secondo anno d’internamento.”
Da Alfred Jermyn, l’unico sopravvissuto della famiglia e da una cantante di music-hall dalle origini oscure, nacque Arthur. A trentasei anni Alfred abbandonò moglie e figlio per seguire un circo itinerante, così la madre crebbe da sola il ragazzo. La sua indole era quella di un sognatore e un poeta, ma il suo aspetto era goffo e ripugnante, con i lineamenti irregolari e le braccia più lunghe della media. Grazie al suo intelletto si laureò a Oxford, ma la sua immaginazione lo spinse a indagare sulle misteriose vicende familiari. Così, dopo la morte della madre avvenuta nel 1911, decise di organizzare una spedizione in Congo.

Albero genealogico della famiglia Jermyn

Qui entrò in contatto con un vecchio capo tribù locale che confermò la presenza della città misteriosa abitata da creature ibride che i bellicosi N’bangu avevano sterminato molti anni prima. “Dopo aver distrutto gran parte degli edifici e aver ucciso gli abitanti, i N’bangu si erano impossessati della dea imbalsamata che erano venuti a cercare, la bianca dea-scimmia adorata dagli ibridi e che secondo le tradizioni del Congo era il simulacro di colei che aveva regnato come principessa fra quegli esseri. Mwanu, il vecchio capo di una tribù Kaliri, ignorava quale fosse l’aspetto delle creature bianche e scimmiesche, ma riteneva che fossero i costruttori della città in rovina. Jermyn non riusciva a fare ipotesi sue, ma interrogando il vecchio ottenne una leggenda molto pittoresca sulla dea imbalsamata.”
Questa leggenda diceva che la principessa-scimmia aveva sposato un grande dio bianco venuto da occidente e per molto tempo avevano regnato insieme, poi dopo la nascita di un figlio se ne erano andati tutti e tre. Dopo qualche tempo però “erano tornati, e alla morte di lei il divino consorte ne aveva mummificato il cadavere e lo aveva collocato in un vasto santuario di pietra, dove veniva adorato.”
Dopo aver cercato a lungo, Arthur trovò finalmente i resti dell’antica città, della quale non rimanevano che poche pietre, e dopo aver interrogato tutti i capi tribù della zona per avere informazioni sulle scimmie bianche e la loro dea imbalsamata, fu un europeo, un agente belga di una stazione di posta sul fiume Congo, a dargli la speranza di poter trovare la misteriosa divinità. Non solo, l’agente si spinse anche a considerare la possibilità di riuscire a ottenerla. “Infatti i N’bangu, un tempo così fieri, si erano trasformati in obbedienti sudditi di re Alberto e con un po’ di persuasione potevano essere indotti a separarsi dalla grottesca reliquia di cui si erano impossessati.”

Illustrazione per un audiolibro (2017)

FINALE: Diversi mesi dopo il rientro di Arthur in Inghilterra, una lettera dell’agente belga confermò il ritrovamento della dea imbalsamata. Nella missiva “ammetteva che si trattava di un oggetto straordinario, al punto che un non esperto non sapeva assolutamente come definirlo. Solo uno scienziato sarebbe stato in grado di stabilire se il corpo della creatura fosse umano o scimmiesco, e l’imperfetta conservazione non avrebbe facilitato le indagini. Il passare del tempo e il clima congolese non giovano alle mummie, specialmente quando – come in questo caso – la preparazione era stata fatta da un dilettante. Intorno al collo della creatura si era trovato un ciondolo d’oro con un piccolo scomparto vuoto sul quale era inciso uno stemma araldico: senza dubbio era appartenuto a uno sfortunato viaggiatore catturato dai N’bangu, che avevano offerto il gioiello alla dea come talismano. Descrivendo la faccia della mummia il signor Verhaeren fece qualche sardonico raffronto e si chiese come avrebbe reagito, nel vederla, il suo corrispondente; ma il problema scientifico era troppo importante per perdersi in battute di spirito.”
Quando la cassa arrivò a destinazione, Arthur fece allontanare chiunque prima di aprirla. Dopo un quarto d’ora riecheggiò un urlo e un istante dopo uscì correndo dalla sala dove era appartato. Fu così che si cosparse di petrolio e si diede fuoco.
La ragione per cui i resti carbonizzati di Arthur Jermyn non vennero raccolti e neppure seppelliti sta nelle scoperte che vennero fatte in seguito, specialmente quelle riguardanti la cosa nella cassa. La dea imbalsamata era una vista nauseante, rinsecchita a in parte smangiata, ma si trattava senza dubbio di una scimmia bianca di specie sconosciuta, meno pelosa delle altre e infinitamente più vicina all’uomo, così vicina, anzi, da incutere terrore.

Vignetta tratta da una riduzione a fumetti firmata Richard Corben (2008)

Una descrizione particolareggiata sarebbe nauseante, ma due cose devono essere rivelate per comprendere appieno i racconti africani di Sir Wade Jermyn e le leggende congolesi sul dio bianco e la principessa-scimmia. Si tratta di questo: lo stemma araldico sul ciondolo della creatura era quello dei Jermyn e la rassomiglianza cui aveva fatto cenno, quasi per scherzo, il signor Verhaeren si riferiva da una parte alla faccia rinsecchita della dea, e dall’altra – quale orrore, quale innegabile abominio – ai lineamenti del sensibile Arthur Jermyn, lontano discendente di Sir Wade e della sua sconosciuta moglie. I membri del Reale Istituto di Antropologia diedero fuoco alla creatura imbalsamata e gettarono il ciondolo d’oro in un pozzo; per alcuni di loro Arthur Jermyn non è mai esistito.”

Con questo racconto l’autore affronta per la prima volta un tema che ricorrerà in molti sui scritti futuri: quello della degenerazione familiare, fisica e mentale, causata dall’ibridazione della razza umana con un’altra subumana o mostruosa. Anche in questo caso si potrebbe pensare che si tratti dell’ossessione dell’autore per quelle etnie da lui considerate inferiori e che riteneva pericolose, perché avrebbero potuto corrompere, seppure solo culturalmente, la purezza americana. Però potrebbe anche trattarsi delle insicurezze maturate da Lovecraft durante l’infanzia, quando la madre eccessivamente gelosa lo teneva in casa convincendolo che non fosse bene accetto dai suoi coetanei a causa del suo aspetto fisico. In questo senso, Arthur Jermyn potrebbe essere lo stesso HPL, che non si riteneva bello ma che non ci dava peso, perché era uno studioso e un poeta. Inoltre, anche la famiglia di Lovecraft, come quella di Jermyn, è stata colpita dalla malattia mentale.

Splash page dell'Arthur Jermyn di Corben (2008)

Nell’incipit viene ribadito un concetto caro allo scrittore, che risuona come un monito, sulla scienza come futura rivelatrice di una verità inconcepibile e dunque insopportabile per l’essere umano, di così tale rilevanza da portarlo alla follia. Per ora l’uomo è al riparo, perché vive nella completa ignoranza da queste verità attualmente ancora sconosciute.

Luoghi: Africa (Congo) e Inghilterra (manicomio di Huntingdon; Jermyn House).

Personaggi: Arthur Jermyn, il protagonista, poeta e studioso; Sir Wade Jermyn, trisavolo, tra i primi esploratori del Congo; Sir Philip Jermyn, bisnonno, marinaio; Robert Jermyn, nonno, studioso e investigatore; Nevil Jermyn, figlio di Robert J.; Alfred Jermin, figlio di Nevil e padre del protagonista; Samuel Seaton, esploratore; Mwanu, vecchio capo della tribù Kaliri; gli N’bagu, tribù bellicosa responsabile della fine degli ibridi e della loro città; Verhaeren, agente belga di una stazione di posta sul fiume Congo; Soames, maggiordomo di casa Jermyn.

James Ferdinand Morton  (1870-1941)

Estate. Lovecraft è eletto coordinatore editoriale dell’United Amateur Press Association in occasione del congresso di Columbus, in Ohio. Alfred Galpin ne è il presidente. HPL ricopre questa carica fino al 1925, ma la United è ormai ai minimi termini. Sonia Greene, sua futura moglie, ne sarà presidente dal 1923 al 1925.

Copia di Home Brew del giugno 1922

Durante i mesi di luglio, agosto e settembre, Lovecraft presenzia a tre diverse riunioni dell’Hub Club, a Boston. A quella di settembre incontra per la prima volta due suoi corrispondenti, James Ferdinand Morton (1870-1941) e George Julian Houtain (1884-1945).
Morton era un anarchico, difensore dei diritti civili per i neri, per le donne e altre minoranze. Figura di spicco nell’associazione esperantista del Nord America, è stato a lungo curatore del Museo Paterson, nel New Jersey. Conobbe Lovecraft attraverso il mondo del giornalismo dilettante e lo frequentò quando quest’ultimo si trasferì a New York. In quel periodo Morton viveva nel quartiere di Harlem, abitato per lo più da gente di colore. Fu lui a promuovere HPL come presidente della National Amateur Press Association, nel 1922.
Houtain era anch’egli un giornalista dilettante e di lì a poco dirigerà, insieme alla moglie, la rivista Home Brew, per la quale commissionerà a Lovecraft due racconti: “Herbert West, rianimatore” (1921) e “La paura in agguato” (1922).

Lovecraft e George J. Houtain (Luglio 1921)

LA STRADA
(THE STREET)

Alcuni pensano che gli oggetti inanimati, e a volte i luoghi, abbiano uno spirito; altri lo negano. Io non oso pronunciarmi, ma voglio parlarvi della Strada. Venne costruita da uomini d’onore e d’ingegno, ottimi rappresentanti della nostra stirpe venuti dalle Isole materne al di là dell’oceano. In un primo momento fu soltanto un viottolo percorso dai portatori d’acqua che dai boschi si spingevano al gruppetto di case nei pressi della spiaggia; poi, con l’arrivo di altri uomini e il bisogno di nuove abitazioni, il gruppo di case si allargò. A nord della Strada vennero costruite solide capanne di quercia, con una parete di mattoni sul lato che guardava la foresta perché gli alberi nascondevano indiani armati di frecce incendiarie.”
La storia di una strada - probabilmente di Boston – viene riportata cronologicamente, con la descrizione dei vari cambiamenti subiti durante lo scorrere del tempo. Non viene mai menzionata una data, ma l’autore ripercorre tutta la storia degli Stati Uniti, dalla fondazione di un piccolo villaggio da parte dei puritani alle guerre con gli indiani, dalla trasformazione a grande città passando attraverso la guerra d’indipendenza contro la madrepatria, dalla rivoluzione industriale, che porta con sé degrado e trasforma il quartiere in uno slum, alla guerra di secessione, per finire col raccontare gli eventi più vicini, quelli successivi alla prima guerra mondiale e alla rivoluzione russa. Quest’ultima provoca un’ondata immigratoria che in parte si riversa anche negli edifici che fiancheggiano la strada. Fra questi nuovi venuti, si nascondono dei sovversivi che hanno intenzione di effettuare un attentato.

Una piantina di Boston: dal 1630, anno della sua fondazione, al 1675

Si diceva che gli uomini dalla pelle bruna che abitavano nella Strada e si riunivano nei suoi edifici cadenti fossero i capi dell’orribile rivoluzione e che, a un loro ordine, milioni di bestie scriteriate avrebbero snudato gli artigli nei vicoli di mille città, incendiando, uccidendo e distruggendo finché la terra dei nostri padri non fosse più esistita.”
I terroristi vogliono approfittare dei disordini scoppiati in città a causa di uno sciopero degli agenti di polizia.
FINALE: “Che il covo degli anarchici fosse decrepito e che le case fossero pericolanti per effetto degli anni, del maltempo e dei tarli si sapeva; ma quello che accadde nella notte di luglio fu straordinario nella sua uniformità. Si trattò di un fatto senza precedenti, anche se in effetti molto semplice: senza preavviso, in una delle ore piccole che seguono la mezzanotte, i disastri preparati dagli anni, dal maltempo e dai tarli si scatenarono simultaneamente, finché, dopo il crollo, nella Strada non rimasero in piedi che un paio di antichi fumaioli e un robusto muro di mattoni. Nessun essere vivente emerse mai da quelle rovine. Un poeta e un viaggiatore che si erano uniti alla folla accorsa sulla scena raccontano strane storie. Il poeta sostiene che nelle prime ore dell’alba, e nonostante l’illuminazione artificiale, le sordide rovine s’intravvedevano appena, mentre dalle macerie sorgeva una visione incredibile di case perfette al chiar di luna, di olmi e querce e dignitosissimi aceri. Il viaggiatore, dal canto suo, sostiene che invece dell’odore disgustoso del ghetto si sentiva un profumo di rose appena sbocciate. Ma i sogni dei poeti e i racconti dei viaggiatori non sono notoriamente falsi? Alcuni pensano che gli oggetti inanimati, e a volte i luoghi, abbiano uno spirito; altri lo negano. Io non oso pronunciarmi, ma questa è la storia della Strada.”

Una via di Boston (1903)
Una pattuglia della Milizia del Massachusetts

Gli eventi che hanno ispirato lo scrittore per questa storia sono principalmente due. Il primo è lo sciopero dei poliziotti di Boston (tra il settembre e l’ottobre del 1919) che chiedevano un salario maggiore e migliori condizioni di lavoro. In seguito a questa protesta scoppiarono una serie di disordini, ai quali si tentò di dare un freno schierando la Milizia del Massachusetts. Il secondo è l’ondata di atti terroristici (con pacchi bomba dinamitardi) che colpì gli Stati Uniti tra l’aprile e il giugno dello stesso anno, ma che andarono avanti per un altro anno, fino a raggiungere il culmine nel settembre del 1920, con l’attentato a Wall Street che causò circa una quarantina di vittime e trecento feriti, di cui 143 gravi. Tutto ciò contribuì ad alimentare nella popolazione la “paura rossa” (nome attribuito al triennio 1917-1920), quando si diffuse il timore che i comunisti stessero tramando per prendere il potere, come era successo in Russia nel 1917. Lo testimonia anche questo estratto di una lettera di Lovecraft spedita a Frank Belknap Long, datata 11 novembre 1920: “L’ammutinamento della polizia di Boston dello scorso anno è ciò che ha provocato quell’attentato. La portata e l’importanza di un tale atto mi hanno atterrito. L’autunno scorso era davvero impressionante vedere Boston senza un poliziotto e vedere le guardie di Stato armate di moschetto che pattugliavano le strade come se ci fosse un’occupazione militare. Andavano a coppie, dall’aspetto deciso, vestiti con l’uniforme kaki, come se fossero i simboli del conflitto che si prospetta nella lotta della civiltà con il mostro dell’agitazione e del bolscevismo.”

Bomba esplosa nella residenza del Procuratore generale Mitchell Palmer (estate 1919)

Vignetta satirica contro lo sciopero della polizia di Boston


LA POESIA E GLI DEI
(POETRY AND THE GODS, estate)
in collaborazione con Anna Helen Crofts (r. p.)

Poco dopo la fine della Grande Guerra, in una sera di aprile umida e scura, la giovane Marcia “aveva l’impressione che un abisso la separasse dall’ambiente che la circondava […] in quella dimora del gelo dove i rapporti fra le persone erano sempre tesi e i familiari poco più che estranei”. Per scacciare il malumore da cui è afflitta, cerca conforto in una pagina di poesia. Man mano che procede nella lettura, l’ambiente dove si trova scompare e avvinta dal sogno, si trova al cospetto di alcuni antichi dèi greci e di sei poeti immortali: Meonide (ossia Omero), Dante, Shakespeare, Milton, Goethe e Keats, i quali le predicono che il mondo avrà di nuovo la bellezza di un tempo, grazie all’arrivo di un uomo che “annuncerà il nostro ritorno e canterà i giorni a venire in cui fauni e driadi popoleranno di nuovo i boschi di un tempo.” Molti anni dopo questo stravagante sogno, Marcia è diventata la donna dell’uomo annunciato dagli dèi e ascolta le sue poesie, che presto diverranno di dominio pubblico e traghetteranno il mondo in una nuova era.

Il racconto in collaborazione con la Crofts venne ristampato nel 1976 dalla Necronomicon Press

Il racconto nasce da una visione dell’aspirante poetessa Anna Helen Croft, conosciuta nell’ambiente dei giornalisti dilettanti. Lovecraft si assume l’incarico di dare una forma narrativa a questa fantasticheria. Appartengono alla Croft i versi poetici contenuti nel racconto, che per inciso HPL non apprezzava. Eppure, l’autore si presta ad aiutarla nella stesura della novella. Forse perché ha in comune con lei l’amore per la poesia e per l’epoca classica, o forse perché condivide quell’idea del sogno come un possibile varco da attraversare per giungere a dimensioni altre.


CELEPHAÏS
(CELEPHAÏS, inizio novembre)

In sogno Kuranes vide la città in riva al mare, il monte incappucciato di neve che domina la baia e le navi dipinte a colori vivaci che fanno vela, silenziose, verso terre lontanissime dove mare e cielo s’incontrano. Fu in sogno che ebbe il nome di Kuranes, perché quando si svegliò lo chiamavano diversamente. Ma era logico che sognasse un nome nuovo: ultimo della sua famiglia, solo fra le moltitudini indifferenti di Londra, non molti si fermavano a parlargli e a ricordargli chi fosse. Le sue rendite e proprietà si erano impoverite; della gente non gli importava affatto; la sua attività preferita consisteva nel dormire e scrivere i suoi sogni. Quelli a cui le mostrava ridevano delle sue creazioni, finché Kuranes prese l’abitudine di tenerle per sé e poi di non scrivere più.

Celephais by Les Edwards (2010)

Man mano che si ritirava dal mondo i sogni diventavano più vividi: sarebbe stato inutile tentare di metterli sulla carta. Kuranes non era un moderno e non la pensava come altri scrittori; mentre quelli si affannavano a spogliare la vita del suo alone mitico, di mostrare in tutta nudità le brutture del reale, Kuranes cercava la bellezza e nient’altro. E poiché verità ed esperienza non erano riuscite a mostrargliela, cominciò a cercarla nel fantastico e nell’illusione: la trovò sulla soglia di casa, tra i ricordi confusi di sogni e fiabe infantili.”
Solo abbandonando la sua parte adulta (che rende tutti “saggi e infelici”) e spingendosi indietro fino a raggiungere il vecchio mondo dell’infanzia, Kuranes riesce a inoltrarsi sempre più nel mondo del sogno. Si trova così nella casa in cui è nato; da qui scende un sentiero che lo porta fino a un villaggio, ma non si ferma, prosegue il cammino come attirato da un richiamo, fino a trovarsi sul bordo di una scogliera.
La fede lo aveva spinto a continuare oltre il bordo del precipizio, sull’abisso dove aveva cominciato a fluttuare verso il basso, sempre più in basso, oltre i sogni bui e informi che nessuno ha sognati, tra sfere scintillanti che potrebbero essere sogni sognati a metà e creature alate che ridevano, a beffeggiare i sognatori di tutti i mondi. Poi nel buio si era aperta una spaccatura e Kuranes aveva visto la città nella valle, che brillava lontanissima sotto di lui. C’era uno sfondo di mare e cielo, e una montagna incappucciata sorgeva vicino alla spiaggia.”

Celephais vista da Daniel Lieske (2009)

Arrivato a questo punto, Kuranes si sveglia, ma gli è bastata un’occhiata per capire che si tratta della città di Celepha
ïs “nella valle di Ooth-Nargai, oltre le colline Tanarie: la stessa dove il suo spirito aveva riposato per l’eternità di un’ora un pomeriggio d’estate di molti anni prima.” Tre notti dopo, il sognatore riesce a tornare sull’abisso e da qui entrare nella città. Trova tutto come quando l’aveva sognata da giovane, perché “a Ooth-Nargai il tempo non esiste, ma solo l’eterna giovinezza.” Attraversata l’intera città, giunge infine al porto, dove trova il comandante della nave che anni prima si era offerto di portarlo con sé per luoghi sconosciuti. Così Kuranes, navigando il mar Cerenerian, veleggia sulle sue acque fino a elevarsi tra le nubi e giungere a Serannian, la città di marmo rosa, ma non fa in tempo a vedere le sue torri che si sveglia di nuovo nella sua soffitta di Londra. Col tempo, Kuranes soffre sempre di più questo continuo andare e venire dal sogno alla veglia che non gli consente di tornare a Celephaïs. Comincia allora ad assumere droghe per prolungare il suo sonno. Vive così molte esperienze straordinarie: “una volta fuggì di stretta misura al gran sacerdote che non bisogna descrivere, colui che porta una maschera di seta gialla e vive da solo in un monastero di pietra preistorico sul gelido altopiano di Leng”, un’altra ancora “un gas violetto gli disse che quella parte dello spazio si trovava oltre ciò che Kuranes chiamava infinito e confessò di non aver mai sentito parlare di pianeti ed esseri organici”. Per procurarsi continuamente le droghe il sognatore finisce col dilapidare i suoi pochi averi, ma un giorno d’estate esce di casa e comincia a vagabondare per le strade, fino a quando gli si para davanti un corteo di cavalieri giunti da Celephaïs per accompagnalo laggiù per sempre.

La Terra del Sogno immaginata da Lovecraft in un disegno di Jason Thompson (2012)

FINALE: “Erano cavalieri bellissimi, in groppa a roani fastosi e in armatura completa, con tuniche e stendardi abbelliti da bizzarri fregi d’oro. Anzi, erano così numerosi che Kuranes li scambiò per un esercito, ma il capo gli disse che erano venuti a rendergli omaggio. Era lui ad aver creato Ooth-Nargai nei sogni, e per questo intendevano proclamarlo dio in eterno della città. Gli diedero un cavallo, lo misero in testa al corteo e si avviarono maestosamente per le campagne del Surrey. […] Da quel giorno Kuranes regna su Ooth-Nargai e le vicine regioni del sogno e tiene corte a Celephaïs o a Serannian, la città delle nuvole. Ancora oggi siede sul trono e così sarà per sempre, in letizia; eppure, sotto le scogliere di Innsmouth le acque della Manica giocano beffarde con il cadavere di un vagabondo che è entrato all’alba nel villaggio semiabbandonato; giocano beffarde e lo scagliano verso le pietre coperte d’edera di Trevor Towers, l’antica casa patrizia dove un milionario particolarmente grasso e ripugnante si gode l’atmosfera di nobiltà estinta che ha pagato a suon di quattrini.”

Kuranes ricorda molto il protagonista senza nome incontrato nel racconto “La Stella Polare” poiché anche qui abbiamo un uomo che vive diviso tra sogno e realtà. Ma se lì costui rimane a malincuore prigioniero di quest’ultima, Kuranes invece riesce ad abbandonare il mondo reale per trasferirsi definitivamente nel mondo del Sogno. C’è di più, Kuranes questo mondo lo crea lui stesso sognandolo. È un vero e proprio demiurgo. Facile sovrapporvi la figura dello stesso Lovecraft, creatore di mondi, seppur letterari.

Ancora Thompson per Celephais

A sottolineare l’importanza del sogno rispetto alla realtà oggettiva contribuisce anche il nome del protagonista. Di quest’ultimo infatti ci viene detto che l’appellativo “Kuranes” gli è stato attribuito durante i suoi viaggi onirici, e in questo modo continua a chiamarlo anche Lovecraft durante tutto il racconto, tralasciando di proposito il nome di colui che vive nella realtà.
Anche questa è una storia “dunsaniana”, tra le preferite di Lovecraft, mentre il personaggio di Kuranes tornerà nel romanzo “La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath”.
Anche due luoghi che incontriamo in questo racconto torneranno in futuro: si tratta dell’Altopiano di Leng e di Innsmouth. Curiosamente quest’ultimo, nonostante sia il nome di un luogo inventato dall’autore, viene presentato come un luogo realmente esistente: “sotto le scogliere di Innsmouth le acque della Manica giocano beffarde con il cadavere di un vagabondo che è entrato all’alba nel villaggio semiabbandonato.”

Luoghi: Londra; le campagne del Surrey, una contea nei pressi di Londra; Celephaïs, la città sognata dal protagonista, situata nella valle di Ooth-Nargai, oltre le colline Tanarie; monte Aran; fiume Naraxa; mar Cerenerian; Serannian, la città di marmo rosa; Altopiano di Leng; Innsmouth, sulle coste inglesi della Manica;

Personaggi: Kuranes; Athib, comandante della nave; re Kynaratholis, solo citato.


Frank Belknap Long (1901-1994)

Durante l’anno scrive un racconto andato perduto: Life and Death.

Comincia intorno alla fine di quest’anno la sua corrispondenza con il giovane Frank Belknap Long (1901-1994), che rimarrà uno dei suoi “pupilli” più fedeli.
Diventerà scrittore anch’egli, inizialmente imitando proprio lo stile del suo “maestro” e in seguito affrontando anche altri generi. Alla fine della sua carriera conterà all’attivo alcune raccolte di poesie, numerosi racconti e (a partire dagli inizi degli anni ’60) una trentina di romanzi.
Nel 1975 Long scriverà un commosso libro di ricordi sulla sua amicizia con lo scrittore: Howard Phillips Lovecraft: Dreamer on the Night Side.


DALL’ALTROVE
(FROM BEYOND, 16 novembre)

Tremendo e inimmaginabile era il cambiamento verificatosi nel mio amico Crawford Tillinghast. L’ultima volta che lo avevo visto, due mesi e mezzo prima, mi aveva rivelato lo scopo delle sue ricerche fisiche e metafisiche: e alle mie proteste, alle mie rimostranze tra l’incredulo e lo sgomento aveva risposto con uno scoppio d’ira spaventoso, cacciandomi di casa. Avevo saputo che trascorreva la maggior parte del tempo nell’attico che fungeva da laboratorio scientifico e che lavorava in continuazione alla sua maledetta macchina elettrica, mangiando poco e vietando l’ingresso persino ai servitori; ma non pensavo che il breve periodo di dieci settimane potesse sfigurare a tal punto un essere umano.”

La casa di Crawford Tillinghast in una illustrazione di Christian Bravery (2014)

È infatti in uno stato davvero pietoso che il protagonista trova il suo amico, che lo ha convocato tramite lettera, nella sua casa solitaria situata dietro Benevolent Street. Eccessivamente eccitato, con le mani tremanti e costantemente guardingo, confida all’amico con un tono di voce acuto e innaturale: “Che cosa ne sappiamo del mondo e dell’universo che ci circonda? I nostri canali sensoriali sono pochissimi e degli oggetti che ci stanno intorno abbiamo una percezione quanto mai ristretta. Vediamo le cose come ci è permesso di vederle e non possiamo farci nessuna idea della loro realtà assoluta. Con cinque debolissimi sensi pretendiamo di capire un cosmo infinito ed estremamente complesso; eppure, esseri dotati di sensi più forti, più profondi o in grado di operare su un’altra banda, non solo vedrebbero le cose in modo diverso da noi, ma sarebbero in grado di percepire e di studiare mondi di vita, di energia e materia che sono a portata di mano e che le nostre facoltà non ci permettono di scoprire. Ho sempre creduto che questi mondi inaccessibili esistano tutto intorno a noi, e adesso credo di aver trovato il modo di abbattere la barriera. Non sto scherzando: entro ventiquattr’ore la macchina che vedi accanto al tavolo produrrà onde capaci di agire su organi di senso che possediamo senza rendercene conto, e che sopravvivono in atrofia o come vestigia rudimentali. Le onde ci consentiranno di vedere cose che nessuno ha mai visto, cose ignote a ciò che noi consideriamo vita organica. Finalmente capiremo perché i cani abbaiano nel buio e che cosa fa rizzare le orecchie ai gatti dopo mezzanotte. Vedremo tutto questo e altro ancora, come non è mai capitato a nessun essere vivente. Sfideremo il tempo, lo spazio, le dimensioni, e senza muovere un dito guarderemo al fondo della creazione.”

Il numero di The Fantasy Fan dove apparve il racconto From Beyond (Giugno 1934)

Seppur titubante, l’amico entra in casa e scopre che non c’è traccia della servitù. Questo non lo tranquillizza, ma la curiosità è tale da mettere in disparte i suoi timori. Nota che il padrone di casa si fa luce con una candela, e quando gliene domanda il motivo, l’ospite si sente rispondere che l’elettricità è stata tolta per una valida ragione. Entrati nel laboratorio, l’amico nota che la macchina elettrica brilla di una luminosità violacea. Tillinghast afferma che si tratta della luce ultravioletta, di norma invisibile all’occhio umano. Come lo sono molte altre cose, afferma poi sibillinamente. A questo punto, lo scienziato spegne la candela e osserva tenebrosamente l’amico negli occhi. “Gli organi di senso che ci sono rimasti – le orecchie innanzitutto, penso – saranno sufficienti a registrare la maggior parte delle nuove sensazioni, perché sono strettamente collegati con gli organi addormentati. E poi, ce ne sono altri. Hai mai sentito parlare della ghiandola pineale? Mi fanno ridere gli endocrinologi, stolidi quanto i parvenus freudiani. Quella ghiandola è il più importante degli organi di senso, e io l’ho scoperto. La si può paragonare a una vista molto più perfetta e trasmette al cervello sensazioni visive. Se sei un individuo normale, è così che li riceverai… Voglio dire i messaggi da altrove.”
In silenzio e nel buio completo, il protagonista immagina dapprima di essere all’interno di un grande e antico edificio con numerose colonne, forse un tempio di dèi morti da millenni, poi di trovarsi nello spazio infinito, privo di luce e suoni. Intimorito, la sua mano scivola ad afferrare la pistola che ha portato con sé. Un suono si manifesta debolmente, seguito da un soffio d’aria fredda. “Non muoverti - mi avvertì Tillinghast. Alla luce di questi raggi noi possiamo essere visti oltre che vedere.

Alcune creature dall'Altrove by KingOvRats (2016)

Ti ho detto che i domestici se ne sono andati, ma non come. È stata quella stupida della governante: ha acceso le luci al piano di sotto nonostante l’avessi avvertita di non farlo, e i fili della corrente hanno captato delle vibrazioni affini. Dev’essere stato spaventoso… Ho sentito le urla fin quassù, anche se a mia volta vedevo e sentivo cose che venivano da un’altra direzione. In seguito ho trovato mucchi di stracci e di vestiti in tutta la casa, una cosa spaventosa. I vestiti della signora Updike erano vicino all’interruttore dell’ingresso, ecco come ho capito che era stata lei. Sono stati liquidati tutti, ma finché non ci muoviamo siamo relativamente al sicuro. Ricordati che abbiamo a che fare con un mondo orribile nel quale siamo praticamente indifesi… Stai fermo!
Un vortice di suoni e movimenti avvolge i due amici, con immagini confuse, ombre e una colonna brulicante di macchie irriconoscibili che sembrano penetrare attraverso il solido tetto. In questo caleidoscopio di immagini e forme “sentii grandi cose animate che mi sfioravano e di tanto in tanto camminavano o scivolavano attraverso il mio corpo, che avrebbe dovuto essere solido. Mi accorsi che Crawford Tillinghast le osservava, come se potesse vederle con sensi più allenati. Ricordai quello che aveva detto della ghiandola pineale e mi chiesi che cosa vedesse col suo occhio preternaturale. […] Forme indescrivibili, vive o no, parevano mescolate in un disordine disgustoso e intorno agli oggetti familiari c’erano mondi interi di entità ignote, sconosciute. Sembrava che le cose familiari entrassero nella composizione di oggetti sconosciuti e viceversa. Fra gli esseri viventi c’erano grandi mostruosità color inchiostro, tremanti, che pulsavano flaccide al ritmo delle vibrazioni della macchina. Erano in quantità disgustosa e con orrore notai che si ammassavano le une sulle altre, che erano semifluide e in grado di passare attraverso i rispettivi organismi e quelli che noi riteniamo corpi solidi. Non stavano mai ferme ma parevano fluttuare nell’aria con uno scopo maligno; a volte si divoravano a vicenda e lo scatto dell’attaccante era fulmineo, mentre la vittima scompariva in un baleno. Tremando, capii che cosa avesse annientato i disgraziati servitori; e più osservavo il mondo sconosciuto che ci si muoveva intorno, più ero incapace di non pensare alle creature.”

Illustrazione di  Christian Bravery (2014)

FINALE: A questo punto, Tillinghast confessa che non sono questi esseri ad aver divorato i suoi domestici, bensì creature molto più pericolose che ora gli danno la caccia, cose che divorano e dissolvono. Ha invitato in casa il suo amico perché possa fare da esca, in modo che lui possa mettersi in salvo. Adesso quelle cose stanno arrivando e si trovano proprio vicino alla spalla sinistra della vittima…
Quello che mi resta da dire è poco e credo vi sia noto dai resoconti dei giornali. La polizia sentì uno sparo nella vecchia casa Tillinghast e ci trovò insieme, lui morto e io svenuto. Mi arrestarono perché tenevo la pistola fra le dita, ma fui rilasciato appena si resero conto che Tillinghast era morto per un colpo apoplettico e che i miei colpi erano diretti alla dannata macchina che giaceva, fracassata, sul pavimento del laboratorio. Non raccontai granché di quello che avevo visto perché temevo che il coroner non mi avrebbe creduto, ma dal riassunto che feci il dottore dedusse che il pazzo vendicativo e omicida era riuscito a ipnotizzarmi. Vorrei crederci. Se potessi ignorare quello che so dell’aria e del cielo intorno a me, i miei nervi scossi ne avrebbero un gran beneficio. Mi sembra di non essere mai solo, mai rilassato, e quando sono stanco ho l’orribile sensazione di essere inseguito. Quello che m’impedisce di credere al dottore è un fatto molto semplice: che la polizia non ha mai trovato i corpi dei servitori assassinati, secondo la versione ufficiale, da Crawford Tillinghast.”

La realtà che ci circonda non è altro che la realtà che i nostri sensi ci permettono di decifrare. In verità, il mondo è molto più complesso ed è popolato da strane e fantastiche creature che convivono con noi. Non ce ne accorgiamo perché abbiamo dei sensi limitati e per Lovecraft, naturalmente, quello che non riusciamo a vedere nasconde solo orrori sconosciuti.

Weird Tales del marzo 1929, che contiene I segugi di Tindalos, di F. B. Long

Da questo assunto si sviluppa l’incisivo racconto che ha per protagonista la classica figura dello scienziato geniale ma folle. Questa trovata ispirerà in futuro proprio il nuovo corrispondente di Lovecraft, una volta divenuto scrittore anch’egli. Sto parlando di Frank Belknap Long che partendo da questo spunto scriverà il racconto breve “I segugi di Tindalos”, pubblicato nel 1929 sul numero di marzo di Weird Tales. Quella dell’esistenza di una dimensione parallela alla nostra che nasconde orrori indicibili è un’altra delle tematiche care al Maestro di Providence. Per accedere a questo altro mondo, così vicino al nostro, o serve una sapienza proibita, antica e dimenticata, oppure una scienza fuori dal comune unita alla follia, come in questo caso, che in aggiunta prevede anche l’entrata in gioco della ghiandola pineale. Conosciuta fin dall’antichità almeno dai tempi di Galeno (129 – 201 d. C.), che ne scrisse in un suo trattato, verso la fine dell’800 venne ritenuta da Helena Blavatsky, fondatrice della teosofia, come l’antica sede del terzo occhio, ovvero l’occhio di Shiva della tradizione induista, attraverso il quale si può percepire una realtà invisibile oltre quella “ordinaria”.

Luoghi: Providence: casa-laboratorio dello scienziato, situata dietro Benevolent Street.

Personaggi: Crawford Tillinghast, il folle scienziato; Gregory, uno dei servitori di Tillinghast; la signora Updike, governante della casa. Questi ultimi due sono solo citati.


NYARLATHOTEP
(NYARLATHOTEP, novembre 1920)

Nyarlathotep in un'illustrazione di Jens Heimdahl (1999)

Nyarlathotep, il caos strisciante… Io, che sono l’ultimo, parlerò al vuoto in ascolto… Non ricordo quando tutto ebbe inizio, forse mesi fa. La tensione era al massimo, spaventosa: a un periodo di sconvolgimenti politici e sociali si aggiungeva la strana, indefinibile sensazione d’un orrendo pericolo fisico. Un pericolo enorme, che gravava su tutto, come lo si può concepire negli incubi più angosciosi. Ricordo che la gente andava in giro con facce pallide e preoccupate, bisbigliando avvertimenti o profezie che nessuno osava poi ripetere consapevolmente o soltanto ammettere di aver udito. La terra era oppressa da un mostruoso senso di colpa e dagli abissi fra le stelle soffiavano gelide correnti che facevano rabbrividire gli uomini nei luoghi bui e solitari. Il corso delle stagioni aveva subìto un’alterazione catastrofica: il tepore dell’autunno indugiava ad andarsene e sentivamo che il mondo, forse l’universo, si era sottratto al controllo degli dèi o delle forze conosciute ed era passato sotto il dominio di entità inimmaginabili.”
Fu in questo particolare momento che, in Egitto, fece la sua comparsa uno strano individuo dall’aspetto sinistro: fisico longilineo, pelle olivastra e lineamenti da faraone, il quale affermava di essere uscito dal buio di ventisette secoli e di aver udito messaggi che non venivano dal nostro pianeta. Approdato in Occidente, cominciò a dedicarsi alla ricerca di strani manufatti di vetro e metallo che poi compose in strumenti mai visti prima. Dovunque si recasse, tutti ne restavano affascinati, ma anche intimoriti. “Dove arrivava Nyarlathotep era la fine della tranquillità e di notte risuonavano grida da incubo. Le urla generate dai sogni non erano mai state, prima d’allora, un problema pubblico, e gli uomini che avevano a cuore la sorte delle cose avrebbero voluto che si potesse proibire alla gente di dormire dopo la mezzanotte; era quella l’ora in cui le urla della città risuonavano più orribilmente sotto la luna pallida; e la luna splendeva sulle verdi acque che scorrevano sotto i ponti e sulle antiche guglie sbrecciate, nello sfondo d’un cielo malato.”

Il Cairo in una foto del 1922

Quando giunse nella mia città, organizzò anche lì un evento. “Un amico mi aveva parlato di lui, del fascino sottile e irresistibile delle sue rivelazioni, e il desiderio di scoprire i suoi reconditi misteri mi ossessionava. Il mio amico sosteneva che fossero tremendi, ben al di là delle mie più fantastiche supposizioni, e aggiunse che le immagini proiettate sullo schermo, nella sala buia dove Nyarlathotep teneva le sue conferenze, corrispondevano a profezie che lui solo osava fare e che nel balenare dei fotogrammi venisse rubato agli uomini ciò che mai prima era stato rubato loro: ciò che soltanto negli occhi è percepibile. Seppi che in altri paesi si mormorava che chi aveva conosciuto Nyarlathotep fosse in grado di vedere cose che agli altri erano nascoste.
Decisi di recarmi a uno di questi incontri e rimasi impressionato, come tutti, dalle immagini proiettate sullo schermo che mostravano un mondo in rovina. Insinuai che si trattasse solo di un trucco, al che Nyarlathotep ci invitò ad uscire dalla sala e ci trovammo di fronte a uno spettacolo devastante. La città era in rovina, le strade deserte, un tram era sdraiato su un fianco. La massa del pubblico si divise in tanti gruppi più piccoli, ognuno dei quali proseguì in direzioni diverse. Il mio si diresse verso l’aperta campagna, dove ci accolse una inaspettata brughiera ammantata di neve. Un vento gelido e forte la spingeva verso un abisso nero dalle pareti scintillanti.
FINALE: “Ora il mio gruppo sembrava più sparuto e, come in un sogno, sprofondò nel baratro… Io ero l’ultimo. Indugiando, mi trattenni sull’orlo dell’abisso perché il riflesso verde sulla neve mi agghiacciava e man mano che i miei compagni scomparivano mi pareva di udire un lamento inquietante. Ma ormai non potevo indugiare oltre: come chiamato da quelli che m’avevano preceduto, spinto dalle raffiche di neve, scorato e tremante per un attimo volteggiai sul cieco vortice dell’imponderabile… poi precipitai.

Nyarlathotep by Aerin-Kayne (2016)

Solo gli dèi che furono potrebbero stabilire se fossi ancora lucido o in preda a un muto delirio; io non sono che lo spettro di un’ombra che si contorce in mani che non sono mani e vortica ciecamente oltre le mezzanotti popolate di fantasmi di un creato putrescente, oltre i cadaveri di mondi solcati da piaghe che furono città, oltre i venti sepolcrali che spazzano le stelle evanescenti e ne attenuano il chiarore. Al di là dei mondi, vaghi fantasmi di cose mostruose, indistinte colonne di templi blasfemi che poggiano su massi senza nome al di sotto dello spazio e raggiungono vuoti vertiginosi sopra le sfere della luce e della tenebra. E su tutto, in questo ripugnante cimitero dell’universo, si ode un sordo e pazzesco rullio di tamburi, un sottile e monotono lamento di flauti blasfemi che giungono da stanze inconcepibili, senza luce, di là dal Tempo; la detestabile cacofonia al cui ritmo danzano lenti, goffi e assurdi i giganteschi, tenebrosi ultimi dèi. Le cieche, mute, stolide abominazioni la cui anima è Nyarlathotep.”

Si tratta di un “poema in prosa” cupo, visionario, suggestivo e apocalittico. Nyarlathotep apparentemente indossa i panni di un imbonitore itinerante, il quale mostra al pubblico spettacoli prodigiosi, ma queste esibizioni annunciano agli uomini il loro imminente futuro, fatto di follia e distruzione. La scrittura è barocca e ridondante, ma se ci si lascia afferrare dal vortice delle immagini non si può fare a meno di apprezzarlo.
L’autore riprenderà questo misterioso personaggio per utilizzarlo in altri tre racconti, oltre che nominarlo all’interno di altri. Nella sua personale mitologia onirica che col tempo andrà costruendo, ne farà il messaggero di quelle forze mostruose che premono ai confini del nostro mondo.

Il Caos Strisciante visto da Eleni Tsami (2016)

Come per “La dichiarazione di Randolph Carter”, questo racconto non è altro che la trasposizione quasi fedele di un sogno avuto da Lovecraft che lo scrisse immediatamente dopo il suo risveglio, a notte fonda, senza aspettare l’alba. L’autore ne parla dettagliatamente nella lettera del 14 dicembre 1921 indirizzata a Rheinhart Kleiner. Vale la pena soffermarsi sulla sua lettura.
Nyarlathotep è frutto di un incubo, un vero fantasma della mia immaginazione il cui primo paragrafo è stato scritto prima di essere del tutto sveglio. Ultimamente mi sono sentito malissimo: settimane intere senza sollievo dal mal di testa e i capogiri; a lungo, il massimo che sia riuscito a dedicare al lavoro sono state tre ore consecutive. […] In questa atmosfera si è manifestato il re degli incubi, il più realistico e orribile che abbia avuto dall’età di dieci anni; nella fantasia che ne ho tratto ho potuto riprodurne solo vagamente l’assoluta mostruosità e la terribile carica d’ansia… La prima parte consiste in un senso di apprensione indefinita, di terrore latente che a me sembrava universale. Ero seduto sulla mia sedia, con la vecchia vestaglia grigia, e leggevo una lettera di Samuel Loveman. La lettera era incredibilmente realistica: carta sottile, formato diciotto per ventisei, firma con inchiostro violaceo e tutto il resto. Il contenuto, tuttavia, era portentoso; nel sogno Loveman scriveva: Non perderti Nyarlathotep, se viene a Providence. È orrendo, più orrendo di qualsiasi cosa tu possa immaginare: ma è meraviglioso. Dopo, si pensa a lui per ore. Ciò che ci ha mostrato mi fa ancora tremare. Non avevo mai sentito il nome NYARLATHOTEP, eppure coglievo l’allusione. Nyarlathotep era una sorta di predicatore o attore ambulante che si esibiva nei locali pubblici e i cui spettacoli suscitavano paura e discussioni ovunque. Gli spettacoli si dividevano in due parti: prima un’orribile, forse profetica proiezione cinematografica, poi straordinari esperimenti con apparecchi scientifici ed elettrici.”

Le principali rivolte razziali e linciaggi avvenuti durante l'estate del 1919

Segue la descrizione del sogno, molto simile al racconto, per poi proseguire.
Mentre precipitavo nell’abisso lanciavo un urlo fortissimo (udibile secondo me anche nella realtà, benché mia zia lo neghi) e con questo la visione terminava. Ero in preda a violenti dolori – la fronte mi pulsava, le orecchie fischiavano – ma provavo un solo impulso automatico: scrivere, catturare quell’atmosfera di paura senza precedenti; prima di rendermene conto ho acceso la luce e ho cominciato a tracciare disperatamente i segni sulla carta. Di quel che scrivo avevo un’idea ben vaga, e dopo un po’ ho lasciato perdere per bagnarmi la testa. Quando sono stato del tutto sveglio ero perfettamente in grado di ricordare gli avvenimenti del sogno, ma avevo perso il fremito squisito della paura, la realistica sensazione di presenza dell’ignoto. Ho dato un’occhiata a ciò che avevo scritto e sono rimasto colpito dalla sua coerenza: si tratta del primo paragrafo del racconto che accludo, e in cui ho cambiato solo tre parole. Vorrei aver continuato in quello stato di semi veglia, poiché sebbene mi sia messo al lavoro immediatamente il fremito iniziale è andato perso, e il terrore si è trasformato in un problema di cosciente creazione artistica…”

Cartolina ricordo del linciaggio del sedicenne Lige Daniels a Center (Texas) il 3 agosto 1920

L'attentato a Wall Street del 16 settembre 1920 causò la morte di 38 persone e ne ferì gravemente 143

Eppure, questo prose poem si differenzia dagli altri realizzati dall’autore, soprattutto perché, nonostante la sua visionarietà, più che dal mondo del sogno sembra pescare dalla sconcertante realtà che gli Stati Uniti stavano vivendo in quel preciso momento storico. La paura per sovversivi e anarchici, accompagnata da ondate di scioperi e attacchi terroristici, contribuiva ad alimentare il terrore per il comunismo. Di questo abbiamo già detto quando ci siamo occupati del racconto breve “La Strada”. La Grande Guerra aveva lasciato un vuoto occupazionale nelle grandi fabbriche del Nord, le quali rimpiazzarono i posti vacanti con migliaia di manodopera afroamericana proveniente dagli stati del Sud. Questo creò un clima di forte tensione con molti bianchi della classe operaia, sia americani che immigrati di prima generazione (ai quali si aggiunsero anche i veterani che tornavano dai teatri di guerra europei e trovavano difficoltà a reinserirsi nel mondo del lavoro) che degenerarono in violente rivolte razziali, con centinaia di morti e interi quartieri rasi al suolo in diverse cittadine del Paese. Numerosi furono i linciaggi ai danni di molte minoranze: neri soprattutto, ma anche ebrei, italiani, asiatici. Non a caso il Ku Klux Klan, rifondato nel 1915, cominciò ad avere un ampio consenso e si diffuse a macchia d’olio, fino a raggiungere il suo apice nella metà degli anni venti, quando arrivò a contare 6 milioni di membri. Il sogno americano, in questo breve periodo, si trasformò in un incubo. Come quello fatto da Lovecraft.

Luoghi: Egitto, Usa.

L'afroamericano Will Brown è stato linciato. Il suo corpo mutilato è dato alle fiamme da una folla di bianchi (Omaha, 1919).

Alcuni membri del Ku Klux Klan in un incontro a Gainesville, Florida (31 dicembre 1922)


L’ILLUSTRAZIONE NELLA CASA
(THE PICTURE IN THE HOUSE, 12 dicembre)

Gli amanti dell’orrido frequentano luoghi strani e solitari: le catacombe di Tolemaide e i mausolei notturni dei paesi dell’incubo sono fatti per loro. Quando c’è la luna si arrampicano sulle torri in rovina dei castelli del Reno, o si avventurano per neri gradini coperti di ragnatele sotto i resti delle perdute città dell’Asia. Le foreste infestate dagli spiriti e le montagne più solitarie sono il loro sacrario, i sinistri monoliti di isole disabitate la loro attrattiva. Ma il vero epicureo dell’orrore, l’individuo per il quale un brivido di terror macabro rappresenta il fine principale e la giustificazione dell’esistenza, agogna le antiche fattorie nei boschi del New England, perché in esse i tenebrosi elementi che gli stanno a cuore – intensità, solitudine, senso del grottesco e superstizione – si uniscono a formare la perfezione dell’orrore.
La più orribile delle visioni è una capanna di legno, nemmeno dipinta, che sorge lontano da ogni via di comunicazione, acquattata sul pendio umido di un’altura o appoggiata a uno sperone di roccia da più di duecento anni. Coperte dai viticci e sovrastate dagli alberi che, crescendo, hanno allungato i rami verso il tetto, capanne come queste sono oggi nascoste quasi completamente dall’anarchica abbondanza di verde e da un sudario d’ombre che è il loro guardiano; ma le finestre dai vetri piccolissimi guardano come occhi sgranati dallo stupore, e sembrano tener a bada la follia diluendo i ricordi di fatti terribili.

L'illustrazione nella casa by Jeremy Hush (2017)

In case del genere hanno vissuto generazioni di persone eccentriche, gente di cui il mondo non ha mai visto l’uguale. Prigionieri di una fede fanatica che li isolava dal resto dell’umanità, i loro antenati cercarono la libertà nel profondo dei boschi. Laggiù, i discendenti di una razza troppo fiera crebbero al riparo delle restrizioni dei loro simili ma prigionieri di una paurosa schiavitù ai fantasmi della propria mente. Separata dalla luce della civiltà, la forza di quei puritani tendeva a incanalarsi per vie bizzarre; il loro isolamento, la morbosa auto-repressione e l’incessante lotta per la sopravvivenza restituirono a quegli uomini i tratti più indefinibili e oscuri del comune passato nordico, tratti che affondavano addirittura nella preistoria. Pratici per necessità e duri per convinzione, i puritani commisero peccati nient’affatto gradevoli. Come tutti i mortali sbagliavano, ma il loro codice imponeva di nascondere la colpa e col tempo questa pratica diventò sempre più odiosa. Solo le case silenziose e addormentate nei boschi potrebbero rivelare i segreti di ciò che è nascosto da secoli; ma a loro non piace parlare, perché detestano scuotersi di dosso il torpore che le aiuta a dimenticare. A volte viene da pensare che sarebbe un atto di pietà abbatterle, perché devono fare sogni spaventosi.”
È proprio in una di queste abitazioni che, in un pomeriggio di novembre del 1896, il protagonista, seppur riluttante, giunge a ripararsi da un improvviso temporale. Si trova da queste parti per una ricerca genealogica. Prova a bussare, ma non ricevendo risposta, decide di entrare. Rimane molto colpito dall’arredamento interno, così arcaico da risalire addirittura all’epoca precedente la rivoluzione americana. Aggirandosi per la casa, nota su un tavolo un libro di media grandezza.

Arrivo dei puritani in america, dipinto di Antonio Gisbert (1863)

Aveva un aspetto così antico che mi stupii di trovarlo fuori da un museo o una biblioteca; nel complesso, un volume molto strano per una capanna così modesta. Quando lo aprii e guardai il frontespizio il mio stupore aumentò, perché si trattava della rarissima descrizione del Congo redatta in latino da Pigafetta e basata sugli appunti del marinaio Lopez. La data di pubblicazione era Francoforte, 1598. Avevo sentito parlare più volte di quell’opera, arricchita dalle curiose illustrazioni dei fratelli De Bry, e nel desiderio di sfogliarlo dimenticai per un momento il mio disagio. Le incisioni erano veramente interessanti, ricavate com’erano dalla pura fantasia e da inaccurate descrizioni: rappresentavano congolesi dalla pelle bianca e con i lineamenti all’europea, e avrei proseguito nel loro esame se un banale incidente non avesse eccitato i miei stanchi nervi e aumentato la sensazione d’inquietudine che avevo provato all’inizio. La cosa che m’infastidì fu la tendenza del volume ad aprirsi automaticamente sulla Tavola XII, che rappresentava con orrendi particolari una macelleria dei cannibali Anzique. Mi vergognai della mia suscettibilità davanti a un fatto così banale, ma il disegno mi disturbava e il testo a fronte non era da meno, perché descriveva le abitudini gastronomiche degli Anzique.”
Incuriosito dal volume, prova a vedere se nello scaffale vicino ci sono altri libri altrettanto particolari, ma la sua attenzione viene attratta da un rumore di passi proveniente dalla stanza di sopra. Poco dopo fa la sua comparsa “un uomo talmente strano che, se non fosse per le restrizioni imposte dall’educazione, avrei gridato dallo stupore. Vecchio, con la barba bianca e vestito di stracci, il mio ospite aveva un fisico e un portamento che incutevano meraviglia e rispetto. Non era alto meno di un metro e novanta, e nonostante un’aria di generale povertà e vecchiaia era forte e possente.

Frontespizio del Regnum Congo, edizione del 1598

La faccia, quasi completamente nascosta dalla lunga barba che cresceva fin sotto agli occhi, pareva anormalmente rossa e più liscia di quello che ci si sarebbe potuti aspettare. Sulla fronte pendeva una ciocca di capelli bianchi fatti radi dagli anni, e gli occhi azzurri, benché un poco iniettati di sangue, sembravano anormalmente intensi e acuti. A parte l’orrenda trascuratezza, il vecchio aveva un aspetto distinto e impressionante. Il disordine della persona, tuttavia, lo rendeva offensivo nonostante la potenza del volto e del corpo. Di quale stoffa fossero i vestiti non sono certo, perché non era altro che una massa di brandelli su un paio di stivali alti e pesanti; e la sporcizia che lo copriva supera ogni descrizione.”
Il protagonista rimane sorpreso quando l’uomo gli si rivolge con gentilezza, con una voce sottile, indicandogli una sedia. Resta poi colpito dallo strano dialetto col quale si esprime, un idioma talmente arcaico che credeva estinto da tempo. Dopo qualche convenevole, il visitatore gli domanda come fa a possedere un libro così raro come il Regnum Congo. Il vecchio dice di averlo ricevuto in dono da un certo capitano Holt, che lo aveva acquistato a Londra durante uno dei suoi numerosi viaggi. Dopo aver inforcato gli occhiali, lo strano individuo invita il viandante a sfogliarlo con lui e a farsi leggere qualche passo, poiché non conosce il latino. I due si soffermano su molte illustrazioni, fino a quando l’anziano non gli mostra quella che per lui è l’immagine migliore.
La voce del vecchio si fece più profonda e gli occhi brillarono. Le mani continuavano ad agitarsi e, sebbene più impacciate di prima, erano del tutto adeguate allo scopo. Il libro si aprì quasi automaticamente a una certa pagina, come accade per i capitoli consultati spesso, e l’orribile Tavola XII apparve ai miei occhi; era la raffigurazione d’un negozio di macelleria tra i cannibali Anzique.

La famosa Tavola XII, di Theodore de Bry

La mia inquietudine tornò, anche se non lo dimostrai; la cosa terribile era che l’artista aveva raffigurato gli africani come se fossero bianchi e le cosce e i quarti appesi alle pareti del negozio erano rivoltanti, mentre il macellaio armato d’accetta pareva stranamente fuori posto. Al mio ospite, evidentemente, lo spettacolo piaceva quanto per me era ripugnante.”
Lo strano uomo si ferma a commentare ogni scena che vi è rappresentata: i piedi tagliati a una vittima dal macellaio, il banco sul quale si trovano una testa mozzata e un braccio, un altro uomo fatto a pezzi.
FINALE: “Mentre il vecchio si abbandonava al suo terrificante piacere, l’espressione della faccia barbuta e incorniciata dagli occhiali divenne indescrivibile: la voce, invece di farsi più acuta, continuava ad abbassarsi. Posso a stento descrivere le mie sensazioni: il terrore che avevo provato prima tornò a impossessarsi di me con ferocia e furore, e mi resi conto di odiare l’orribile e vecchia cariatide che mi stava accanto con un’intensità omicida. La sua follia, o quantomeno la sua parziale perversione, erano fuori discussione. Sussurrava appena, ora: un rantolo più tremendo di un urlo, e tremavo nell’ascoltarlo. “Come ho detto, è strano come certe figure fanno pensare. Sapete giovanotto, questa mi fa venire l’acquolina. Da quando ho preso il libro da Eb Holt la guardo spesso, specialmente dopo aver sentito le prediche del parroco Clark, col suo parruccone in testa. Una volta ho provato a fare un esperimento divertente – suvvia, giovanotto, non temete – mi sono messo a guardare la figura prima di uccidere le pecore per il mercato e, credetemi, ucciderle è stato molto più piacevole”.

Banchetto cannibale in Brasile nel 1557, come descritto da Hans Staden

La voce del vecchio calò ancora, diventando a malapena udibile. Ascoltai il rumore della pioggia sui vetri piccoli e sporchi e a un tratto sentii un brontolio di un tuono in lontananza, cosa insolita anche per quella stagione. Un lampo terribile e uno scoppio clamoroso scossero la casa fino alle fondamenta, ma colui che sussurrava davanti a me non parve farci caso. “Uccidere le pecore fu assai più divertente ma, sapete, non proprio soddisfacente. È strano come un disegno ti possa colpire nel profondo… Per amore dell’Onnipotente, giovanotto, non ditelo a nessuno, ma io giuro dinanzi a Dio che quel disegno cominciò ad alimentare in me la fame di un cibo che non potevo né coltivare, né allevare, né comprare… Calmatevi, che vi prende? Non ho fatto nulla, mi chiedevo solo come sarebbe se lo facessi… Dicono che la carne fa buon sangue, rinforza, ti dà nuova vita, perciò mi chiedo se un uomo non vivrebbe più a lungo se essa fosse più simile alla…” Ma il sussurro non continuò. L’interruzione non fu prodotta dalla mia paura, né dal temporale sempre più violento nella cui furia avrei finalmente riaperto gli occhi, circondato da una massa di macerie annerite. Quell’interruzione fu prodotta da un avvenimento semplice e insolito. Il libro aperto si trovava fra di noi, con l’illustrazione rivolta oscenamente verso l’alto; non appena il vecchio sussurrò le parole “più simile alla” si udì un suono simile a quello provocato da una goccia e sulla pagina ingiallita si formò una pozzetta di liquido. Pensai alla pioggia e al tetto che perdeva, ma la pioggia non è rossa. Sulla pagina che raffigurava la macelleria degli Anzique campeggiava una goccia rossa, con un effetto quanto mai pittoresco per la vivacità della rappresentazione. Il vecchio la vide e smise di farneticare prima che la mia espressione atterrita lo rendesse necessario. La vide e alzò gli occhi al soffitto, cioè al pavimento della stanza che aveva lasciato un’ora prima. Seguii lo sguardo e sull’intonaco staccato osservai un’irregolare macchia rossa che sembrava allargarsi sotto i miei occhi. Non urlai e neanche mi mossi, chiusi soltanto gli occhi. Un momento dopo cadde il più titanico dei fulmini; squarciò quella maledetta casa dai segreti indicibili e mi procurò quell’oblio che salvò la mia mente.”

L'illustrazione nella casa by Blanka Dvorak (2010)

Nel memorabile incipit riportato per intero in questo riassunto possiamo trovare una serie di elementi importanti dell’opera di Lovecraft. C’è l’amore per quei luoghi ammantati di un fascino inquietante capaci di suscitare in alcuni individui un’attrazione fuori dal comune, quel brivido di terror macabro che rappresenta il fine principale e la giustificazione dell’esistenza. C’è la consapevolezza, elaborata poco a poco, che la migliore regione in grado di offrire e soddisfare questi bizzarri appetiti intellettuali è proprio dietro l’angolo. Si tratta ovviamente del New England, con i suoi boschi, i suoi sentieri nascosti e le sue antiche fattorie. Lovecraft comincia a fare di queste zone il teatro di elezione per le sue storie, introducendo anche luoghi geografici inventati (in questo caso, la Valle del Miskatonic e la città di Arkham, per il momento solo citate) da affiancare a quelli realmente esistenti, una trovata usata per la prima volta all’inizio dell’anno per il racconto “Il Vecchio Terribile”. Ma se in quest’ultimo la figura del vecchio rappresenta per lo più una metafora, lo strambo abitante della casa appartata è invece una persona in carne e ossa che ha subito una degenerazione non fisica - come Arthur Jermyn - bensì mentale. Infatti questi luoghi che tanto affascinano il Maestro di Providence non sono disabitati, la sua curiosità dunque non può che venire stimolata da coloro che discendono degli antichi abitanti di questa regione, i Puritani. Già Nathaniel Hawthorne (1804 – 1864), uno dei più importanti scrittori americani dell’Ottocento, si era occupato dei padri fondatori dei futuri Stati Uniti, col loro carico di fanatismo religioso, intransigenza, superstizione e moralismo repressivo.
Lo stesso Lovecraft ne parla estesamente in una lettera del 1930, inviata a Robert E. Howard (1906-1936), il creatore di Conan, Kull e Solomon Kane. Quest’ultimo è un puritano che agisce nel XVI° secolo e lotta contro ogni manifestazione del Maligno. Forte della sua spada, ma soprattutto della sua grande fede, è convinto di essere un mezzo attraverso il quale il volere divino combatte le oscure forze del male.

Solomon Kane by Sebastien Ecosse (2015)

Le cupe leggende del Massachusetts sono in grado di dare a chiunque più di un brivido. C’è materiale per uno studio approfondito sulle nevrosi di massa, perché nessuno può negare l’esistenza di un elemento profondamente morboso nell’immaginazione puritana. Quel che lei dice sulla cupa tradizione nordico-sassone come eventuale sorgente di impulsi remoti che, poi, si sarebbero accresciuti per effetto della repressione emotiva, dell’isolamento, dei rigori climatici e della vicinanza delle grandi foreste sconosciute popolate di selvaggi pellerossa, mi interessa molto: più volte ho detto e scritto esattamente la stessa cosa! Ha letto il mio racconto The Picture in the House? In caso contrario, gliene manderò una copia. Il paragrafo introduttivo riassume virtualmente la stessa idea formulata da lei.
Leggende soprannaturali a parte, nelle cronache interne del Massachusetts c’è abbondanza di elementi sinistri, a cominciare dal 1642. In quell’anno la corrispondenza del governatore Ballingham con il governatore Bradford di Plymouth rivela autentico allarme, da parte dei due notabili, a causa di un’ondata di misfatti orrendi e contro natura: delitti classificabili come estreme forme di sadismo e altre perversioni patologiche che si erano diffuse fra gli strati più ignoranti della popolazione. Scrive Bradford: “Ci si chiede come è mai possibile che tanta gente malvagia e profana sia emigrata in queste terre e tanto in fretta, proliferandovi; poiché all’inizio emigravano soprattutto i religiosi, che quivi giungevano per motivi di fede.” Ebbene, senza saperlo Bradford fornisce una parte della risposta nella sua stessa domanda.

Robert E. Howard (1906-1936) in una foto del 1934

La preponderanza di uomini appassionatamente devoti era, di per sé, una garanzia di devianza criminale, poiché la psicologia oggi dimostra che l’istinto religioso è una forma di erotismo sublimato affine a sublimazioni d’altro tipo che possono sfociare in sadismo, allucinazioni, melanconia e vari tipi di morbosità mentale. Mettiamo insieme un gruppo di persone scelte espressamente per il loro forte senso religioso e avremo la certezza di varie forme di devianza che si esprimeranno nel crimine, nelle perversioni e nella follia. Tutto ciò, ovviamente, era aggravato dalla tendenza puritana a reprimere in modo rigoroso ogni naturale esuberanza: musica, riso, colore, allegria, ecc. Far festa a Natale un tempo era reato, e nessuno si permetteva un pensiero lieto e spontaneo senza poi attribuirlo a un peccato dell’anima sua, cedendo a un’autentica ossessione per quella sorta di autoanalisi patologica che mirava a scoprire le possibilità di salvezza del peccatore.”

Luoghi: Massachusetts: valle del fiume Miskatonic e i boschi intorno ad Arkham.

Personaggi: il vecchio abitante della casa; il capitano Ebnezer Holt e il parroco Clark. Questi ultimi solamente citati.


(fine 3a parte)

Sergio Climinti

N.B. Trovate i link a tutte le puntate della bibliografia lovecraftiana in Cronologie & Index; trovate tutti i link letterari nella Biblioteca di Altrove.

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